_Espedizione di GIUSTINIANO contra TEODATO Re d'Italia successor
d'ATALARICO._
Dopo aver Giustiniano in così fatta guisa posta l'ultima mano a dar
certa e stabil forma alla giurisprudenza romana, disbrigato dalle
leggi, passa con non disugual fortuna all'armi. Principe così nella
pace, come nella guerra fortunatissimo; poichè, siccome per condurre a
fine quell'impresa delle leggi, quanto magnanima e nobile, altrettanto
ardua e difficile, ebbe ne' suoi tempi Giureconsulti insigni, quali
furono Triboniano, Teofilo, Doroteo, e tutti quegli altri, dei quali
s'è fatta onorata menzione, che poteron ridurla a perfezione; così
nell'armi ebbe Capitani valorosissimi ed insigni, un Belisario, un
Narsete, Mondo ed alquanti altri, i quali per le loro incomparabili
virtù e gloriose gesta, accrebbero non meno la sua gloria, che per
tante conquiste l'Imperio; onde potè il suo nome andarne appresso la
posterità fregiato con tanti titoli, d'Alemannico, Gotico, Francico,
Germanico, Antico, Alanico, Vandalico ed Affricano, per le tante
genti vinte e debellate. Nè minor fu la sua fortuna per li tanti
illustri e valorosi Capitani, che fiorirono a' suoi tempi, quanto per
le opportunità, che se gli presentarono per agevolar le conquiste; e
particolarmente nella guerra, che mosse a' Goti per l'impresa d'Italia,
di cui saremo brevemente a narrare i successi.
Da poi che Belisario ebbe trionfato de' Vandali nell'Affrica, e presa
Cartagine, avendo fatto prigioniero Gilimere loro Re, e portatolo in
trionfo a Costantinopoli; vedendo Giustiniano sottomesso al suo Imperio
quel vastissimo Regno, rivolse tutti i suoi disegni alla impresa
d'Italia per sottrarla dalla dominazione dei Goti; ed una opportunità
assai prospera, che presentossegli, accelerò l'impresa, e diede
maggiori stimoli all'esecuzione.
Amalasunta, Principessa prudentissima, come vide suo figliuolo
Atalarico per la sua dissolutezza caduto in una mortale languidezza,
che non v'era più da sperare di sua vita, dubitò, che dopo la morte
di suo figliuolo non sarebbe potuta vivere in sicurezza fra i Goti,
i quali l'odiavano a morte, perciocchè non poteva ella sofferire i
loro disordini e dissolutezze; e perch'era ella infinitamente stimata
dall'Imperadore Giustiniano, e tenuta dal medesimo così cara ed in
tant'onore, che venne fino ad insospettirsene e rendersene gelosa
Teodora sua moglie, incominciò celatamente a trattar con Giustiniano,
come potesse mettere il Reame d'Italia fra le sue mani, pensando,
che in questa maniera otterrebbe la sua quiete e sicurezza; ma la
morte improvvisa di suo figliuolo non le diede tanto tempo di potere
adempiere il suo disegno; per la quale cosa dubitando, che i Goti, non
volendo sofferire il suo governo, non facessero prontamente un Re a
loro capriccio, destramente gli prevenne, mettendo sul Trono Teodato
suo cugino, figliuolo d'Amalafrida sorella del Gran Teodorico, pur
egli dell'illustre gente Amala[816]. Era costui un Principe, che aveva
menata sua vita nelle solitudini di Toscana, e nello studio della
filosofia Platonica era tutto immerso[817]; uomo di molte lettere,
e per la lingua latina sopra ogn'altro eccellente, la quale a' suoi
tempi era tanto caduta dal suo candore, che riputavasi a gran pregio,
chi fosse di quella a pieno esperto; anzi se dobbiamo prestar fede
a Cassiodoro[818], poichè Procopio nulla ne dice, fu Teodato anche
versato nella teologia, e negli studi ecclesiastici; imperocchè
nell'epistola d'Amalasunta scritta al Senato di Roma, ove gli dà conto
dell'innalzamento al Trono del medesimo, fra gli altri pregi e lodi,
che si danno a Teodato, è l'essere ancora un Principe molto erudito
nelle discipline ecclesiastiche. Ma tutte queste lettere e queste
erudizioni non furono bastanti a mutar la sua natura e la bassezza
della sua mente; poichè del rimanente fu un uomo inespertissimo delle
cose militari, timido, pigro, e sopra tutto avarissimo, senza onore,
senza probità e pieno di tanta perfidia e malvagità, ch'era capace di
fare le più cattive azioni del Mondo, quando gli fossero ispirate, o
dalle sue proprie, o dall'altrui passioni.
Ben di questa sua perfida natura sen accorse da poi con suo estremo
periglio l'infelice Principessa Amalasunta; poichè assunto al Trono,
obbliando tutte le promesse, ch'aveva fatte alla sua benefattrice, si
lasciò governare da' parenti di coloro, che questa Principessa avea
fatti morire per loro falli; e seguendo il consiglio di queste genti
la fece levare dal palagio di Ravenna[819], e condurre in prigione in
un'isola posta nel mezzo del lago di Bolsena, e dopo scorsi alquanti
giorni la fece barbaramente strozzare nel bagno, nel medesimo tempo,
ch'egli domandava la pace all'Imperador Giustiniano: avendo costretta
prima questa miserabile Principessa a scrivere all'Imperadore per
ottenerla. Non mancano Scrittori, che narran Teodato esser indotto
a tanta scelleratezza non pure per la malvagità della sua natura, e
per li consigli di quelli di sua Corte, ma anche per opera e per le
persuasioni di Teodora moglie di Giustiniano, la quale ingelosita per
l'amor, che suo marito portava a questa Principessa, dubitò, che questi
un giorno non dovesse abbandonar lei per Amalasunta.
