CAPITOLO II.

_De' Goti orientali, e loro editti._

Degli Principi ostrogoti dell'illustre Casa degli _Amali_ lunga

serie ne fu da Giornandes tessuta nelle sue istorie[701]; prima

d'_Ermanarico_ se ne contano ben sei, _Amalo_, _Isarna_, _Ostrogota_,

che fiorì nell'Imperio di Filippo, _Cniva_, _Ararico_, e _Geperico_.

Ermanarico poi fu quegli, che distese più d'ogni altro i confini

del suo Regno, e soggiogò molte Nazioni. Egli fu un Principe di

molto valore, ma d'assai maggior felicità: la sua morte recò alla

condizione degli Ostrogoti non piccolo detrimento; poichè lui estinto,

i Vestrogoti si separarono, ed a' tempi dell'Imperador Valente

elessero _Fridigerno_ per lor Capitano, indi _Atanarico_ per loro

Re, e dopo costui, nell'Imperio d'Onorio, _Alarico_, la serie de'

cui successori, che regnaron prima in Francia, e poi in Ispagna, s'è

di sopra rapportata. _Vinitario_ dell'istessa stirpe degli Amali ad

Ermanarico succedè; ma costui quantunque ritenesse le medesime insegne

del Principato, nulladimeno rimasero gli Ostrogoti sottoposti agli

Unni, come quelli, che nelle loro regioni dimoravano. Mal sofferendo

perciò Vinitario l'Imperio degli Unni; andavasi pian piano studiando

di sottrarsi dal giogo loro, infin che gli venne fatto d'impadronirsi

della persona di Box loro Re, de' suoi figliuoli, e di settanta de'

principali Signori del suo Reame, che tutti per terribile esemplo

degli altri affisse in croce, e per più giorni fece veder pendenti

i loro cadaveri; ma non potè godere della libertà del suo Imperio,

che per un sol anno, perchè avendogli mossa guerra il Re Balambro,

ancorchè nella prima e seconda battaglia rimanesse costui vinto,

e molta strage degli Unni seguisse; nella terza però fu Vinitario

ucciso per un colpo di saetta, che gli percosse il capo, da Balambro

stesso avventatagli. Confusi perciò e costernati gli Ostrogoti,

tutti all'imperio di Balambro si sottoposero; ma per aversi questo

Principe sposata Valadamarca nipote di Vinitario, ricevettero molte

onorevoli condizioni di pace; poichè avvegnachè rimanessero agli

Unni sottoposti, non mancavan però con consiglio e permissione de'

medesimi d'eleggersi sempre un loro Re, che gli governasse. Ebbero

perciò dopo la morte di Vinitario, _Unimondo_ figliuolo del già

famoso e potente Re Ermanarico. A costui succede _Torrismondo_ suo

figliuolo, prode e valente giovane, che contra i Gepidi riportò

sovente grandi vittorie: la memoria del quale fu tanto cara appo gli

Ostrogoti, che, lui estinto, per quarant'anni vollero vivere senza Re,

insino a _Valamiro_. Fu Valamiro figliuolo di Vandalario nato da un

fratello di Ermanarico, e perciò di Torrismondo consobrino[702]. Da

costui nacquero tre figliuoli, _Valamiro_, _Teodemiro_, e _Videmiro_,

ne' quali conservavasi l'illustre famiglia degli Amali. Valamiro

fu assunto al Regno, ma fra questi fratelli fu cotanto l'amore e la

gratitudine, che scambievolmente l'uno all'altro porgeva la sua opera

perchè conservassero in pace il Regno. Erano però sottoposti ad Attila

Re degli Unni, al cui Imperio era uopo ubbidire; nè era lor permesso

di ricusare di combatter sovente contra gli Vestrogoti stessi loro

parenti, così portando la necessità della suggezione nella quale

trovavansi.

Ma la dominazione degli Unni nelle parti Orientali, per la morte

d'Attila lor valoroso ed invitto Re, venne miseramente a mancare;

poichè avendo questo Principe di se, e delle molte sue mogli procreati

innumerabili figliuoli; mentre essi fra loro pugnano e contendono per

la successione del Regno, vennero tutti a perderlo: perocchè Ardarico

Re de' Gepidi approfittandosi delle loro contese, fece d'essi misera

strage, e gli disperse in guisa, che l'altre Nazioni, le quali erano

sotto gli Unni, per sì prosperi avvenimenti poterono scuotere il giogo

della loro servitù, ed insieme co' Gepidi ricorrere a Marciano, che

allora imperava nell'Oriente, perchè stabilmente a loro distribuisse

quelle regioni, ch'essi col proprio valore avevano sottratte dalla

tirannide degli Unni.

Era Marciano nell'anno 450 succeduto a Teodosio il Giovane nell'Imperio

d'Oriente, il quale con gratissimo animo ricevendogli in protezione,

concedè loro la pace, e assegnò a' Gepidi interamente la Dacia,

sede, che fu degli Unni, da' quali essi l'avevano ricuperata. I Goti

scorgendo, che i Gepidi se l'avrebbono ben difesa, per non contrastar

con essi, amaron meglio, che si assegnasser loro del romano Imperio

altre terre, come fu fatto; onde nella Pannonia trasferirono la loro

sede. I confini della Pannonia erano allora, verso l'Oriente la Mesia

superiore, dal Mezzo Giorno la Dalmazia, dall'Occidente il Norico,

e dal Settentrione il Danubio: provincia ornata di più città fra le

quali sopra tutte s'innalzava Sirmio, ove gl'Imperadori sovente solevan

fermarsi.

Trasferita adunque dagli Ostrogoti la lor sede nella Pannonia, vissero

lungo tempo sotto il Regno di Valamiro loro Re, e di Teodemiro e

Videmiro suoi fratelli; i quali ancorchè divisi di luoghi, che fra

essi ripartironsi, eran però ne' consigli e nelle deliberazioni così

strettamente uniti e congiunti, che da un solo sembrava esser la

Pannonia retta e governata[703]. Questi spesso ributtarono le armi,

che loro venivan mosse da' figliuoli d'Attila, i quali riputandogli

desertori del loro Imperio, sovente gli assalivano, sin che sconfitti

da Valamiro, nella Scizia non furon confinati. Nacque a Teodemiro

in questo stesso giojoso tempo della vittoria riportata contro a'

figliuoli d'Attila, _Teodorico_, quegli che fin da' suoi natali dando

di se alte speranze, per le sue nobili maniere ed eccellenti virtù,

entrato in somma grazia dell'Imperador Zenone, ebbe la fortuna per

molti anni con nome regio di signoreggiar l'Italia, e queste nostre

province.

Continuavasi intanto fra l'Imperador Marciano e Valamiro, e suoi

fratelli una perfetta e stabil pace; ma offesi questi, che nella Corte

imperiale di Costantinopoli, un tal Teodorico figliuolo di un soldato

veterano, se ben Goto, però non della stirpe degli Amali, aveva tirato

a se gli animi di tutti, e che dall'Imperadore niun conto d'essi

facevasi, sottraendosi loro gli stipendj, che solevan dall'Imperio

ricevere: sdegnati perciò acerbamente, mossero incontanente centra

l'Imperio l'armi, e posero sossopra la Dalmazia, e l'Illirico.

Prestamente l'Imperadore mutò sentimenti: laonde per tenergli amici,

mandò Ambasciadori a stabilir con essi con più forte nodo una più

ferma e stabil pace, offerendo loro non pur quegli stipendj, che

per lo passato aveva denegati, ma anche tutto ciò, che fin a quel

tempo dovevano conseguire, obbligandosi eziandio di corrispondergli

nell'avvenire, purchè essi si contenessero ne' loro confini, nè guerra

all'Imperio portassero. Furono accordate le condizioni: ma l'Imperadore

per istar maggiormente sicuro, volle che per ostaggio si desse il

fanciullo Teodorico figliuolo di Teodemiro. Ripugnava l'affettuoso

padre, nè poteva soffrire, che sì caro pegno se gli togliesse; ma

finalmente persuaso dalle preghiere di suo fratello Valamiro glie lo

concedette. Fu per tanto fermata tra Goti e Romani una ferma e stabil

pace, pegno della quale fu Teodorico, che, dato in ostaggio, fu in

Costantinopoli portato nelle mani dell'Imperador Lione il Trace,

ch'allora era in Oriente a Marciano succeduto, il quale per l'avvenenza

e gentili maniere del fanciullo, così caro l'ebbe, che più di proprio

figliuolo l'amò e ritenne.

Essendosi adunque i Goti con sì forte nodo di pace stretti co' Romani,

contra varie Nazioni, che con loro confinavano, sovente mossero l'armi:

ma ecco che mentre Valamiro valorosamente combatte i Sciti, sbalzato

dal suo cavallo, fu da essi ucciso, onde i Goti per vendicar la morte

del Re loro, pugnarono sì fortemente contro a' medesimi, che affatto

l'estinsero, e debellarono. Muove altresì Teodemiro l'armi contro a'

Svevi, ed Alemanni, e di essi fa crudel macello, gli disperde, e quasi

affatto gli estingue: e mentre trionfando ritorna nella Pannonia sua

sede, ecco che Teodorico suo figliuolo dato in ostaggio, se ne ritorna

da Costantinopoli onusto di doni, licenziato dall'Imperador Lione,

perchè in libertà piena godesse il patrio suolo.

Ritornato Teodorico nella Pannonia, appena uscito dalla puerizia, non

avendo diciotto anni finiti, comincia a dar di se saggi d'incredibil

valore; poichè senza che Teodemiro suo padre il sapesse, raguna

molte truppe de' suoi più ben affezionati, ed il numero di poco men,

che seimila uomini unendo, valica il Danubio, e contra Babai Re di

Sarmati porta le sue armi, il quale poco anzi aveva trionfato di

Camundo Capitan romano; lo vince, l'uccide, e sopra lui piena vittoria

riportando, sorprende anche la città di Semandria, che da' Sarmati era

stata occupata, nè la rende a' Romani, ma al suo Reame la sottomette.

Ma mentre i Goti così depredano i lor vicini, vie più cresce l'ardore

di dilatare i lor confini, e cercare in altre parti più agiate sedi:

Videmiro per tanto si dispone co' suoi di passar in Italia, come fece,

ma appena ivi giunto, furon da inaspettata morte troncati tutti i

suoi disegni; onde succedutogli nel Regno il figliuolo, che _Videmiro_

parimente nomossi, questi confortato da Glicerio, ch'allora imperava

nell'Occidente; da Italia nella Gallia volse il suo cammino, ed unitosi

cogli Vestrogoti suoi parenti, potè co' medesimi purgar la Gallia, e le

Spagne da molte Nazioni che l'infestavano, e difendere quelle province

centra l'invasione de Vandali.

