_De' Goti orientali, e delle loro leggi._
I Principi Vestrogoti della stirpe de' Balti, essendo stata loro
sotto l'Imperio d'Onorio, da questo Principe stabilmente assegnata
l'Aquitania, e molte altre città della Narbona, in Tolosa fermaron
la loro sede, onde poi Re di Tolosa si dissero. Essi a tutto potere
proccuravano stender il lor dominio nell'altre province della Gallia,
e delle Spagne, le quali eran da' Vandali malmenate ed oppresse. Più
volte a _Vallia_, che, come si disse nel precedente libro, a Rigerico
successor di Ataulfo succedè, fortunatamente avvenne, che nelle Spagne
trionfasse d'essi, e lor desse molte gravi, memorabili rotte. Morì
Vallia, dopo aver riportate contro a' Vandali tante vittorie, in Tolosa
l'anno di Cristo 428 ed a lui succedè nel Regno _Teodorico_[635]. Gli
scrittori variano nel nome di questo Principe: Gregorio di Tours[636]
lo chiama Teudo: Isidoro, Teudorido: Idacio, Teodoro; ma noi seguendo
Giornandes[637] Scrittore il più antico, e 'l più accurato delle cose
de' Goti lo chiameremo con Alteserra[638] _Teodorico_. Resse questo
Principe l'Aquitania anni ventitrè, prode ed eccellente Capitano, che
contro ad Attila ne' campi di Chaalon diede l'ultime prove del suo
valore: fu egli in questa battaglia gravemente ferito, e sbalzato di
cavallo restò tutto infranto, ed indi a poco morì. Lasciò di lui sei
figliuoli maschi, Torrismondo, Teodorico il Giovane, Federico, Evarico,
Rotemero, ed Aimerico, ed una figliuola, che collocolla in matrimonio
con Unnerico figliuolo di Gizerico Re de' Vandali.
_Torrismondo_ adunque succedè nel Reame, il quale, ancorchè si
fosse trovato insieme col padre contro ad Attila, e fosse stato in
quella battaglia ferito, intesa ch'ebbe la morte del medesimo, tornò
subito in Tolosa, ove con universale acclamazione fu nel Trono regio
assunto[639]. Il Regno di questo Principe ebbe brevissima durata, e se
dee prestarsi fede ad Isidoro, non imperò più che un sol anno; poichè
per opera di Teodorico e Federico suoi fratelli, che mal soffrivan il
suo governo, fu crudelmente ucciso[640].
_Teodorico il Giovane_ suo fratello gli succedè nel Regno: Principe,
secondo Sidonio Apollinare[641], dotato di nobili ed eccellenti virtù:
ed ancorchè il genio degli Vestrogoti mal s'adattasse alle leggi
romane, contra il costume degli Ostrogoti, che l'ebbero sempre in
somma stima e venerazione, fu non però Teodorico II amantissimo delle
medesime, e n'ebbe grandissima stima.
Gli Vestrogoti per le continue guerre, ch'ebbero co' Romani, furon
non poco avversi alle leggi romane; tanto che parlando de' loro
tempi, ebbe a dire Claudiano[642] : _Moerent captivae pellito judice
leges_. Ataulfo loro Re, che, come si disse, ad Alarico I succedè,
per la ferocia del suo animo, già meditava d'esterminarle in tutto;
ma raddolcito per le continue persuasioni e conforti di Placidia
sua moglie cotanto da lui amata, se n'astenne, e mutò consiglio; ed
ancorchè i suoi Goti mal ciò soffrissero, pur egli appresso Orosio[643]
confessò, che non poteva senza quelle la Repubblica perfettamente
conservarsi, nè gli dava il cuore di toglierle affatto: _Neque
Gothos, e' dice, ullo modo parere legibus posse, propter effraenatam
barbariem, neque Reip. interdici leges oportere, sine quibus Resp. non
est Respublica_. Onde narrasi[644], che questo Principe nell'anno 412
avesse per pubblico editto comandato a' suoi sudditi, che le leggi de'
Romani insieme co' costumi de' Goti osservassero. Goldasto[645] tra le
costituzioni imperiali ne rapporta l'editto, ma si vede esser conceputo
coll'istesse parole poc'anzi riferite di Orosio, e molte cose in esso
aggiunte, che in quell'Autore non sono.