Giustiniano in tanto, furiosamente sdegnato per sì orribile brutalità
di Teodato e degli Ostrogoti, si risolse di vendicar la morte di
Amalasunta: e dall'altro canto ardente di desiderio di riunire l'Italia
all'Imperio, pensò questa esser la miglior opportunità, che mai potesse
presentarsegli per mover guerra a' Goti, e discacciargli d'Italia.
(Un altro pretesto ebbe Giustiniano per l'invasione di Sicilia, e
fu per la restituzione del Promontorio, o sia castello _Lilibeo_ di
Sicilia, che Giustiniano pretendeva appartenersi all'Affrica. Questo
Promontorio, ancorchè parte della Sicilia, Teodorico avealo dato per
dote alla sua sorella _Amalafrida_, quando la maritò a _Trasimondo_
Re de' Vandali, siccome narra _Procopio Lib. I, Belli Vandal. c._ 8.
Avendo dunque Giustiniano per _Belisario_ estinto il Regno vandalico,
e restituita l'Affrica all'Imperio, pretendeva che il _Lilibeo_, come
parte accessoria ed appartenente all'Affrica, dovesse Amalasunta
restituirlo all'Imperio; ma questa savia Regina destramente andava
sfuggendo la dimanda con umilmente rispondergli che di quella dotazione
fatta da Teodorico non dovea aversi conto, come contraria alle leggi
de' Goti, le quali proibiscono potersi alienare alcuna parte del Regno,
siccome Procopio istesso, rapportando le vicendevoli pretensioni,
scrisse nel _Lib. 2 c._ 5. _Amalasunta_, vedendo che colla forza
non potea resistere a Giustiniano, gli rispondeva con ogni rispetto,
dicendo: _Lilybeum est Gothici juris, neque tanta odia meretur_, come
lo ripete _Procopio_ anche nel _Lib. I, Belli Gothici, c. 1 et 3_ e
con maniere rispettose ritenne l'Imperadore a non dare alcuna mossa.
Ma morta questa infelice Principessa, Giustiniano non ebbe più quel
rispetto, che avea fino allora avuto; onde con quest'altro pretesto del
_Lilibeo_ invase tutta la Sicilia, per la qual cosa saviamente ponderò
_Ludewig in vita Justiniani M. c._ 8 §. 91 _n._ 456 _pag._ 417 dicendo:
_Quilibet facile intelligit hoc; non tam Lilybeum hic causam actam,
quam viae vel claudendae, vel aperiendae Siciliae universae_).
Adunque nell'anno del Signore 535, avendo scelto Belisario per
quest'impresa, e fatti molti preparativi per mare e per terra, spedillo
con potent'armata verso la Sicilia, riputando non d'altronde doversi
cominciar le conquiste, che dalla Sicilia, la quale, come nutrice di
quelle province ch'oggi formano il nostro Regno, dovea, quella presa,
rendergli più facile la conquista delle medesime.
Tentò ancora Giustiniano tutte le strade per agevolar questa impresa, e
fece tutti i sforzi per avere in aiuto i Franzesi, portando a' medesimi
le sue doglianze contra i Goti, ed allegando le cagioni, ch'egli
riputava giustissime per questa guerra. I Goti, e' dice appresso
Procopio[820] _rapta Italia, quae nostri haud dubie est juris_, non
pur non curano di restituirla all'Imperio; ma di vantaggio han cercato
il mio disprezzo nella morte crudelmente data ad Amalasunta da me
cotanto stimata, ed in tanto pregio avuta, nell'istesso tempo, che
mi dimandavan pace. Ma i Franzesi non si mossero ad aiutarlo, anzi
irritato da poi Teodeberto loro Principe nipote del gran Clodoveo,
che Giustiniano ne' suoi editti a tanti elogi avea anche aggiunto il
prenome di _Francico_, quasi che pure avesse debellata la sua inclita
gente, gli mossero i Franzesi guerra, e presero l'armi contro di lui a
favore di Teodato, e poi di Vitige.
Frattanto Belisario giunto in Sicilia, non travagliò molto, per
la confusione, ch'ivi era, a conquistarla: la prende, e da Messina
immantenente passa a Reggio, ove gli furon aperte le porte; ed indi
prendendo il cammino per terra, verso Roma indirizzossi. Tutti i
luoghi, che per via incontrava, spontaneamente gli si rendevano. Prende
per tanto senza molto contrasto i Bruzj, la Lucania, la Puglia, la
Calabria, ed il Sannio. Benevento, e quasi tutte le città principali
di queste province, a lui si renderono per lo terrore delle sue armi,
e molto più per lo spavento de' Goti, e per la stupidezza e timore
di Teodato. La Campania solamente contrastò per quanto le sue forze
poterono. In questa provincia le città, che potevan difendersi erano
Napoli e Cuma: Napoli s'oppose con molto valore e intrepidezza, e
sofferse molti giorni l'assedio senza volersi rendere; ma da poi
scovertosi da un soldato fortunatamente un acquedotto, che si stendeva
fin dentro la città, per questo, con somma costanza, ancorchè più volte
costernati, alla fine i Greci penetrarono fin dentro alla medesima, e
con istordimento degli assediati, entrati che furono, posero sossopra
la città, e più lagrimevole e funesto sarebbe stato il sacco, che le
diedero, se Belisario non avesse posto freno alla rapacità de' soldati.
Siegue Belisario dopo la conquista di queste nostre province il cammino
verso Roma, ed in fine la prende nell'undecimo anno dell'Imperio di
Giustiniano, dopo sessanta anni, ch'era stata da straniere Nazioni
occupata.