Teodemiro all'incontro suo zio con Teodorico suo figliuolo, stimolato

anche da Gezerico Re de' Vandali, verso la Dalmazia e l'Illirico portò

le sue armi, prende Neissa principal città di questa provincia, indi

Ulpiano, e tutti gli altri luoghi, ancorchè inaccessibili quelli ti

fossero; sottomette al suo Imperio Eraclea, e Larissa città della

Tessaglia: trascorre più oltre, ed all'impresa di Tessalonica ancor

aspira. Trovavasi alla guardia di questa città Clariano Patrizio e

Capitan romano, il quale colto così inaspettatamente da Teodemiro, e

considerando le sue forze non sufficienti a potergli resistere, gli

mandò Legati con molti doni, perchè dall'assedio di quella città si

rimanesse. Furon accordate tosto le condizioni di pace, lasciandosi a'

Goti tutti que' luoghi, che eransi a loro renduti, cioè Ceropellas,

Europo, Mediana, Petina, Bereo, e gli altri paesi dell'Illirico, ove

i Goti col loro Re, deposte l'armi, tranquillamente si posarono. Non

molto da poi gravemente infermossi Teodemiro, il quale convocati i

Goti, avendo disegnato ad essi Teodorico suo figliuolo per loro Re e

suo successore, da tutti compianto, finì i giorni suoi[704].

§. I. _Di TEODORICO ostrogoto, Re d'Italia._

Intanto l'Italia per la morte di Valentiniano III, accaduta nell'anno

455[705] era per la variazione di tanti Principi e Imperadori tutta

sconvolta e miseramente afflitta: _Massimo_, autor dell'infame

assassinamento, si fece acclamar Imperadore d'Occidente, e sposò

Eudossia moglie di Valentiniano, e figliuola di Teodosio; ma avendole

manifestato, ch'egli era stata la cagione della morte del suo primo

marito, ella chiamò dall'Affrica Genserico Re de' Vandali, il quale

venne con potente armata in Italia, ed entrato in Roma interamente la

devasta e saccheggia, e Massimo, mentre fugge, fu dal Popolo romano

lapidato e sbranato. Dopo aver Genserico scorse molte province, volgesi

in dietro con proposito d'abbandonarla, e ripassare in Affrica: scorre

per la nostra Campagna, e tutta la devasta e scompiglia, prende Capua

e Nola, e molte altre città di questa provincia sono distrutte e poste

a sacco: indi a Cartagine fece ritorno. _Avito_ in queste turbolenze

col favor degli Vestrogoti si fece in Francia gridar Imperadore, ma

ben presto lasciò la porpora; poichè Marciano Imperadore, che, come

si disse, era succeduto nell'Imperio d'Oriente a Teodosio il Giovane,

avendo intesa la morte di Massimo, proccurò, che dal Senato e da'

soldati si creasse Imperadore _Maggioriano_, come seguì nell'anno 457.

Fu questi non molto da poi per opera di _Severo_ fatto uccidere, il

quale s'intruse nell'Imperio; ma non passò il terzo anno, che Severo

fu fatto privar di vita da Ricomero, il quale stabilì in suo luogo

_Antemio_; ebbe questi ancora il favor di Lione, che nell'anno 457 per

la morte di Marciano era nell'Imperio d'Oriente succeduto. Ma essendosi

da poi contra Antemio dichiarato Ricomero, fu da costui parimente fatto

morire nell'anno 472, e fece in suo luogo collocare _Olibrio_, il quale

non regnò più, che otto mesi, e _Glicerio_ più per la sua potenza, e

per essere sostenuto dai Vestrogoti, che per libera elezione, fu in

Ravenna dichiarato Imperadore. Ma questi appena finì un anno d'Imperio,

che Giulio _Nipote_ nell'anno 474 lo fece deporre, e prese egli il

titolo d'Imperadore: Oreste stabilito da lui Generale delle sue armi,

si ribellò contro di esso, e fece dichiarare in Ravenna suo figliuolo

_Augustolo_ Imperadore.

I Principi stranieri vedendo tanta confusione e disordine presso a'

Romani, ben pensarono d'approfittarsene, siccome fece già Evarico

vestrogoto, e fecero molti altri; ma nel Regno d'Augustolo, crescendo

via più il disordine, venne fatto agli Eruli e Turingi, sotto _Odoacre_

lor Capitano, invitato anche dagli amici di Nipote, d'occupar

finalmente l'Italia: uccide Oreste, e discacciato dall'Imperio

Augustolo, lo manda in Napoli in esilio nel Castello di Lucullo,

che ora noi diciamo dell'Uovo[706]. Ed ecco in Augustolo estinto

l'Imperio de' Romani in Occidente in quest'anno 476 tanto che ebbe a

dire Giornande: _Sic quoque Hesperium Romanae Gentis Imperium, quod

septingentesimo vigesimo tertio Urbis conditae anno, primus Augustorum

Octavianus Augustus tenere coepit, cum hoc Augustolo periit, anno

decessorum, praedecessorumque Regni quingentesimo sexto; Gothorum

dehinc Regibus, Romam, Italiamque tenentibus_. Terminò ancora nella

sua persona il nome d'Imperador d'Occidente, perchè Odoacre essendosi

renduto padrone di Italia, non prese altra qualità, che di Re.

Tenne Odoacre il Regno d'Italia, secondo Giornande, poco men, che

quattordici anni[707], infino che da Teodorico Ostrogoto nell'anno 489

non ne venne scacciato, e confinato in Ravenna, ove lo cinse di stretto

assedio. Non ebbe l'Italia, non ebbero queste nostre province tempi

più miserabili di quelli, che corsero dalla morte di Valentiniano III,

infino al Regno di Teodorico; poichè se vorrà considerarsi di quanto

danno sia cagione ad una Repubblica, o ad un Regno variar Principe, o

governo, si potrà quindi facilmente immaginare, quanto in tali tempi

patissero queste nostre province per la variazione di tanti Principi,

ed Imperadori. Tutto era disordine, tutto confusione e sconvolgimento:

le leggi avvilite, e più la giustizia. Gl'Imperadori, che sì spesso

eran rifatti, a tutt'altro badavano: solamente alcune _Novelle_ di

Marciano, di Maggioriano, di Severo, e d'Antemio, sono a noi rimase,

le quali da Giacopo Gotofredo furon raccolte, quelle che veggonsi

impresse dopo il suo Codice Teodosiano. Ma assunto al Regno Teodorico,

meritò questo Principe non mediocre lode; poichè egli fu il primo,

che facesse cessare tante calamità, tal che per lo spazio poco meno di

38 anni, che regnò in Italia, la ridusse in tanta grandezza, che gli

antichi mali e desolazioni più in lei non si conoscevano; imperciocchè

reggendola secondo gl'istituti e leggi de' Romani, la restituì

nell'antico splendore e maestà. Per la quale cosa conviene a noi narrar

particolarmente i gesti di questo eccelso Principe, a cui molto debbon

queste nostre province, ch'ora compongono il Regno di Napoli.

Teodorico dopo la morte di Teodemiro suo padre, assunto al paterno

Reame, dominava nell'Illirico, ove gli Ostrogoti, come dicemmo,

dopo quelle conquiste, posando l'armi si fermarono. Reggeva allora

l'Oriente _Zenone_, il quale nell'anno 474 era all'Imperador Lione

succeduto in Oriente: questi avendo inteso, che Teodorico era stato

dagli Ostrogoti eletto Re, dubitando che per lo troppo suo potere

non inquietasse il suo Imperio, stimò richiamarlo in Costantinopoli,

ove giunto con incredibili segni di stima l'accolse, e fra i primi

Signori del palazzo lo fece prima arrolare; non guari da poi per

suo figliuolo l'adottò, e creollo ordinario Console, dignità in

que' tempi la più eminente del Mondo: nè gli bastò questo, ma volle

ancora, che per gloria d'un sì ragguardevol personaggio gli fosse

eretta avanti la Reggia dell'imperial palagio una statua equestre.

Ma mentre questo Principe godeva in Costantinopoli tutti quegli agi e

quegli onori, che da mano imperiale potevan dispensarsi, il generoso

suo animo però mal sofferiva di veder la sua gente, che nell'Illirico

era trattenuta, invilita nell'ozio ed in povertà ed angustie, ed

egli starsene oziosamente godendo quelle delizie, menando una vita

neghittosa e lenta: da sì potenti stimoli riscosso, si risolve a più

magnanime imprese, e portatosi all'Imperador Zenone, secondo che narra

Giornande[708], così gli parla. Ancorchè a me, ed a' miei Goti, che al

vostro Imperio ubbidiscono, niente manchi per la vostra magnanimità

e grandezza, piacciavi nondimeno udire i voti e i desiderj del mio

cuore, che son ora liberamente per esporvi. L'Imperio d'Occidente,

che lunga stagione fu governato da' vostri predecessori, va tutto

in guerra, e non vi è barbara nazione, che non lo devasti, scompigli

e manometta: Roma, che fu già capo e signora del Mondo con l'Italia

tutta dalla tirannide d'Odoacre è oppressa: voi solo permetterete, che

stando noi qui oziosi e infingardi, altri depredino sì bella parte

del vostro Imperio? che non mandi me colla mia gente a portar ivi

le nostre armi? Noi vendicheremo i vostri torti e le vostre onte, ed

oltre che risparmierete le gravi spese, che, stando noi qui, sostenete,

se io coll'aiuto del Signore vincerò, risanerà la fama della vostra

pietà e del vostro onore per tutto il Mondo. Io son vostro servo

e vostro figliuolo ancora, onde sarà più espediente e ragionevole,

che se vincerò, abbia io per vostro dono a posseder quel Regno, che

ora è premuto dalla tirannide di straniere genti, che tengono il

vostro Senato, e gran parte della vostra Repubblica in vile servitù

e cattività: se io trionferò d'esse, per tua munificenza possederò

l'Occidente: se resterò vinto, al vostro Imperio, ed alla vostra pietà

niente si toglie, anzi ne guadagnerete queste gravi e rilevanti spese.

Sì magnanima risoluzione di Teodorico, ancorchè forte spiacesse

all'Imperador Zenone, che mal sofferiva il suo allontanamento, pure, e

per non contristarlo, e seco medesimo pensando, che meglio fosse, che i

suoi Goti, di riposo impazienti, portassero altrove le loro armi, e non

inquietassero le parti Orientali, volle compiacerlo, e concedendogli

tutto ciò che domandava, caricatolo di ricchissimi doni, lo lasciò

andare, raccomandandogli sopra ogni altra cosa il Senato, ed il Popolo

romano, di cui dovesse averne ogni stima e rispetto. Esce fuor di

Costantinopoli Teodorico ripieno d'altissime speranze, e ritornando

a' suoi Goti, fa sì, che molti lo seguissero, e per cammin diritto,

avviandosi per la Pannonia, verso Italia drizza il suo esercito. Indi

entrando ne' confini di Vinezia, presso al ponte di Lisonzo non lungi

d'Aquileja, pone i suoi alloggiamenti.

