CAPITOLO XI.

_Della Politia Ecclesiastica dei tre primi secoli._

La nuova religione cristiana, che da Cristo Signor nostro cominciò ne'

tempi di Tiberio a disseminarsi fra gli uomini, ci fece conoscere due

potenze in questo Mondo, per le quali e' bisognava che si governasse,

la spirituale, e la temporale, riconoscenti un medesimo principio, ch'è

Iddio solo[248]. La spirituale nel Sacerdozio, o stato ecclesiastico,

che amministra le cose divine e sacrate: la temporale nell'Imperio, o

Monarchia, o vero stato politico, che governa le cose umane e profane:

ciascuna di loro avente il suo oggetto separato: i Principi perchè

soprantendano alle cause del secolo: i Sacerdoti alle cause di Dio.

Ciascuna ancora ha suo potere diverso e distinto; de' Principi il

punire, o premiare con corporale pena, o premio: de' Sacerdoti con

spirituale. In breve, a ciascuna fu dato il suo potere a parte: laonde

siccome non senza cagione il Magistrato porta la spada, così ancora i

Sacerdoti le chiavi del Regno de' Cieli.

Non così era prima presso a' pagani, i quali non riconoscevano nel

Mondo queste due potenze infra loro separate e distinte; ma in una sola

persona l'unirono: ond'è che i loro Re soli n'eran capi e moderatori:

e la ragion era, perch'essi della religione si servivan per la sola

conservazione dello Stato, e non la indirizzavano, come facciam noi,

ad un altro più sublime fine. Così presso a' Romani il Pontificato

Massimo lungo tempo durò nella stessa persona degl'Imperadori[249],

e se bene avessero separati Collegi di Sacerdoti, a' quali la cura

della lor religione era commessa, nientedimeno come che della medesima

si servivano per la sola conservazione dello Stato, dovean per

conseguenza le deliberazioni più gravi al Principe riportarsi, che

n'era il Capo: istituto, che ad essi fu tramandato da' loro maggiori,

appo i quali, come dice Cicerone[250], _qui rerum potiebantur, iidem

auguria tenebant; ut enim sapere, sic divinare, regale ducebatur_.

Quindi Virgilio[251] del Re Annio cantò. _Rex Anius, Rex idem hominum,

Phoebique Sacerdos._

Appresso gli antichi Greci questo medesimo costume veggiamo, che ci

rappresenta Omero, dove gli Eroi, cioè i Principi, eran quelli che

facevan i sacrifizj: degli Ateniesi e di molte altre città della Grecia

lo stesso narra Platone: appresso gli Etiopi, scrive Diodoro, che i Re

eran i Sacerdoti: siccome ancora appresso gli Egizj narra Plutarco; ed

appresso gli Spartani Erodoto[252].

Ma presso a' Cristiani la religione non è indirizzata alla

conservazione dello Stato, ed al riposo di questo Mondo, ma ad un più

alto fine, che riguarda la vita eterna, e che ha il suo rispetto a

Dio, non agli uomini: e quindi presso di noi il Sacerdozio è riputato

tanto più alto e nobile dell'Imperio, quanto le cose divine sono

superiori all'umane, e quanto l'anima è più nobile del corpo e de'

beni temporali. Ma dall'altra parte, essendo stata data da Dio la spada

all'Imperio per governar le cose mondane, vien ad essere questa potenza

più forte in se medesima, cioè a dire in questo Mondo, che non è la

potenza spirituale data da Dio al Sacerdozio, al quale proibì l'uso

della spada materiale; poscia che ha solamente per oggetto le cose

spirituali, che non sono sensibili; ed il principale effetto della sua

forza è riserbato al Cielo; come ce ne fece testimonianza l'istesso

nostro buon Redentore, dicendo, il suo Reame non esser di questo Mondo,

e che se ciò fosse, le sue genti combatterebbono per lui.