Intanto per lo spavento di queste armi, e per le tante vittorie di
Belisario, vie più intimorito Teodato tenta tutte le strade per ottener
la pace da Giustiniano: manda più Legati in Costantinopoli, fra quali
Agapito R. P. offerendogli patti e condizioni per rendersi[821]. Aveva
pure Giustiniano mandato in Italia per trattar questa pace un tal
Pietro, uomo assai venerabile, e ne' maneggi di Stato espertissimo:
Teodato fa molti progetti al medesimo, il quale senza espressa volontà
dell'Imperadore non potendogli accettare, fece sì che si mandassero a
dirittura a Costantinopoli. Offeriva Teodato a Giustiniano la Sicilia:
che il Popolo romano ne' giorni solenni e festivi, o in qualunque
altra pubblica funzione, o nel teatro, o nelle piazze potesse,
avanti il nome di Teodato, celebrare il nome dell'Imperadore; che non
potesse dirizzarsi alcuna statua, o sia di marmo, o di bronzo, o di
qualsivoglia altra materia, nè veruna medaglia colla sola immagine
di Teodato, ma dovesse insieme dirizzarsi, o imprimersi quella
dell'Imperadore ancora, con darsi all'effigie dell'Imperadore il
miglior luogo alla destra di Teodato.
Mentre s'attendevano i sentimenti di Giustiniano, non cessava Teodato
di domandare spesso all'Ambasciadore, di cui aveva somma stima e
venerazione, come dalle sue epistole presso a Cassiodoro, se sarebbe
l'Imperadore per accettare l'offerte condizioni. Lagnavasi pure con
Pietro altamente di Giustiniano, che per leggiere cagioni avessegli
mossa sì crudel guerra, e che sotto varj pretesti cercasse togliere ai
Goti l'Italia con somma ingiustizia, quando ch'essi l'avevan ricuperata
dalle mani d'Odoacre colle proprie lor forze, e col consentimento
dell'istesso Imperadore Zenone. Nè a tutte queste querele altro
rispondevasi da Pietro, come ancora si faceva da' Capitani Greci, se
non col dire; che non disconveniva a Giustiniano di ricuperar quelle
province, le quali a tutti era noto essere state tolte all'Imperio,
e che a lui, al qual era commessa la cura del medesimo, conveniva
far tutti gli sforzi per restituirle là donde furon divelte[822]. I
progetti intanto mandati da Teodato a Giustiniano, furon da costui
derisi, non altrimenti, che derise Alessandro M. quelli offertigli da
Dario, il quale offeriva per dote della figliuola tutti que' luoghi,
ch'erano tra l'Ellesponto ed il fiume Hali, i quali erano già stati
da lui conquistati[823]: nè altrimente di ciò, che fece il Popolo
romano con Vologeso Re de' Parti[824]; e che fece da poi Carlo M. con
Niceforo, il qual offeriva la Sassonia già soggiogata[825]; imperocchè
Teodato offeriva la Sicilia, ch'era stata già occupata da Belisario con
le province del nostro Reame: onde ributtate queste condizioni, crebbe
via più il timor di Teodato, e lo sgomento de' Goti.
I miserabili Goti, vedutisi in tanta costernazione, e scorto il timor
di Teodato, e che per la di lui dappocaggine eransi ridotti a stato sì
lagrimevole, vollero tentare se con Belisario almeno potessero riuscire
questi trattati di pace; onde mandaron Legati al medesimo perchè gli
esponessero le loro giuste querele, e lo trattenessero dall'impresa.
Ammessi da Belisario cominciaron ad esporgli i torti, che per questa
ingiusta guerra si facevan a' Goti. Grande ingiuria, ei diceano[826],
è questa, che ci fanno i Romani, i quali contro di noi, essendo ad
essi confederati ed amici, prendon l'armi senza ragione alcuna. I
Goti non per forza hanno tolta a' Romani l'Italia: Odoacre fu quegli,
che con molta strage rapilla, mentre Zenone imperava nell'Oriente, il
quale, non potendo vendicarsi e ritorgli la grande ingiusta preda, nè
avendo forze tali, che potesse opporsi alla tirannide degli Eruli,
chiamò il nostro Principe Teodorico, che minacciavagli allora, per
alcuni disturbi fra di loro insorti, di volerlo assediare dentro a
Costantinopoli medesima, e lo pregò, che volesse perdonare al nuovo
inimico per la memoria delle dignità del Patriziato e Consolato romano,
ch'aveagli conferito, e della stima, che avea fatto sempre della di
lui persona; e che tutto il suo valore, e tutta la ferocia della sua
gente dovesse altrove indirizzare; prendesse l'armi contra Odoacre e
vendicasse la morte d'Augustolo infamemente da colui ucciso: dovesse
ritorgli l'Italia, ch'egli liberamente concedeva a lui ed a' suoi
Goti, affinchè potessero per sempre in ogni futura età reggerla e
ritenersela con sì giusto titolo ed ottima ragione. Venne Teodorico in
Italia, e col suo valore e colle proprie forze de' suoi Goti discaccia
il Tiranno, e col consenso e confederazione di tutti i Principi
d'Oriente resse così bene per tanti anni l'Italia, la quale ora dopo
la di lui morte è da' suoi Goti governata: con qual ragione dunque si
pretende muover guerra sì ingiusta a coloro, che la posseggono con sì
giusti titoli, dopo averla tanti anni con tanta giustizia posseduta ed
amministrata?
Ma Belisario, che vedeva volar dal suo canto la vittoria, non era in
istato di muoversi per sì fatte cose, le quali se non sono accompagnate
colla forza a niente giovano: rispose loro in volto assai severo e
grave, ch'essi soverchio eransi avanzati nel dire, che Teodorico fu ben
mandato da Zenone per combatter Odoacre, ma non già, che da poi avesse
da insignorirsi d'Italia; poichè non importava nulla all'Imperadore,
che non ricuperandosi all'Imperio, stasse sotto la servitù, o dell'uno
o dell'altro Tiranno; ma che si liberasse Italia, e sotto le leggi
Imperiali vivesse: ma Teodorico essendosi valorosamente portato contra
Odoacre, si fece poi lecito molte cose, ricusando di renderla al vero
Padrone. A me, dicea egli, sono in ugual grado, e chi rapisce per
forza, e chi ritiene la roba, che non è sua, contro alla volontà del
padrone: onde quella regione, che s'appartiene all'Imperio, io non sarò
mai per concederla a persona veruna del Mondo.
