NOTE DEL TRASCRITTORE:
—Corretti gli ovvii errori di stampa e punteggiatura.
—Le note a piè di pagina, che nell’opera originale erano raccolte alla
fine di ogni capitolo (lezione) sono state trasferite dal Trascrittore
all fine del libro.
—Sono presenti in questa opera una quantità di dizioni multiple, in
specie per le traslitterazioni dall’Ebraico; considerata anche la
singolarità dell’ortografia utilizzata dall’Autore e nell’impossibilità
di stabilire univocamente la corretta dizione, tali forme multiple sono
state conservate.
—Gli accenti, l’ortografia e la sintassi utilizzate dall’Autore sono
alquanto ricercate e rispondenti alla forma erudita della lingua
italiana in uso all’epoca della stesura dell’opera. Tale forma
prevede anche una variabilità nelle forme che sono state in massima
parte conservate laddove non siano state considerate palesi errori
tipografici.
—L’indice non è presente nell’opera originale; ne è stato prodotto ed
aggiunto uno a cura del Trascrittore.
Proprietà letteraria.
STORIA
DEGLI ESSENI
LEZIONI
DI
ELIA BENAMOZEGH
RABBINO-PREDICATORE
E PROFESSORE DI TEOLOGIA NEL COLLEGIO RABBINICO DI LIVORNO.
[Illustration: LOGO]
FIRENZE.
FELICE LE MONNIER.
1865.
Tipografia dei Successori Le Monnier.
PREFAZIONE.
Le Lezioni che ora si pubblicano, risalgono all’epoca per me tuttavia
di dolce rimembranza, in cui mi era dato esporre alcune parti della
_Storia della Teologia ebraica_ ad una eletta schiera di giovani
livornesi, i quali, con perseveranza non comune in questa nostra città
dedita ai traffici, seguirono le mie conferenze per circa tre anni.
Queste cose stimava opportuno premettere, a spiegare la forma non
troppo consueta di questa Storia, ed a giustificarla eziandio.
Perciocchè non mancherà taluno, e forse non senza fondamento, il
quale osservi che più acconcia sarebbe stata la forma semplicemente
espositiva. Ma oltrechè per satisfare a questo bisogno sariami stato
d’uopo rifare quasi interamente il mio lavoro, parevami ancora che
ciò non sariasi potuto operare senza compromettere in qualche modo le
sue sorti. Chè il subietto presente sia per sè grave, e forse arido
per i lettori comuni, non vi ha, credo, chi nieghi. L’erudizione
storica, e teologica in ispecie, è cibo di pochi; e per farlo accetto
ai più, sarà forse senza niuna utilità uno stile men disadorno, più
drammatico e vivace quale s’addice a _Lezioni_? I fatti e le idee
che altronde riescirebbero ai schifiltosi indigesti, non divengono
pascolo più gradito, ove ai condimenti si mescano della imaginazione
e del sentimento? Non solo, e il dico a costo di parer puerile, gli
Esseni studiando con amore e con fede, perciocchè in essi intravvedeva
i predecessori della buona nostra Teologia, io sentiva nella nobile
indagine impegnate la Ragione e la Critica, ma la imaginazione altresì
e il sentimento, e spontanea dal labbro sgorgavami la parola viva e
affettuosa. Mai parvemi così vera ed acconcia la sentenza platonica,
non essere il bello che lo splendore e la veste del vero.
A che però, diranno altri, venir fuori con questi vecchiumi? Appena
trovano venia presso i comuni lettori le politiche o letterarie
lucubrazioni:—qual sorte mai dovrà toccare agli _opliti_ della scienza,
alle scritture gravemente armate, alle dotte e severe indagini della
Storia e della Teologia?—La Dio mercè però, questo linguaggio diventa
di giorno in giorno più raro. A dispetto di chi vorrebbe confinare la
mente umana nello studio e nell’amore delle quisquiglie letterarie e
degli arcadici vezzi, come i tiranni invitano il popolo a seppellire
le più generose potenze nelle tazze soporifere di Bacco, di Momo e di
Venere, l’uomo anela a cose più alte. Gli argomenti che, or si può dire
pochi lustri, erano il patrimonio di pochi, diventano ogni giorno più,
quasi comune proprietà. Le menti s’iniziano alle più alte e scabrose
indagini. Libri che altra fiata sariano giaciuti in eterno polverosi
negli scaffali delle Biblioteche, girano adesso per le mani di tutti:
avidamente si leggono, in ogni lingua si traducono: ed ove per mole
e scienza soverchie disdicano ai comuni intelletti, epitomi se ne
fanno e compendi. La scienza si fa piccina per trasfondere la vita nel
popolo, come Elia si contrae sul corpo morto del figlio della vedova, a
comunicargli la vita.
La storia presente non solo prende a considerare serio argomento, ma è
parte nobilissima e tema di gran momento nella questione religiosa che
ora preoccupa e divide gli animi nel mondo intero. La _Storia degli
Esseni_ è fonte ricchissima di documenti atti a spiegare l’origine
del _Cristianesimo_; e qualunque concetto di questo si formi, niuno
vi ha che si attenti di negare per la Storia di questa religione, la
importanza dello studio dello essenico Istituto. Perciò tu vedi tutti
i libri che prendono a trattare di quelle origini, assegnare posto
segnalatissimo all’esame dell’Essenato. Parevami dunque non fare,
anche per questo verso, inutile opera, mandando fuori questi miei
pensieri intorno una Scuola tanto studiata e tanto degna di studio;
e sopratutto non venire meno alle leggi di opportunità. Un altro
resultato, o ch’io m’inganno, mi sarà lecito sperare da questo mio
lavoro.—Nelle ebraiche scritture da me finora pubblicate, vuoi in forma
polemica come le repliche contro l’antico Leone da Modena e l’illustre
amico professor Luzzatto, vuoi nelle mie Note al _Pentateuco_, vuoi
infine nel mio _Essai sur l’origine des Dogmes et de la Morale du
Christianisme_ premiato dall’_Alliance israélite_ di Parigi, pienamente
soscrissi e, quanto seppi e potei, crebbi forza alla sentenza intorno a
cui convengono non che gli scrittori ortodossi, ma i critici eziandio
più indipendenti, come Munk, Frank e Jost ed altri moltissimi, che,
cioè la Teosofia cabbalistica, che coltivò il nostro gran Pico
Mirandolano, ebbe per antichi rappresentanti gli Esseni e lo Essenato.
Questa Storia è destinata a porgere nuovo tributo a questo gran vero,
mercè un perpetuo confronto che si va facendo fra le une e gli altri.