Riconosciute fra noi queste due potenze procedenti da un medesimo

principio ch'è Iddio, da cui deriva ogni potestà, e terminanti ad

un medesimo fine, ch'è la beatitudine, vero fine dell'uomo; è stato

necessario, si proccurasse, che queste due potenze avessero una

corrispondenza insieme, ed una sinfonia[253], cioè a dire un'armonia ed

accordo composto di cose differenti, per comunicarsi vicendevolmente

la loro virtù ed energia, dimanierachè se l'Imperio soccorre colle

sue forze al Sacerdozio, per mantenere l'onor di Dio; ed il Sacerdozio

scambievolmente stringe ed unisce l'affezion de' Popoli all'ubbidienza

del Principe, tutto lo Stato sarà felice e florido: per contrario, se

queste due potenze sono discordanti fra loro, come se il Sacerdozio

abusandosi della divozion de' Popoli intraprendesse sopra l'Imperio, o

governamento politico e temporale, ovvero se l'Imperio voltando contra

Dio quella forza, che gli ha posta fra le mani, attentasse sopra il

Sacerdozio, tutto va in disordine, in confusione ed in ruina.

Egli è Iddio, che ha messo quasi da per tutto queste due potenze in

diverse mani, e l'ha fatte amendue sovrane in loro spezie, affinchè

l'una servisse di contrappeso all'altra, per timore che la loro

sovranità infinita non degenerasse in disregolamento, o tirannia. Così

vedesi, che quando la sovranità temporale vuole emanciparsi contra le

leggi di Dio, la spirituale le si oppone incontanente; e medesimamente

la temporale alla spirituale[254]: la qual cosa è gratissima a Dio,

quando si fa per via legittima, e sopra tutto quando si fa direttamente

e puramente per suo servigio, e per lo ben pubblico, non già per

l'interesse particolare e per intraprender l'una sopra l'altra.

E poichè queste due potenze si rincontrano per necessità insieme in

tutti i luoghi, ed in tutti i tempi, ed ordinariamente in diverse

persone; e dall'altra parte tutte due sono sovrane in loro spezie,

niente affatto dipendendo l'una dall'altra; l'infinita Sapienza per

evitare il disordine estremo, che nasce inevitabilmente dalla loro

discordia, ha piantati limiti sì fermi, ed ha messe separazioni

sì evidenti fra loro, che chiunque vorrà dare, benchè piccol luogo

alla ragione, non si potrà ingannare nella distinzione delle loro

appartenenze; poichè qual cosa è più facile a distinguere, che le cose

sacrate dalle profane, e le spirituali dalle temporali? Non bisogna

dunque, se non praticare questa bella regola, che il nostro Redentore

ha pronunciata di sua propria bocca, _Reddite quae sunt Caesaris

Caesari, quae sunt Dei Deo_. Regolamento assai breve, ma per certo

assai netto e chiaro, perchè quando la cura dell'anime, e delle cose

sacrate appartiene al Sacerdozio, egli bisogna, che il Monarca stesso

se gli sottometta in ciò, che concerne direttamente la religione

ed il culto di Dio, se sente d'avere un'anima, e se vuol essere

nel numero de' figliuoli di Dio e della Chiesa; chiaro e famoso è

l'esempio dell'Imperador Teodosio, il quale alla censura d'un semplice

Arcivescovo si rendè, ed adempiè la penitenza pubblica, che gli era

stata da colui ingiunta: l'attesta ancora l'esempio di Davide, _Qui

et si regali unctione Sacerdotibus, et Prophetis praeerat in causis

saeculi, tamen suberat eis in causa Dei_[255].

Reciprocamente ancora, poichè la dominazion delle cose temporali

appartiene a' Principi, e la Chiesa è nella Repubblica, come dice

Ottato Milevitano, e non già la Repubblica nella Chiesa, bisogna che

tutti gli Ecclesiastici, ed anche i Prelati della Chiesa ubbidiscano

al Magistrato secolare in ciò ch'è della politia civile[256]. _Si omnis

anima potestatibus subdita est, ergo et vestra_ (dice S. Bernardo[257]

ad Errico Arcivescovo di Sens) _quis vos excepit ab Universitate?

