CAPITOLO IV.

_Prima invasione de' Vestrogoti a' tempi d'Onorio._

Non sentirono queste province nel Regno di Costantino, nè degli altri

suoi sucessori, infin ad Onorio, que' mali e quelle calamità ch'avevan

già cominciato a portare i Goti nell'altre province dell'Imperio.

Questi Popoli, usciti dalla Scandinavia ne' tempi di Costantino M. e

prima ancora, vissero in comune fortuna, quantunque sotto un sol Capo

militassero, fino a _Ermanarico_, che si fece loro Re, ma morto costui,

fra di loro si divisero, e ne' tempi di Valente Imperadore, quelli, che

chiamavansi Vestrogoti s'elessero per lor Capitano _Fridigerno_, e poi

per loro Re _Atanarico_. Teodosio il Grande, amator della pace, seppe

sì ben contenergli ne' loro limiti, che con essi non pur ebbe continua

pace, ma gli ridusse in tale stato, che morto Atanarico loro Re, senza

prendersi essi cura di eleggerne un altro, tutti si sottoposero al

romano Imperio, e fecero della milizia un sol corpo, militando sotto

l'insegne di Teodosio, che gli ebbe per suoi confederati ed ausiliarj.

Ma estinto questo Principe nell'anno 395 e succeduto all'Imperio

d'Oriente Arcadio suo figliuol maggiore, e reggendosi l'Occidente

dall'altro suo figliuolo Onorio, cominciaron questi Principi,

lussuriosamente vivendo, a turbar la Repubblica, ed a togliere a'

Vestrogoti lor ausiliarj que' doni e quelli stipendj, che Teodosio lor

padre, per contenergli sotto l'Imperio romano e sotto le sue insegne,

largamente avea loro assegnati. Del che malcontenti i Vestrogoti,

e dubitando, che per sì lunga pace potesse nell'ozio snervarsi il

lor valore e fortezza, deliberarono far di presente, ciò che avean

trascurato ne' tempi di Teodosio, creandosi un Re, che fu _Alarico_,

uomo che per la sua bizzaria aveasi appo i suoi acquistato soprannome

d'_audace_; e come quegli, che traeva sua origine dall'illustre stirpe

de' _Balti_, lo riputaron abilissimo a poter con decoro e magnificenza

sostenere la regal dignità. Questi considerando, che di sua maggior

gloria e della sua nazione sarebbe stato acquistar con proprj sudori i

Regni, che viver oziosi e lenti in quelli degli altri, persuase a' suoi

di cercar nuovi paesi per conquistargli; onde raccolto, come potè il

meglio, un competente esercito, avendo superata la Pannonia, il Norico

e la Rezia, entrò in Italia, che trovatala vota di truppe ed in lungo

ozio, con molta celerità cominciò ad invaderla, e presso a Ravenna

fermossi, sede allora dell'Imperio d'Occidente[406].

Avea già Onorio, lasciato Milano, in quest'anno 402 trasferita la sua

residenza in Ravenna, da lui destinata sede dell'Imperio, acciocchè

potesse con più facilità opporsi all'irruzione, che per questa parte

solevan tentare le straniere Nazioni. Ma gli venne cotanto improviso ed

inaspettato quest'insulto degli Vestrogoti, che trovandosi sorpreso,

nè potendo con quella celerità, che sarebbe stata necessaria, ragunar

eserciti per reprimergli, fu obbligato a prestar subitamente orecchio

a' trattati di pace da Alarico offertigli, il quale se bene proccurasse

co' suoi fermarsi in Italia, nulladimeno fu accordato, che dovessero

i Goti abbandonarla, dandosi loro in iscambio l'Aquitania e le

Spagne, province quasi che perdute da Onorio; poichè da Gizerico Re

de' Vandali erano state in gran parte occupate. Consentirono i Goti,

e lasciata l'Italia, alla conquista di quelle regioni erano tutti i

loro animi rivolti; nè per questo lor primo passaggio patì l'Italia

cos'alcuna di male. Ma furon irritati da poi per gl'ingannevoli tratti

di _Stilicone_, il quale presso a Polenzia, città della Liguria,

mentr'essi a tutto altro pensavano, gli attaccò improvisamente; e

quantunque dissipati e vinti[407], nulladimeno ripreso da poi tantosto

animo e raccolti insieme, dall'inganno e dall'ingiuria stimolati,

furiosamente si rivolsero, e lasciando la destinata impresa, posero

in fuga Stilicone col suo esercito, e nella Liguria ritornati,

proseguirono a devastar con quello l'Emilia, la Flaminia, la Toscana,

e tutto ciò che altro lor veniva tra' piedi, fin a Roma trascorrendo,

ove tutto il circostante paese similmente depredarono e saccheggiarono:

alla fine entrati in Roma, la spogliarono solamente, non permettendo

Alarico che s'incendiasse, nè ch'alcuna ingiuria a' tempj si facesse.