E non meno parevami adempiere all’officio di buon italiano. Che se
ogni individuo ed ogni ceto debbono contribuire, per ciò che lor
spetta, a maggiore onoranza e gloria della Patria comune, perchè
questo dovere non incomberà egualmente agli Israeliti e alla scienza
israelitica? L’Italia ha il diritto di avere una _Scienza ebraica_
filologica, storica, teologica, erudita, quale da gran tempo posseggono
altre Nazioni sorelle; e in special modo la Germania. Ma a chi spetta
principalmente arricchire di questa gemma la sua corona, se non agli
Israeliti per cui l’Italia tanto fece e fa tuttavia? E chi tra gli
Israeliti più debitore di questo giusto tributo se non il Rabbinato? Il
quale in tanto lume di pubblicità, in tanto nobile pugnare di dottrine
e sistemi, in tanto strenuo combattere a trionfo del vero, deve a sè,
all’Italia, al mondo, alle sorti avvenire del genere umano, di alzare
la voce a proclamazione e difesa del suo Credo.
Nell’adempire però, nei limiti delle mie scarse forze, a questo
dovere, un pericolo sopratutto mi toccava cansare, quello cioè di
venir meno al rispetto delle altrui opinioni e di religioni dalla mia
diverse. L’ho io sempre felicemente evitato? Certo che costante mio
intendimento fu di fuggirlo, e certo del pari che per le continue e
delicate occasioni che ad ogni tratto mi si paravano dinanzi, ardua
impresa era il superarlo continuamente. Se mai talvolta la parola o
il pensiero suonano, più che non s’addice, liberi e severi, spero non
mi si vorrà apporre a colpa quando si rifletta che tra la tolleranza
fraterna da una parte, e la libertà dello speculare e la veridica
parola dall’altra, angusto e difficile è il calle, e rado è che tu
non pieghi talvolta o a un linguaggio alquanto severo, o a qualche
dissimulazione del vero. Fra i due mali, qual’è il lettore illuminato
che non preferisca il primo? La vera reciproca tolleranza è quella
che sa amare e stimare gli altri, pur serbando intatto il culto delle
proprie dottrine. Anzi, vero amor fraterno non si dà quando alto non
proclamisi ciò che vero si crede. Il primo diritto dei nostri simili, è
quello di udire da noi la verità.
Dopo le cose esposte, non mi rimane che a dire intorno i motivi di
questa pubblicazione. Non è sete di onoranza, che scarsa mi riprometto,
sì pel picciol merito dell’opera, come pel poco conto in cui questi
studii si tengono generalmente; non è amor di guadagno, che non si
trova per queste vie; non è vanità letteraria, che più agevolmente
e più sicuramente si può satisfare con più amene produzioni; non è
nemmeno quello che tanti autori protestano, la pressa dei loro amici
che non gli dan tregua se non ne veggono le opere su per le stampe. È
lo stesso motivo che m’indusse a sobbarcarmi spontaneo al ministero
religioso, che mi fe’ e fa lavorare intorno a subbietti difficili,
ingrati, spinosi; senza altro rimerito che il buon testimonio della
coscienza: _l’amore del sapere e della verità_.
_Livorno, Maggio 1865._
ELIA BENAMOZEGH.
INDICE
Pag.
PREFAZIONE iv
LEZIONE PRIMA 1
LEZIONE SECONDA 10
LEZIONE TERZA 19
LEZIONE QUARTA 34
LEZIONE QUINTA 45
LEZIONE SESTA 66
LEZIONE SETTIMA 75
LEZIONE OTTAVA 101
LEZIONE NONA 119
LEZIONE DECIMA 137
LEZIONE DECIMAPRIMA 152
LEZIONE DECIMASECONDA 185
LEZIONE DECIMATERZA 203
LEZIONE DECIMAQUARTA 236
LEZIONE DECIMAQUINTA 247
LEZIONE DECIMASESTA 261
LEZIONE DECIMASETTIMA 271
LEZIONE DECIMOTTAVA 284
LEZIONE DECIMANONA 292
LEZIONE VENTESIMA 300
LEZIONE VENTESIMAPRIMA 311
LEZIONE VENTESIMASECONDA 323
LEZIONE VENTESIMATERZA 335
LEZIONE VENTESIMAQUARTA 346
LEZIONE VENTESIMAQUINTA 357
LEZIONE VENTESIMASESTA 368
LEZIONE VENTESIMASETTIMA 378
LEZIONE VENTESIMOTTAVA 388
LEZIONE VENTESIMANONA 399
LEZIONE TRENTESIMA 409
LEZIONE TRENTESIMAPRIMA 419
LEZIONE TRENTESIMASECONDA 430
LEZIONE TRENTESIMATERZA 437
LEZIONE TRENTESIMAQUARTA 446
LEZIONE TRENTRESIMAQUINTA 457
LEZIONE TRENTESIMASESTA 468
LEZIONE TRENTESIMASETTIMA 478
LEZIONE TRENTESIMOTTAVA 483
LEZIONE TRENTESIMANONA 495
LEZIONE QUARANTESIMA 502
LEZIONE QUARANTESIMAPRIMA 512
LEZIONE PRIMA.
Io debbo, diletti giovani, nell’esordire, revocare alla vostra mente
quei giorni al mio cuore carissimi, in cui per la prima volta erami
conceduto, la parola mia indirizzarvi. Voi il rammentate. Non appena
i primi passi muovevamo pel lungo e difficil sentiero, che il bisogno
faceasi sentire imperiosissimo, di una logica e razionale divisione del
nostro assunto. Simile alle colonne miliarie, che all’animoso viandante
additano il cammino percorso, e nuova lena gl’infondono e nuova speme;
noi pure, o signori, il cammino nostro in tre grandi stadj, in tre
grandi epoche, in tre grandi divisioni partimmo.
Nulla per ora delle ultime due calendoci, diremo solo della prima
epoca, del suo principio, del suo termine.
Quale era, o signori, la prima epoca della storia della ebraica
teologia?—Era quella che dalla Mosaica rivelazione partendo, si stende
per tutto quello immenso intervallo, che da quel fatto memorando
trascorre, sino alla cessazione della nostra vita politica, sino, che
dico, o signori? sino al suggello dei Profeti e delle tradizioni, sino
alla compilazione del Talmud. In questa epoca, o signori, noi risalimmo
sin dove alcuna traccia per noi si scorgesse di movimento religioso,
di dogmatica vicissitudine; sin dove un sistema ci apparisse che un
compiuto avesse e particolare sembiante, di Dottrina e di pratica.
In quei remotissimi tempi, una setta ci fermava, ed era quella dei
Samaritani.