Certe, qui tentat excipere, tentat decipere_; e S. Gio. Grisostomo

sponendo il passo di S. Paulo: _Omnis anima potestatibus sublimioribus

subdita est_, dice, _etiam si fueris Apostolus, Evangelista, Propheta,

Sacerdos, Monachus, hoc vero pietatem non laedit_[258]. In breve, il

Papa S. Gregorio[259] il Grande: _Agnosco_, dice, _Imperatorem a Deo

concessum non militibus solum, sed et Sacerdotibus etiam dominari_.

Poichè dunque la distinzione di queste due potenze è tanto

importante, egli è stato ben necessario dar loro nomi differenti,

cioè coloro, i quali hanno la potenza ecclesiastica, sono chiamati

_Pastori_ e _Prelati_; e gli altri, che possedono la temporale, sono

particolarmente nominati _Signori_ o _Dominatori_. Appellazione, ch'è

interdetta agli Ecclesiastici di propria bocca di N. S. il quale in

due diversi tempi, cioè nella domanda de' figliuoli di Zebedeo, e nel

contrasto di precedenza sopravvenuto fra' suoi Apostoli, poco avanti

la sua santa passione, reiterò loro questa lezione: _Principes gentium

dominantur eorum, vos autem non sic, etc._ Lezion che S. Pietro ha

ben raccolta nella sua prima lettera, dicendo a' Vescovi: _Pascite,

qui in vobis est, gregem Dei non ut Dominantes in Cleris, sed forma

facti gregis_, cioè a dire, stabilito in forma di greggia, il cui

pastore non è il signore e proprietario, ma il ministro e governatore

solamente[260]. Così Dio gli dice: _Pasce oves meas_, e non già

_tuas_[261].

Ed in verità la potenza ecclesiastica essendo diretta sopra le cose

spirituali e divine, che non sono propriamente di questo Mondo, non può

appartenere a gli uomini in proprietà, nè per diritto di signoria, come

le cose mondane, ma solamente per esercizio ed amministrazione, fin

a tanto che Iddio (il qual solo è il Maestro, e signore delle nostre

anime) commette loro questa potenza soprannaturale, e per esercitarla

visibilmente in questo Mondo sotto suo nome, ed autorità, come suoi

Vicarj e Luogotenenti, ciascuno però secondo il suo grado gerarchico,

appunto come nella politia civile più Ufficiali, essendo gli uni sotto

gli altri, esercitano la potenza del Sovrano Signore.

Tutto ciò si dice per ispiegare la proprietà de' termini del soggetto

della presente opera, non già per diminuire in parte alcuna la potenza

ecclesiastica, la quale per contrario riferendosi direttamente a Dio,

dee essere stimata ben più degna di quella de' Principi della Terra

i quali ancora non avean nel principio la loro, che per ufficio e

per amministrazione, appartenendo la Sovranità, o per meglio dire la

libertà perfetta allo Stato in corpo. Così in que' tempi erano pur essi

chiamati _Pastori_ de' Popoli, come vengon qualificati da Omero: ma

l'oggetto della lor potenza, che consiste nelle cose terrene, essendo

adattato a ricever la signoria, o potenza in proprietà, essi l'hanno

da lungo tempo guadagnata, ed ottenuta in tutti i paesi del Mondo: de'

quali molti parimente ve ne sono, dove essi han ottenuto non solamente

la Signoria pubblica, ma ancora la privata, riducendo il lor Popolo in

ischiavitudine.