Non pur Roma più volte, e le province sopraddette patirono questi

travagli e questi mali, ma non molto da poi l'istesse calamità

sostennero l'altre ancora, che oggi compongon il nostro regno. La

Campagna, la Puglia e la Calabria, la Lucania ed i Bruzj, ed il Sannio

soffersero lo stesso destino. Scorrevano i Goti portando in ogni parte

flagelli, e ruine, nè si fermarono se non arrivati nell'ultima punta

d'Italia, ove trattenuti dallo stretto Siciliano, ne' Bruzj posero la

lor sede: e quivi mentre a nuove imprese della Sicilia, e dell'Affrica

si dispone Alarico, essendosi in quello stretto naufragate le navi, che

per ciò aveva disposte, dall'avversità di sì funesto accidente toccato

amaramente nell'animo, finì suoi giorni con morte immatura presso a

Cosenza, e non mai abbastanza pianto da' suoi, fu nel fondo del fiume

Busento con molte ricchezze depredate in Roma seppellito[408].

La morte d'Alarico fu cagione, che le cose d'Italia, e di queste

nostre province, ripigliando sotto l'imperio dello stesso Onorio

qualche tranquillità, assai pacifiche ritornassero: poichè se bene

_Ataulfo_[409], che ad Alarico suo parente succedè, ritornato in

Roma, avesse a guisa delle locuste raso ciò che in quella città

dopo le tante prede e saccheggiamenti era restato ed avesse da capo

miseramente spogliata l'Italia, ed Onorio esausto di forze non potesse

contrastargli; nientedimeno, essendosi da poi Ataulfo congiunto in

matrimonio con Galla Placidia sorella d'Onorio, potè tanto l'amor,

che portava a questa Principessa, ed il vincolo del nuovo parentado

appresso lui, che racchetatosi con Onorio, tutta libera lasciogli

l'Italia, ed egli co' suoi nelle Gallie fece ritorno, contro a' Franchi

ed a' Borgognoni, che quelle infestavano, portando le sue armi; donde

si gittarono in quelle regioni i primi semi del loro Reame, imperocchè

dopo la morte d'Ataulfo ed indi a poco di _Rigerico_, essendo succeduto

_Vallia_, gli fu da Onorio stabilmente assegnata l'Aquitania con

molt'altre città della provincia di Narbona, ove fermata la residenza

in Tolosa, si dissero Re de' _Vestrogoti_, cioè de' Goti Occidentali,

a differenza degli _Ostrogoti_, che le parti orientali, e l'Italia da

poi signoreggiarono, come più innanzi diremo.

Onorio adunque, morto Alarico e purgata di Goti l'Italia, per la pace

indi fatta con Ataulfo, volendo ristorar de' passati danni queste

province, nell'anno 413 promulgò quella costituzione[410], ch'oggi

ancor leggiamo nel C. di Teodosio. Erano la Campagna, la Toscana,

il Piceno, il Sannio, la Puglia e la Calabria, la Lucania e' Bruzj,

in istato pur troppo lagrimevole ridotte, e perciò risedendo egli

in Ravenna, sede allora dell'Imperio d'Occidente, dirizzò a Giovanni

Prefetto P. d'Italia quella legge, nella quale a tutte queste province

concedè indulgenza di non potere i suoi provinciali esser astretti a

pagare interamente i tributi, ma contentossi, che pagando solamente

la quinta parte di ciò, ch'essi solevano, tutto il resto lor si

rimettesse.

Nè minore ne' seguenti anni fu la cura, che prese Onorio di queste

province; poichè risedendo, come si disse, in Ravenna, molte leggi per

la buona amministrazione di esse promulgò. Sua parimente fu quella data

in Ravenna[411]; per cui passato il decennio si tolse a' testamenti

ogni vigore, la qual oggi pur abbiamo nel Codice di Giustiniano.

E nell'anno 418 nuovo indulto di tributi concedè alla Campagna, al

Piceno, ed alla Toscana; e sinchè visse al riparo delle cose d'Italia

fu tutto inteso e pronto.

