III.

Ecco in qual floridissimo stato erano queste nostre province ne' tempi,

che a Costantino precedettero: quando ciascheduna città si studiava di

comporre la sua politia e governo, ad imitazion di Roma, della quale

vantavano essere piccioli simulacri ed immagini: quando secondo le sue

leggi vivevano: e quando la giurisprudenza romana, ch'era la lor norma

e regola, era giunta nel colmo e nella più alta stima, se si pon mente

o a' favori de' Principi, o alla prudenza delle loro costituzioni,

o alla sapienza de' Giureconsulti, o alla maestà dell'Accademie, e

dottrina de' Professori, o alla probità de' Magistrati. Non è occulto,

che alcuni pur troppo vaghi di novità, volendo rendersi per qualche

stravaganza rinomati, non si sono ritenuti di biasimar le leggi

romane come troppo sottili e ricercate, e che sovente s'oppongono

al buon senso, ed al comunale intendimento degli uomini. Si è veduto

ancora, chi ha voluto perciò prendersi briga d'andarle esaminando, con

riprovarne alcune, come alla ragione ed all'equità contrarie. Altri

ne dettaron particolari trattati, che vengon rapportati da Giorgio

Pasquio[240]: e fra' nostri volle anche tentarlo il Cardinal di Luca,

che ne distese più discorsi[241]. Ma ben si sarà potuto conoscere

quanto costoro siano traviati; i quali col debole e corto lume de'

loro ingegni han preteso affrontare una verità per tanti secoli

conosciuta e professata da' maggiori uomini, che fiorirono quando il

genere umano si vide in tant'elevamento ed eminenza, in quanta non

fu mai per l'addietro, e che non sappiamo se mai potrà ritornare in

quella sublimità, in cui fu ammirato mentre durò il roman Imperio.

I Romani ci diedero le leggi savie e giuste, come per isperimento

si conobbe ch'erano le più utili, conformi all'equità naturale, e

adattate per la società civile ed all'umano commercio: che se fosse

ad ognuno lecito farsi giudice sopra le leggi, ed a suo giudicio e

capriccio dar regola a questa bisogna, vorrebbe ciascuno, fidando nel

suo ingegno, sostenere al pari di chiunque altro la propria opinione;

ed ecco i disordini e le confusioni, ed ecco alla per fine introdotto

fra noi un deplorabile scetticismo. Solone perciò dimandato s'egli

aveva date agli Ateniesi le più giuste e le più savie leggi, rispose,

le migliori che si confacessero a' loro costumi, e le più acconce a'

loro profitti; imperocchè la giustizia e la sapienza delle leggi non

dipende da ragioni astratte e metafisiche, ma dall'utilità che recan

a' popoli, al commercio ed alla vita civile: di che per più secoli ne

diedero bastanti riprove le romane: onde avvenne che ruinato l'Imperio,

non per questo ne' nuovi dominj in Europa stabiliti, cessò la maestà e

l'uso delle medesime. L'utilità e l'onestà sono la norma delle leggi,

e quelle saranno sempre le giuste, che riescono a' popoli utili ed

oneste: ciò che meriterebbe un trattato a parte, non essendo del nostro

instituto.

Altri vi sono, i quali empiono il Mondo di querele contra i Romani

per la moltiplicità di tante leggi: questa querela non è nuova, ma

molto antica, e fin da' tempi della libera Repubblica s'intese; tanto

che Cesare[242], e Pompeo pensarono di darvi qualche compenso, con

ridurre ad un cert'ordine la giurisprudenza romana: il che se non

potè mai ridursi ad effetto da uomini sì illustri, molto meno s'è

potuto da poi sperare dagli altri, come impresa affatto disperata ed

impossibile, non che dura e malagevole. Ma queste querele, o quanto

meglio farebbon costoro, se le scagliassero contra i depravati costumi

degli uomini, contra la lor ambizione e dissolutezza, anzi che contro

alle leggi: ben è egli vero che moltitudine di vizj e moltitudine di

leggi si secondano, e si producono l'una l'altra quasi sempre; ond'è

che Arcesilao[243] soleva dire, che siccome dove sono molte medicine

e molti medici, quivi sono infermità abbondanti, così dove abbondan

le leggi, ivi essere ingiustizia somma; nulladimanco non è somma

ingiustizia, nè sono molti vizj, perchè sieno molte leggi, ma ben

sono molte leggi, perchè sono molti vizj. Per riparare a' corrotti

costumi degli uomini, non v'era altro rimedio, che quello delle leggi.