I messi intanto di questa mossa eran precorsi ad Odoacre, il quale,

sentendo essersi Teodorico già accampato in quel ponte, gli muove

incontro il suo esercito. Ma Teodorico, prevenendolo, ne' Campi di

Verona, gli presenta la battaglia, pugnasi ferocemente, e Teodorico

delle genti nemiche fa strage crudele: onde audacissimamente entrando

in Italia, passato il Pò, presso a Ravenna accampa il suo esercito,

ed all'assedio di questa imperial città è tutto rivolto. Odoacre, che

si ritrova dentro, fa ogni sforzo in munirla, e sovente con notturne

scorrerie inquieta l'esercito dei Goti; ed in questa guisa pugnando,

ora perdente, ora vincente, si giunge al terzo anno di quest'assedio:

ma invano s'affatica Odoacre, poichè fra tanto da tutta Italia era

Teodorico per suo Re e signore acclamato, ed ogni cosa così pubblica,

come privata, i suoi voti secondava. In tale stato scorgendo Odoacre

esser ridotta la sua fortuna, e riguardandosi solo in Ravenna, e che

già per lo continuo e stretto assedio, mancavano i viveri, deliberò

rendersi, onde mandò Legati a Teodorico a chiedergli pace: fugli

accordata; ma da poi entrato in sospetto, che Odoacre gl'insidiasse il

Regno, gli fece toglier la vita.

Intanto di sì avventurosi successi diede Teodorico distinti ragguagli

all'Imperador Zenone, avvisandolo non rimanergli altro, che Ravenna

sola per l'intera conquista dell'Italia; ébbene sommo piacere Zenone,

onde con suo imperial decreto confermogli l'Imperio d'Italia; e per

suo consiglio deponendo l'abito Goto, non già d'imperial diadema,

ma di regie insegne e di regale ammanto si cuopre, e Re de' Goti

e de' Romani è proclamato[709]. Indi nel secondo anno dell'Imperio

d'_Anastasio_, che a Zenone succedette, prese, per la morte d'Odoacre,

Ravenna, e nell'anno 493 fermò in questa città, come avevan fatto i

suoi predecessori, la regia sede.

Se fu mai Principe al Mondo, in favor del quale nell'acquisto de' suoi

Regni concorressero tanti giusti titoli, certamente dovrà reputarsi

Teodorico a rispetto del Regno d'Italia. Era già a' suoi dì l'Imperio

d'Occidente, per la morte d'Augustolo, finito affatto ed estinto: la

Spagna da' Vandali, dagli Vestrogoti, e dai Svevi era occupata: la

Gallia da' Francesi, e da' Borgognoni: la Germania dagli Alemanni, e da

altre più inculte e barbare Nazioni: l'Italia non potendo essere difesa

dagl'Imperadori d'Oriente, era stata da essi abbandonata, e lasciata

in preda di più barbare genti: Gizerico Re de' Vandali la devasta e

depreda: Odoacre, l'invade, e sotto la sua tirannide la fa gemere.

Giunge Teodorico a liberarla, ed a suo costo per mezzo d'infiniti

perigli, col valor delle sue armi, e colle forze della sua propria

Nazione supera il Tiranno, lo discaccia, e l'uccide. Tutti i Popoli per

loro Re e signore l'acclamano, ed il suo Regno desiderano. Se v'era

chi sopra Italia avesse alcun diritto, era l'Imperador d'Oriente;

ma Teodorico mandato da lui viene a conquistarla, ed a discacciarne

l'invasore. Conquistata che l'ebbe colle proprie forze, gli viene

da Zenone confermato l'Imperio, e per suo consiglio ed autorità

dell'insegne regali s'adorna, e Re d'Italia è gridato, transfondendo

nella sua persona i più supremi diritti. Nel che non vogliamo altri

testimoni, che i Greci stessi, niente dico di Giornande, che come Goto

potrebbe forse ad alcuni sembrar sospetto, niente d'Ennodio, quel Santo

Vescovo di Pavia, che per la giustizia del suo Regno gli stese una

orazione panegirica[710]; vagliami Procopio[711] di nazione greca, il

quale nella sua storia, siccome tanto si compiace de' suoi Greci, così

a' Goti non fu molto favorevole: ecco ciò, ch'e' narra di questo fatto,

secondo la traduzione di Grozio: _At Zeno Imperator, gnarus rebus

uti, ut dabant tempora, Theodorico hortator est, ut in Italiam iret,

Odoacroque devicto, sibi ipse ad Gothis pararet Occidentis Regnum.

Quippe satius homini in Senatum allecto, Romae, atque Italis imperare,

Invasore pulso, quam arma in Imperatorem cum periculo experiri_. Per

la qual cosa i miserabili Goti, quando nel Regno di Teja ultimo loro

Re furono costretti da Giustiniano a lasciar l'Italia, ricorrendo

a' Francesi per aiuto, fra l'altre cose, che per movergli alla loro

difesa poser loro innanzi gli occhi, fu il dire, che ciò, che i

Romani allora facevano ad essi, avrebbono un dì fatto a loro altresì;

poichè or che vedevan le loro forze abbattute, con ispeziosi pretesti

moveano loro guerra, con dire, che Teodorico invase l'Italia, che a'

Romani s'apparteneva: _Cum tamen_, essi dicevano appresso Agatia[712],

_Theodoricus non ipsis nolentibus, sed Zenonis quondam Imperatoris

concessu venisset in Italiam, neque eam Romanis abstulisset, qui pridem

eam amiserant, sed depulso Odoacro invasore peregrino, Belli jure

quaesivisset quaecunque ille possederat_.

E morto l'Imperador Zenone, Anastasio, che gli succedè nell'Imperio

d'Oriente, portò gli stessi sentimenti del suo predecessore avendolo

per giusto e legittimo Principe; poichè se bene appresso l'Anonimo

Valesiano, che fu fatto imprimere da Errico Valesio dopo Ammiano,

rapportato da Pagi nella sua _Dissertazione hypatica de Consulibus_, si

legga, che i Goti, morto nell'anno 493 Odoacre, _sibi confirmaverunt

Theodoricum Regem, non expectantes jussionem novi Principis_

(intendendo d'Anastasio, che allora era a Zenone succeduto) ciò

che, come avverte Pagi[713], insino ad ora fu ignorato; nulladimanco

dall'Epistole di Cassiodoro si vede, che Anastasio approvò poi ciò, che

i Goti aveano per propria autorità fatto; anzi finchè visse, mantenne

con Teodorico una ben ferma e sicura amicizia, esortandolo sempre,

che amasse il Senato, abbracciasse le leggi de' Principi romani suoi

predecessori, e proccurasse sotto il suo Regno mantener l'Italia unita

in una tranquilla e sicura pace: di che Teodorico ne l'accertava con

promesse e con effetti, come si vede dalle sue Epistole, che appresso

Cassiodoro si leggono dirizzate ad Anastasio[714].

Giustiniano stesso, che discacciò i Goti d'Italia, non potè non

riputar giusto e legittimo il Regno di Teodorico, e degli altri Re

d'Italia suoi successori: poichè conquistata che l'ebbe per opera di

que' due illustri Capitani, Belisario, e Narsete, abolì sì bene tutti

gli atti, concessioni e privilegi di Totila da lui reputato invasore

e Tiranno, ma non già quelli di questo Principe, e degli altri suoi

successori[715].

(La subordinazione e riverenza nella quale furono i Re Goti

agl'Imperadori d'Oriente, si convince apertamente dalle monete di

questi Re, che si conservano ancora ne' più rinomati Musei d'Europa,

nelle quali in una parte si vede l'effigie degl'Imperadori, nell'altra

non già imagine alcuna di Re Goto; ma solo i loro nomi, toltene

alcune monete di rame forse per concessione avutane dagl'Imperadori,

se ne vede anche l'effigie. Di quelle d'argento nel Museo cesareo di

Vienna se ne veggono alcune, le quali da una parte hanno l'effigie

dell'Imperadore Giustiniano, e dall'altra i nomi di questi Re:

ATHALARICUS _Rex_. THEODATUS _Rex_. VITIGIS _Rex_. BADUELA _Rex_. Il

Bandurio le ha pure impresse; ed il _Paruta_ porta anche una consimil

moneta del RE TEIA. Il dubbio che sorge, come _Giustiniano_ permettesse

a _Baduela_, che è lo stesso, che _Totila_, coniar monete colla sua

imagine, ed il di lui nome, quando lo riputava invasore e Tiranno,

viene sciolto dal Bandurio, al quale volentieri ci rimettiamo).

In fatti Teodorico, ancorchè non gli fosse piaciuto d'assumere il

nome d'Imperadore, era in realtà da tutti i suoi Popoli tenuto per

tale; e Procopio stesso dice, che niente gli mancava di quel decoro,

che ad uno Imperador si conveniva; anzi Cassiodoro reputò, che questo

nome stava assai più bene a lui, che a qualunque altro, ancorchè

chiarissimo Imperador romano: ed in effetto questo Principe sia per

riverenza degl'Imperadori d'Oriente, sia perchè Odoacre non prese altra

qualità, che di Re, sia perchè queste Nazioni straniere riputassero

più profittevole e vigoroso il titolo di Re, come dinotante una

signoria affatto indipendente e libera, che quello d'Imperadore, non

volle giammai assumere tal nome d'Imperadore di Occidente, come fece

da poi Carlo M. E pure, o si riguardi l'estensione del dominio, o

l'eminenti virtù, che l'adornavano, non meno, che Carlo M. sarebbe

stato meritevole di tal onore. Egli possedeva l'Italia con tutte le sue

province, e la Sicilia ancora. Nè questa parte d'Europa solamente era

sotto la sua dominazione. Tenne la Rezia, il Norico, la Dalmazia colla

Liburnia, l'Istria, e parte della Svevia: quella parte della Pannonia,

ove sono poste Sigetinez, e Sirmio: alcuna parte della Gallia, per la

quale co' Francesi sovente venne all'armi, e per ultimo reggeva, come

Tutore d'Amalarico suo nipote, la Spagna; tanto che Giornande[716] ebbe

a dire: _Nec fuit in parte Occidua gens, quae Theodorico, dum viveret,

aut amicitia, aut subjectione non deserviret_.

Non ancora in Occidente erasi introdotto quel costume, che i Re

s'ungessero, ed incoronassero per mano de' Vescovi delle città

metropoli. In Oriente cominciava già a praticarsi questa cerimonia;

ed in questi medesimi tempi leggiamo, che Lione il Trace dopo essere

stato dal Senato di Costantinopoli eletto Imperadore, fu incoronato da

Anatolio Patriarca di quella città. Se questa usanza si fosse trovata

introdotta in Italia, e fosse piaciuto a Teodorico portarsi in Roma

a farsi incoronare Imperadore da Papa Gelasio, siccome fece Carlo M.

con Papa Lione III, certamente che oggi pure si direbbe essere stato

trasferito l'Imperio d'Occidente da' Romani ne' Goti per autorità della

sede Apostolica romana.