Non si possono ritrovar pruove più considerabili della distinzione di

queste due maniere di potestà, nè più solenni esempj del cambiamento

della potestà per ufficio e per esercizio, in quella di proprietà e

per diritto di signoria, che in quel che accadde nel Popolo di Dio,

quando annojato d'esser comandato da' Giudici, ch'esercitavano sopra

di lui la sovranità per ufficio ed amministrazione assolutamente, egli

volle avere un Re, il quale da allora innanzi avesse la sovranità per

diritto di signoria. Ciò che dispiacque grandemente a Dio, il quale

disse a Samuello ultimo de' Giudici, _essi non hanno te ricusato, ma

me, affinchè io non regni più sopra loro_: e poco da poi: _Tale sarà

il diritto del Re, etc._[262]. Il che significa, che Iddio stesso era

il Re di questo Popolo, ed aveva sopra lui la proprietà e la potenza,

allorchè era governato da semplici Giudici o Ufficiali[263]; ma che ciò

non sarà più, quando avrà un Re, il quale s'abuserà di questa potenza

in proprietà. Bella instruzione agli Ecclesiastici di lasciare a Dio

la proprietà della potenza spirituale, e contentarsi dell'esercizio di

quella, come suoi Vicarj e suoi Luogotenenti, qualità la più alta e la

più nobile, che potesse esser sopra la terra.

Ecco la distinzione della potenza spirituale e della temporale, che ben

dimostra, che l'una non include e non produce l'altra, medesimamente

non è superiore all'altra; ma che amendue sono o sovrane, o subalterne

in diritto loro, e in loro spezie.

Ma nientedimeno questa distinzione non impedisce, che l'una e l'altra

non possano risiedere in una istessa persona, e talora, ch'è più, a

cagion d'una medesima dignità. Tuttavolta bisogna prender cura, che

quando esse risiedono nella medesima dignità, fa mestiere, che ciò sia

una dignità ecclesiastica, e non già una signoria, o ufficio temporale;

poichè la potenza spirituale essendo più nobile della temporale,

non può dipendere, nè essere accessoria a quella, siccome non può

appartenere agli uomini laici, a' quali appartengono ordinariamente le

potenze temporali, e sopra tutto la potenza spirituale non può tenersi

per diritto di signoria, nè deferirsi per successione, nè possedersi

ereditariamente, come le signorie temporali.

Donde siegue, per dir ciò di passaggio, che è errore contro al senso

comune d'aver in Inghilterra voluto attribuire al Re, o alla Reina la

sovranità della Chiesa anglicana, in quel modo, che se l'attribuisce

la temporalità del suo Reame, quasi fosse da questa dependente[264]:

ebbe ciò suo cominciamento da collera, e da una particolar indegnazione

d'Errico VIII. contra 'l Papa, il qual negò d'approvare il di lui

divorzio, di che prese egli tanto sdegno, che ricusò per l'innanzi

di pagargli più quel tributo, che lungo tempo avanti si pagava in

Inghilterra; e quel ch'è più, seguendo lo sfrenato impeto dell'ira, si

dichiarò Capo della Chiesa anglicana immediatamente dopo Gesù Cristo,

e costrinse il suo Popolo a giurare, che lo riconosceva Signor sovrano

tanto nelle cose spirituali, che temporali: error, che apparve poi

visibilmente, quando la Reina Elisabetta sua figliuola venne a regnare;

imperocchè si vide allora una femmina per Capo della Chiesa anglicana,

e la sovranità spirituale caduta nella conocchia.

Ora, benchè per qualche tempo queste due potenze sieno state nelle

medesime persone fra il Popolo di Dio, cotesto però si fece in modo,

che la temporale era sempre accessoria al Sacerdozio; ma da poi che il

Popolo volle esser dominato da' Re, questi Re non ebbero la potenza

spirituale: e se pur talora la vollero essi intraprendere, ne furon

aspramente puniti da Dio, come è manifesto per l'istoria d'Ozia[265]:

ed in quanto a' Pagani, s'è già veduto, che in più Nazioni i Re sono

stati Sacerdoti, sottomettendo la religione allo Stato, e non se

ne servivano, che in quanto ella era necessaria allo Stato: ma noi

instruiti in migliori scuole, abbiam'appreso di preferire la religione,

c'ha il suo rispetto a Dio, e riguarda la vita eterna, allo Stato, che

non riflette, se non agli uomini, ed al riposo di questo Mondo. Ma non

vi è però alcun inconveniente, nè repugnanza, che la potenza temporale

sia annessa, e rendasi accessoria e dependente dal Sacerdozio, come ne'

seguenti libri di quest'Istoria osserveremo nella persona del Pontefice

romano, e negli altri Prelati della Chiesa: non già perchè fosse stata

prodotta dalla sovranità spirituale, e fosse una delle sue appartenenze

necessarie, ma si è da loro acquistata di volta in volta per titoli

umani, per concessioni di Principi, o per prescrizioni legittime, non

già _Apostolico Jure_, come dice S. Bernardo[266]; _nec enim ille tibi

dare, quod non habebat, potuit_.