Ma a Teodorico il Giovane, del quale si favella, fu in tanto pregio lo
studio delle romane leggi, che Sidonio Apollinare[646] introducendolo
in un suo Carme a parlar con Avito, così gli fa dire:
————— _mihi Romula dudum_
_Per te jura placent._
Ed altrove[647] chiamò questo Teodorico _.... Romanae columen, salusque
gentis_. Ed appresso Claudiano, parlandosi di questo Principe,
come osservò Grozio[648] pur si legge, _Vindicet Arctous violatas
advena leges_. Nè gli Vestrogoti, ne' tempi di questo Re, o de' suoi
predecessori ebbero proprie leggi scritte, nè si presero mai cura di
formarle.
Ma morto Teodorico nel decimoterzo anno del suo Regno, essendogli
stato renduto da Evarico ciò che egli fece a Torrismondo, succedette
nel Reame _Evarico_ suo fratello. Questi fu il primo, che diede a'
Goti le leggi scritte, come ce n'accerta Isidoro[649]: _Sub hoc Rege
Gothi legum instituta scriptis habere coeperunt, nam antea tantum
moribus, et consuetudine tenebantur_: per la qual cosa da Sidonio[650]
in un epistola, che dirizzò all'Imperadore Lione, fu celebrato Evarico
per Principe saggio, e conditor di leggi: _Modo per promotae limitem
sortis, ut Populos sub armis, sic fraenat arma sub legibus_.
Nel Regno di questo Principe cominciaron le leggi de' Romani ad
oscurarsi, non già in Italia, ma nell'Aquitania, e nella Narbonia, ed
in alcun'altre province della Spagna; poichè queste nuove leggi, che
_Teodoriciane_ furon dette, proposte per opera de' Goti a' provinciali,
si fece in modo, che le _Teodosiane_ non cotanto s'apprezzassero, ed
al deterioramento di quelle non poco vi cooperò ancora la malvagità de'
proprj romani Ufiziali, e particolarmente di _Seronato_ Prefetto allora
delle Gallie, il quale favorendo le parti de' Goti, e tradendo il suo
proprio Principe, era ai Romani avversissimo; tanto che da Sidonio[651]
era chiamato il _Catilina_ di quel secolo. Costui fu pernizioso a'
Romani stessi, non solamente per le gravi perdite cagionate dalla
sua ribalderia all'Imperio d'Occidente nella Gallia, ma molto più
per lo disprezzo e vilipendio, che faceva delle leggi Teodosiane,
con innalzare all'incontro quelle de' Goti. Ancor oggi appresso
Sidonio[652] si leggono le querele de' provinciali contra costui:
_Exultans Gotis, insultans Romanis, illudens Praefectis, colludensque
numerariis, leges Theodosianas calcans, Teodoricianasque proponens,
veteres culpas, nova tributa perquirit_. Onde si vide in questi tempi
la condizione de' Romani, per la rapacità di quest'uomo pestilente,
che d'eccessivi ed esorbitanti tributi gli caricava, ridotta in tale
stato, che come fu detto nel I libro, i provinciali eleggevan più tosto
la servitù de' Goti, che la libertà de' Romani; onde Salviano[653]
d'essi parlando disse: _Passim, vel ad Gothos, vel ad Bagaudas, vel ad
alios ubique dominantes Barbaros migrant et commigrasse non poenitet;
malunt enim sub specie captivitatis vivere liberi, quam sub specie
libertatis esse captivi. Itaque nomen civium Romanorum aliquando non
solum magno aestimatum, sed magno emptum, nunc ultro repudiatur, ac
fugitur, nec vile tantum, sed etiam abominabile pene habetur_. Paolo
Orosio[654] attesta ancora, che i provinciali eleggevan più tosto tra'
Barbari vivere, che tra' Romani: _Qui malint inter Barbaros pauperem
libertatem, quam inter Romanos tributariam sollicitudinem substinere_.