§. II. _Leggi romane ritenute da Teodorico in Italia, e suoi editti

conformi alle medesime._

Ma avvegnachè a questo Principe non fosse piaciuto assumere il nome

d'Imperador d'Occidente, egli però resse l'Italia, e queste nostre

province, non come Principe straniero, ma come tutti gli altri

Imperadori romani. Ritenne le medesime leggi, i medesimi Magistrati,

l'istessa politia, e la medesima distribuzione delle province. Egli

divise prima gli Ostrogoti per le terre co' Capi loro, acciocchè nella

guerra gli comandassero, e nella pace gli reggessero, ed eccetto che la

disciplina militare, rendè a' Romani ogni onore. Comandò in prima, che

le leggi romane si ritenessero, ed inviolabilmente s'osservassero, ed

avessero quel medesimo vigore, ch'ebbero sotto gli altri Imperadori di

Occidente; anzi fu egli di quelle cotanto riverente e rispettoso, che

sovente appresso Cassiodoro in cotale guisa ne favella: _Jura veterum

ad nostrani cupimus reverentiam custodiri_. Ed altrove: _Delectamur

jure Romano vivere_; ed in altri luoghi: _Reverenda legum antiquitas,

etc._[717]. Laonde i Pontefici romani si rallegravano con Teodorico,

che come Principe saggio e prudente avesse ritenuta la legge romana

in Italia. Così Gelasio, secondo rapporta Gotofredo[718], ovvero

Simmaco suo successore, secondo vuole Alteserra[719], si congratulava

con Teodorico: _Certe est magnificentiae vestrae, leges Romanorum

Principum, quas in negotiis hominum custodiendas esse praecepit,

multo magis circa Beati Petri Apostoli Sedem pro suae felicitatis

augumento, velle servari_. E per questa cagione ne' primi cinque libri

di Cassiodoro, che dell'Epistole e editti di Teodorico si compongono,

non vedesi inculcar altro a' Giudici, ed a' Magistrati, che la debita

osservanza e riverenza delle leggi romane: e moltissime costituzioni

del Codice Teodosiano, e molte Novelle di Teodosio, di Valentiniano,

e di Majoriano, in que' libri s'allegano, delle quali lungo catalogo

ne tessè il diligentissimo Gotofredo ne' suoi Prolegomeni a quel

Codice[720].

Nè altra fu l'idea di questo Principe, che mantenere il Regno d'Italia

con quelle stesse leggi, e col medesimo spirito ed unione, con cui

Onorio, Valentiniano III, e gli altri Imperadori d'Occidente l'aveano

governato. Così egli se ne dichiarò con Anastasio Imperador d'Oriente:

_Quia pati vos non credimus inter utrasque Respublicas, quarum semper

unum corpus sub antiquis Principibus fuisse declaratur, aliquid

discordiae permanere; quas non solum oportet inter se otiosa dilectione

conjungi, verum etiam decet mutuis viribus adjuvari. Romani Regni unum

velle, una semper opinio sit_[721]. Per la qual cosa da Teodorico nuove

leggi in Italia non furono introdotte, credendo bastar le Romane, per

le quali lungo tempo s'era governata. E se bene ancor oggi si legga un

suo editto[722] contenente cento cinquanta quattro capi (il quale lo

debbiamo alla diligenza di Pietro Piteo, che lo fece imprimere) però,

toltone alcuni capi, che del gotico rigore sono aspersi, come il capo

56, 61 ed alcuni altri, tutto il rimanente è tolto dalle leggi romane,

siccome Teodorico stesso lo confessa nel fine del medesimo: _Nec

cujuslibet dignitatis, aut substantiae, aut potentiae, aut cinguli, vel

honoris persona, contra haec, quae salubriter statuta sunt, quolibet

modo credat esse veniendum, quae ex Novellis legibus, ac veteris

juris sanctimonia pro aliqua parte collegimus_. Nè vi è quasi capo

del suddetto editto, che disponga cosa, la quale nelle leggi romane

non si trovi. Onde sovente Teodorico per corroborar il suo comando, o

divieto, alle medesime si rapporta. Così nel _cap. 24 secundum legum

veterum constituta: e nel cap. 26 secundum leges_: e nel _cap. 36 legum

censuram, ed altrove_.

Ma ciò, che rende più commendabile questo Principe fu, che volle

eziandio, che queste leggi fossero comuni non solo a' Romani, ma a'

Goti stessi, che fra i Romani vivevano, come è manifesto per questo

suo editto, lasciando a' Goti poche leggi proprie, le quali, come più a

loro usuali, più tosto lor proprie costumanze erano, che leggi scritte:

ma in ciò ch'era di momento, come di successioni, di solennità, di

testamenti, d'adozioni, di contratti, di pene, di delitti, ed in somma

per tutto ciò, che s'appartiene alla pubblica e privata ragione, le

leggi romane erano a tutti comuni. Nè altre leggi contendendo il Goto

col Romano, o il Romano col Goto, volle che i Giudici riguardassero per

decidere le loro liti, come espressamente Teodorico rescrisse ad un tal

Gennaro Preside del nostro Sannio: _Intra itaque Provinciam Samnii, si

quod negotium Romano cum Gothis est, aut Gotho emerserit aliquod cum

Romanis, legum consideratione definias; nec permittimus discreto jure

vivere, quos uno voto volumus vindicare_[723]. Solamente quando le

liti s'agitavan fra Goto e Goto volle, che si decidessero dal proprio

Giudice, ch'egli destinava in ciascuna città, secondo i suoi editti,

i quali, come s'è detto, ancorchè contenessero alcune cose di gotica

disciplina, non molto però s'allontanavan dalle leggi romane; ma in

ciò i Romani anche venivan privilegiati, poichè solo se la lite era fra

Goto e Goto, poteva procedere il lor Giudice: ma se in essa occorreva,

che v'avesse anche interesse il Romano, attore o reo che questi si

fosse, doveva ricorrersi al Magistrato romano: ed in questa maniera

era conceputa da Teodorico la formola della _Comitiva_, che si dava

a coloro, che da lui erano eletti per Giudici de' Goti in ciascheduna

provincia, rapportata da Cassiodoro nel settimo libro fra le molt'altre

sue formole[724].

§. III. _La medesima politia, o Magistrati ritenuti da TEODORICO in

Italia._

Siccome somma fu la cura di Teodorico di ritenere in Italia le

leggi romane, non minore certamente fu il suo studio di ritenere

ancora l'istessa forma del governo, così per quel che s'attiene alla

distribuzione delle province, come de' Magistrati e delle dignità.

Egli ritrovando trasferita la sede imperiale da Onorio e Valentiniano

suoi predecessori in Ravenna, che non a caso, e per allontanarsi da

Roma, ivi la collocarono, ma per esser più pronti ed apparecchiati a

reprimer l'irruzioni de' Barbari, che per quella parte si inoltravan

ne' confini d'Italia, ivi parimente volle egli fermarsi; onde le

querele de' Romani erano pur troppo ingiuste e irragionevoli, quando

di lui si dolevano, perchè in Ravenna, e non in Roma, avesse collocata

la sua sede regia. Ben del suo amore inverso quella inclita città

lasciò egli manifestissimi documenti, ornandola di pubbliche e chiare

memorie della sua grandezza e regal animo, e della sua magnificenza,

cingendola ancora di ben forti e sicure mura. Non fu minore il suo

amore e riverenza verso il Senato romano, come ne fanno pienissima

fede le tante affettuose epistole da lui a quel Senato dirizzate,

piene d'ogni stima e rispetto, che si leggono presso a Cassiodoro. In

Ravenna adunque, come avean fatto i suoi predecessori, collocò la sua

regia sede; e quindi resse l'Italia, e queste nostre province, che

ora compongono il Regno di Napoli, con quelli Magistrati medesimi, co'

quali era stata governata dagl'Imperadori romani.

De' Magistrati e degli altri Ufficiali del palazzo e del Regno,

ancorchè alcuni ne fossero stati sotto il suo governo nuovamente

rifatti, e ne' nomi e ne' gradi qualche diversità vi si notasse,

se ne ritennero però moltissimi, se non in tutto nella potestà e

giurisdizione simili a quelli de' Romani, molti però nel nome ed

assaissimi anche in realtà a' medesimi conformi. Si ritennero i

Senatori, i Consoli, i Patrizj, il Prefetto al Pretorio, i Prefetti

della città, ed i Questori. Si ritennero i Consolari, i Correttori,

i Presidi, e moltissimi altri. Qualche mutazione solamente fu

negli Ufficiali minori, essendo stata usanza dei Goti in ogni,

benchè picciola città, mandare i Comiti, e particolari Giudici per

l'amministrazione del governo e della giustizia, e di creare alcuni

altri Ufficiali, di cui nella _Notizia_ delle dignità dell'Imperio è

ignoto il nome.

Ma se in questo divario de' Magistrati introdotto da' Goti, vogliamo

seguire il sentimento dell'accuratissimo Ugon Grozio, bisognerà dire,

che in ciò fecero cosa assai più commendabile, che i Romani stessi;

imperciocchè, e' dice, appresso a' Romani furon molti nomi di dignità

affatto vani e senza soggetto: _Multa apud Romanos ejusmodi inani

sono constantia, Vacantium, Honorariorum, etc._[725]. All'incontro

i Goti ebbero sentimenti contrarj, come si legge in Cassiodoro[726]:

_Grata sunt omnino nomina, quae designant protinus actiones, quando

tota ambiguitas audiendi tollitur ubi in vocabulo concluditur,

quid geratur_. In oltre Grozio riflette, che i Romani mandando per

ciascheduna provincia un Consolare, o un Preside, il qual dovesse avere

il governo e la cura di tutte le città e castelli della provincia,

molti de' quali eran assai distanti dalla sua sede: quindi avveniva,

che non potendo il Preside esser presente in tutti que' luoghi, venivan

perciò a gravarsi i provinciali d'immense e rilevanti spese, poichè

bisognava ch'essi ricorressero a lui da parti remotissime. Presso a'

Goti la bisogna in altro modo procedeva: avevan bensì le province i

loro Consolari, i Correttori, ed i Presidi, nulladimeno non solamente

alle più principali città, ma eziandio a ciascheduno, benchè piccolo

castello, mandavansi i _Comiti_, o altri Magistrati inferiori, fedeli,

incorrotti, e dal consentimento de' popoli approvati, acciocchè

potessero render loro giustizia, ed aver cura de' tributi, e altri

bisogni di que' luoghi.

Tanto che questa disposizione di Magistrati, che oggidì ancora nel

nostro Regno osserviamo, di mandarsi Governadori e Giudici ad ogni

città, la dobbiamo non a' Romani, ma a' Goti.