Ma essendo egli in Ravenna, nell'anno 423 finì i giorni suoi; onde

Teodosio il Giovane, che nell'Imperio d'Oriente era succeduto ad

Arcadio suo padre[412], quantunque per breve tempo avesse e' solo

governato l'Imperio, fece tantosto dichiarar Augusto, ed Imperador

d'Occidente Valentiniano III. figliuolo di Costanzo, e di Placidia,

la quale dopo la morte d'Ataulfo, restituita ad Onorio, a Costanzo

fu sposata. Valentiniano portatosi in Ravenna, ed indi a poco in

Roma, rassettò molte cose di quella città, e a dar riparo alla

giurisprudenza, ne' suoi tempi già caduta dall'antico splendore, pose

ogni cura; mentre nello stesso tempo Teodosio pensava in Oriente a

ristabilirla nell'Accademia di Costantinopoli; ed alla fabbrica del

nuovo Codice, che dal di lui nome fu detto Teodosiano, avea rivolti i

suoi pensieri.

Questo fu dunque lo stato delle province ch'oggi forman il nostro

Regno, da' tempi di Costantino fino a Valentiniano III., ne' quali

tempi furon dominate da quelli Cesari, a' quali, secondo le varie

divisioni dell'Imperio, l'Italia appartenne: questi sono Costantino M.,

Costante e Costanzo suoi figliuoli, Giuliano, Gioviniano, Valentiniano

I., Valentiniano II., Onorio e Valentiniano III. Furono parimente sotto

la disposizione e governo de' Prefetti d'Italia, e de' Vicarj di Roma.

Ed ebbero in oltre altri più immediati Moderatori: un Consolare, due

Correttori, ed un Preside, da' quali, risedendo nelle province a loro

commesse, eran più da presso rette e governate.

Secondo le leggi romane, e le costituzioni di questi Principi venivan

amministrate; nè il nome d'altre leggi s'udiva. Toltone alcune città,

nelle quali essendo ancor rimaso qualche vestigio dell'antiche ragioni

di Municipio e di Città Confederata, conforme a' loro particolari

istituti si vivea; in ogni provincia non si riconobbero altre leggi,

che quelle de' Romani, alle quali solevan quest'istesse città in

mancanza delle loro municipali, aver ricorso, siccome a' fonti d'ogni

umana e divina ragione. Nè quel primo turbamento, che sotto Alarico

portarono i Vestrogoti a queste nostre province, recò verun oltraggio

alla politia ed alle leggi de' Romani; poichè questo Principe in mezzo

all'armi non potè pensare alle leggi; non fece, che scorrere queste

regioni; e quantunque per qualche tempo si fosse fermato ne' Bruzj,

nuove leggi da lui non furon introdotte. Nè tampoco dopo lui, dal suo

successore Ataulfo, il quale pacificatosi finalmente con Onorio, tutta

libera lasciò a costui l'Italia, la quale egli poscia, e Valentiniano

III. resse ed amministrò, come avean fatto gli altr'Imperadori

d'Occidente loro predecessori.