Noi togliemmo ad esame tutto ciò che ad essa appartiene, e comecchè
parecchie cose fossero da noi e per brevità, e per incompleta notizia
pretermesse, non è sì, o signori, che una cognizione voi non ne abbiate
acquisita generale e sommaria. Mestieri è ora muovere il piede in cerca
di nuovi liti e nuove genti, mestieri è, discendendo per la serie
dei secoli, quella setta, quella scuola tôrre a subbietto di studio
che prima si presenti, dopo i discorsi Samaritani. Voi ricordate, o
signori, di questa setta il nascimento. Ella sortì i natali in quella
epoca al popol nostro esiziale, quando la sua nazionalità venne per
la prima volta vulnerata, quando la via si apriva dell’esilio, quando
le dieci tribù schiudevano quel cammino di dolori e di spine, che le
rimanenti due tribù non avriano tardato a calcare.
Le ricerche nostre, o signori, debbono dunque oggimai da quell’epoca in
poi esercitarsi. Dobbiamo i tempi a quelli posteriori interrogare, e le
voci studiosamente raccogliere che ci porge la istoria. Quali furono
le vicende della ebraica religione nei secoli a quello successivi? La
risposta, o signori, troppo più tarderà ad udirsi, che alla vostra
impazienza non si convenga. Invano il chiederete all’esistenza incerta
e languente del primo tempio; invano alla cattività babilonese, invano
ai primi periodi del tempio secondo. Egli è, o signori, nei tempi di
mezzo della nuova Restaurazione, egli è durante le lotte fraterne degli
Asmonei, che la nuova scuola, la nuova setta apparisce con Giuseppe,
sul teatro della istoria. Egli è allora soltanto che la presenza ci è
dato costatare d’una forma nuova in seno alla ebraica religione.
Non vorrei però, o signori, che le parole mie fossero da taluno
fraintese. Quando io parlo di questo protratto silenzio, quando noto
una sì grande lacuna nella storia religiosa del popol nostro, quando
dico che solo collo storico Giuseppe la esistenza ci si appalesa di
nuova scuola; dire non intendo, o signori, che per tutto questo lungo
intervallo, le sètte da Giuseppe rammentate esistito non abbiano; che
quella specialmente che offrirà tra non molto al mio dire subbietto,
non spinga alte e profonde le sue radici in una ben altrimenti remota
antichità; che più vetusta esistenza non conti di quella che la
istorica menzione parrebbe assegnarle. No, o signori, questo nè dico
io nè penso. Che anzi le successive nostre conferenze vi chiariranno
abbastanza, come, a senso mio, certe scuole, certi istituti a cui i
documenti non porgono che una età posteriore, spingano oltre le loro
barbe negli strati, per così dire, più profondi del suolo ebraico; che
altro la cronologia dei documenti, altro quella sia veramente della
storica esistenza; che, benchè per nomi, per forme, per sembianze
diversi, i moderni agli antichi istituti si riappicchino mercè l’unico
genio, l’unica mente e, come oggi si dice, l’unico spirito. Ma questo,
o signori, sarà piuttosto corollario ultimo e postulato supremo dei
nostri studj, anzichè premessa da noi gratuitamente anteposta al
nostro discorso; sarà frutto anzichè radice; sarà comignolo anzichè
base e fondamento al nostro edifizio. Per ora, o signori, l’ordine
delle nostre trattazioni sarà quello ch’emerge dall’esame eziandio
più superficiale dei monumenti esistenti, sarà quello che scaturisce
dall’ordine, dalla successiva menzione delle sètte. Per ora, o signori,
quella stimeremo più antica che anzi le altre figura nelle istorie dei
tempi. Per ora quel nascimento soltanto le supporremo che la età ci
concede, della istorica menzione. Criterio falso, arbitrario, siccome
vedete, e che tanto vale a parer mio quanto il fissare che uom volesse
d’un’individuo i natali in quell’ora, in quella epoca, che le forze
sue attuava sul teatro del mondo.—Ma noi, o signori, mentre ogni altro
sussidio ci vien meno, di questa data ci staremo contenti. Quale è la
setta che, nell’ordine di storica menzione, dopo quella immediatamente
figura che non ha guari insieme studiammo? Per ritrovarla, mestieri
è non solo valicare, siccome dissi, molti secoli e regni, ed imperi
diversi vederci prima scomparire dinanzi; ma penetrare eziandio è
mestieri nella santa città di Solima, e penetrarvi come vi dissi
mentre la guerra è bandita tra i due contendenti e rivali Asmonei. Che
spettacolo, o signori, non ci offre allora la santa città! Direste una
grande, una immensa officina in cui le arti tutte si adopran solerti
di guerra e di pace. Vedreste le divisioni politiche armare l’animo,
il braccio dei cittadini. Vedreste il fratello contro il fratello, e
talvolta, oh sciagura! il fratello ligio a strana signoria, contro il
fratello della patria libertà difensore. Vedreste alle politiche, le
religiose dissenzioni innestarsi, e quelle a dismisura esacerbare; per
quella legge che fa più vive ed accanite le lotte di religione, quanto
più il subbietto intimamente ci appartiene, e nulla più intimo di ciò
che ha seggio nel più segreto dell’animo; d’onde, o signori, la ferocia
unica anzichè rara delle guerre di religione. Vedreste tutte le forze
morali, religiose, intellettive, nazionali, civili, del popol nostro
in uno stato di aperta tenzone, di febbrile e prodigiosa esaltazione.
Vedreste un disordine, un antagonismo, un’anarchia; vedreste un caos
da cui il _Fiat_ divino dovrà forse a suo tempo suscitare un nuovo
mondo, e tutti gli elementi più generosi fervere in uno stato di
soluzione, nell’aspettativa di quel disegno, di quella forma, che
tutte dovrà forse comporle e armonizzare in bell’ordine.—In mezzo, o
signori, a Gerusalemme in travaglio, in mezzo al romore delle armi, al
disputar dei Dottori, al piatire dei rivali, al ruggito delle fazioni,
inoltratevi, se vi dà l’animo, per le vie mal sicure di Gerusalemme,
impegnatevi per le sue vie, e se il pugnale non paventate dei
sicarj,[1] i più cospicui luoghi visitate della città e dei suburbj.
Qui è la setta dei Sadducei, e queste le sue aule. Nuovi giardini
d’Epicuro, primi furono tra noi a preludere a coloro che _l’anima col
corpo morta fanno_.—Non son questi che noi cerchiamo. Ecco, o signori,
i centri, le accademie ove _rivive la sementa santa_, del Farisato,
eccone le porte, ecco a traverso le grate le immagini austere, le
fronti sublimi dei Dottori e dei Scribi.—Inchiniamo e passiamo.