Quindi Isidoro[655] potè conchiudere: _Unde, et hucusque Romani, qui
in Regno Gothorum consistunt, adeo amplectuntur, ut melius sit illis
cum Gothis pauperes vivere, quam inter Romanos potentes esse, et grave
jugum tributi portare_. Ma cotanta ribalderia di Seronato non rimase
lungo tempo impunita, poichè strascinato in Roma, fugli tronco il capo,
in cotal guisa soddisfacendo la pena di tante sue scelleratezze.
Furon le leggi da Evarico stabilite chiamate _Teodoriciane_, non perchè
riconoscessero per loro Autori i due Teodorici di sopra memorati, come
diedesi a credere il Baronio[656], che ne fece Autore Teodorico il
Giovane predecessore d'Evarico, poichè a tempo dei medesimi niuna legge
scritta ebbe questa Nazione. Molto meno furon così appellate, perchè
forse l'Autore di quelle fosse stato Teodorico Ostrogoto Re d'Italia,
come altri si persuasero: perocchè questo Principe, come diremo più
innanzi, ebbe sentimenti assai diversi intorno alla cura delle leggi
romane, e regnò molto tempo da poi in Italia, morto già Sidonio
Apollinare, il quale non poteva nomar queste leggi Teodoriciane,
perchè questo Teodorico ne fosse Autore. Teodorico Ostrogoto, come
dirassi, regnò in Italia ne' tempi di Anastasio Imperador d'Oriente
nell'anno 493 e 500, quando Sidonio Apollinare era già morto, com'è
manifesto appresso Gregorio di Tours[657]; laonde meritamente fu da
Cironio[658] incolpato d'errore Cujacio, che Autore di queste leggi ne
fece Teodorico Re d'Italia.
Sirmondo, e Dadino Alteserra[659] saviamente dissero, che fossero
queste leggi chiamate _Teodoriciane_ per paranomasia, per opporle alle
_Teodosiane_, acciocchè siccome i Romani valevansi delle Teodosiane,
così i Goti avessero leggi proprie, che con diverso senso, ma con
conforme suono si dicessero _Teodoriciane_: ma siccome osservò
Cironio[660], sarebbe questa una _paranomasia_ troppo insulsa, se
Evarico non fosse stato ancora chiamato Teodorico; onde il dottissimo
Savarone[661] sopra quel luogo di Sidonio Apollinare, assai chiaro
dimostra, che il vero nome di questo Principe fosse stato quello di
_Teodorico_: Grozio[662] poi nel suo Nomenclatore ci fa vedere che
questo Re si fosse chiamato anche _Evarico_ per questo stesso, che
fu il primo fra' Re Goti a compor leggi: _Evarix_, e' dice, _alias
Evaricus. Evva ricch, Legibus pollens. In glossis Lex, Evva_.
§. I. _Del Codice d'Alarico._
Poterono sotto il Regno d'Evarico, ma molto più per la ribalderia di
Seronato soffrire questi oltraggi le leggi romane, ma tolto dal Mondo
sì reo uomo, essendo da poi nell'anno 484 morto Evarico, sursero quelle
di bel nuovo, e tornarono nell'antico lor vigore; poichè d'_Alarico_
figliuol d'Evarico, che nel Reame gli succedè, furono i sentimenti
assai diversi; imperocchè le querele de' provinciali, che mal
sofferivan l'abbassamento delle medesime, trovaron quel luogo presso
ad Alarico, che appo al padre non ebbon giammai. Erano note a questo
Principe le doglianze degli Aquitani, e degli altri suoi sudditi, i
quali mal volentieri si sarebbon accomodati alle leggi _Teodoriciane_,
e che a gran torto lor involavansi le leggi romane, colle quali eran
nati e cresciuti. Era altresì a lui noto con quanta stima venivan
ricevute da Teodorico Ostrogoto, che già ne' suoi tempi regnava in
Italia, la cui figliuola Teodelusa egli aveva per moglie, e perciò
da Teodorico veniva suo figliuolo chiamato, come si vede appresso
Cassiodoro in quella affettuosa epistola, che gli scrisse[663]:
fu per tanto risoluto nel ventesimo secondo anno del suo Regno di
compiacergli; onde avendo trascelti uomini prudentissimi, ed i più
insigni Giureconsulti, che fiorissero nella sua età, a quali prepose
_Gojarico_[664], non altramente, che di Triboniano fece l'Imperador
Giustiniano nella Compilazione delle Pandette e del suo Codice, impose
a' medesimi, che dalle costituzioni del Codice Teodosiano, e dalle
sentenze di varj Giureconsulti sparse in diversi libri, ne formassero
un nuovo Codice. E perchè non si diminuisse la maestà del suo Imperio,
quasi che di leggi straniere d'altri Principi avesse bisogno per
governare i popoli a se soggetti, volle, che questo nuovo Codice in
suo nome si pubblicasse, e che le leggi in quello contenute da lui
ricevessero la forza ed il nerbo, perchè potessero costringersi i suoi
sudditi ad ubbidirle.