E se ne' tempi nostri si praticassero que' rigori e quelle diligenze,

che a' tempi di Teodorico usavansi nella scelta di tali Ministri,

cioè di mandare uomini di conosciuta integrità e dottrina, e a'

Popoli accettissimi, vietando perciò l'appellazioni ad altri Tribunali

lontani, e sol permettendole, quando o la gravità degli affari, o una

manifesta ingiustizia il richiedesse, certamente d'infinite liti, e di

tanti gravi dispendj vedrebbonsi libere queste nostre province, ch'ora

non sono. E per questa cagione presso a molti Scrittori tanto s'esagera

il governo de' Popoli orientali ed affricani, che noi sovente nelle

comuni querele sogliamo perciò invidiargli; perocchè questi non pur

nelle città, ma in ogni piccolo castello hanno i lor Giudici sempre

pronti ed apparecchiati, e le liti non tantosto sono fra essi insorte,

che subito veggonsi terminate, rarissime volte, o non mai, ammettendo

appellazioni; perchè la gente tenendo nella venerazione dovuta il

Magistrato, a' suoi decreti tosto s'acqueta, e soffre più volentieri,

che se le tolga la roba controvertita, che andar girando in parti

lontane e remote con maggiori dispendj, e coll'incertezza di vincere, e

sovente col timore di tornar a perdere; e stiman esser di loro maggior

profitto, che ad essi s'usi una ingiustizia pronta e sollecita, che

una giustizia stentata e tarda. Perciò Clenardo[727] avendo lasciata

Europa, e in Affrica nel regno di Feza ricovratosi, soleva a molti

suoi amici europei scrivere, ch'egli non invidiava le magnificenze

e grandezze di tante belle città, solamente perchè non dovea più nel

Foro rivoltarsi tra tanta gente malvagia e piena di cavilli: nè ivi

faceva uopo de' loquaci Causidici, ma se occorreva tra quegli Affricani

qualche lite, era sempre presto il Giudice a deciderla, nè tornavan a

casa i litiganti, se non terminato il litigio. Ma questo, nello stato

delle cose presenti, è più tosto da desiderarsi, che da sperarsi;

poichè il male è nella radice; oltracchè nell'elezione de' Magistrati

non s'attendon più quelle prerogative, che forse in quei tempi, ch'ora

noi chiamiamo barbari, accuratamente s'attendevano: ciò che allora era

rimedio, presentemente in mortifero veleno si trasmuterebbe: giacchè

fin da' tempi d'Alfonso I. Aragonese si trasfuse il male di concedere

a' Baroni del Regno ogni giurisdizione ed imperio. E oggi sono più i

governi, che si concedono da' medesimi, che quelli, che sono dal Re

provveduti e la maggior parte del Regno è governata da essi nelle prime

istanze; onde era espediente, che s'ammettessero que' tanti ricorsi

a' Tribunali superiori che oggi giorno osserviamo; giacchè non potè

praticarsi il disegno, che Carlo VIII, Re di Francia, in que' pochi

mesi, che tenne questo Regno, avea conceputo, di togliere a' Baroni

ogni giurisdizione ed imperio, e ridurgli a somiglianza di quelli di

Francia, e dell'altre province d'Europa[728].

Ma ritornando onde siamo dipartiti, i Goti, secondo che ci

rappresentano i libri di Cassiodoro, furon molto avvertiti nella scelta

de' Magistrati, e non meno nell'elezione de' maggiori Ufficiali, che

in quella de' minori, che mandavano in ciascuna città, ponendovi ogni

lor cura e diligenza: quindi presso a Cassiodoro leggiamo tanti nuovi

Ufficiali, i Cancellieri, i Canonicarj, i Comiti, i Referendarj; e le

tante formole, colle quali eran tante e sì varie dignità conferite a'

soggetti di conosciuta bontà e dottrina. Pietro Pantino[729] scrisse

un non dispregevol libro delle dignità della Camera gotica: ma come

fu osservato da Grozio[730], senza la costui fatica e diligenza, ben

potevano quelle ravvisarsi e comprendersi dal libro sesto e settimo

di Cassiodoro, ove tutte queste dignità ci vengono rappresentate e

descritte.

§. IV. _La medesima disposizione delle province ritenuta in Italia dal

Re TEODORICO._

Ritenne ancora questo Principe la stessa divisione delle province,

che sotto l'Imperio di Costantino, e de' suoi successori componevano

l'Italia: era ancora il medesimo numero di quel d'Adriano: ed in

diciassette eran ancora distinte, nè ciò, ch'ora appelliamo Regno di

Napoli, in più province fu partito: quattro ancora furono sotto la

dominazione di Teodorico. I. la Campagna. II. la Calabria colla Puglia.

III. la Lucania, e' Bruzj. IV. il Sannio. Alla provincia della Campagna

furono mandati, come prima, i Consolari a governarla: all'altre due di

Calabria, e Lucania i Correttori; ed al Sannio i Presidi.

_Della Campagna, e suoi Consolari._

Il primo Consolare della Campania, che ne' cinque libri di

Cassiodoro[731] s'incontra, fu un tal _Giovanni_, a cui Teodorico mandò

una epistola, nella quale tanto gli raccomandava la giustizia, e la

cura della pubblica utilità, decorandolo col titolo di _Viro Senatori_,

come dall'iscrizione: _Joanni V. S. Consiliari Campaniae, Theod.

Rex_. A questo stesso Giovanni indirizzò Teodorico quel suo editto,

che presso a Cassiodoro[732] anche si legge, per cui fu severamente

proibita quella pessima usanza, che nella Campania e nel Sannio erasi

introdotta, che il creditore senza pubblica autorità, ma per privata

licenza si prendeva la roba del debitore per pegno, nè la restituiva,

se del suo credito non fosse stato soddisfatto; anzi sovente si

prendeva la roba non del debitore, ma d'un suo amico, vicino, o

congiunto, che in Italia son chiamate _Rappresaglie_: si vietò tal

costume severamente, e s'impose pena della perdita del credito, e di

restituire il doppio, nel caso, che si fosse fatta rappresaglia non al

debitore, ma all'amico, o congiunto. Zenone Imperadore quest'istesso

avea comandato per l'Oriente con una sua consimile costituzione[733]:

onde Teodorico, che intendeva reggere l'Italia colle medesime massime,

volle anche in ciò imitarlo: Giustiniano poi lo ripetè nelle sue

Novelle[734]. Nè volle mai Teodorico permettere, che s'usassero simili

violenze nel suo Regno, ma che i creditori, secondo che parimente

dettavano le leggi romane, per vie legittime di pubblici giudizj,

sperimentassero le loro ragioni.

Trovandosi questo Principe esausto a cagion delle guerre sostenute

alcun tempo co' Francesi, ebbe necessità di far da questa provincia

proveder di vettovaglie i suoi eserciti; e si legge perciò un

altro suo editto[735], imponendo a' Navicularj della Campagna, che

trasportassero que' viveri nelle Gallie. Meditava ancora d'imporle

altri pesi; ma orando a pro di questa provincia Boezio Severino[736],

e ponendogli avanti gli occhi le tante sue miserie, e le tante

afflizioni e desolazioni, che per l'invasione de' Vandali aveva

patite, clementissimamente Teodorico le concedè ogni indulgenza, nè

di nuovi pesi volle maggiormente caricarla; anzi avendo i Campani, e

particolarmente i Napoletani ed i Nolani, per l'irruzione del Vesuvio

accaduta in questi tempi, patiti danni gravissimi, concedè a' medesimi

indulgenza anche de' soliti tributi, come scorgesi presso a Cassiodoro

in quell'altro suo editto[737], nel quale con molto spirito e vivezza

si descrivono i fremiti, l'orride nubi, ed i torrenti di fuoco, che

suole mandar fuori quel monte. Cassiodoro è maraviglioso in simili

descrizioni, ma quel che non se gli può condonare, è, che oltre

al valersi d'alcune ardite iperboli, e d'alcune metafore soverchio

licenziose, introduce in sì fatta guisa a parlar Teodorico, che non

saprebbesi scernere, se voglia ordinar leggi, e dar providenza a'

bisogni delle sue province, come era il suo scopo, o pure voglia far

il declamatore, introducendolo sovente a parlare in una maniera, che

non si comporterebbe nè anche a' più stravolti Panegiristi de' nostri

tempi.

Aveva veramente la Campania, quando Gezerico dall'Affrica si mosse

con potente armata ad invadere l'Italia, patiti danni insopportabili.

Fu allora da' Vandali aspramente trattata, devastando il suo paese, e

Capua, ch'era la sua metropoli, fu barbaramente saccheggiata, e poco

men, che distrutta. Queste stesse calamità sofferirono Nola e molte

altre città della medesima. Napoli solamente per cagion del suo sito fu

dal furor di quei Barbari esente: città allora, ancorchè piccola, ben

difesa però dal valore de' suoi cittadini, dal sito, e più dalle mura

forti, che la cingevano. E per questa varia fortuna, che sortirono,

avvenne da poi, che molte città di queste nostre province da grandi si

fecion picciole, e le picciole divennero grandi; quindi avvenne ancora,

che ruinata Capua e molte città di questa provincia, Napoli cominciasse

piano piano ad estollersi sopra tutte l'altre, e ne' tempi dei Greci e

Longobardi si rendesse capo d'uno non picciol Ducato.

Ne' tempi di Teodorico, niuna altra città di questa provincia leggiamo,

che si fosse rallegrata cotanto dell'imperio di questo Principe, quanto

Napoli; nè altra, che avesse con tanti e sì cospicui segni di fedeltà

e di stima mostrata la sua divozione ed ossequio verso di lui. Assunto

che fu Teodorico nel Trono, gli eressero i Napoletani nella maggiore

lor piazza una statua, quella, che da poi s'ebbe per infausto presagio

dell'infelice fine della dominazione de' Goti in Italia; poichè, come

narra Procopio[738], avevan i Napoletani innalzata a Teodorico questa

statua composta, con maraviglioso artificio, di picciole petruzze di

color vario, e così bene tra lor commesse, che al vivo rappresentavano

l'effigie di quel Principe. Essendo ancor vivente Teodorico si vide il

capo di questa statua da se cadere, disciogliendosi quel compaginamento

di pietruzze, che lo formavano: e non guari da poi si seppe in

Napoli la morte di questo Principe, ed in suo luogo esser succeduto

_Atalarico_ suo nipote. Passati otto anni del Regno di costui, si

videro in un subito da loro scomporsi quelle, che formavan il ventre;

e nell'istesso tempe s'intese la morte d'Atalarico. Non molto da

poi caddero l'altre, che componevan le parti genitali, ed insieme

s'ebbe novella della morte d'_Amalasunta_ figliuola di Teodorico. Ma

quando ultimamente si vide Roma assediata da' Goti per riprenderla,

ecco, che vanno a terra tutte quell'altre, che le coscie e i piedi

formavano, e tutta cadde da quel luogo, dove era collocata: dal qual

fatto conghietturarono i Romani, dover l'esercito dell'Imperadore

d'Oriente rimaner superiore, interpretando, per li piedi di Teodorico

non denotarsi altro, che i Goti, a' quali egli avea imperato; e

questo vano e ridicolo presagio fu di tanta forza appresso le genti

volgari, le quali soglionsi muovere più per si fatte cose, che per

qualunque più culta diceria di Capitano, che fattesi ardite, presero

non leggiera speranza della vittoria. Nel che parimente giovaron certi

versi Sibillini, posti fuori da alcuni Senatori romani, molto adattati

ad imposturar la gente, il senso de' quali, come ponderò assai bene

Procopio, prima dell'esito delle cose non potea in veruno conto capirsi

per intelletto umano; poichè que' versi eran cotanto disordinati e

confusi, e veramente fanatici, che sbalzando da' mali dell'Affrica alla

Persia, indi fatta menzione de' Romani, passavan poi a parlar degli

Assirj: ritornavan a favellar de' Romani, e poi a cantar delle calamità

de' Britanni: quando poi si vedeva il successo, allora si ponevano in

opera mille graziose interpretazioni, e scoprivano per l'evento seguito

il senso degli oscuri e fantastici versi.