§. I. _Non furono queste province ad altri cedute, o donate._

Nella considerazione delle quali cose se si fossero pur un poco

fermati i Scrittori di questo Regno, e massimamente i nostri

Giureconsulti, non sarebbon certamente incorsi in quelli così gravi

e sconci errori de' quali han riempiuti i lor volumi: nè cotanto

leggiermente sarebbonsi lasciati persuadere a creder quella favolosa

donazione di tutt'Italia, che voglion supponere fatta da Costantino

nell'anno 324 a Silvestro romano Pontefice, quattro giorni da

poi, che fu da costui in Roma battezzato. Errore, che sparso negli

Scrittori italiani, e più ne' libri de' nostri Professori, toltone

un solo Bartolo, fu cagione d'infiniti altri abbagliamenti, anche in

cose di più perniziose conseguenze: imperciocchè alcuni di essi si

son avanzati fino a porre in istampa, che dopo questa donazione gli

altr'Imperadori succeduti a Costantino non ebbero ragione, o diritto

alcuno sopra queste nostre province, come quelle che s'appartenevano

a' Pontefici romani ed erano del patrimonio di San Pietro: e quindi

esser nata la ragione dell'investiture date poi da essi ad altri

diversi Principi: aggiugnendo che fin da tali tempi il nostro Regno

fosse stato distaccato dall'Imperio, e perciò non mai più sottoposto a

gl'Imperatori d'Occidente, e molto meno a quelli d'Oriente. Il nostro

Consigliere Matteo degli Afflitti[413] arrivò a tal estremità, che

non si sgomentò di dire, che dopo questa donazione, tutte l'altre

costituzioni promulgate dagli altr'Imperadori succeduti a Costantino,

per difetto di potestà, non ebbero in queste nostre province forza,

nè vigor alcuno di legge scritta. I Reggenti[414] stessi del nostro

C. Collaterale non arrossiron eziandio di scrivere, che dopo questa

donazione, i successori di Costantino non ebbero giurisdizione alcuna

di far leggi sopra queste province, e che perciò dovea ricorrersi

alla ragion canonica, e non alla civile. Merita pertanto che qui

non si defraudi della meritata lode Marino Freccia[415] nostro

Giureconsulto; egli, fra' nostri fu il primo, che per avere avuto buon

gusto dell'istoria, rimproverò a' nostri Scrittori error sì grave:

nè 'l perdonò tampoco al Consigliero Afflitto, di cui professava

esser congiunto per affinità: nè con altra difesa seppe di tal errore

scusarlo, se non col dire, _affinis meus historicus non est_.

Ma se questi Scrittori per l'ignoranza de' tempi, ne' quali vissero,

meritan qualche scusa, e a loro non già, ma al vizio del secolo si

volessero questi difetti imputare: non meritano però compatimento

veruno i nostri moderni, i quali dopo tante riprove, dilettansi per

impegno tener chiusi gli occhi, acciocchè non ricevan un poco di lume,

che tanto basterebbe per isgombrare le lor tenebre, nelle quali si

compiaccion di vivere. È oggi mai stato dimostrato abbastanza per tanti

chiari e valent'uomini[416], che quel finto istromento di donazione fu

opera, che non sorse prima dell'ottavo, o nono secolo, come che da poi

siasi proccurato di farlo anche inserire ne' decreti di Graziano[417],

quando negli antichi, secondo attestano S. Antonino[418], ed il

Cardinal Cusano[419], non si leggeva: nè prima di quel tempo s'ebbe di

lui notizia alcuna: ora disputasi solamente fra' Scrittori, qual abbia

potuto essere l'Autore, che da prima diede corpo e moto a questa larva.

Alcuni contendono, che fosse stata opera di qualche greco Scismatico,

il quale, o per rifondere tutta la grandezza della Chiesa in Roma

agl'Imperadori d'Oriente, ovvero per aver campo da declamare e burlarsi

della Chiesa latina e de' romani Pontefici, secondo il costume della

nazione a quelli avversissima, avesse proccurato, coll'iscovrimento

poi di cotal falsa invenzione, di discreditargli e rendergli odiosi

al Mondo; siccome imputavan ad essi parimente molt'altri fatti strani

e portentosi, eccedenti la lor potestà. E conforme nel progresso di

quest'Istoria vedremo, i Greci di Gregorio II. scrissero, ch'avesse

scomunicato l'Imperador Lione, depostolo dall'Imperio, ordinato a'

sudditi di non pagargli tributi, e perciò assolutigli dal giuramento,

e mille altri eccessi narrati nelle loro storie, non per altro, che

per rendergli esosi e per mostrargli al Mondo usurpatori dell'altrui

ragioni; ancorchè poi i più impegnati per la Corte di Roma, di ciò che

i Greci scrissero per un fine, se ne valessero per un altro.

Altri, fra i quali è Pietro di Marca[420], scrissero, che

quell'istrumento fosse stato finto e supposto non già da alcun Greco,

o Scismatico, ma da Latino e Fedele: tutti però concordano esser

favoloso; e tanto più se ne persuasero, quanto che molti esemplari

veggonsene tutti infra loro varj e difformi. D'una maniera si legge

questa donazione nel decreto di Graziano[421]: di un'altra è quella

trasferita dal greco in latino, rapportata da Teodoro Balsamone[422],

e trovata nella libreria Vaticana: di diverso tenore la riferiscono

l'istessi R. Pontefici, Nicolò III. e Lione IX.[423]; d'altro modo

Pier Damiano[424], Matteo Blastare, Ivone di Chartres, e Francesco

Burfatto[425]: ed altrimente la rapporta Alberico[426]: in brieve

sin a dodici, e più esemplari se ne leggon tutti infra loro varj e

differenti.

Ma se a cotali rapportatori furon ignoti i fatti di Costantino, e

niente curaron d'Eusebio e degli altri Scrittori contemporanei, appo i

quali d'un fatto sì strepitoso e grande evvi un profondissimo silenzio;

almeno avrebbon dovuto disingannarsi dal solo Codice Teodosiano, e

dalle costituzioni dello stesso Costantino, che in quello si leggono.