§. I. _Di VITIGE, ILDIBALDO, ed ERARICO Re d'Italia._
Per sì dura risposta, datisi i Goti in braccio alla disperazione,
usaron tutti i loro sforzi, e tutte le lor arti, per trovare qualche
riparo all'imminente precipizio. Non lasciaron impunita la stupidezza
di Teodato, e veggendo per sua cagione esser caduti in tanta ruina,
ed esser inutile il di lui Imperio per la sua inezia, prima lo
discacciarono, e poi l'uccisero, ed in suo luogo elessero in mezzo
all'esercito Vitige, gridandolo loro Re. Goldasto[827] rapporta
un'altra cagione di sua morte: cioè avere i Goti scoverto, che
Teodato attediato per sì lunghe e travagliose guerre, erasi finalmente
convenuto con Giustiniano di lasciargli il Regno, purchè gli dasse una
grossa pensione annua, per potersi ritirare nelle solitudini, e vivere
a se ed a' suoi studj di filosofia: e le lettere così quella di Teodato
scritta a Giustiniano, come la risposta del medesimo, sono rapportate
dall'istesso Goldasto. Teneva Vitige per moglie Matasuenda figliuola
della Principessa Amalasunta: Principe di molto valore e prudenza,
di cui ce ne rendon testimonianza i suoi egregi fatti, ed alcune sue
orazioni ed epistole, che ancor si leggono appresso Cassiodoro[828], e
Goldasto[829].
Questi appena assunto al Trono, dopo aver tentata in vano la pace
con Giustiniano[830], cinse d'uno stretto assedio Roma, e tennela un
anno e nove giorni assediata, fin che riuscì a Belisario di liberarla
nell'anno 538. Onde vedutosi deluso dalle sue speranze, ritiratosi
con sua moglie in Ravenna, non passò guari, che Belisario vittorioso
da per tutto l'imprigionasse insieme con la Principessa sua moglie,
e fortunatamente gli riuscisse (richiamato da Giustiniano) di nuovo
trionfare in Costantinopoli di Vitige Re dei Goti, come avea fatto di
Gilimere Re de' Vandali.
Avendo l'Imperador Giustiniano richiamato Belisario in Costantinopoli
per sospetti di Stato, e mandati in Italia in suo luogo Giovanni e
Vitale difformi in tutto da colui di valore e di costumi, fece sì, che
i Goti riprendendo animo, crearon per loro Re _Ildibaldo_[831], ch'era
Governador in Verona; ma questi per la sua crudeltà, fu tantosto da'
Goti ucciso, ed eletto in suo luogo _Erarico_, che anche poco da poi
fu dagli stessi Goti morto, per lo sospetto, ch'ebbero di lui d'essersi
confederato co' Greci; e fu Totila innalzato al Trono.
§. II. _Di TOTILA Re d'Italia._
Sotto questo Principe, per la singolar sua virtù ed estremo valore,
i Goti ripresero ardire, e ricuperarono molte province da Belisario
occupate; ruppe egli le genti dell'Imperadore, e racquistò la Toscana.
Non guari da poi ricuperò queste nostre province, che ora forman il
Regno. Riacquista il Sannio, e devasta Benevento, che prese a forza
d'arme, buttando a terra le sue mura. Passa indi nella nostra Campagna,
e pone l'assedio a Napoli, e fra tanto prende Cuma, e tutte l'altre
piazze lungo il mare; e durando ancor l'assedio di Napoli, con ciò sia
che la sua armata s'era renduta potentissima per un infinito numero
di Goti, i quali accorsero a lui da tutte le parti, egli s'impadronì
senza resistenza per suoi Luogotenenti della Puglia, della Calabria,
e dell'altre province, dalle quali ne tirò somme immense, che s'eran
unite per Giustiniano. I Napoletani alla fine renderonsi, e quantunque
dubitassero, che per la fatta resistenza non fossero da Totila
severamente trattati, sperimentaron nondimeno la mansuetudine di questo
Principe, il quale non pur fu difensore e custode della pudicizia delle
donne napoletane[832], ma trattogli assai benignamente, e con somma
umanità. Ed in sì fatta maniera per valore di Totila ritornaron queste
nostre province di nuovo sotto la dominazione de' Goti, che per inezia
di Teodato eransi perdute.
Infin a questi tempi i Pontefici romani non eransi intrigati negli
affari di Stato, e de' Principi; nè molto eransi curati, che l'Italia
da' Romani passasse ora sotto il dominio de' Goti, ora de' Greci.
I loro studj eran tutti indirizzati alla riunione della Chiesa
d'Occidente con quella d'Oriente, e a dar sesto in varj Concilj alle
varie controversie insorte tra' Vescovi d'Oriente intorno a' dogmi,
ed alla disciplina. I Pontefici Silverio, e Vigilio furon i primi:
Silverio rendutosi perciò sospetto a' Greci, quasi che desiderasse
in Italia più la dominazione de' Goti, che quella de' Greci, fu da
Belisario accusato d'avere avuta intelligenza coi Goti. Era Silverio
per la morte di Papa Agapito stato eletto in sua vece in Roma, e
riconosciuto dal Clero e dal popolo Romano per Vescovo legittimo di
quella città. All'incontro Vigilio, Diacono della Chiesa di Roma,
che mandato per affari di religione in Costantinopoli, era rimaso in
quella città, aspirando anche egli al Papato, e vedendosi prevenuto da
Silverio, ch'era sostenuto da' Romani e da' Goti, mette in opera tutti
i maneggi con Giustiniano, per indurlo a mandar Belisario di nuovo in
Italia con potente armata, per ritogliere a' Goti tutto ciò che sotto
Totila avean ricuperato: e già lo persuade a mandarlo. Usa ancora tutte
l'arti ed ingegni coll'Imperadrice sua moglie, permettendole di ricever
Teodosio, Antimo e Severo alla sua comunione, e d'approvare la loro
dottrina, s'ella lo faceva elegger Papa.