Ma ecco, o signori, nella parte più queta, nella regione più silente
della città rumorosa, pacifico presentarsi e maestoso abituro. Qui un
alternarsi di silenzio e di canto. Qui l’ordine, qui la regola, qui
la misura presiedere ad ogni atto, e tutta la interna e la esterior
vita informare. Qui le tempeste muggono alle porte incatenate; qui
si frangono impossenti i marosi delle civili discordie; qui l’animo
si leva a quelle alture in cui le nubi, come accade sulla cima dei
monti, ti si addensano ai piedi anzichè sulla testa, e quasi partecipe
della gloria di Dio, l’uomo assunto a tanta altitudine cavalca le
nubi e calpesta le folgori. Qui si maturano i grandi pensieri, qui
si elaborano le grandi dottrine, che esciranno salve ed illese dal
gran naufragio.—Che casa è questa, o signori, che gente è cotesta che
l’abita? È cielo questo, è questa anticipazione di Paradiso? Sono
angioli cotesti, sono mortali?—.... Sono gli _Esseni_.—Esseni! nome
nuovo, inaudito forse per alcuni di voi.—Nome che l’Ebreo non dovrebbe
mai obbliare, come a delitto imputeriasi al Greco Platone disconoscere
e l’Accademia; come all’Italo, Pitagora e gli Stoici; come ad ogni
popolo la più grande gloria, e il prisco vanto intellettuale de’ suoi
proavi.
Gli Esseni!—Venerando nome per tutti quelli appo i quali sono in onore
Sapere e Virtù. Nome carissimo per noi figli, per noi eredi di loro
fama. Nome, lasciatemi aggiungere, nome santo per chi in essi vede,
come io già veggo, come voi spero tra non poco vedrete, negli antichi,
nei venerandi Esseni il fiore, il Patriziato, il Grado supremo nella
Gerarchia Farisaica;—Il Farisato rivolto alla speculazione del sommo
vero e alla pratica del sommo bene; la falange, come la Macedone,
degli Immortali[2] che tra le fila si reclutava della comune farisaica
milizia.—Io so, o miei giovani, che sì dicendo, io proclamo cosa che
il mondo non era usato sin qui ad udire; so che, come ogni idea nuova,
avrà pregiudizj, errori e rispettabili convinzioni da combattere. Io
so, o signori, che grave debito io mi assumo di somministrare a questa
mia teoria, carte e diplomi in regola per viaggiare pacificamente
per il mondo. Per ora mi contento di un _salvo condotto_. La
identità dell’Essenato col Farisato negli ultimi e supremi suoi
stadj, sarà, spero, frutto di una continua dimostrazione nel corso
di questa istoria; anzi, la storia stessa ne sarà la più concludente
dimostrazione. Epperò, appunto, egli è questo tema siffatto, a cui
troppo disconviene tempo e spazio ristretto. Il suo tempo, è tutto
quello che noi spenderemo intorno gli Esseni. Il suo spazio, tanto
si allargherà, quanto lungi andranno di questa storia i confini.—Per
ora, il nostro passo dee procedere regolato e metodico. Noi abbiamo
pronunziato un nome bello, un nome onorando, e, se mel permettete,
dirò ancora onorante. Ma che vuol dire questo bel nome? Che significa
la gran parola di Esseni?—Il suo significato logico, dottrinale,
storico, provvidenziale, non ha che una sola possibile definizione.—La
storia stessa della _bella scuola_, così da or innanzi la chiameremo.
Il significato però che adesso cerchiamo è quello più ristretto del
vocabolo stesso; il significato gramaticale, filologico della parola,
il valore suo puramente etimologico. Questa è la definizione che noi
andiamo cercando. Ma questa, qualunque essa sia, non è tale che non
debba necessariamente colla prima connettersi; che anzi, l’armonia tra
le due definizioni, è tale criterio, che la verità dee porre in sodo
dei nostri resultamenti. Noi cerchiamo la definizione del vocabolo, ma
questa, per essere vera, dee armonizzare colla definizione della setta,
che è l’istoria. Una definizione gramaticale che non fosse la natia
espressione, e quasi lo invoglio naturale della definizione logica, un
nome che non esprimesse lo Essere, sarebbe improprio, sarebbe supposto,
sarebbe falso.—Il nome è il Corpo, l’esteriorità dell’Idea, come il
Corpo è l’esteriorità dello Spirito.—Ecco il criterio che noi dobbiamo
a guida proporci nelle ricerche che saremo per fare sul nome di Esseni,
nella cerna che fare dovremo degli infiniti supposti, delle origini
multiformi a quel nome assegnate.
Egli è perciò, o signori, che prima meta ci proporremo nelle nostre
ricerche il nome di _Esseni_. Stabilita di questo nome la definizione,
discorreremo delle _origini_ dell’Essenato; cercheremo di stabilire
una data almeno approssimativa del suo nascimento, di additare le
fasi più cospicue della sua esistenza, di seguirne le vestigia più
o meno sensibili pel corso dei secoli. Determinata degli Esseni la
_origine_ e la _Istoria_, parleremo delle loro _istituzioni_ e di tutto
quello che queste concerne, delle _leggi_ loro costitutive, della
loro organizzazione, del loro genio, delle lor costumanze, insomma,
o signori, della loro vita sociale.—Dopo la vita sociale, altra vita
non meno della prima preziosa, sarà subbietto delle indagini nostre;
voglio dire, o signori, la loro vita intellettuale; le loro _credenze_,
i loro _dogmi_, i loro _principj_. Qui è, o signori, ove meno
pienamente potremo appagare la nostra sete di cognizioni; qui è ove
una grande lacuna romperà in gran parte il filo coerente della nostra
esposizione; qui è dove chiaro apparirà negli effetti quel sistema
prediletto agli Esseni di sottrarre agli sguardi curiosi parte almeno
delle dottrine più riservate. Qui è ove noi, giunti alla soglia del
tempio, dovremo se non indietreggiare sconfortati, certo non più che
pochi e timorosi passi avanzare nel recinto del Santo, e solo, a così
dire, di sbieco gettare di tratto in tratto qualche sguardo furtivo
per entro alla cortina, che la piena ed intera fruizione ci contende
degli inviolati misteri. Esaurito, o signori, il Dogma, narrata quanto
meglio si può la vita intellettuale degli Esseni, quella prenderemo a
descrivere che pratica o, come dire vogliate, _rituale_ si appella,
ove i riti, la forma del loro culto, il numero, l’indole delle loro
osservanze tutte, l’esercizio pratico delle loro credenze, tutti in
bell’ordine ci si offriranno dinanzi schierati. Noi avremo allora
tutta intera ricostituita la personalità degli Esseni.—_Esistenza_,
_Pensiero_, _Azione_, tre sommi indivisibili elementi di ogni Ente
morale, che nella _Origine_, nel _Dogma_ e nel _Culto_, ogni volta si
convertono che di Setta o religioso Sodalizio è discorso.