Ecco il rincontro di queste due potenze in sovranità independenti l'una

dall'altra, e riconoscenti un sol principio, ch'è Iddio, distinte con

ben fermi limiti per propria bocca del nostro Salvatore, in guisa che

l'una non ha che impacciarsi coll'altra.

§. I. _Politia Ecclesiastica de' tre primi secoli in Oriente._

Riconoscendo noi adunque per la religione cristiana nel Mondo queste

due potenze, bisognerà che si narri ora, come la spirituale fosse

cominciata ad amministrarsi fra gli uomini, e come perciò tratto

tratto nell'Imperio, ed in queste nostre province si fosse stabilita la

politia, e lo stato ecclesiastico, che ne' secoli seguenti portò uno

de' maggiori cambiamenti dello stato politico, e temporale di questo

Reame.

In que' tre primi secoli dell'umana redenzione, prima che da Costantino

Magno si fosse abbracciata la cristiana religione, non potrà con

fermezza ravvisarsi nell'Imperio alcuna esterior politia ecclesiastica.

Gli Apostoli ed i loro successori intenti alla sola predicazione del

Vangelo, non molto badarono a stabilirla; e ne furon impediti ancora

dalle persecuzioni, che gli costringevano in privato e di soppiatto a

mantenere l'esercizio della loro religione fra' Fedeli.

Il nostro buon Redentore adunque, dovendo ritornar al Padre, che

lo mandò in questo Mondo per mostrarci una più sicura via di nostra

salute, volle, dopo averci dati tanti buoni regolamenti, lasciare in

terra suoi Luogotenenti, a' quali questo potere spirituale comunicò,

perchè come suoi Vicarj mantenessero e promulgassero da per tutto la

sua religione. E volle valersi, non già del ministero degli Angioli,

ma piacendogli innalzare il genere umano, volle eleggere per più

profondi misteri non i più potenti uomini della terra, ma i più vili

ed abbietti; volendo con ciò darci un'altra nota di distinzione tra

queste due potenze, che l'una non riguarda nè stirpe, nè altri pregi,

che il Mondo stima, ma solamente lo spirito, non il sangue e gli altri

umani rispetti. Lasciò per tanto questa potenza agli Apostoli suoi

cari discepoli, i quali, mentre egli conversò fra noi in terra, lo

seguirono; a' medesimi diede incumbenza d'insegnare e predicare la sua

legge per tutto il Mondo; e diè loro il potere di legare e sciorre,

come ad essi pareva, impegnando la sua parola, che sarebbe sciolto

in Cielo, quel ch'essi prosciogliessero in terra, e legato quel che

legassero.

Gli Apostoli ancorchè riconoscessero per lor Capo S. Pietro, nel

principio a tutt'altro pensarono, che a stabilire un'esterior

politia ecclesiastica, poichè intenti solamente alla predicazion

del Vangelo, ed a ridurre l'uman genere alla credenza di quella

religione, ch'essi procuravano di stabilire, e di stenderla per tutte

le province del Mondo, non badarono, che a questo solo: si sparsero

perciò e s'incamminarono per diverse parti, ove più il bisogno, ovvero

l'occasione gli portava. Le prime province furon quelle d'Oriente, come

più a Gerusalemme ed alla Palestina vicine: scorsero in Antiochia, in

Ismirna, in Efeso, in Alessandria e nell'altre città delle province

d'Oriente, nelle quali fecero miracolosi progressi, riducendo que'