I più vulgati e celebri libri, ne' quali in questi tempi contenevasi la
ragion civile de Romani, se riguardansi le costituzioni de' Principi,
eran i Codici Gregoriano, Ermogeniano, e quel di Teodosio con le di lui
Novelle, e l'altre di Valentiniano a quello aggiunte; e fra i volumi
de' Giureconsulti, fiorivan in questa età, sopra tutti, le sentenze
di Paolo, e l'Instituzioni di Cajo; perciò per opera di que' valenti
uomini[665] fu dalle costituzioni di que' Codici, dal corpo di quelle
Novelle, e dalle sentenze di questi Giureconsulti compilato questo
nuovo ristretto Codice; laonde perciò anche Breviario del Codice
Teodosiano fu dagli Scrittori di que' tempi, e della seguente età
nominato, il quale secondo il computo del Gotofredo[666] fu condotto
a fine l'anno 506. La cui Compilazione dee a _Gojarico_, e suoi
Colleghi attribuirsi[667], non già ad _Aniano_ Cancellier d'Alarico,
come stimarono Giovanni Tillio e Cujacio, ingannati forse da ciò, che
scrisse Sigeberto[668]. Aniano nella fabbrica del medesimo non v'ebbe
alcuna parte, ma solamente da lui d'ordine d'Alarico fu pubblicato e
sottoscritto in Ayre città della Guascogna nel Concilio d'ambedue gli
Ordini[669], cioè degli Ecclesiastici e de' Nobili; poichè di questi
tempi in Francia il terzo Ordine non era d'alcun momento, nè d'autorità
veruna[670]. La qual pubblicazione, e sottoscrizione d'Aniano rendesi
manifesta dal _Comonitorio_ d'Alarico diretto al Conte Timoteo, che va
innanzi al Codice Teodosiano, nel quale si leggono queste parole[671]:
_Anianus vir spectabilis, ex praecepto D. N. gloriosissimi Alarici
Regis, hunc Codicem de Theodosianis legibus, atque sententiis Juris,
vel diversis libris electum, Aduris anno XXII eo Regnante edidit atque
subscripsit_.
Alcuni per questo stesso rispetto han creduto, che nel medesimo tempo
Aniano avesse composte ancora le note nelle Sentenze di Paolo, e
nell'Instituzioni di Cajo, come scrissero Deciano[672], ed Arturo[673]
con manifesto errore; poichè in questo Breviario, oltre alle leggi
trascelte dal Codice Teodosiano, vi furon anche riposte le sentenze
di questi Giureconsulti dai mentovati Compilatori, non già da Aniano.
E quelle interpretazioni, che s'osservano nel Codice di Teodosio,
non ad Aniano, ma a coloro debbon attribuirsi, come diligentemente
osservò Gotofredo ne' _Prolegomeni_ di quel Codice[674]. È da notarsi
ancora, che essendo state unite queste note ed interpetrazioni a quel
Codice, ne nacque presso agli Scrittori de' seguenti secoli un errore,
che volendo allegar le leggi di quel Codice, allegavan sovente, come
costituzioni del medesimo, una di queste interpretazioni o note di
Paolo Giureconsulto, siccome fu avvertito da Savarone[675] sopra
Sidonio Apollinare. Così veggiamo, che Ivone di Chartres[676], che
fiorì nell'anno 1092 sovente allega per leggi di questo Codice, ciò
ch'era dell'Interpretazione di Paolo Giureconsulto: Graziano[677] poi
nel suo decreto prende moltissimi di somiglianti abbagli, siccome fu da
Gotofredo[678], e da altri osservato.
