Ecco in qual floridissimo stato erano queste nostre province ne' tempi,
che a Costantino precedettero: quando ciascheduna città si studiava di
comporre la sua politia e governo, ad imitazion di Roma, della quale
vantavano essere piccioli simulacri ed immagini: quando secondo le sue
leggi vivevano: e quando la giurisprudenza romana, ch'era la lor norma
e regola, era giunta nel colmo e nella più alta stima, se si pon mente
o a' favori de' Principi, o alla prudenza delle loro costituzioni,
o alla sapienza de' Giureconsulti, o alla maestà dell'Accademie, e
dottrina de' Professori, o alla probità de' Magistrati. Non è occulto,
che alcuni pur troppo vaghi di novità, volendo rendersi per qualche
stravaganza rinomati, non si sono ritenuti di biasimar le leggi
romane come troppo sottili e ricercate, e che sovente s'oppongono
al buon senso, ed al comunale intendimento degli uomini. Si è veduto
ancora, chi ha voluto perciò prendersi briga d'andarle esaminando, con
riprovarne alcune, come alla ragione ed all'equità contrarie. Altri
ne dettaron particolari trattati, che vengon rapportati da Giorgio
Pasquio[240]: e fra' nostri volle anche tentarlo il Cardinal di Luca,
che ne distese più discorsi[241]. Ma ben si sarà potuto conoscere
quanto costoro siano traviati; i quali col debole e corto lume de'
loro ingegni han preteso affrontare una verità per tanti secoli
conosciuta e professata da' maggiori uomini, che fiorirono quando il
genere umano si vide in tant'elevamento ed eminenza, in quanta non
fu mai per l'addietro, e che non sappiamo se mai potrà ritornare in
quella sublimità, in cui fu ammirato mentre durò il roman Imperio.
I Romani ci diedero le leggi savie e giuste, come per isperimento
si conobbe ch'erano le più utili, conformi all'equità naturale, e
adattate per la società civile ed all'umano commercio: che se fosse
ad ognuno lecito farsi giudice sopra le leggi, ed a suo giudicio e
capriccio dar regola a questa bisogna, vorrebbe ciascuno, fidando nel
suo ingegno, sostenere al pari di chiunque altro la propria opinione;
ed ecco i disordini e le confusioni, ed ecco alla per fine introdotto
fra noi un deplorabile scetticismo. Solone perciò dimandato s'egli
aveva date agli Ateniesi le più giuste e le più savie leggi, rispose,
le migliori che si confacessero a' loro costumi, e le più acconce a'
loro profitti; imperocchè la giustizia e la sapienza delle leggi non
dipende da ragioni astratte e metafisiche, ma dall'utilità che recan
a' popoli, al commercio ed alla vita civile: di che per più secoli ne
diedero bastanti riprove le romane: onde avvenne che ruinato l'Imperio,
non per questo ne' nuovi dominj in Europa stabiliti, cessò la maestà e
l'uso delle medesime. L'utilità e l'onestà sono la norma delle leggi,
e quelle saranno sempre le giuste, che riescono a' popoli utili ed
oneste: ciò che meriterebbe un trattato a parte, non essendo del nostro
instituto.
Altri vi sono, i quali empiono il Mondo di querele contra i Romani
per la moltiplicità di tante leggi: questa querela non è nuova, ma
molto antica, e fin da' tempi della libera Repubblica s'intese; tanto
che Cesare[242], e Pompeo pensarono di darvi qualche compenso, con
ridurre ad un cert'ordine la giurisprudenza romana: il che se non
potè mai ridursi ad effetto da uomini sì illustri, molto meno s'è
potuto da poi sperare dagli altri, come impresa affatto disperata ed
impossibile, non che dura e malagevole. Ma queste querele, o quanto
meglio farebbon costoro, se le scagliassero contra i depravati costumi
degli uomini, contra la lor ambizione e dissolutezza, anzi che contro
alle leggi: ben è egli vero che moltitudine di vizj e moltitudine di
leggi si secondano, e si producono l'una l'altra quasi sempre; ond'è
che Arcesilao[243] soleva dire, che siccome dove sono molte medicine
e molti medici, quivi sono infermità abbondanti, così dove abbondan
le leggi, ivi essere ingiustizia somma; nulladimanco non è somma
ingiustizia, nè sono molti vizj, perchè sieno molte leggi, ma ben
sono molte leggi, perchè sono molti vizj. Per riparare a' corrotti
costumi degli uomini, non v'era altro rimedio, che quello delle leggi.