Per ora, o signori, del nome degli Esseni.—Una falange di dotti
si contenderà la gloria di averne l’appellazione decifrata. Voi
ascoltateli con quella riverenza che si deve all’ingegno, e col
rispetto che esigono le loro fatiche spese a restaurare una gloria che
a voi, giovani israeliti, più che ad ogni altro appartiene. A noi,
il falso dal vero discernere, a noi raccorre gli elementi del vero
disseminati talvolta per entro i falsi sistemi; a noi il rintracciare
in tanta distanza, in tanto pugnare di ostili pareri, il primitivo
e genuino senso del vocabolo _Esseni_.—E dove a noi il cielo arrida
propizio, potrò dir di me stesso, come per Laura il Petrarca:
Forse avverrà che il bel nome gentile
Consacrerò con questa stanca penna.
LEZIONE SECONDA.
Vi promisi, o signori, che subbietto della presente conferenza
saria stato la origine, il significato di questo nome di _Esseni_,
di quel nome col quale venne la scuola presente invariabilmente
contraddistinta. Aggiunsi, o signori, che molte sono, che sono discordi
le congetture che di questo nome furono in tutti i tempi proposte. Io
vengo ad adempire la mia promessa, vengo a schierarvi in bell’ordine
innanzi le moltissime congetture che nella presente disquisizione il
primato contendonsi.—Uomini celebri ci hanno trasmesso delle loro
meditazioni il portato; nomi cari e venerati alla scienza non esitarono
disputare lungamente intorno l’origine di questo vocabolo. Saremo
noi rispetto ad essi più avari di attenzione, di quello ch’essi il
furono verso di noi di lucubrazioni e di veglie? Io dico, o signori,
per voi che nol saremo.—Levino, dunque, la voce e ci dicano dei loro
studi il portato. Ci dica per primo il Salmasio in qual guisa egli
giunse a credere il nome di _Esseni_ da quello derivato di una città
e regione che questo nome portava di _Essa_. Ci dica poi il Basnage
su qual fondamento egli la opinione del Salmasio negava, affermando a
dirittura, nulla traccia averci l’antica geografia tramandato della
esistenza della supposta regione. Ci dica, infine, la buona critica
tra il Salmasio che afferma e il Basnage che dinega, chi meglio al
vero si sia apposto. Cel dica, o signori, la Rabbinica Enciclopedia,
e in particolare il Talmud. Cel dica, in secondo luogo, il deposto
degli antichi geografi e l’autorità dei viaggiatori. Cel dica e la
paziente disamina dei Filologi, e la scienza talmudica (e nello
invitarvi a bere con me a questo fonte, nel potere ad autorità invocare
il libro che tanti e tanti ebbero ed hanno in dispetto, difendere io
non mi so da un innocente sentimento di orgoglio, che il rigoroso
ascetismo del Passavanti non temeva qualificare di _santa superbia_):
cel dica il Talmud in quei tanti e concludentissimi passi da me con
grande studio raccolti, ove, ad onta dell’asserzione del Basnage, la
esistenza di una regione così chiamata vien posta in splendidissima
luce. Cel dica il trattato di _Sanhedrin_, ove di due Dottori si
narra che, a determinare le Neomenie e le feste, convenivano insieme
a moltissimi altri, in una spezie di concilio che una città vedeva
allor celebrare, la quale il nome reca veramente di עסיא _Asia_: cel
dica ivi stesso, ove di un altro Dottore si narra R. Meir, il quale
in altra congiuntura si recava nella stessa אסיא _Asia_ all’effetto
medesimo. Cel dica nel trattato di _Mesiha_, ove invitando un Dottore
alla fuga, onde all’obbligo sottrarsi di ministrare a certi offici
edilizj, _Tuo padre_, così gli dicono, _rifugiossi in Asia, e tu
cerca riparo in Laodicea_. Che più, o signori? Cel dicano quei passi
ove, volendo far comprendere ai contemporanei a quali popoli, a quali
terre corrispondono i popoli, le terre nel _Genesi_ rammemorati,
ci offre il più curioso ed interessante spettacolo dei primi degli
iniziali conati che la scienza etnografica andava facendo per organo
dei Dottori, e nuovo lustro e nuovi raggi aggiunge se è possibile
alla loro corona. Il Talmud babilonico—il gerosolimitano, il Comento
perpetuo che si chiama _Medrasce_, opera pur essa Palestinese, la
Parafrasi di Gerusalemme, tutti, o signori, i primi albori ci offrono
della Etnografia nascente, cresciuta, come sapete, ai nostri tempi
gigante; e tutti della presenza attestano della contesa עסיא _Asia_.
L’attesta il Babilonico in _Batra_, laddove ingegnandosi tradurre con
nomi nuovi l’antico _Cheni_, _Chenizi_, _Cadmoni_, da Dio ad Abramo
promessi nella sua discendenza, ci offre nel secondo di questi nomi
il desiderato _Asia_. L’attesta il Talmud di Gerosolima, laddove a
_Cheni_ sostituisce _Asia_,—a _Chenizi_ _Apamea_,—e _Damasco_ al
_Cadmoni_. L’attesta il Medras alla sezione 44, ove si riproducono
i nomi stessi se non l’ordine istesso del Gerosolimitano. L’attesta
infine il Parafrasta di Gerusalemme, ove il nome istesso ci porge di
Asia, in ciò solo però dagli altri discorde, che lo equivalente egli
ne fa dello antico _Aschenaz_. Innanzi, o signori, a questo bello e
generoso adoprarsi dei Dottori a far convergere al luminoso centro
delle Scritture tutti i rai dello scibile, due pensieri l’animo mio
tutto intero si assorbivano. Io dissi da principio: È egli possibile,
dopo tanti e solenni esempj, più a lungo il divorzio protrarre tra
la scienza e la fede; e protrarlo (lo che è a dismisura più enorme)
sull’autorità fondandosi e sull’esempio degli stessi dottori?