§. II. _Traslazione della sede regia degli Vestrogoti da Tolosa di
Francia, in Toledo nelle Spagne._
Questa fu la varia fortuna, che la romana giurisprudenza sostenne
appresso gli Vestrogoti Re di Tolosa, che all'Aquitania, ed a molti
luoghi della Gallia, oltre alle province della Spagna, imperavano:
ma vedi le vicende dell'umane cose. Alarico, che dopo ventitre anni
d'Imperio avea sì bene stabilito il suo Regno in Francia, e che
di tutt'altro poteva temere, che di dover'esser egli l'ultimo Re
di Tolosa, fu del Regno e della vita privo, ed in lui s'estinse la
dominazione de' Goti nella Gallia. _Clodoveo_ Re di Francia, sia per
zelo di religione, sia per ragion di Stato, di mal animo soffriva avere
Alarico per compagno nell'Imperio delle Gallie[679]. Era in fatti
Alarico, come furon tutti i Goti, Ariano: Clodoveo ardente di zelo
per la religion cattolica recentemente da lui abbracciata, diliberò
movergli contra l'armi, e dalla Gallia discacciarlo: così questo
Principe, come si legge appresso Gregorio di Tours[680], parlò a' suoi
soldati: _Valde moleste fero, quod hi Ariani partem teneant Galliarum,
eamus cum Dei adjutorio, et superatis redigamus Terram in ditionem
nostram_. Ecco, che assembrati gli eserciti, assale i confini de'
Goti, si pugna ferocemente ne' campi di Vique, ed Alarico sbalzato di
cavallo, rimane dalle mani proprie di Clodoveo estinto. I Goti per la
morte del loro Re in somma costernazione posti, furon dispersi, e quasi
che in tutto alla perfine distrutti. Trionfa Clodoveo, e prende molte
città, e castelli: Teodorico suo figliuolo penetrando nell'interiori
parti dell'Aquitania, tutte si sottomette quelle città: Clodoveo con
trionfal pompa entra in Tolosa, sede che fu già gran tempo de' Re Goti,
e tutti i tesori d'Alarico vi prende. Ecco il fine della dominazion
de' Goti nell'Aquitania, e vedi intanto la mano del Signore, come
trasferisce i Regni di gente in gente.
Conquistatasi da Clodoveo l'intera Aquitania con Tolosa, rimasero
sotto l'Imperio de' Goti le Spagne, ed ancor parte della provincia
di Narbona, per la quale lungo tempo da' Goti fu poi guerreggiato
co' Francesi: ed avvegnachè finalmente se ne fossero questi renduti
padroni, però nella Francia Narbonese, come dice Grozio[681], non
s'estinse affatto il sangue Gotico, nè quivi mancò in tutto la stirpe
de' _Balti_, rimanendovi ancora quelli della famiglia di _Baux_,
i quali non altronde, che da questi Goti tirano la lor origine, e
conservavan tuttavia in quella provincia parte del Principato d'Orange.
Un altro ramo di questa stessa famiglia di Francia fu trasferito nel
nostro Regno di Napoli; dove si disse appresso noi di _Baucio_, ovvero
del _Balzo_, che tenne il Principato d'Altamura, il Ducato d'Andria, ed
il Contado d'Avellino; del che non vogliamo altro miglior testimonio,
che Grozio stesso; ecco le sue parole: _Aliaque ejusdem familiae
propago in Regno Neapolitano Principatum Altamurae, Ducatum Andriae,
Comitatum Avellinae, virtutis non degenerantis monumenta tenuit_.