Voglion comunemente costoro, che Costantino mentr'era in Roma nella

primavera di quest'anno 324 avesse usata questa cotanta prodigalità

con Silvestro, quattro giorni dopo il suo battesimo: ma certa ed

indubitata cosa è, che Costantino in questi stessi supposti mesi del

324 mai in Roma non fu siccome colui, che di quel tempo trovavasi in

Oriente tutto occupato nella guerra contra Licinio; la quale terminata

con averlo sconfitto, e riportatane piena vittoria, è noto altresì,

che passato in Tessalonica quivi si fermasse, ed in questi stessi mesi

appunto di quest'istess'anno 324 non partissi da quella città[427]: il

che manifestamente si prova per due sue costituzioni, che nel suddetto

Codice Teodosiano ancor si leggono: ciò sono per la _l_. 4. sotto

il _tit. de Naviculariis_, la quale fu promulgata da Costantino in

quest'istesso tempo mentre era in Tessalonica, e dirizzata ad Elpidio,

sotto il Consolato di Costantino III. e Crispo III. che porta questa

data: _Dat. VIII. Id. Mart. Thessalonicae. Crispo III. et Constantino

III_. Coss. e per quell'altra sua famosa costituzione[428] ove si

prescrive la norma delle dispense dall'età così a maschi, come a

femmine, che alquanto guasta e tronca fu inserita anche da Triboniano

nel Codice di Giustiniano[429]. Questa legge Costantino la fece quando

in quest'istesso anno 324 era in Tessalonica, come narra Zosimo[430]

e porta la sua data: _Dat. VI. Id. Aprilis Thessalonicae, Crispo III.

et Constantino III. Coss_. come emenda Gotofredo: e fu indirizzata

a Lucrio Verino, il quale in quest'anno era Prefetto della città di

Roma, com'è manifesto dalle parole della _Notizia_ de Prefetti di Roma,

ove si legge _Crispo III. et Constantino III. Coss. Lucr. Verinus

Praefectus Urbi_: ond'è che scorrettamente si legga l'iscrizione di

questa legge nel Codice di Giustiniano: _ad Verinum P. Praetorio_.

Queste leggi convincono per favolosa non meno questa donazione, che

il battesimo di Costantino per mano del Pontefice Silvestro[431].

Nè dovean altri moversi per gli atti di questo Pontefice, i quali

dallo stesso Baronio non sono ricevuti, ma riputati per favolosi:

e favola certamente è ciò, che in essi si narra, che in quest'anno

324 fosse stato Prefetto di Roma Calfurnio, quando dalle date delle

riferite leggi è manifesto, che fu Prefetto di quella città Lucrio

Verino. Dovea più tosto movergli l'istoria d'Eusebio di Cesarea[432]

uom grave ed ingenuo, che fiorì ne' medesimi tempi e che i gesti

di questo Principe minutamente descrisse: e dove fatti sì grandi

e memorabili, se fossero veramente accaduti, egli non è credibile,

che dalla diligenza ed accuratezza di sì fatt'uomo si fossero potuti

tralasciare e trascurargli in un'istoria, che pochi anni dopo la morte

di Costantino fu pubblicata alla luce del Mondo, e girava fra le mani

di tutti, i quali con molto scorno e biasimo d'Eusebio avrebbon allora

potuto rinfacciargli tant'ignoranza, e smentirlo ancora di ciò, ch'avea

narrato d'essersi Costantino battezzato in Nicomedia negli ultimi

giorni di sua vita, non già in Roma.

Ma di ciò, ch'ora alcuni dubitano, non ne dubitaron certamente gli

antichi Scrittori così greci, come latini. Teodoreto, Sozomeno,

Socrate, Fozio, ed altri greci Autori scrissero[433], Costantino aver

ricevuto il battesimo non già per le mani di Papa Silvestro in Roma,

ma in Nicomedia, essendo per morire: e fra' Latini, S. Ambrogio, S.

Girolamo, il Concilio d'Arimini pur tennero la medesima credenza[434].