Ripiegando poi l’animo mio verso il subbietto in discorso, io dissi
a me stesso: Volle il Salmasio il nome Esseni da quello di _Essa_
originare.—Lo negò il Basnage, e solo il Talmud parve al primo dei
due consentire. Dovrà ella la questione rimanere in pendente? Dovremo
noi la sola autorità del Talmud opporre al Basnage, a costo di udirci
intimare solenne declinatoria? Immaginate voi, o miei giovani, l’ansia
che assalisce il viatore quando, dopo mille disinganni, qualche caro
pronostico gli ripromette la terra vicina? Or bene, tale io mi feci
nella ricerca di una rovina, di una memoria, anzi di un vocabolo
solo. Questo nome, o signori, finalmente spuntò. Non solo _Tolomeo_
asserisce essere stato il nome di _Asia_ particolarissimo alla Frigia,
ma l’autorità eziandio mi soccorse ben tosto di nomi, di autorità
ben altrimenti sonori, che non è in oggi l’esautorato Tolomeo. Egli
fu il celebre orientalista _Klaproth_, che mi mise il primo sulla
buona via. Egli, nella Cronaca caucasiana da esso pubblicata, mostra
lo stabilimento in quelle regioni sino da epoche remotissime di un
popolo detto _Osi_, o meglio _Asi_, come piuttosto crede il suddetto
Klaproth. Non basta. Il Dubois era più esplicito; egli, nel suo _Voyage
autour du Caucase_, questo formalmente ci fa sapere, cioè che il nome
di _Asia_ ha esistito in epoca remotissima, qual denominazione locale
particolarissima della parte settentrionale della catena caucasiana.[3]
Perchè tanto studio a rivendicare la esistenza di tale sconosciuta
regione? Forse, o signori, perchè io soscriva interamente alla origine
dal Salmasio immaginata? Il processo del mio dire vi mostrerà che così
non è veramente. E perchè? Perchè niuno, che io mi sappia, antico,
originario legame il nascimento della Setta congiunge colle province
dell’Asia minore. Ora, o signori, chi non lo sa? egli è proprio
delle sètte quel nome assumere che più aperto n’esprima il genio, e
il principio nativo, in quella guisa istessa che ognuno di noi quel
nome porta con sè chè recò in sul nascere. E tanto esser dee avvenuto
per quel degli Esseni. E poi, o signori, quante altre e potentissime
ragioni non avversano la ipotesi del Salmasio! L’avversa il costume
che ebbero, sto per dire generale, tutte quante le Sette, di tôrre a
preferenza quel nome o che il fondatore ricordasse, o che più alla
mente pingesse l’indole, il carattere, il genio ideale, anzichè il
luogo, la patria, il paese ove prima ebbe i natali. Così voi dite, o
signori, Platonismo, Epicureismo tra i pagani, e voi leggete tra le
cristiane eresie i nomi di Ario e Nestorio, le dottrine del Triteismo
e del Monoteismo, e tra le filosofiche scuole voi usate rammemorare
l’Idealismo, il Sensualismo, il Panteismo.[4] L’avversano, o signori,
tutte quelle buone e salde ragioni che ci consigliano, come in seguito
vedrete, a preferire diversa sentenza; e finalmente, l’avversa la più
seria, la meno oppugnabile difficoltà che si potria contro un sistema
suscitare. E sapete qual’è?—La prova del contrario. Invero, che dicono,
le più antiche memorie della setta? Ove per la prima volta lo storico
con gli Esseni s’imbatte, ove li trova, ove ne nota la prima presenza,
i primi atti, la prima dimora? Altro che Frigia o Bitinia o altra
qualsivoglia gentilesca contrada! E’ sarebbe come chi cercasse fuor di
Roma il Campidoglio, l’Acropoli fuori di Atene, e il cuore umano fuori
del centro vivificatore ove ha stanza ed imperio. La patria naturale,
dirò anzi, necessaria dell’Essenato, è _Palestina_; e Palestina
registra veramente la istoria qual primo teatro della loro storica
apparizione. A Palestina aderirono costantemente gli Esseni, in quella
guisa istessa che la più nobile parte di noi al frale aderisce per
conservarlo in vita sin dove _il militar le fu prescritto_. Egli n’era
l’anima, il genio personificato, condensato, ristretto; quindi tanto
più espressivo: genio nazionale e religioso, ma religioso e ieratico
sovra tutto, per i tempi volgenti a politico sfacelo, e pel predominio
da lungo tempo avverantesi negli ordini ebraici dello spirito sulla
materia, del generale sul particolare, dell’eterno sul temporaneo, del
Cielo sopra la terra. Egli è quindi nel giro della patria Palestinese
che l’origine e il significato dobbiamo cercare del nome di Esseni.
Ma per entro agli stessi confini di Terra santa, non è così unanime
il sentire, che tutti in una origine si quietino gli indagatori delle
Esseniche antichità, nei confini di Palestina. Tra le quali, una mi
piace per questa sera considerare, che non piccola fama nè piccolo
stuolo di seguaci si trasse dietro nel consorzio degli eruditi. Chi
il merito vanti del primato non so, ma egli è un fatto però che non
pochi furono di coloro a cui tra gli Esseni e i _Baitusei_, altra
religiosa setta di Palestina, parve vedere una perfetta identità.
L’udì forse per la prima volta l’Italia, e dalla bocca l’udì di un
Ebreo, di un Rabbino, di un Italiano. Egli era il nostro concittadino
_Azaria De Rossi_, o, com’egli si diceva ebraicamente, _Min aadomim_,
che nel secolo decimosesto seppe coltivare con tal successo la storia
e l’erudizione Greca e Romana, che la fama ne corse e dura tuttavia
onorata nel mondo erudito. Or bene, o signori, Azaria De Rossi fu
quello che propose la identificazione perfetta dei Baitusei del Talmud
coll’istituto degli Esseni. Non basta; egli ne vide il nome nel nome
dei Baitusei. Questo nome di Baitusei, si scrive in ebraico _Baitusim_,
o _Betusim_, secondo altra lezione. Or bene, l’occasione era troppo
bella per un ingegnoso etimologista, e il De Rossi non era uomo da
lasciarla fuggire. Egli scrisse in due parti il vocabolo Baitusim;
divise _Bet_ da _Usim_. Di _Bet_ egli fece _Casa_, _Istituto_,
_Sodalizio_, _Società_; di _Usim_ fece il nome proprio, l’appellativo
istesso di Esseni. Ecco che cosa fece il De Rossi, schiudendo in questa
via la strada a quelli che in processo di tempo la percorsero intiera.