Gli Vestrogoti discacciati da Tolosa e da Francia posero la loro sede
regia in Toledo nelle Spagne. Quivi per lungo tempo tennero il Regno
infin alla spaventosa e terribile irruzione de' Saraceni. Tennelo
Gesalarico, e da poi _Teodorico_ Ostrogoto Re d'Italia, il quale
volendosene poi ritornar in Italia, lasciò quello ad _Amalarico_
suo nipote. Tennelo anche sotto Giustiniano Imperadore poco men,
che diciotto anni _Teudio_, e dopo lui _Teudiscolo_ per un sol
anno: _Agila_ per cinque: _Atanagildo_ quattordici, e dopo la di
lui morte seguita in Toledo, _Liuba_[682]. _Leovigildo_ suo fratello
gli succedette nel Regno, Principe di vasti pensieri, e che fu tutto
inteso ad ampliare i confini del suo Imperio. Vinse i Cantabri, che
sono i Biscaini, ed i Navarresi, Amaya, e molt'altre ribellanti città
si sottopose: egli fu perciò detto il _Conquistatore_, perchè gran
parte della Spagna conquistò: _Nam antea Gens Gothorum_, come dice
Isidoro[683], _angustis finibus arctabatur_. Ma tante sue virtù furon
oscurate per le persecuzioni, che diede a' Cattolici, e per la ferocità
e crudeltà del suo animo, non perdonò nè meno ad Ermenegildo suo
figliuolo.
§. III. _Del nuovo Codice delle leggi degli Vestrogoti._
Presso a tutti questi Principi le leggi romane non furon in molta
stima avute, e molto meno presso a _Leovigildo_, il quale portando gli
stessi sentimenti d'Evarico, volle alle sue leggi gotiche aggiungerne
dell'altre, e ciò, che nelle medesime egli credette fuor di ordine
o superfluo, volle correggere e togliere, e con miglior metodo
ordinare: _In legibus quoque_ (narra Isidoro[684]) _ea, quae ab Evarico
incondite constituta videbantur, correxit, plurimas leges praetermissas
adjiciens, plurasque superfluas auferens_. Accrebbe ancora questo
Principe di molto l'Erario, e dopo diciotto anni di Regno, nell'anno
586 morì in Toledo sua sede regia.
Non diversi sentimenti intorno alle leggi romane portarono i suoi
successori: _Reccaredo_ suo figliuolo (che fu il primo il quale lasciò
l'Arianesimo per abbracciare la religione cattolica, dal che fu nomato
il _Re Cattolico_, soprannome poi ripigliato da Alfonso, e Ferdinando
Re d'Aragona, e dai suoi successori) _Liuba_ II. _Vitterico_,
_Gundemaro_, _Sisebuto_, _Reccaredo_ II. _Svintila_, _Sisenando_,
_Cintila_, _Tulca_, _e Chindesvindo_, Principi tutti Cattolici e
religiosi, aggiungendo le loro leggi all'altre de' loro predecessori,
fecion sì, che ne surse col correr degli anni questo nuovo _Codice_,
delle leggi Vestrogote detto[685]. Le leggi che si hanno in quello,
alcune portano in fronte il nome degli Autori, come di Gundemaro Re
e degli altri, che regnarono dopo Evarico e Leovigildo: altre sono
sotto il nome di legge antica, che potrebbero attribuirsi ad Evarico
o più tosto a Leovigildo, che corresse ed accrebbe le costui leggi.
Fu tanta l'autorità di questo Codice, che oscurò in queste province
affatto lo splendore delle leggi romane; poichè Chindesvindo[686]
Re dei Vestrogoti, che a Tulca succedè, promulgò un editto, per cui
sbandì la legge romana da tutti i confini del suo Regno, e ordinò, che
solo questo Codice s'osservasse, sotto vano e stupido pretesto, perchè
quella ricercava troppo sottile interpetrazione. Ecco le parole del
suo Editto[687]: _Alienae gentis legibus, ad exercitium utilitatis
imbui, et permittimus, et optamus; ad negotiorum vero discussionem,
et resultamus, et prohibemus. Quamvis enim eloquiis polleant, tamen
difficultatibus haerent: adeo cum sufficiat ad Justitiae plenitudinem,
et praesentatio rationum, et competentium ordo verborum, quae Codicis
hujus series agnoscitur continere, nolumus, sive Romanis legibus, sive
alienis institutionibus amodo amplius convexari_. Questa costituzione
ritrovandosi per errore di Benedetto Levita registrata tra' Capitolari
di Carlo M. diede occasione al Gonzalez[688] di credere, che Carlo
fosse stato il primo a sterminare dal Foro l'uso delle romane leggi.