Ma ritornando al nostro proposito, fu Napoli a Teodorico molto fedele e

divota: ed all'incontro questo gratissimo Principe trattò i Napoletani

con non minori segni d'amore e di gratitudine: nè picciolo segno di

stima dee riputarsi quello, che tra le formole delle _Comitive_ del

primo ordine, che da Teodorico solevan darsi a coloro, a' quali egli

commetteva il governo di qualche illustre città, si legga ancora

appresso Cassiodoro[739] quella destinata per Napoli; poichè questo

Autore le formole solamente rapporta, che a' personaggi destinati al

governo di qualche famosa città si solevan dare, non già quelle delle

minori. Leggonsi solo quelle della città di Siracusa, di Ravenna, di

Roma, ed altri luoghi cospicui: per le altre città minori una generale

solamente se ne legge adattata per tutte; e le _Comitive_, che davansi

per lo governo di queste, non eran del primo, ma del secondo ordine,

com'è manifesto dalla formola stessa appresso Cassiodoro[740]. Nè

si tralasciano nella _Comitiva_ (oppure se ci aggrada nomarla col

linguaggio de' nostri tempi, _Cedola_, ovvero _Patente_) le prerogative

di questa città, le sue delizie, la sua eccellenza, quanto sia decoroso

l'impiego, quanto ampia l'autorità e giurisdizione, che se gli concede;

e quanto pieno di maestà il suo Tribunale: ella è chiamata[741]:

_Urbs ornata multitudine Civium, abundans marinis, terrenisque

deliciis: ut dulcissimam vitam te ibidem invenisse dijudices, si

nullis amaritudinibus miscearis: Praetoria tua officia replent,

militum turba custodit. Conscendis gemmatum Tribunal, sed tot testes

pateris, quot te agmina circumdare cognoscis. Praeterea litora, usque

ad praefinitum locum data jussione custodis. Tuae voluntati parent

peregrina commercia. Praestas ementibus de pretio suo, et gratiae

tuae proficis, quod avidus mercator acquirit. Sed inter haec praeclara

fastigia, optimum esse Judicem decet, etc._ Nè minori sono l'affettuose

dimostranze, che da questo Principe eran espresse nella lettera solita

darsi al provisto, scrivendo alla città di Napoli in commendazione del

medesimo; la formola della quale pur la dobbiamo a Cassiodoro[742];

e da essa può anche raccorsi, che Teodorico lasciasse a' Napoletani

quell'istessa forma di governo, ch'ebbero ne' tempi de' Romani, cioè

d'aver la Curia, o Senato, come prima, dove degli affari di quella

città per quel che s'attiene alla pubblica annona, al riparo delle

strade, ed altre occorrenze riguardanti il governo della medesima,

avessero cura: e solamente loro togliesse il poter da' Decurioni

eleggere i Magistrati, i quali quella giurisdizione avessero, che

concedeva egli al Governadore, o _Comite_, che vi mandava. Ebbe ancora

questa provincia il suo Cancelliero, la cui carica e funzioni ci sono

rappresentate da Cassiodoro nell'undecimo e duodecimo libro delle sue

Opere[743].

_Della Puglia e Calabria, e suoi Correttori._

Siccome non volle Teodorico mutare il governo della Campagna ne'

Magistrati superiori, lasciando i Consolari in essa, come ebbe sotto

i Romani: così nè meno piacque al medesimo mutarlo nella provincia

della Puglia e Calabria. Non divise egli, intorno al governo, la Puglia

dalla Calabria, nè mutarono queste province nomi, come ne' tempi che

seguirono, furon variati: sotto un solo Moderatore furon amministrate,

ancorchè al governo di ciascuna città, particolari _Comiti_, o sia

Governadori mandasse, secondo la commendabile usanza de' Goti.

Il Primo Moderatore della Puglia e Calabria, che ne' primi cinque

libri di Cassiodoro s'incontra, fu un tal _Festo_, ovvero _Fausto_,

come altri leggono; a costui si vede da Teodorico indirizzata

quell'epistola[744], per la quale si concede a' pubblici Negoziatori

della Puglia e Calabria la franchigia de' dazi e gabelle, e sono da

notarsi i speziosi e decorosi titoli co' quali Teodorico tratta questo

Ministro.

Tenne Teodorico particolar cura di questa provincia, e de' suoi campi,

e molte salutari providenze egli vi diede, come in più luoghi appresso

Cassiodoro potrà osservarsi[745]. Fra le città della Puglia più

cospicue fu un tempo Siponto, che ora delle sue alte ruine appena serba

alcun vestigio: città quanto antica, altrettanto nobile e potente,

tanto che i suoi Sipontini ne' seguenti tempi poteron sostenere lunghe

guerre co' Napoletani e co' Greci, come nel suo luogo diremo. Dalle

comuni calamità, che per l'irruzione dei Vandali, e per la tirannide

d'Odoacre travagliarono l'Italia, non restò libera questa città: furono

i suoi cittadini in que' tre, ultimi anni di guerra, che Odoacre

sostenne con Teodorico, per essersi renduti i Sipontini a questo

Principe, crudelmente da Odoacre trattati, ed i loro campi devastati,

tanto che i Negozianti sipontini in grand'estremità ridotti, ricorsero

alla clemenza di Teodorico, chiedendogli l'immunità de' tributi, e

qualche dilazione per li loro creditori: fu loro per tanto pietosamente

da questo Principe conceduto, che per due anni non potessero esser

travagliati per li tributi, nè molestati da' loro creditori, come

da un'altra epistola diretta al suddetto Fausto Moderatore di questa

provincia, o pure, come altri leggono, ad _Atemidoro_, si scorge presso

al Senatore[746].

_Della Lucania e Bruzj, e suoi Correttori._

Siegue la provincia della Lucania e de' Bruzj, intorno al cui governo

niente ancora fu da Teodorico variato. Si ritennero i Correttori, nè i

Bruzj da' Lucani furon divisi, ma sotto un sol Moderatore, come prima,

rimasero. Reggio fu la lor sede, ond'è, che appresso Cassiodoro[747]

si raccomandano i cittadini di questa città ad Anastasio Cancelliero

della Lucania e de' Bruzj, e l'origine del nome di Reggio è descritta:

_Rhegienses cives, ultimi Brutiorum, quos a Siciliae corpore violenti

quondam maris impetus segregavit, unde Civitas eorum nomen accepit;

divisio enim ῥῆγησις Graeca lingua vocitatur etc._

Non dee riputarsi picciol pregio di questa provincia l'avere avuto ne'

tempi di Teodorico per suo Correttore _Cassiodoro_ medesimo, che fu

il primo personaggio di questa età, cui Teodorico profusamente cumulò

di tutte le dignità, che dalla sua regal mano potevan dispensarsi.

Nel principio del suo Regno, essendo le cose della Sicilia, per lo

nuovo dominio, ancora fluttuanti, fu trascelto Cassiodoro al governo

di quell'isola. Indi dato bastante saggio degli altissimi suoi

talenti, nella Lucania e ne' Bruzj per Correttore di questa provincia

fu mandato. Non molto da poi alla dignità di Prefetto Pretorio fu

assunto, e finalmente al supremo onore del Patriziato fu da Teodorico

promosso[748], come per la formola, che Cassiodoro stesso ne' suoi

libri ci propone, è manifesto[749]; dalla quale par che possa senza

dubbio ricavarsi, come il Barrio, Fornerio, Romeo, e moltissimi altri

Autori scrissero[750], essere stata il Bruzio, e propriamente Squillace

patria di sì nobile spirito, e che al suo terreno debba darsi tutto il

vanto d'aver pianta sì nobile prodotta, come anche da quelle parole

di Teodorico si raccoglie: _Sed non eo praeconiorum fine contenti,

Brutiorum, et Lucaniae tibi dedimus mores regendos: ne bonum, quod

peregrina Provincia_ (intendendo della Sicilia) _meruisset, genitalis

soli fortuna nesciret_.

Fu dopo Cassiodoro, sotto questo stesso Principe, Correttore

della Lucania e de' Bruzj _Venanzio_, al quale Teodorico scrisse

quell'epistola, in cui l'esazion de' tributi di questa provincia

gl'incarica; così appresso Cassiodoro leggiamo[751]: _Venantio Viro

Senatori Correctori Lucaniae, et Brutiorum, Theod. Rex_. Di questo

stesso Venanzio fassi da Teodorico onorata menzione in quel suo

editto[752] indirizzato ad Adeodato, dove si legge: _Viri spectabilis

Venantii Lucaniae, et Brutiorum Praesulis_[753] e del Correttore

di questa provincia pur nel capo seguente presso a Cassiodoro fassi

menzione, come da quelle parole: _Corrector Lucaniae, Brutiorumque_.

Tenne ancora la Lucania, e' l Bruzio il suo Cancelliero, come può

vedersi appresso Cassiodoro[754].

A' Navicularj della Lucania, siccome a quelli della Campagna, ancora

fu da Teodorico comandato il trasporto delle vettovaglie in Francia,

come si legge appresso il Senatore[755]. Nè da Atalarico suo nipote

fu questa provincia trascurata. Egli diede opportuni provvedimenti,

perchè una gran fiera, che si faceva in questi tempi, e dove concorreva

molta gente di tutte l'altre province, ed una gran festività, che si

celebrava nel dì di S. Cipriano, non fosse disturbata: donde fu data

occasione a Cassiodoro[756], come altrove[757] fece del fonte Aretusa

posto nel territorio di Squillace, di descriverci il maraviglioso fonte

Marciliano, ch'era nella Lucania, ed impiegare nella descrizione del

medesimo, secondo il solito stile, tutte le sue arditezze ed iperboli:

e quel ch'è più, ponendole in bocca d'un Principe, che non aveva altro

scopo, che con severi editti proibire, che tanta celerità non fosse da'

rei, e perversi uomini disturbata.

(Il fonte Marciliano in Lucania descritto da Cassiodoro _Lib._ 8 _Ep._

33 era vicino alla città chiamata _Cosilina_, oggi distrutta, la quale

avea un sottoborgo, chiamato _Marciliano_, dove poi andò ad abitare

il Vescovo, onde promiscuamente fu da poi nominato, ora _Episcopus

Marcellianensis_, ora _Cosilinus_. Ecco come ne parla Ostenio nelle

note a Carlo S. Paolo in _Lucania, et Brutia_: _Cosilianum antiquissima

Lucaniae Civitas_. Cassiodor. _var. lib. 8 Ep. 33_. _Suburbicum habuit

_Marcilianum_, sive _Marcellianum_, unde Marcellianensis Episcopus,

et Cosilinus promiscue dicebatur._ Contrastano i vicini abitatori per

appropriarsene i ruderi; e chi vuole, che sian quelli, onde sorse la

città di _Marsico_, altri pretendono, che da que' ruderi fosse sorta,

non già _Marsico_, ma la città di _Sala_).

_Del Sannio, e suoi Presidi._

Viene in ultimo luogo il Sannio, provincia, siccome appo i Romani,

così ne' tempi di Teodorico, non decorata d'altro, che di Preside.