Ritorna per tanto Belisario in Italia per discacciarne i Goti; ma
ritornato con poche forze, perde più tosto la riputazione delle cose
prima fatte da lui, che altra maggiore ne racquistasse; imperocchè
Totila, trovandosi Belisario con le sue truppe ad Ostia, sotto gli
occhi suoi espugnò Roma, e veggendo non potere nè lasciarla, nè
tenerla, in maggior parte la disfece e caccionne il Popolo, menando
seco i Senatori; e stimando poco Belisario, andò coll'esercito in
Calabria ad incontrar le genti, che di Grecia in aiuto di Belisario
venivano. Belisario vedendo abbandonata Roma, la ripigliò tantosto,
ed entrato nelle romane ruine, con quanta più celerità potè, rifece
a quella città le mura, e vi richiamò dentro gli abitatori. Vigilio,
ripresa da Belisario Roma, partì da Costantinopoli con ordine secreto
dell'Imperadrice diretto a Belisario per far riuscire il suo disegno.
Giunto a Roma lo diede a Belisario, e gli promise del danaio, purchè
lo ponesse in quella sede: Belisario fece venire a se Silverio, ed
accusatolo d'intelligenza co' Goti, lo stimolò a riconoscere Antimo:
negando di farlo Silverio, fu spogliato degli abiti sacerdotali,
e mandato a Patara in esilio, facendo in sua vece elegger Vigilio.
Ma ai progressi, che si speravano di Belisario, tosto s'oppose la
fortuna, perchè Giustiniano in quel tempo assalito da' Parti, richiamò
Belisario. Questi per ubbidire al suo Signore, abbandonò l'Italia,
e rimase questa provincia a discrezione di Totila, il quale di nuovo
prese Roma; ma non fu con quella crudeltà trattata, che prima, perchè
pregato da S. Benedetto, il quale in que' tempi aveva di santità
grandissima fama, si volse più tosto a rifarla. Giustiniano intanto
aveva fatto accordo co' Parti, e pensando di mandar nuova gente
al soccorso d'Italia, fu dagli Sclavi, nuovi Popoli settentrionali
ritenuto, i quali avevan passato il Danubio, ed assalita l'Illiria e la
Tracia; in modo, che Totila ridusse quasi l'intera Italia sotto la sua
dominazione.
Ma non molto goderon i Goti de' frutti di tante vittorie, perchè vinto
ch'ebbe Giustiniano gli Sclavi, mandò in Italia con potenti eserciti
Narsete Eunuco, uomo in guerra esercitatissimo, il qual accrebbe i
suoi eserciti coll'istesse genti straniere, e fra l'altre Nazioni,
come Eruli, Unni, e Gepidi, servivasi anche de' Longobardi, che portò
dalla Pannonia; i quali da poi seppero così ben valersi della notizia
di sì bel paese, e dell'occasioni che loro si presentarono, che da
ausiliarj fecionsi conquistatori, come più innanzi diremo. Non ancor
Narsete erasi sbrigato dall'impresa della Tracia per venire in Italia,
che il Governador di Taranto, lasciando le parti ed il servigio di
Totila, remise la sua piazza fra le mani d'alcuni imperiali, ch'eran
calati a Cotrone; onde Totila sorpreso per queste perdite, e stordito
dalla grandezza dell'apparecchio della guerra, che la fama pubblicava
ed ingrandiva per tutto, che Narsete faceva contro di lui, inviò Teja
valorosissimo Capitano per arrestar Narsete al passo; ma non essendo
riuscito a Teja d'impedirlo, ecco che Narsete, rotto ogni argine,
inonda con potenti eserciti le Campagne, nè potè farsi altrimente, che
non si venisse ad una campal battaglia, nella quale Totila, avendo dati
gli ultimi segni del suo valore, non potendo resistere alle forze di
gran lunga superiori del suo nemico, rimase vinto e morto, ed i suoi
Goti sconfitti e debellati: onde gl'infelici riunitisi, come poteron il
meglio, dopo sì crudel battaglia, si ritiraron in Pavia, dove crearono
loro Re _Teja_, nel cui valore ed audacia era riposta ogni speranza,
per istabilire il loro imperio in Italia. All'incontro Narsete dopo
questa vittoria prese Roma, e l'altre città a lui si renderono.
Potè questa sconfitta abbattere in guisa le forze de' Goti in Italia
che in appresso più non valsero a ristabilirvisi; ma assai maggior
nocumento recò loro la perdita di Totila valorosissimo loro Re:
Principe, che col suo valore, e molto più colla sua prudenza e bontà
seppe ristorar in modo le fortune de' suoi Goti, che quasi aveale
ridotte in quel medesimo stato in cui lasciolle Teodorico. Egli per lo
spazio poco men di dieci anni che regnò, tanti monumenti lasciò del
suo valore, della sua bontà, e di molt'altre virtù delle quali era
ornato, che non v'è Scrittore, il quale non lo commendi, e per tante
sue virtù infin al Cielo non l'estolga: egli ancor che Goto, dice Paolo
Varnefrido, abitò co' Romani, come un padre co' suoi figliuoli, niente
mutò delle loro leggi, e de' loro istituti. L'istessa amministrazione,
e la medesima forma delle province e del governo ritenne, come
Teodorico aveale lasciate: amantissimo della giustizia e dell'equità;
ed è veramente ammirabile l'orazione[833], che questo Principe fece a'
suoi soldati, dopo aver presa Napoli in commendazione della giustizia e
dell'altre virtù, che presso a Procopio ancor leggiamo. La sua bontà,
e mansuetudine verso i vinti, vien celebrata sovente da quest'istesso
Storico ancor che greco. Egli serbò intatta e sicura da ogni disprezzo
Rusticiana moglie che fu di Boetio, femmina infesta al nome Goto, e
della quale i Goti non erano niente soddisfatti.