L'Imperio romano molto tempo prima avrebbe veduta la sua rovina, se
di quando in quando la prudenza di qualche Principe non v'avesse dato
riparo per mezzo delle leggi. Eran a' Romani sempre innanzi agli occhi
molti domestici esempi, che gli ammonivano, niun altro freno esser
più potente alla dissolutezza degli uomini, quanto le leggi. Sapevan
benissimo, che fin da' primi tempi della loro Repubblica niente altro
più ardentemente bramavasi dalla licenziosa gioventù romana, salvo
che non esser governati dalle leggi, ma che dovesse al Re ogni cosa
rimettersi, ed al suo arbitrio; nè ciò per altra cagione, se non per
quella, che con molta eleganza vien rapportata da Livio[244]: _Regem_,
e' dicevano, _hominem esse a quo impetres ubi jus, ubi injuria opus
sit: esse gratiae locum, esse beneficio, et irasci, et ignoscere
posse: inter amicum, et inimicum discrimen nosse. Leges, rem surdam,
inexorabilem esse, salubriorem melioremque inopi, quam potenti; nihil
laxamenti nec veniae habere, si modum excesseris: periculosum esse,
in tot humanis erroribus, sola innocentia vivere._ Sentimenti pur
troppo licenziosi e dannevoli, e che dirittamente si oppongono a quel
che insegnò Aristotele nella sua politica[245]. Ove sia Repubblica
senza vizj, certamente mal fa, chi vuol caricarla di leggi, siccome
mal fa, chi ad un corpo sano vuol applicar medicamenti. Ma se quella,
già data in preda a' lussi, minaccia rovina, non v'è altro riparo,
che ricorrere alle leggi. E meglio in questi casi sarà, che nella
Repubblica abbondino le leggi, le quali proveggano e s'oppongano ad
ogni vizio[246], che rimetter tutto all'arbitrio de' Magistrati, il
giudicio de' quali sta sottoposto agli affetti ed alle macchinazioni e
tranelli de' litiganti.
Egli è pur vero, che alla corruttela de' costumi non si rimedia
abbastanza colle leggi; ed in ciò non si può non commendare quel
gravissimo ammaestramento di Bacone di Verulamio[247], che dovrebbon i
Principi aver sempre innanzi agli occhi, dicendo egli che la maggiore
lor cura e pensiero dovrebbe essere non tanto, come fanno, di rimediar
agli abusi ed alle corruttele colle leggi, quanto d'invigilare su
l'educazione de' giovani. Sopra il buono allevamento de' medesimi
dovrebbon impiegare per mezzo delle leggi tutto il lor rigore; poichè
in questa maniera in gran parte si scemerebbe il numero de' vizj e per
conseguenza il numero delle leggi. Star tutt'intesi a ben ristabilire,
e fornir di buoni instituti e di Professori l'Accademie e l'Università
de' studj, ed in ciò porre ogni lor cura. Erasi negli ultimi nostri
tempi cominciato a veder qualche riparo da' Collegj instituiti per la
gioventù, nel che furon eminenti i Gesuiti. Ma par ora che scaduta
già in quelli la prima disciplina, veggasi ancora andare scemando
quell'antico fervore, e corrompersi sempre più ogni buon instituto.
Richiederebbero veramente queste cose più tosto un Censore, che un
Istorico, onde potendo fin qui bastare ciò che se n'è divisato come
per un apparato delle cose che avranno a seguire, farem passaggio,
dopo aver narrata la politia ecclesiastica di quest'età, a' tempi di
Costantino, donde quest'istoria prende suo principio.