In questa provincia si legge presso a Cassiodoro[758] essersi da

Teodorico mandato a preghiere de' Sanniti un tal _Gennaro_, ovvero

come altri[759] leggono, _Sunhivado_ per lor Moderatore e Giudice,

imponendosegli, che accadendo litigio nella medesima tra' Romani con

Goti, ovvero fra' Goti con Romani, dovesse secondo le leggi romane

diffinirlo; non volendo egli permettere, che sotto varie e diverse

leggi i Romani co' Goti vivessero, le cui parole già furon da noi,

ad altro proposito, recate. Ebbe anche questa provincia i suoi

Cancellieri, come è chiaro appresso Cassiodoro[760]; e del Sannio

pur altrove[761] fassi da Teodorico memoria; tanto che non v'è stata

provincia di quelle, che ora compongon il nostro Regno, che, per le

memorie, che a noi sono rimase di questo Principe, le quali tutte fra

gli altri Scrittori le dobbiamo a Cassiodoro, non si vegga da Teodorico

providamente amministrata e dati giusti ed opportuni rimedi per lo

governo loro.

§. V. _I medesimi Codici ritenuti, e le medesime condizioni delle

persone, e de' retaggi._

Quindi può distintamente conoscersi, che le nostre province, estinto

l'Imperio romano d'Occidente, ancorchè passassero sotto la dominazione

de' Goti, non sentirono quelle mutazioni, che regolarmente ne' nuovi

dominj di straniere genti soglion accadere. Non furon in quelle

nuove leggi introdotte, ma si ritennero le romane, e la legge comune

de' nostri provinciali fu quella de' Romani, ch'allora ne' Codici

Gregoriano, Ermogeniano, e sopra ogni altro nel Codice di Teodosio,

e nel Corpo delle Novelle di questo Imperadore, di Valentiniano,

Marziano, Magioriano, Severo, ed Antemio suoi successori si

contenevano: ed a' libri di quelli Giureconsulti, che Valentiniano

trascelse, era data piena autorità e forza.

Non s'introdusse nuova forma di governo, e si ritennero i medesimi

Ufficiali; nè la variazione de' Magistrati fu tanta, che non si

ritenessero le dignità più cospicue e sublimi. Poichè l'idea di

Teodorico, e poi del suo successore Atalarico fu di reggere l'Italia,

e queste nostre province col medesimo spirito e forma, colla quale

si resse l'Imperio sotto gl'Imperadori; ed è costante opinione de'

nostri Scrittori, che le cose d'Italia sotto il suo Regno furon più

quiete e tranquille, che ne' tempi degli ultimi Imperadori d'Occidente,

e ch'egli fosse stato il primo, che facesse quietare tanti mali e

disordini.

Quindi è avvenuto, che ancor che queste nostre province passassero da'

Romani sotto la dominazione de' Goti, non s'introducessero, siccome

nell'altre province dell'Imperio romano, quelle servitù ne' Popoli,

che passati sotto altre Nazioni sofferirono. Così quando la Gallia fu

conquistata da' Franzesi, fu trattata come paese di conquista; essendo

cosa certa, che si fecero signori delle persone e de' retaggi di

quella, cioè si fecero signori perfetti, così nella signoria pubblica,

come nella proprietà e signoria privata[762]: ed in quanto alle

persone, essi fecero i naturali del paese servi, non già di un'intera

servitù, ma simili a quelli, che i Romani chiamavan Censiti, ovvero

Ascrittizj, o Coloni addetti alla gleba[763]. Non così trattaron i Goti

l'Italia, la Sicilia, e queste nostre province, ma lasciaron intatta

la condizione delle persone, poichè non gli governava un Principe

straniero, ma un Re, che si pregiava di vivere alla romana, e di

serbare le medesime leggi ed instituti de' Romani. Furon bensì in molti

villaggi delle nostre province di questi Ascrittizj, e Censiti (siccome

vi furon anche de' servi, perchè a' tempi de' Goti l'uso de' medesimi

non s'era dismesso[764]) ma quelli stessi, loro discendenti, in quella

maniera, che prima si tenevano dai Romani, e di essi ci restano ancora

molti vestigi nei Codici di Teodosio e di Giustiniano, che poi i secoli

seguenti chiamaron angarj e parangarj[765]. Ciò che si conferma per

un avvenimento rapportato da Ugone Falcando in Sicilia a' tempi del

Re Guglielmo II, poichè essendo i cittadini di Caccanio ricorsi al Re

contra Giovanni Lavardino franzese, il quale affliggeva i terrazzani,

con esigere la metà delle loro entrate, secondo che diceva esser la

consuetudine delle sue terre in Francia; e riportate queste querele

al G. Cancelliero, ch'era allora Stefano di Parzio, perchè questi

era ancor egli franzese, lasciò la cosa senza provvedimento, onde i

suoi nemici gli concitarono l'odio di tutti i Siciliani, e di molti

cittadini e terrazzani, gridando, ch'essi eran liberi, e che non dovea

permettere, secondo l'uso di Francia: _Ut universi Populi Siciliae

redditus annuos, et exactiones, solvere cogerentur juxta Galliae

consuetudinem, quae cives liberos non haberet_.

Ed in quanto a' retaggi e terre della Gallia, i Franzesi vittoriosi

le confiscaron tutte, attribuendo allo Stato l'una e l'altra signoria

di quelle[766]. E fuori di quelle terre, che ritennero in dominio del

Principe, distribuiron tutte l'altre a' principali Capi e Capitani

della loro Nazione; a tal uno dando una provincia a titolo di Ducato;

ad un altro un paese di frontiera a titolo di Contea; e ad altri de'

castelli e villaggi con alcune terre d'intorno a titolo di Baronia,

Castellania, o semplice Signoria, secondo i meriti particolari di

ciascheduno, ed il numero de' soldati, ch'aveva sotto di se; poichè

davansi così per essi, che per li loro soldati. Non così fecero i Goti

in Italia, ed in queste nostre province, poichè si lasciarono le terre

a loro posseditori, nè s'inquietò alcuno nella privata signoria de'

loro retaggi: e le province e le città eran amministrate da' medesimi

Ufficiali, che prima, secondo che si governavano sotto l'Imperio di

Valentiniano e degli altri Imperadori d'Occidente suoi predecessori. Nè

in Italia, ed in queste nostre province l'uso de' Feudi, e de' Ducati

e Contadi fu introdotto, se non nel Regno de' Longobardi, come diremo

nel quarto libro di questa Istoria.

§. VI. _Insigni virtù di TEODORICO, e sua morte._

Fu veramente Teodorico di tutte quelle rade e nobili virtù ornato, che

fosse mai qualunque altro più eccellente Principe, che vantassero tutti

i secoli. Per la sua pietà e culto al vero Iddio, fu con immense lodi

celebrato da Ennodio Cattolico, Vescovo di Pavia. E se bene istrutto

nella religione cristiana, i suoi Dottori gliela avessero renduta

torbida e contaminata per la pestilente eresia d'Arrio, siccome fecero

a tutti i Goti; questa colpa non a' Goti dee attribuirsi, ma a' Romani

stessi, e spezialmente all'Imperadore Valente, che mandando ad istruir

questa Nazione nella religione cristiana, vi mandò Dottori Arriani;

tanto che Salviano[767], quel Santo Vescovo di Marsiglia, nomò questa

loro disgrazia, fallo non già de' Goti, ma del Magisterio romano, e

testifica questo Santo Vescovo, che nel medesimo lor errore non altro

fu da essi riguardato, se non che il maggior onore di Dio: e per questa

pia loro credenza ed affetto, non dover essere i Goti reputati indegni

della fede cattolica, i quali, comparate le lor opere con quelle de'

Cattolici, di gran lunga eran a costoro in bontà e giustizia superiori,

o si riguardi la venerazione delle Chiese, o la fede, o la speranza, o

la carità verso Dio; quindi è che Socrate[768], Scrittore dell'Istoria

Ecclesiastica, a molti Goti, che per la religione furono da' Pagani

uccisi, dà il titolo di Martiri, come quelli, che con semplice e

divoto cuore eransi a Cristo lor Redentore dedicati. E se per altrui

colpa incorsero i Goti in quest'errore, ben fu questa macchia tolta

e compensata col merito di Riccaredo del loro sangue, che purgò

dall'Arrianesmo tutta la Spagna.

E fu singular pietà de Goti, e di Teodorico precisamente d'astenersi

da ogni violenza co' suoi sudditi intorno alla religione, nè perchè

essi eran dei dogmi Arriani aspersi, proibiva perciò a' suoi Popoli di

confessar la fede del gran Concilio di Nicea[769]; anzi Teodorico in

tutto il tempo, che resse l'Italia e queste nostre province, non pure

lasciò inviolata ed intatta la religione cattolica a' suoi sudditi,

ma si permetteva ancor a' Goti stessi, se volessero dall'Arrianesmo

passare alla fede di Nicea, che liberamente fosse a lor lecito di

farlo.

Maggiore rilucerà la pietà di questo Principe, in considerando,

che della cattolica religione, ancorchè da lui non professata,

ebbe egli tanta cura e pensiero, che non permetteva, che al governo

della medesima s'eleggessero, se non Vescovi di conosciuta probità

e dottrina, de' quali fu egli amantissimo e riverente: di ciò presso

a Cassiodoro[770] ce ne dà piena testimonianza il suo nipote stesso

Atalarico: _Oportebat enim arbitrio boni Principis obediri, qui

sapienti deliberatione pertractans, quamvis in aliena Religione, talem

visus est Pontificem delegisse, ut agnoscatis illum hoc optasse,

praecipue quatenus bonis Sacerdotibus Ecclesiarum omnium Religio

pullularet._

Quindi avvenne, come Paolo Varnefrido, e Zonara raccontano[771],

ch'essendo nato ne' suoi tempi quel grave scisma nella Chiesa romana,

tosto fu da lui tolto col convocamento d'un Concilio, e le cose

restituite in una ben ferma e tranquilla pace. Si leggon ancora

di questo Principe rigidissimi editti, come similmente d'Atalarico

suo nipote, per li quali severamente vengon proibite tutte quelle

ordinazioni di Vescovi, che per ambizione, o interveniente denaro

si facessero, annullandole affatto, e di niun momento e vigore

riputandole[772]; siccome più distesamente diremo, quando della politia

ecclesiastica di questo secolo favelleremo. E pur di Teodorico si

legge, che quantunque nudrisse altra religione, volle che i Vescovi

cattolici per lui porgessero calde preghiere a Dio, delle quali sovente

credette giovarsi. Per la qual cosa non dee parere strano, siccome

dice Grozio, che Silverio Vescovo cattolico romano fosse stato a' Greci

sospetto, quasi che volesse e desiderasse più la Signoria de' Goti in

Italia, che quella de' Greci stessi.

Ed alla pietà di questo Principe noi dobbiamo, che queste nostre

province, ch'ora formano il Regno di Napoli, ancorchè sotto la

dominazione de' Goti Arriani poco men che 70 anni durassero, non

fossero di quel pestilente dogma infestate, ma ritenessero la cattolica

fede, così pura ed intatta, come i loro maggiori l'avevan abbracciata,

e che potè poi star forte e salda alle frequenti incursioni de'

Saraceni, che nei seguenti tempi l'invasero e le combatterono:

imperocchè piacque a Teodorico non pur lasciarla così stare, come

trovolla, ma di favorirla, ed esser eziandio della medesima custode

e difensore: dal cui esemplo mossi Atalarico, e gli altri Goti suoi

successori, si fece in modo, che durante il loro dominio, non restò

ella nè perturbata nè in qualunque modo contaminata.