Vi entrò per primo il Fuller, che alla sentenza soscrisse del nostro
Rabbino. Vi entrò quasi ai nostri tempi il Gfroëre, dotto tedesco,
nella celebrata sua istoria, _Critica del cristianesimo primitivo_,
a pagine 347; e tanto reputò la congettura avverata, che precipuo
argomento ne trasse a provare tra le due sètte perfetta, intera
omogeneità di carattere. Convien dire però, o signori, che tale non
sembrasse a parecchi altri, nè di minore rilievo, che delle origini
Esseniche presero a trattare. Io non dirò di altri che il precessero;
ma se ultimo fu, certo non meno formale si pronunziò contro l’asserta
origine Baitusea, l’illustre Franck, che onora in Parigi il nome e la
dottrina Israelitica. Egli, il Franck, nella terza parte dell’opera sua
la _Kabbale_, ou _Philosophie religieuse des Hébreux_, formalmente la
respinge. Io credo che in questa, come in altre cose moltissime, abbia
colto nel segno.—No, o signori, fintanto che luce non sarà tenebre, nè
il giorno in notte converso, Baitusei ed Esseni non saranno giammai una
cosa sola, un istituto, un sodalizio. Riflettete all’opinione costante
universa prevalente negli antichi e nei moderni tempi della esistenza
di un individuo, di un eresiarca famoso per nome _Baitos_, fondatore o
vogliam dire caposetta della fazione Baitusea;[5] esistenza, o signori,
che, come vedete, la possibilità perfino ci toglie di scindere, di
notomizzare l’indiviso e personale distintivo dell’eresiarca Baitos.[6]
Riflettete, infine, che i Baitusei non sono tali sconosciuti e
incompresi settarj, che sia lecito alla ventura fantasticare sul conto
loro; che note non ci sieno le lor dottrine, note le divergenze dal
centro ortodosso, noti i caratteri, note le costitutive e naturali
fattezze,[7] e troppo ristretto quindi e troppo angusto il vallo
riservato ad arbitrarii connubii.
LEZIONE TERZA.
Vi dissi, o signori, come il Fuller aveva dapprincipio sottoscritto
alla opinione del nostro De Rossi, e come esso prestò omaggio
alla etimologia Baitusea. Ma che? ben presto s’avvide su quanto
fragile fondamento posasse la preaccennata opinione. Narrò ai dotti
impazienti come il vocabolo Esseni significasse uomini _ritirati_,
_ascosi_, e poco mancò non dicesse solitarj e romiti. Non è difficile
ch’egli dedotto avesse il nome Esseni dal vocabolo _Asam_, che
in ebraico significa ripostiglio; o, meglio, che dalla radice ne
ripetesse l’origine, che l’idea esprime veramente di _tesaurizzare_
e _nascondere_, siccome Isaia (XXIII) aveva detto, di questo
vocabolo giovandosi, _lo ieazer veló iehasen_. La nuova etimologia
del Fuller riunisce ella, o signori, tutte le desiderate condizioni
di credibilità? Rispond’ella a tutte le esigenze grammaticali,
critiche, storiche e dottrinali? Quanto alla prima, io vo’ dire alla
convenienza grammaticale, sarebbe ingiustizia il dirne male. Ben
altre etimologie, e ben altrimenti arbitrarie, furono propalate qual
prezioso e pellegrino trovato. Ma potranno dirsi egualmente contenti
la critica, la istoria, e il genio e l’indole generale delle sètte? La
critica potria invero, ponendoci un poco di buona volontà, chiamarsi
contenta; potrebbe ricordarsi la critica come i Talmudisti dicessero
appellativo glorioso quello di _hobesé bet amedras_, che suona gli
_studiosi reclusi_; come uno tra essi celebratissimo recasse il nome
di Hanen il recluso, _Hanen anehba_; come di parecchi si narri nel
Talmud di Gerusalemme, avere eglino menato della vita gran parte, nel
fondo di una grotta, _tamir bimhartà_: e infine potrebbe con cert’aria
di trionfo notarsi come i diletti di Dio, i suoi servi, i suoi fedeli,
siano detti a dirittura nei Salmi, i reclusi di Dio, i nascosi di Dio.
(_Salmo 83._)
Ma che per ciò, o signori? Io ripeterò ciò che parmi aver detto
altre volte. Questi curiosi ravvicinamenti, questi tratti di luce,
queste inaspettate e brillanti conferme, possono, in progresso di
tempo, avere sovrapposto sul fondo primitivo un nuovo senso che nè al
vocabolo ripugnava nè al costume degli Esseni. Ma può esserne stato,
o signori, cotesta la naturale e propria e primitiva intelligenza?
Io non lo credo; e per addurre due potentissime ragioni, ella è, in
primo luogo, la considerazione per me capitale che gli Esseni così
facendo, dissentito avrebbero dall’andazzo comune di ogni setta, la
quale quel nome a preferenza si appone che il genio intimo e la natura
sua propria e il carattere prominente stia a significare, anzichè un
uso o una qualunque consuetudine, per quanto grande e peculiare si
voglia imaginare. Ella è, in secondo luogo, la formale e contradittoria
deposizione della istoria, la quale, siccome a suo tempo vedremo, non
solo della vita reclusa, del genio cenobitico non fa costume proprio
inseparabile dagli Esseni, ma gli Esseni stessi ci addita talvolta
negli affari e nelle transazioni mischiati della umana società, e bella
e grande parte sostenere sì nelle politiche, come nelle religiose
faccende.—Il fatto, o signori, la reclusione, la vita cenobitica, cade
qual integral requisito dell’Essenato; e con esso cade la etimologia
del Fuller sur esso fondata. Altra ne escogitò lo Scaligero, e fu
quella di _Santi_. Che ciò significhi il nome di _Esseni_, non oserei
sostenere, comecchè io vada persuasissimo che tra i nomi che recarono
gli Esseni, fu quello di _Santi_; come, da un lato, ne fanno fede
le numerose menzioni che sotto questo nome appunto ne fa il Talmud,
segnatamente là ove si parla della Santa Società, _Keilla caddiscia
di biruslem_; e come, dall’altro, non meno concludenti ne soccorrano
all’uopo i tanti passi degli Evangeli, in cui i primitivi cristiani,
usciti senza meno dagli essenici chiostri, s’intitolano _Santi_; e
_Santi_ è tra i nomi che gli storici attestano avere i cristiani
nei primi tempi recato, molto prima che _cristiani_ si dicessero in
Antiochia.