Quindi è che i nostri più gravi e dotti Teologi, ed i più diligenti

Scrittori ecclesiastici, quali furon il Cardinal di Perrone, Spondano,

Petavio, Morino, e l'incomparabile Arnaldo[435] contra il sentimento

del Baronio, come favoloso riputarono ciò, che volgarmente si crede

del battesimo di Costantino finto in Roma per mano di Silvestro romano

Pontefice in quest'anno 324 quattro giorni prima della favolosa

donazione. Ciò che dovea bastare ad Emanuello Schelstrate[436], e

non ricorrere, come fece, a quella strana ed infelice difesa, che

Costantino battezzato già in Roma, fu da Eusebio fatto ribattezzare

in Nicomedia; poichè anche se si volesse concedere, che Costantino

nell'ultimo di sua vita inchinasse alla dottrina d'Arrio, e de' suoi

seguaci; non avevano però gli Arriani, in questi primi tempi del lor

errore, usato mai di ribattezzare i Cattolici, che passavano nella

loro credenza, come ben pruova Cristiano Lupo: nè se non molto da poi

S. Agostino[437] intese tal novità, che alcuni Arriani pretendevan di

fare, di che egli, come di cosa assai stravagante e nuova, cotanto si

maravigliava e biasimava.

Nè dovrà sembrar cosa strana (quantunque questo sia uscire alquanto

dal nostro cammino) che Costantino, cotanto zelante della cristiana

religione, e che nell'anno seguente 325 volle esser presente al gran

Concilio di Nicea, ove diede l'ultime prove della sua pietà, operasse,

essendo ancor Catecumeno, tanti pietosi e generosi atti verso questa

sua novella religione. Niuna stranezza apparirà se si distingueranno i

tempi, ne' quali Costantino abbracciò questa religione, da quelli del

suo battesimo; e se si considererà il costume, che correva allora tra'

Grandi di differire il battesimo fin al tempo della lor morte.

Costantino non molto dopo la sconfitta di Mazenzio, assai prima

dell'anno 324 in cui si narra il suo battesimo in Roma, avea

abbracciata la religion nostra, dando segni manifestissimi di se, e

del suo amore e beneficenza inverso di quella. Prima di quest'anno

324 molte costituzioni aveva promulgate attinenti o all'immunità de'

Cherici da' pesi civili, o alla costruttura de' suoi tempj, o alla

destruzione ed abbattimento di quelli de' Gentili; ed eziandio quella

cotanto rinomata sua costituzione[438], per la quale fu conceduta

licenza alle Chiesa di potere acquistare robe stabili, ed a tutti

data libertà di poter lasciare a quelle nei loro testamenti ciò che

volevano, onde nacque il principio delle loro ricchezze, e massimamente

della Chiesa di Roma sopra ogn'altra, non fu altrimente promulgata

da poi, ma tre anni innanzi, che seguisse in Roma questo favoloso

battesimo. Non dee adunque sembrar cosa strana, se negli anni seguenti

ancor Catecumeno, proseguisse con tenor costante a favorirla, e di

tante prerogative e pregi adornarla.

Era ancor in questi tempi costume, come s'è accennato, che i maggiori

e più illustri personaggi dell'Imperio, ancorchè abbracciassero questa

religione solevan però per pessima usanza differire il battesimo fino

a' maggiori loro pericoli di vita, e quando s'esponevan a qualche

dubbia e perigliosa impresa. Nè tal costume si spense ne' tempi di

Costantino, o de' suoi figliuoli, ma durò molto da poi anche nel regno

degli altri suoi successori, quantunque vi fossero dei Principi per

altro religiosissimi. Così leggiamo di Teodosio il Grande, il qual

ancorchè abbracciasse la religione cristiana e chiari segni della

sua pietà mostrasse, visse però sempre Catecumeno, e non prima volle

battezzarsi, se non quando gravemente infermato in Tessalonica l'anno

380, vedendosi in pericolo, fece chiamare a se il Santo Vescovo Acolio,

da cui fu battezzato, e non meno la salute dell'anima, che quella del

corpo recuperò[439].

Valentiniano II. Principe, di cui soleva dirsi, che siccome tutto

il male nel suo Regno a Giustina sua madre dovea attribuirsi, così a

lui tutto il bene, come ben si conobbe dopo la costei morte; essendo

ancor Catecumeno, non prima, che quando fu nel procinto d'andare a

combatter co' Barbari, sollecitò S. Ambrogio a venire prestamente

a battezzarlo. Ma mentre quel santo Vescovo traversava l'Alpi per

rendersi a Vienna, ove questo Principe dimorava, intese la sua funesta

morte: poichè Arbogasto mal contento d'essergli da lui stato tolto

il comando dell'esercito, guadagnatosi alcuni suoi Ufficiali, e gli

eunuchi del palazzo, lo fece strangolar nel proprio letto mentre

dormiva la notte del Sabato a' 15 Maggio dell'anno 392, vigilia di

Pentecoste. Il qual funesto accidente meritò esser compianto per una

dotta e molto elegante orazion funebre di quel Vescovo[440], che recitò

nelle di lui magnifiche e pompose esequie: nella quale mostrò, che il

battesimo desiderato da questo Principe, e domandato con tant'ardore,

avealo purificato di tutte le macchie de' suoi peccati, e portatolo al

godimento delle delizie d'una vita eterna.