Della giustizia, umanità, fede, e di tutte l'altre più pregiabili

e nobili virtù di questo Principe, non accade, che lungamente se ne

ragioni: Cassiodoro nei suoi libri ci fa ravvisare una immagine di

Regno così culto, giusto e clemente, che a ragione potè Grozio[773]

dire: _planeque si quis cultissimi, clementissimique Imperii formam

conspicere voluerit, ei ego legendas censeam Regum Ostrogothorum

Epistolas, quas Cassiodorus collectas edidit_. Onde non senza cagione

potevan i Goti appresso Belisario vantarsi di questa lode[774]: nè

senza ragione Teodorico stesso potè dire: _Aequitati fave: eminentiam

animi virtute defende, ut inter nationum consuetudinem perversam,

Gothorum possis demonstrare justitiam_: ed altrove: _Imitamini certe

Gothos nostros, qui foris praelia, intus norunt exercere justitiam_.

E fu cotanto lo studio e la cura di questo Principe nel reggere i

suoi sudditi con una esatta e perfetta giustizia, che si dichiarò co'

medesimi volersi portar con esso loro in modo, che si dolessero più

tosto d'esser così tardi venuti sotto l'imperio de' Goti. Procopio

ancorchè Greco, non può non innalzare queste regie ed insigni sue

virtù: egli custode delle leggi; giusto nell'assegnare i prezzi

all'annona; esatto ne' pesi e nelle misure; e nell'imporre tributi,

fu maravigliosa la sua equabilità, e sovente per giuste cagioni era

pronto a rimettergli: se i suoi eserciti in passando danneggiavan i

paesani, soleva Teodorico ai Vescovi mandare il denaro per risarcirgli

de' patiti danni: se v'era bisogno di materia per fabbricar navi o di

munire d'altra guisa i suoi campi, pagava immantenente il prezzo: egli

liberalissimo co' poveri, e la maggior parte del suo regal impiego era

il sovvenimento e la cura de' pupilli e delle vedove, di che chiara

testimonianza ce n'ha data Cassiodoro.

La moderazione di questo Principe, da' suoi fatti di sopra esposti

è pur troppo nota: e' potendo far passare i vinti sotto le leggi

de' Goti vincitori, volle, che colle leggi proprie, colle quali

eran nati e nudriti, vivessero. Permise, che sotto il suo Regno Roma

fosse dallo stesso romano Senato governata: che giudicasse il Romano

tra' Romani: tra' Goti e Romani, il Goto ed il Romano. Che quella

religione ritenessero ch'avevan succhiata col latte[775], avversissimo

d'introdurre novità, come quelle, che sogliono essere sempremai alle

Repubbliche perniziosissime, e cagione di molti e gravi disordini.

La sua temperanza fu da Ennodio chiamata modestia sacerdotale: ei

secondo l'usanza della sua Nazione parchissimo ne' cibi, e molto più

sobrio nelle vesti. Nel suo Regno i Goti si mantennero continentissimi

e casti, nè fu insidiata la pudicizia delle donne: _Quae Romani

polluerant fornicatione_ dice Salviano[776], _mundant Barbari

castitate_: ed altrove: _Impudicitiam nos diligimus, Gothi execrantur,

puritatem nos fugimus, illi amant_. Vivevan di cibi semplicissimi,

di pane, di latte, di cascio, di butirro, di carne, e sovente cruda,

macerata solamente nel sale. Tralascio per brevità le sue virtù regie:

infin oggi s'ammirano in Roma ed in Ravenna i monumenti della sua

magnificenza negli edificj, negli acquedotti ed in altre splendide

opere. Dal corso de' suoi fatti egregi, incominciando dalla puerizia,

è pur troppo noto il suo valore, la fortezza, la sua magnanimità,

il suo sublime spirito, ed il suo genio sempre a grandi e difficili

imprese prontissimo. Principe e nella guerra e nella pace espertissimo,

donde nell'una fu sempre vincitore, e nell'altra beneficò grandemente

le città, ed i Popoli suoi: e la virtù sua giunse a tanto, che seppe

contenere dentro a' termini loro, senza tumulto di guerre, ma solo

con la sua autorità, tutti i Re barbari occupatori dell'Imperio. E

per restituire l'Italia nell'antica pace e tranquillità, molte terre

e fortezze edificò infra la punta del mare Adriatico e l'Alpi, per

impedire più facilmente il passo a' nuovi Barbari, che volessero

assalirla. Tanto ch'è costantissima opinione di tutti gli Scrittori,

che mediante la virtù e la bontà sua, non solamente Roma ed Italia,

ma tutte l'altre parti dell'occidental Imperio libere dalle continue

battiture, che per tanti anni da tante inondazioni di Barbari avevan

sopportate, si sollevarono, ed in buon ordine, ed assai felice stato si

ridussero.

So che alcuni credono esser queste tante virtù di Teodorico, state

imbrattate dall'insidie, e morte finalmente fatta dare ad Odoacre;

e nell'ultimo della sua vita da alcune crudeltà cagionate per varj

sospetti del Regno suo. con avere ancora fatto morire Simmaco, e

Boezio suo genero, Senatori, ed al Consolato assunti: uomini di

nobilissima stirpe nati, nello studio della filosofia consumatissimi,

religiosissimi, e per fama di pietà e di dottrina assai insigni.

Ma se vogliano questi fatti attentamente considerarsi, la ragion di

Stato difende il primo; e dell'essere stato crudele con Simmaco,

e Boezio, dobbiamo di quello stesso incolpar Teodorico, di che fu

incolpato da suoi domestici: _Id illi injuriae_, come dice Procopio,

_in subditos primum, ac postremum fuit, quod non adhibita, ut solebat,

inquisitione de viris tantis statuerat_. In questo solamente mancò

Teodorico, ch'essendo stati per invidia imputati Simmaco, e Boezio

di macchinar contro alla sua vita, ed al suo Regno, gli avesse

senza usare molta inquisizione in caso sì grave, in cui richiedevasi

somma avvedutezza, condennati a morte; del resto, come ben osservò

Grozio[777], _Actum ibi, non de Religione, quae Boëthio satis Platonica

fuit, sed de Imperii statu_. Non fu mosso certamente Teodorico da

leggier motivo, ma per cagione di Stato, non già di religione, come

alcuni credono. Ben si sono scorti, quali sentimenti fossero di questo

Principe intorno a lasciare in libertà le coscienze degli uomini, ed

appigliarsi a quella religione, che lor piacesse. Nè per Boezio poteva

accader ciò, la cui religione fu più platonica, che cristiana. E se

dee credersi a Procopio, ben di quel suo fallo poco prima di morire ne

pianse Teodorico amaramente con intensissimo dolore del suo spirito;

poichè essendosegli, mentre cenava, apprestato da' suoi Ministri un

pesce di grossissimo capo, se gli attraversò nella fantasia così al

vivo l'immagine di Simmaco, che parvegli quello del pesce essere il

costui capo, il quale con volto crudele ed orribile lo minacciasse,

e volesse della sua morte prender vendetta: tanto che spaventato per

sì portentosa veduta, corsegli per le vene un freddo, che obbligatolo

a mettersi a giacere, si fece coprir di molti panni; ed avendo

raccontato ad Elpidio suo Medico ciò che gli era occorso, _In Simmacum,

ac Boëthium quod peccaverat, deflevit: poenitentiaeque, ad doloris

magnitudine, non multo post obiit_, come narra Procopio.

Giornande niente dice di sì strano successo, ma lo fa morire di

vecchiezza, narrando, che Teodorico _postquam ad senium pervenisset,

et se in brevi ab hac luce egressurum cognosceret_, fece avanti di lui

convocare i Goti, e' principali Signori del Regno, a' quali disegnò

per suo successore _Atalarico_, figliuolo d'Amalasunta sua figliuola,

il quale morto Eutarico suo padre, pur dell'illustre stirpe degli

Amali, non avendo più, che dieci anni, sotto la cura ed educazione di

sua madre viveva. Non tralasciò morendo di raccomandare a' medesimi la

fedeltà, che dovevan portare al Re suo nipote; raccomandò loro ancora

l'amore e riverenza verso il Senato e Popolo romano, e sopratutto

incaricò, che dovesser mantenersi amico e propizio l'Imperadore

d'Oriente, col quale procurassero tener sempre una ben ferma e

stabil pace e confederazione: il qual consiglio avendo religiosamente

custodito Amalasunta, le cose de' Goti infinchè visse il suo figliuolo

Atalarico, andaron assai prosperamente; poichè per lo spazio d'otto

anni, che regnarono, mantennero il lor Reame in una ben ferma e

tranquilla pace. Tale fu la morte di questo illustre Principe, che

avvenne nell'anno 526 di nostra salute, dopo aver regnato poco men che

38 anni, e ridotta l'Italia, e queste nostre province nell'antica pace

e tranquillità.

§. VII. _Di ATALARICO Re d'Italia._

Prese il governo del Regno per la giovanezza di Atalarico, Amalasunta

sua madre. Principessa ornata di molte virtù, la quale uguagliò la

sapienza de' più savj Re della terra; ella governò il Reame, e la

giovanezza del suo figliuolo con tanta prudenza, che non cedeva guari

a quella di Teodorico suo padre. Ella, appena morto costui, ricordevole

de' suoi consigli, fece da Atalarico scrivere a Giustino I. Imperadore

(il qual essendo succeduto ad Anastasio, allora imperava nell'Oriente)

calde ed officiose lettere, per conservare tra essi quella concordia,

che Teodorico aveva incaricata. Altre parimente ne fece scrivere al

Senato ed al Popolo romano affettuosissime, e piene d'ogni stima le

quali ancor oggi appresso Cassiodoro leggiamo[778].

Mantenne quell'istessa forma ed istituto nel governo che Teodorico

tenne; nè durante il Regno di suo figliuolo permise, che alcuna cosa si

mutasse: le medesime leggi si ritennero[779], gl'istessi Magistrati,

l'istessa disposizione delle province, e la medesima amministrazione.

Tutti i suoi studj erano di far allevare il giovine Principe alla

romana, con farlo istruire nelle buone lettere e nelle virtù, tenendo

per questo effetto molti maestri, che l'insegnassero. Ma i Goti, ed i

Grandi della Corte dimenticatisi prestamente dei consigli di Teodorico

mal sofferivano, che Amalasunta allevasse così questo Principe, e

gridando, ch'essi volevano un Re, che fosse nudrito fra l'armi, come

i suoi antecessori, fu ella in fine costretta d'abbandonarlo alla

lor condotta, la quale fu tanto funesta a questo povero Principe, che

caduto in molte dissolutezze, perdè affatto la salute, e venne in tale

languidezza, che lo condusse ben tosto alla tomba: poichè appena giunto

all'ottavo anno del suo regnare, finì nel 534 i suoi giorni. Origine,

che fu de' mali e della ruina de' Goti in Italia, de' disordini, e

delle tante rivoluzioni, che da poi seguirono, mentre già all'Imperio

d'Oriente era stato innalzato da Giustino, Giustiniano suo nipote,

quegli che per le tante sue famose gesta sarà il soggetto del seguente

capitolo.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 1 · 第 49 / 59 题