Nè men della sua temperanza poteron tacere gl'Istorici: egli fu, che
sovente salvò la pudicizia e la libertà delle matrone romane, e che,
presa Napoli, fu dell'onor delle donne zelantissimo, e che severamente
punisse gli altrui misfatti: che di semplicissimi cibi fosse contento
co' suoi Goti, come di pane, latte, cacio, butirro, e di carni salvagge
e ferine, e di queste allo spesso crude, ed alle volte salate.
Tanto che per l'esempio di questo Principe poterono i Goti avere
il vanto d'esser essi reputati i temperati, i giusti ed i mansueti,
non gl'istessi Romani, ne' quali, come disse Salviano[834], era da
desiderare la virtù, la giustizia, e la temperanza de' Goti medesimi.
§. III. _Di TEJA ultimo Re de' Goti in Italia._
Gl'infelicissimi Goti, dopo la battaglia per loro funestissima datagli
da Narsete, usando tutti i loro sforzi e industria per trovar mezzi
pronti per ristorarsi delle passate perdite, oltr'aver eletto per loro
Re Teja, valorosissimo Principe, tentarono i soccorsi de' Principi
vicini. Ricorsero a' Franzesi, e mandaron ad essi Ambasciadori per
muovergli al loro soccorso. Merita veramente esser da tutti letta
ed ammirata l'orazione di questi Legati tutta piena d'affetti e di
nobilissimi sensi, ch'esposero a' Franzesi, la quale presso Agatia[835]
ancor si legge. Se il nome de' Goti, essi dicevano, mancherà, ecco
che i Romani saranno pronti ed apparecchiati contro di voi a rinovar
l'antiche guerre. Nè alla loro cupidigia mancheranno pretesti
speziosi, e ricercati colori. Vi ricorderanno i Marj, i Camilli e i
molt'Imperadori, che guerreggiarono co' Germani, e che oltre al Reno
estesero i confini del loro Imperio. E per queste ragioni voglion esser
riputati, non come rapitori degli altrui Stati, ma come se niente
fosse d'altrui, ed il tutto lor proprio, vantano di non far altro,
che coll'armi loro giuste e legittime ricuperare ciò, che da' loro
maggiori era stato posseduto: non per altre cagioni mossero a noi così
ingiustamente la guerra; come se il nostro sempre glorioso Principe ed
autore di questa impresa, Teodorico, a torto e per ingiuria avesse ad
essi tolta l'Italia: perciò han creduto esser loro lecito di toglierci
le nostre sostanze, estinguere la maggior parte della nostra gente, e
de' Capitani fra noi i più sublimi ed eminenti: incrudelire contra le
nostre mogli, contra i propri nostri figliuoli, ed a portargli in dura
servitù: quando Teodorico non con loro repugnanza, ma con particolar
concessione e permessione di Zenone lor Imperadore venne in Italia, non
già togliendola a Romani, i quali l'avean perduta, ma colle proprie sue
forze, e col suo proprio valore, avendo discacciato Odoacre invasor
peregrino, _jure Belli_ acquistò ciò, che questi avea occupato. Ma
i Romani da poi che si videro ristabiliti, niente curando del giusto
e del ragionevole, col pretesto della morte d'Amalasunta si finsero
in prima irati contra Teodato, e da poi non tralasciaron di muoverci
ingiusta guerra, e per forza rapirci ogni cosa. E pure questi sono,
che vantan esser soli i sapienti, essi soli esser tocchi del timor di
Dio, essi tutte le cose dirizzare secondo la norma della giustizia.
Perchè dunque non v'accada un giorno quel che da noi presentemente si
patisce, ed il pentimento non vi giunga tardi, quando più non potrà
giovarvi, debbon ora prevenirsi gli inimici, nè dee da voi tralasciarsi
l'occasione presente di mandar contro a' Romani un pari esercito,
al quale presieda un vostro valoroso Capitano, che adoperandosi con
prudenza e valore contro d'essi, procuri disturbargli dall'impresa
d'Italia, e noi restituisca nella possessione della medesima.
Ma riuscì inutile questa lor ambasceria co' Franzesi, da' quali niente
poteron ottenere; perocchè avendo Teodiberto, dopo la guerra mossa a
Giustiniano, poco prima di morire stabilita una ferma e stabile pace
col medesimo nell'anno 548, la quale poi fu confermata da Teodobaldo
suo figliuolo, non vollero, ricordevoli di questi patti, in conto
alcuno indursi a romper la pace; tanto che si trattennero, e di muover
l'armi contro a' Goti ad istigazione di Giustiniano, e di portarle
contra i Romani, ancorchè i Goti glielo richiedessero con calde
istanze: e se bene dopo estinta già la dominazione de' Goti, nell'anno
555 morto il Re Teodobaldo, Leotaro, ed il suo fratello Bucellino
Generale delle truppe d'Austrasia, co' Franzesi e cogli Alemanni
avessero tentata l'impresa d'Italia, e si fosse il primo avanzato
fin in Puglia e Calabria, ed il secondo, oltre all'aver devastato
il Sannio, fosse scorso fino in Sicilia; nulladimeno i loro eserciti
furon non molto da poi disfatti. Quello di Leotaro da un fiero morbo,
che in una state l'estinse: e l'altro di Bucellino, fu da Narsete
a Casilino interamente sconfitto. E fu questa la prima volta, che i
Franzesi tentassero sottoporre alla loro dominazione queste nostre
province: presagio, che fu pur troppo infausto, di dovere le lor
armi nell'impresa d'Italia aver sempremai infelicissimo fine, siccome
sovente l'esperienza ha dimostrato ne' secoli men a noi lontani, che
que' gigli più volte piantati in questi nostri terreni non poteron mai
mettervi profonde e ferme radici.