Strana cosa avvenne poi ad un antico padre della Chiesa cristiana, a
S. Epifanio. Non è già che la cognizione della vera e sana etimologia
gli facesse difetto, che anzi egli la conoscea benissimo, egli la
propose, la insegnò; ma non quotando nel possedimento del vero, cercò
il nuovo ed incappò nell’errore. Stava a cuore ad Epifanio, siccome
stette di poi ad altri moltissimi della sua religione, di noverare
il nobilissimo Istituto tra quelli che la chiesa generò nei primi
secoli; di cristianizzare, per così dire, lo Essenato, di svellere
la gloriosissima pianta dal Monte Sion per innestarlo al tronco
cosmopolita del cristianesimo, e questa cara e bella gemma strappare
alla corona di Giuda. Però non rifinirono antichi e nuovi dottori
cristiani di cercare alle loro pretensioni argomento; cercarlo nei
fatti, cercarlo nelle dottrine, e di queste vedremo; cercarlo poi
nell’etimologia, e di questa adesso vediamo. Il primo a dar il segno
della propaganda retrospettiva, fu, come dissi, Epifanio. Egli nel
nome Esseni trovò Iesse genitore di Davide; anzi, in grazia di esso,
il nome di Esseni in quello mutò più alle sue viste affaciente di
_Iesseni_. Gli parve poco. Gli parvero troppo remoti, troppo indiretti
i rapporti coll’oggetto che preso si aveva di mira. Egli osò; e di un
balzo superò ogni distanza, e di un balzo strinse, confuse, identificò
l’Essenato o il Cristianesimo; e quello, come questo, derivò dal nome
di Gesù, e gli Esseni disse da Gesù appellati, siccome quelli che alle
dottrine sue preso avevano ad ubbidire. Dante, o miei giovani, disse in
alcun luogo della Commedia, negarsi talvolta dagli uomini ossequio a
quel _ver che ha faccia di menzogna_; nè la mente errò, così dicendo,
del divino Poeta. Dante, avria potuto dire con egual verità, che
spesso quest’ossequio si concede, si prostituisce a _quella menzogna
che ha faccia di verità_. Ma quella di sant’Epifanio ha ella almeno,
o signori, di verità la sembianza? Io dico che ella reca distinto
il suggello dell’errore, dell’arbitrario. Chi mi sa dire, invero,
quale delle due sue interpretazioni riesca più a udir tollerabile?
È ella forse la prima, è ella quella che da Iesse padre di Davide
l’appellazione ripete degli Esseni? Ma qual rapporto, di grazia, fra
l’antico Betlemmita, e il grande e il dotto istituto degli Esseni? È
ella la seconda che da Gesù, il nome conia di Esseno, di Essenato? Ma
vuol dunque egli, sant’Epifanio, la baia dei fatti nostri? Che un padre
della chiesa, che un Epifanio non voglia soscrivere alla sentenza di
parecchi tra i moderni che Gesù vogliono anzi educato, ispirato nella
società degli Esseni, questo di leggieri si comprende; ma quello che
non si comprende, questo si è, o signori, cioè come ignorasse Epifanio,
che mentre gli Esseni mangiavano, bevevano e panni vestivano, il
modello d’onde tolsero, al dire di lui, a foggiare il nome loro, il
preteso denominatore della setta, giaceva tuttavia latente in grembo al
futuro; ch’è quanto dire che Gesù Cristo non esisteva: e non occorre
aggiungere che, salvo quei rarissimi casi in cui tutto collima ad
attestare la verità di un supposto, non è concesso a chicchessia,
fosse pure un santo, detrarre o aggiungere una jota, siccome egli fa,
veramente nel nome che si vuol decifrare. Or, chi ha egli abilitato
Epifanio a cangiare il nome di Esseni in quel di Iesseni? Ecco, o
signori, le cause, le gravissime cause che ci interdicono lo assentire
alle arbitrarie interpretazioni di Epifanio.
Vi fu, o signori, chi accettando la lezione di questo Padre, e
chiamando lo antico sodalizio _Iesseni_ piuttosto che _Esseni_,
una interpretazione v’innesta che ha, se non altro, l’apparenza di
plausibile. Volle il _Nilo_ che Esseni si dicessero nel significato
di Dotti e di Savi. D’onde una siffatta etimologia? Egli vide la
Sapienza denominata nelle sacre scritture col nome implicito di
_Ies_; dico, o signori, implicito, perchè la forma e lo involucro
esteriore suona piuttosto _Tuscia_, comunque universa predomini la
opinione, inchiudervisi qual radice il vocabolo significantissimo
di _Ies_. Che vuol dire _Ies_, o signori?—_Ies_ è il vocabolo che
esprime l’Idea più astratta, l’Idea, sto per dire, più ideale—l’Idea
massima—l’_Essere_—l’_Essere_ metafisico, incondizionato,
indeterminato, e come direbbe il Rosmini, l’_Ente Possibile_.—Ma _Ies_
esprime eziandio, voi già l’udiste, l’Idea di Scienza, di Dottrina, di
Pensiero per eccellenza; attalchè, per una ammirabile e notevolissima
sinonimia, acchiude nel proprio senso il duplice significato di
Essere e di Pensiero. Voi non potreste misurare la immensa importanza
di questo bellissimo trovato filologico senza molte indispensabili
precognizioni filosofiche; che dico? senza alle più alte cime poggiare
della odierna filosofia Alemanna, senz’almeno toccare del rinnovatore
delle filosofiche discipline, di Cartesio, che poneva a base del suo
sistema il famoso _Cogito, ergo sum: Penso, dunque esisto;_—senza
risalire almeno a Platone che, nel decimo delle leggi, domandava _che
cosa è l’Essere Primo?_ e rispondeva l’Essere Primo, è l’Idea—è il
Pensiero;—senza accennare almeno ai Dottori, i quali videro nel _Ies_
promesso ai giusti in Paradiso, _leanhil oabai_ IES, l’Essere Perfetto
e il Perfetto Pensiero, cioè la _Visione_.[8]
È egli questo lavoro, o signori, che intraprendere si possa e compire
tra due parentesi? Il vostro buon senso ha già risposto per me. Io
voglio soltanto che impariate da questo esempio, quale sterminata
latitudine abbracciano le lettere ebraiche; come in fondo ad un oscuro
vocabolo ti si apra non di rado agli sguardi atterriti tale profondo
e smisurato abisso, da darti, al solo vederlo, il capo-giro; come gli
spregiatori di queste _frasche_ pretese, sieno tanto savi quanto il
villano che d’uno sguardo non degna la minutissima polve stellare che
si chiama _Nebulosa_, alcune poche palate anteponendole invece del
suo caro concime. Fatto è, o signori, che _Ies_ adombra l’Idea di una
scienza sublime, di una scienza nella sua perfezione immanente; e chi
solo ne dubitasse potria vedere i più rigidi ed esclusivi gramatici, il
Kimhi tra gli altri, nei suoi Radicali.