_Recisvindo_ suo figliuolo, che nel Regno gli succedette, rinovò
gli ordinamenti del padre, e volle, che fuor di questo Codice non
s'ubbidissero altre leggi siano romane, ovvero Teodosiane, o d'altre
straniere genti. _Nullus_, e' dice, _prorsus ex omnibus Regni nostri
praeter hunc Librum, qui nuper est editus, atque secundum seriem hujus
omnimode translatum, alium librum quocumque negotio in judicio offerre
pertentet_[689]. Tenne Recisvindo il Regno dopo la morte del padre
tredici anni, e morì in Toledo l'anno di nostra salute 672[690], nel
quale _Vamba_ fu eletto suo successore.
Egli è però vero, che questo Codice ad emulazione di quello di
Giustiniano fu compilato, e diviso perciò in dodici libri. I
Compilatori ebbero presente ancora il Codice Teodosiano, e quello
d'Alarico, come è manifesto dalle costituzioni, che in esso
si leggono[691]. Si valsero ancora del Codice di Giustiniano,
connumerando[692] i gradi della consanguinità coll'istesso ordine, e
quasi coll'istesse parole, di cui si valse Giustiniano ne' libri delle
Instituzioni; e quel ch'è più notabile, fu con puro latino scritto,
e non già con quello stile insulso e barbaro, del quale valevansi
l'altre Nazioni; tanto che Cujacio[693] perciò ne prende argomento,
che fosse quella gente più culta di tutte l'altre. E fu cotanta
l'autorità di questo Codice, che non solo presso agli Vestrogoti, ma
anche appo l'altre Nazioni ebbe vigore e fermezza, siccome presso a'
Borgognoni, ed a' Sassoni; anzi ne' Concilj tenuti in Toledo spesso le
sue costituzioni s'allegano, e di quelle sovente fassene illustre ed
onorata memoria: onde si videro nella Spagna in cotal guisa mescolate
le leggi romane con quelle de' Goti; e non pure in questa età, ma
anche ne' tempi susseguenti furon osservate non solo da' Goti, ma
anche da' Saraceni[694], i quali dopo l'anno 715 avendo inondata la
Spagna, le ritennero, nè nuove leggi v'introdussero, salvo che alcune
poche intorno a' giudicj criminali, come della bestemmia del falso
lor Profeta Maometto; ed ultimamente questi essendo scacciati, da' Re
Spagnuoli stessi furon ritenute, come per la testimonianza di Roderico
scrisse Grozio[695], fino al Regno d'Alfonso IX o X, il quale, essendo,
cancellate in buona parte per disusanza le leggi de' Goti, introdusse
nella Spagna le romane, che nell'idioma spagnuolo, per opera di Pietro
Lopez, e di Bartolomeo d'Arienza fece tradurre e divulgare, le quali
ora ritengono tutto il vigore, e leggi delle Partite s'appellano[696].
Questo Codice delle leggi degli Vestrogoti, noi lo dobbiamo alla
diligenza di Pietro Piteo, il qual fu il primo, che comunicollo a
Giacomo Cujacio, della qual cortesia tanto se gli dimostra tenuto. Nè
io voglio che mi incresca di qui recarne le sue parole[697]: _Gothorum,
sive Visigothorum Reges qui Hispaniam, et Galiciam Toleto Sede Regia
tenuerunt, ediderunt XII Constitutionum libros, aemulatione Codicis
Justiniani, quorum auctoritate utimur saepe libenter, quod sint in eis
omnia fere petita ex jure civili, et sermone latino conscripta, non
illo insulso caeterarum gentium, quem nonnunquam legimus ingratis: ut
gens illa maxime, quae consedit in Hispania, plane cultior caeteris,
hoc argumento fuisse videatur. Communicavit autem mihi ultro Petrus
Pitheus, quem ego hominem, et si amore, et perpetuo quodam judicio
meo dilexi semper vix jam ex ephebo profatus fore, ut probitate, et
eruditione aequalium suorum, nemini cederet: tamen pro singulari isto
beneficio, maximam modo animi benevolentiam, et summa, ac singularia
studia omnia me ei debere confiteor, idemque erit erga eum animus
bonorum omnium, si, quod vehementer exopto, eos libros in publicum
conferre maturaverit_. Ciò che Cujacio desiderava, fu da Piteo già
adempiuto; poichè non guari da poi, permise, che questi libri si
dassero alle stampe, come e' dice, scrivendo ad Odoardo Moleo: _Imo
etiam, ne quid Orienti Occidens de eadem gente invideret, legis
Visigothorum libros XII ut tandem aliquando ederentur, concessi_[698].