Esclusi per tanto i Goti dal soccorso de' Franzesi, tutte le speranze
furon collocate nel valore di Teja, il quale fece sforzi i più
maravigliosi, che potessero mai desiderarsi in casi così estremi, per
ristorare le fortune de' Goti. Egli incontrato da Narsete a piedi del
nostro Vesuvio, accampò così bene il suo esercito che con tutto le due
armate non fossero separate, che dal fiume Sarno, dimoraron nondimeno
due mesi a scaramucciare, non potendo Narsete tentare il passaggio
avanti l'esercito di Teja, ch'era Signore del ponte, nè ritirarsi per
paura, che i Goti non portassero soccorso a Cuma: ma alla fine essendo
riuscito a Narsete, ch'era di gran lunga superiore di forze, di dar
battaglia, Teja facendo l'ultime pruove del suo valore ed ardire,
rimase in quella miseramente ucciso; onde i Goti già costernati,
veggendosi privi di sì glorioso Capitano, risolsero di rendersi a
Narsete, il quale lor accordò, che se ne potessero andare dalle terre
dell'Imperio con tutti gli argenti ch'essi avevano, e di vivere secondo
le loro leggi. Così fu accordato il trattato di buona fede da una parte
e dall'altra, dopo 18 anni di guerra, in maniera che tutte le Piazze
essendosi messe fra le mani de' Commessarj di Narsete, i Goti usciron
d'Italia l'anno del Signore 553, dove 64 anni, da Teodorico loro Re,
infin a Teja avevano regnato.
Ecco il fine della dominazione de' Goti in Italia, ed in queste nostre
province: gente assai illustre e bellicosa, che tra gli strepiti
di Marte non abbandonò mai gli esercizi della giustizia, della
temperanza, della fede, e dell'altre insigni virtù, ond'era adorna;
non così barbara ed inumana, com'altri a torto la reputa. Lasciò
vivere i Popoli vinti e debellati colle stesse leggi romane colle
quali eran nati e cresciuti; e delle quali era sommamente ossequiosa
e riverente: che non mutò la disposizione e l'ordine di queste nostre
province; non variò i Magistrati; ritenne i Consolari, i Correttori,
ed i Presidi, e molt'altri costumi ed istituti mantenne, siccome eran
in tempo degl'istessi Imperadori romani: tanto che queste nostre
province ricevettero altra forma e nuova amministrazione, non già
quando stettero sotto la dominazione de' Goti, ma quando passarono
sotto gl'Imperadori d'Oriente; i quali mandando in Italia gli Esarchi,
e dividendo le province in più Ducati, diedero perciò alle medesime
disposizione diversa da quella di prima, come di qui a poco vedremo.
Non si poterono però evitare que' disordini e quelle confusioni, che
le tante feroci e crudeli guerre soglion apportare alle discipline
ed alle lettere: certamente in Italia in questi tempi; per quel
s'appartiene alla giurisprudenza, non potevano sperarsi Giureconsulti
cotanto rinomati, nè così insigni Professori ed Avvocati, ch'avessero
potuto restituirla nell'antico splendore nel Foro e nell'Accademie.
Non dee però riputarsi di piccol momento, in mezzo a tante e sì feroci
armi, che pensassero i Re goti, come fecero Atalarico e Teodato, di
mantener quanto più fosse possibile l'antico lustro del Senato romano,
e dell'Accademia di Roma, con provederla di Professori esperti nella
legal disciplina, come fece Atalarico[836], e d'illustri Grammatici,
perchè la lingua latina non affatto si perdesse fra tante lingue
straniere e barbare: ed infatti in quest'istessi tempi sarebbe mancata
all'intutto, se non si fosse ristabilita in quell'Accademia, e Teodato
col suo esempio, essendone vaghissimo non v'avesse dato riparo. Fin da
questi tempi si lodava Roma per la purità della lingua latina, perchè
in tutte l'altre province d'Italia era già di barbarie ricolma; e
gl'istromenti, che per mano di _Tabellioni_, ch'oggi diciamo Notaj,
si stipulavano, non eran di miglior condizione, intorn'alla lingua,
di quel ch'oggi s'usa in Italia. Narra Fornerio[837] in Cassiodoro,
serbarsi in Parigi nella libreria del Re un antico istromento
di transazione conceputo con formole non migliori di quelle, che
usiam oggi, nel quale un tal Stefano tutore di Graziano pupillo si
transiggè col medesimo per una certa lite, che fu rogato in Ravenna
nell'ultim'anno dell'Imperio di Giustiniano, cioè nel 38 all'indizione
12 che cade nel 564 di Cristo. E perciò anche in questi tempi si
riputava cosa di sommo pregio, chi di lingua latina fosse intendente,
siccome fra l'altre lodi, che si davan a Teodato per le sue molte
lettere, una era questa. Pure con tutto ciò vide Italia in quest'età un
Ennodio, un Giornande, un Boetio Severino, un Simmaco, un Cassiodoro,
un Aratore, ed alcun'altri valent'uomini, non in tutto sforniti di
scienze e d'erudizione.
Giustiniano, sconfitti ch'ebbe per mezzo di Narsete i Goti, e ritolta
l'Italia dalle lor mani, a richiesta, com'ei dice, di Vigilio Pontefice
romano, promulgò nel penultim'anno del suo Imperio una prammatica[838]
di più capi, nella quale a' disordini fin allora patiti in Italia,
e nell'altre parti occidentali, pensò dar qualche riparo; fu questa
indirizzata ad Antioco Prefetto d'Italia, e data in Costantinopoli
nel 37 anno del suo Imperio. In quella, siccome si confermano tutti
gli atti e donazioni fatte da Atalarico, e da Amalasunta sua madre, e
da Teodato istesso, così all'incontro, riputando Totila per Tiranno,
tutti gli atti e donazioni fatte da costui nel tempo della sua
tirannide, gli abolisce, gli abbomina, e vuol che di quelli non se
n'abbia ragione alcuna; vuol che nelle prescrizioni di 30 e 40 anni
non debba computarsi il tempo, ch'Italia stiè sotto la tirannide di
Totila: che nelle liti insorte fra' Romani, non si mescolassero Giudici
militari, ma che i civili l'avessero a decidere: diede previdenza
a' _superinditti_ imposti a' Negoziatori delle province di Calabria,
e di Puglia: e molte altre leggi promulgò allo stato d'Italia, e di
queste nostre province appartenenti, che posson osservarsi in questa
prammatica in più capi distinta, la quale si legge dopo le Novelle.