L'Imperio romano molto tempo prima avrebbe veduta la sua rovina, se

di quando in quando la prudenza di qualche Principe non v'avesse dato

riparo per mezzo delle leggi. Eran a' Romani sempre innanzi agli occhi

molti domestici esempi, che gli ammonivano, niun altro freno esser

più potente alla dissolutezza degli uomini, quanto le leggi. Sapevan

benissimo, che fin da' primi tempi della loro Repubblica niente altro

più ardentemente bramavasi dalla licenziosa gioventù romana, salvo

che non esser governati dalle leggi, ma che dovesse al Re ogni cosa

rimettersi, ed al suo arbitrio; nè ciò per altra cagione, se non per

quella, che con molta eleganza vien rapportata da Livio[244]: _Regem_,

e' dicevano, _hominem esse a quo impetres ubi jus, ubi injuria opus

sit: esse gratiae locum, esse beneficio, et irasci, et ignoscere

posse: inter amicum, et inimicum discrimen nosse. Leges, rem surdam,

inexorabilem esse, salubriorem melioremque inopi, quam potenti; nihil

laxamenti nec veniae habere, si modum excesseris: periculosum esse,

in tot humanis erroribus, sola innocentia vivere._ Sentimenti pur

troppo licenziosi e dannevoli, e che dirittamente si oppongono a quel

che insegnò Aristotele nella sua politica[245]. Ove sia Repubblica

senza vizj, certamente mal fa, chi vuol caricarla di leggi, siccome

mal fa, chi ad un corpo sano vuol applicar medicamenti. Ma se quella,

già data in preda a' lussi, minaccia rovina, non v'è altro riparo,

che ricorrere alle leggi. E meglio in questi casi sarà, che nella

Repubblica abbondino le leggi, le quali proveggano e s'oppongano ad

ogni vizio[246], che rimetter tutto all'arbitrio de' Magistrati, il

giudicio de' quali sta sottoposto agli affetti ed alle macchinazioni e

tranelli de' litiganti.

Egli è pur vero, che alla corruttela de' costumi non si rimedia

abbastanza colle leggi; ed in ciò non si può non commendare quel

gravissimo ammaestramento di Bacone di Verulamio[247], che dovrebbon i

Principi aver sempre innanzi agli occhi, dicendo egli che la maggiore

lor cura e pensiero dovrebbe essere non tanto, come fanno, di rimediar

agli abusi ed alle corruttele colle leggi, quanto d'invigilare su

l'educazione de' giovani. Sopra il buono allevamento de' medesimi

dovrebbon impiegare per mezzo delle leggi tutto il lor rigore; poichè

in questa maniera in gran parte si scemerebbe il numero de' vizj e per

conseguenza il numero delle leggi. Star tutt'intesi a ben ristabilire,

e fornir di buoni instituti e di Professori l'Accademie e l'Università

de' studj, ed in ciò porre ogni lor cura. Erasi negli ultimi nostri

tempi cominciato a veder qualche riparo da' Collegj instituiti per la

gioventù, nel che furon eminenti i Gesuiti. Ma par ora che scaduta

già in quelli la prima disciplina, veggasi ancora andare scemando

quell'antico fervore, e corrompersi sempre più ogni buon instituto.

Richiederebbero veramente queste cose più tosto un Censore, che un

Istorico, onde potendo fin qui bastare ciò che se n'è divisato come

per un apparato delle cose che avranno a seguire, farem passaggio,

dopo aver narrata la politia ecclesiastica di quest'età, a' tempi di

Costantino, donde quest'istoria prende suo principio.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 1 · 第 24 / 59 题