A costui parimente dobbiamo l'_Editto_ di Teodorico Ostrogoto Re
d'Italia, di cui più innanzi favelleremo.
Nè perchè la Spagna fu poi invasa da' Saraceni, mancò ivi affatto il
nome e 'l sangue de' Goti, siccome non mancarono le loro leggi. Vanta
con ragione la maggior parte della Nobiltà di quel Regno ritenerne non
meno il sangue, che i nomi: ed in fatti, come osservò Grozio[699], nomi
Gotici sono quelli di Ferdinando, di Frederico, Roderico, Ermanno, e
altri consimili, che gli Spagnuoli ritengono. I Re medesimi di Spagna
vantarono, e vollero esser creduti discender essi dal figliuolo di
Favilla _Pelagio_, nato di regia stirpe, il quale nell'irruzione
Saracinesca avendo raccolte le reliquie delle sue genti in Asturia,
quivi si mantenne, ancor che in tenue fortuna, ma con nome regio,
sperando, che la sua posterità un tempo, come poi avvenne, potesse
ricuperare i loro aviti Regni: _Ad hunc_, come dice Mariana, _Hispaniae
Reges nunquam intercisa serie cum semper, aut parentibus filii, aut
fratres fratribus successerint, clarissimum genus referunt_. Frouliba,
moglie di Pelagio, fu ancor ella Gota, ed il suo genero _Aldefonso_
fu parimente Goto del sangue del Re Reccaredo. Goti furon dunque, e
della regal stirpe de' _Balti_, i Re di Spagna, i quali per lo spazio
di settecento anni avendo con istancabili e continue fatiche purgata
la Spagna dall'inondamento Arabico, stesero finalmente il loro dominio
non pure sopra gran parte d'Europa, dell'Affrica, e dell'Asia, ma si
sottoposero un nuovo e sconosciuto Mondo, e ressero ancora per lunga
serie d'anni queste nostre province, che ora compongono il Regno di
Napoli.
Abbiam riputato diffonderci alquanto intorno alla serie di questi
Principi vestrogoti, ed intorno alla varia fortuna della giurisprudenza
romana, ch'ebbe presso a' medesimi nella Francia e nella Spagna, con
parlarne separatamente da quello, che n'avvenne fra gli Ostrogoti
nell'Italia; non solamente per additar l'origine de' Re di Spagna, da'
quali ne' secoli più a noi vicini fu questo nostro Reame governato,
ma anche, perchè si distinguessero le vicende della giurisprudenza
romana appresso queste due Nazioni, le quali non ebbero in ciò uniformi
sentimenti, ma totalmente opposti e diversi. E tanto maggiormente
dovea ciò farsi, quanto che gli Scrittori mischiano le leggi degli
uni e degli altri: nè ponendo mente alla serie e genealogia di questi
Principi, e alle varie abitazioni ch'ebbero, confondono gli uni
cogli altri, e credon, che in Italia appresso gli Ostrogoti avesse
avuta parimente autorità questo Codice, con ascrivere a' Principi
ostrogoti ciò che gli vestrogoti fecero. Nel qual errore non possiamo
non maravigliarci d'esservi incorso eziandio il diligentissimo Arturo
Duck[700], il quale senza tener conto de' tempi e delle regioni diverse
dominate da questi Principi, fra i Re Vestrogoti confonde Atalarico
Ostrogoto, e con ordine al quanto torbido e confuso tratta questo
soggetto.