Ma cosa assai più notabile osserviamo nella medesima: alcuni per
conghietture ed argomenti scrissero, che per essersi la pubblicazione
delle Pandette, e del Codice commessa da Giustiniano al Prefetto
dell'Illirico, per questo dobbiam credere, ch'in Italia si fossero
anche pubblicate: non bisognan argomenti in cosa sì manifesta: per
questa prammatica abbiamo, che Giustiniano per suo particolar editto
ordinò, che le leggi inserite nei suoi libri s'osservassero per
tutt'Italia. Ma perchè poi nel Regno di Totila le cose de' Greci
andaron in ruina, ed i Goti ritornarono nel pristino dominio, in mezzo
a tante rivoluzioni di cose, non poterono certamente aver luogo le sue
leggi. Ristorati da poi per Narsete gli affari de' Greci, e debellati
affatto i Goti, volle per questa prammatica, che non solamente
quelle leggi s'osservassero per tutt'Italia, ma anche quell'altre
sue costituzioni _Novelle_, ch'avea da poi promulgate, in guisa
che, formata col voler di Dio una Repubblica, una e sola anche fosse
l'autorità delle leggi per tutte le sue parti, come sono le parole
della prammatica, che come notabili per lo nostro istituto, e da altri
fin qui, ch'io sappia, non mai osservate, sarà bene di trascriverle:
_Jura insuper, nel leges Codicibus nostris insertas, quas JAM sub
edictali programmate in Italiam dudum misimus, obtinere sancimus; sed
et eas, quas POSTEA promulgavimus Constitutiones, jubemus sub edictali
propositione vulgari ex eo tempore, quo sub edictali programmate
evulgatae fuerint etiam per partes Italiae obtinente, ut una Deo
volente facta Repubblica, legum etiam nostrarum ubique prolatetur
auctoritas._
Ma non perchè si fosse spento il nome de' Goti in Italia, si mantennero
queste province lungo tempo sotto gl'Imperadori d'Oriente, ed i
libri di Giustiniano ebbero forse lunga durata: morto Giustiniano,
ritornarono di bel nuovo, se non sotto la dominazione de' Goti, sotto
quella de' Longobardi, i quali traggon la lor origine da' Goti stessi,
e de' quali sono rampolli e germogli, come si vedrà, quando d'essi
farem memoria.
Nè perchè queste province passassero sotto l'imperio di Giustiniano,
vi fu tanto di spazio, che potessero le di lui leggi stabilirvisi, e
che l'insigni sue Compilazioni avessero potuto in esse poner piede, e
metter qui profonde radici; se pur ci vennero, tosto delle medesime si
spense affatto la memoria ed ogni vestigio, poichè appena Giustiniano
ebbe la gloria d'aver liberata Italia da' Goti, che distratto per
la seconda guerra della Persia, e per l'invasioni degli Unni, fu
dalla morte non guari da poi nell'anno 565 sopraggiunto, in età già
matura d'anni 82, dopo averne imperato 38 e mesi otto. Principe,
che se non avesse nell'ultimo di sua vita oscurata la sua fama per
l'eresia Eutichiana[839], che volle abbracciare, nè mai abjurarla,
avrebbe superata la gloria di molt'Imperadori per la pietà, per la
magnificenza, per li tanti egregi suoi fatti, e per le tante insigni
vittorie, che e nella pace e nella guerra lo renderon immortale;
come ce lo rappresentano tutti i più famosi Storici de' suoi tempi, e
quelli ancora che dopo lui fiorirono, Teofilo Abate suo maestro[840],
Procopio, Agatia, Teofane, Zonara, Marcellino, Evagrio e Niceforo fra'
Greci; e fra' Latini, Cassiodoro, Varnefrido, ed altri moltissimi[841];
tanto che si rende ora inescusabile l'error di coloro, che reputarono,
per la testimonianza di Suida, questo Principe così illiterato e tanto
rozzo, che nemmeno sapesse l'abbiccì; quando Giustiniano egli medesimo
testifica d'aver letti e riconosciuti i libri delle sue Istituzioni.
L'error nacque dalla scorrezione del testo di Suida, che fece stampare
in Milano Demetrio Calcondila, ove in vece di Giustino, come leggesi
in tutti i Codici di Suida del Vaticano, si leggeva Giustiniano[842];
onde ciò, che con errore s'ascrive a Giustiniano, dee attribuirsi
a Giustino, Zio e Padre adottivo di Giustiniano, come il manifesta
Procopio, testimonio di veduta, asserendo che Giustino da pecorajo
divenuto soldato, ed indi _Comite_, finalmente, con maraviglioso
ravvolgimento di fortuna, si vide al Trono imperiale innalzato, e che
non sapendo scrivere, firmava gli atti pubblici con certo istromento,
o segno fatto apposta, siccome usava di far Teodorico ancora; il quale
se bene fosse quel principe cotanto grande, quanto s'è narrato, era
nondimeno di lettere ignaro; e come ne' tempi più bassi si legge di
Vitredo Re di Canzia, e di Tassilone Duca di Baviera. E da alcuni
fu anche detto, che Carlo M. istesso non sapeva scrivere, quantunque
sapesse leggere, e fosse dottissimo.