È nota parimente l'istoria di S. Ambrogio stesso, a cui non prima,

che fosse promosso al Vescovato di Milano, fu dato il battesimo. E

narrasi ancora di quel famoso e celebre _Benevolo_ primo Cancelliere

dell'Imperadrice Giustina, che per non istromentar quell'editto, per

cui davasi licenza agli Arriani di professar liberamente il lor errore,

fece quel sì generoso e nobil rifiuto, e ritiratosi dalla Corte,

volle allora ricevere il battesimo, ch'avea, secondo il costume dei

grandi, agli ultimi tempi differito: e molti altri esempj potrebbon qui

recarsi, tratti dalle profane e sacre storie. E di questo costume è da

credersi, che intendesse il nostro Torquato[441], e che fosse ancor in

Etiopia nel Regno di Senapo, allorchè favoleggiando di Clorinda e del

suo differito battesimo cantò:

_A me, che le fui servo, e con sincera_

_Mente l'amai, ti diè non battezata;_

_Nè già poteva allor battesmo darti,_

_Che l'uso nol sostien di quelle parti._

Credevasi, che differendosi il battesimo fin agli ultimi momenti di

vita, venivan perciò a sfuggirsi i cotanti rigori delle pubbliche

penitenze, che di que' tempi usava la Chiesa co' Cristiani penitenti: e

che fosse di maggior accertamento per la lor salute eterna prolungarlo,

poichè potendo ciascuno esser ministro di questo Sacramento, eziandio

l'Infedele, il Neofito, ed ogni vil femminetta, ed essendo la sua

materia sempre presta, qual è l'acqua, e la sua forma molto spedita e

facile, consistendo in poche e semplici parole: rado, o non mai al più

disgraziato e sfortunato uomo del Mondo potrebbe accader morte così

improvisa, che non vi fosse un poco di tempo da poter esser tocco da

sì salutifere acque, le quali in un istante per gl'infiniti meriti

di Cristo, rendendolo mondo di tutte le sozzure in questa mortal

vita contratte, lo sbalzavan con certezza nella felicità d'un'altra

immortale ed eterna.

Ma avvedutisi da poi, che per un sì reo costume si dava occasione a

gli uomini di menare una vita licenziosa e prona ad ogni enormità e

scelleratezza: e fatti ancora dall'esperienza accorti, che molti così

ne morivano, come vissero; e che sovente il caso potea esser così

improviso, che mancassero questi ajuti, nel che terribile dovette

sembrar loro il funesto accidente di Valentiniano; cominciaron per

tanto i Padri della Chiesa a declamare contro a questa perniziosa

usanza: onde Basilio, col suo fratello Gregorio[442] di Nizza, fecero

tutti i loro sforzi in questo medesimo secolo, per abolire cotal

pericoloso costume; e S. Ambrogio, che l'avea seguito, dopo aver

compianto il suo infortunio, si diede a combatterlo, e fece quanto

potè per isradicarlo, declamando spesse volte e fortissimamente

contra questo abuso[443]; tanto che alla fine fu dalla Chiesa affatto

discacciato, nè giammai più tollerato, onde oggi il suo contrario

lodevolmente si pratica.

Ma ritornando là, onde siam partiti, queste nostre province nel Regno

di Costantino, ad altri non furon sottoposte, nè donate. Da questo

medesimo Principe dopo l'anno 324 come prima, e finchè visse furon

dominate e rette, egli n'ebbe la cura ed il pensiero, commettendo

a' Prefetti d'Italia, a' Consolari, a' Correttori, ed a' Presidi il

governo ed amministrazione di quelle; e moltissime leggi a costoro

dirette stabilì, per le quali furon molti provedimenti dati intorno

alla retta lor amministrazione. Così spedito che fu Costantino dal

Concilio Niceno, e dagli affari d'Oriente, tornò nell'anno seguente

326 per la Pannonia in Italia, ed in Aquileja fermossi; ove nel mese

d'Aprile di quest'anno promulgò alcune costituzioni[444]; indi passato

in Milano, ne promulgò dell'altre[445] nel mese di Luglio; e finalmente

nello stesso mese venuto per l'ultima volta a Roma, lungo tempo vi si

trattenne con Elena sua madre, la quale in questo medesimo anno 326 del

mese d'Agosto tra gli abbracciamenti del figliuolo, e de' nipoti quivi

trapassò e fu sepolta[446]. In questo anno stesso molte leggi[447] in

Roma furon da Costantino promulgate intorno all'annona della medesima

città; e per altre bisogne di queste province d'Italia molte cose

furon da questo Principe stabilite, infino che tornato in Oriente, al

ristabilimento del nuovo Imperio, e di Costantinopoli volse ogni suo

pensiero.

Ma non per questo si trascurarono le cose d'Occidente, e di queste

nostre province, le quali commesse a' Prefetti d'Italia, e più

immediatamente a' Consolari, Correttori e Presidi, furon così

da Costantino, come dagli altri Principi suoi successori fino a

Valentiniano III. come si è veduto, rette e dominate: tanto è lontano,

che altri avessero avuto sopra di quelle diritto, o superiorità alcuna.

Favola dunque dee riputarsi ciò, che di Napoli a questo proposito si

narra, ch'essendo in questi tempi dentro a' confini della Campagna, ed

al Consolare d'essa provincia sottoposta, fosse stata da tal donazione

solamente eccettuata, essendo piaciuto a Costantino per se ritenerla,

per quella graziosa cagione, che dovendo fare frequenti e spessi

viaggi da Roma alle parti orientali oltramarine volesse serbarsi una

città, nella quale potesse tra via fermars'un poco, e dagli incomodi

e strapazzi del viaggio ristorarsi. Più favolosi ancora sono e più

inetti gli altri racconti de' viaggi fatti da questo Principe con Papa

Silvestro in Napoli: e quel che più degno si fa di riso è, ch'entrambi

si fossero imbarcati nel porto di questa città, ed andati insieme in

Nicea metropoli della Bittinia, e quivi fossero intervenuti a quel

gran Concilio: e ritornando poscia Costantino in Italia nell'anno 326

si fosse fermato in Napoli, ove fu di nuovo accolto dalla Repubblica

napoletana con grandissimi segni di stima e di giubilo; e che avesse

quivi tante chiese edificate, e cento altre seccaggini, delle quali

hanno sin al vomito ripieni i lor volumi: tanto che coloro, che

considerano sì favolosi racconti, e che questo Principe nel passare

in Italia, non per altra strada vi si conducea, che per la Pannonia;

e che se pur voleva di Roma portarsi nelle parti orientali per viaggi

marittimi, avea pronta e spedita la via Appia, che fu continuata

fin a Brindisi, ove potea con più agio imbarcarsi; tantochè il P.

Caracciolo[448], il quale ci vuol render verisimile lo sbarco di S.

Pietro a Brindisi, non per altra cagione si mosse a crederlo, se non

perchè questa era la strada più battuta da coloro, i quali per viaggi

marittimi volean o da Roma portarsi in Oriente, o quindi a Roma, per

queste cagioni ragionevolmente dubitano, se mai Costantino avesse

veduta Napoli, tanto è lontano, che quivi fosse dimorato, e tante

chiese avessevi edificate, come se non per altra cagione, che per

fondarvi tempj sacri egli vi si conducesse[449]; quando al contrario,

qualche vestigio di greca struttura, che vediamo ancor rimaso in alcune

chiese di questa città, non all'età di Costantino M. dee riportarsi,

ma a' tempi più bassi degli altri Costantini Imperadori d'Oriente

verso gli ultimi tempi de' Greci, quando il Ducato napoletano era

a gl'Imperadori Greci sottoposto: di che ci tornerà occasione a più

opportuno luogo di ragionare. Ed il P. Caracciolo[450] stesso non potè

negare, che molte Chiese, le quali s'attribuiscono a Costantino M.

fossero state erette in Napoli da altri in tempi posteriori; ancorchè

persuaso egli, che questo Imperadore fosse stato con Elena sua madre

in Napoli, abbia creduto, che quella di S. Restituta, e l'altra de SS.

Apostoli fossero state da lui edificate: ciò che non potendo provare

colla testimonianza d'Autori contemporanei, ricorre alla tradizione, e

ad Anastasio, ed a gli altri Scrittori dei tempi più bassi[451].

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 1 · 第 36 / 59 题