Popoli alla vera credenza: nel che non molto venivano frastornati ed

impediti dagli Ufficiali dell'Imperio, poich'essendo queste province

lontane da Roma, capo e sede degl'Imperadori, non erano così da presso

i loro andamenti osservati; onde poterono stabilire in molte città

di quelle province la religione: e fare in più luoghi più unioni di

Fedeli, ch'essi chiamaron _Chiese_. Ma in questi principj, come dice

S. Girolamo[267], fondate ch'essi avevano nelle città le Chiese,

erano quelle governate dal comun consiglio del Presbiterio, come in

Aristocrazia. Da poi cresciuto il numero de' Fedeli, e cagionandosi

dalla moltitudine confusioni e divisioni, si pensò, per ovviare a'

disordini, di lasciare bensì il governo al Presbiterio, ma di dar la

soprantendenza ad uno de Preti il qual fosse lor Capo, che chiamaron

_Vescovo_, cioè a dire, Inspettore, il quale collocato in più

sublime grado, avea la soprantendenza di tutti i Preti, ed al quale

apparteneva la cura ed il pensiero della sua Chiesa, governandola però

insieme col Presbiterio: tanto che 'l governo delle Chiese divenne

misto di monarchico ed aristocratico, onde Pietro di Marca[268] ebbe

a dire, che il governo monarchico, della Chiesa veniva temperato

coll'aristocratico.

Alcuni han voluto sostenere, che in questi primi tempi il governo

e politia delle Chiese fosse stato semplice e puro aristocratico

presso a' Preti solamente, niente di più concedendo a' Vescovi, che

a' Preti, non reputandogli di maggior potere ed eminenza sopra gli

altri: ma ben a lungo fu tal errore confutato dall'incomparabile

Ugone Grozio[269]; ed il contrario ci dimostrano i tanti cataloghi de'

Vescovi, che abbiamo appresso Ireneo, Eusebio, Socrate, Teodoreto ed

altri, da' quali è manifesto, che fin da' tempi degli Apostoli ebbero

i Vescovi la soprantendenza della Chiesa, e collocati in più eminente

grado soprastavano a' Preti, come loro Capo. Così, non parlando de'

Vescovi di Roma come cosa a tutti palese, in Alessandria, morto che fu

S. Marco Evangelista, il qual soprastava a quella Chiesa, narra San

Girolamo[270], che i Preti sempre ebbero uno, che eleggevan per loro

Capo, _et in celsiori gradu collocatum. Episcopum nominabant_. Morì

S. Marco nell'anno 62 della fruttifera incarnazione, e nell'ottavo

anno dell'Imperio di Nerone[271]: e dopo lui fu in suo luogo rifatto,

vivendo ancora S. Giovanni Apostolo, Aniano; ad Aniano succedette nel

governo di quella Chiesa Abilio; ad Abilio, Cerdone; e così di mano in

mano gli altri[272]. In Antiochia, Evodio, Ignazio, ec. In Gerusalemme,

vivente ancor S. Giovanni, dopo la morte di S. Giacomo, tennero

il Vescovato di quella città, Simone, Giusto, ec. In Ismirna dagli

Apostoli stessi, cioè da S. Giovanni, fu preposto a' Preti per Vescovo

Policarpo, che governò quella Chiesa fin ad un'età provetta. Così

ancora la Chiesa d'Efeso, ancorchè amministrata da' Preti, a costoro

però uno era, che presedeva, e dopo Timoteo, ne fu per qualche tempo

Capo S. Giovanni medesimo: detto perciò Principe del Clero, ed Angelo

della Chiesa: succedettero quindi Tito ed altri in appresso; tanto

che nel Concilio di Calcedonia[273] per bocca di Leonzio Magnesiano

leggiamo: _A Sancto Timotheo, usque nunc XXVII. Episcopi facti, omnes

in Epheso ordinati sunt._

Nè dovrà sembrar cosa strana, per dir ciò di passaggio, che gli

Evangelisti, il cui impiego era d'andar girando per le province

dell'Imperio, e predicare il Vangelo, avessero potuto essere Vescovi

d'alcune città; poichè, come ben avvisa Ugon Grozio[274], essi

avean anche per costume di fermarsi in qualche luogo ove scorgevano,

che la loro più lunga dimora potesse essere di maggior profitto: e

fermati adempievano tutte le parti d'un buon Vescovo, presedendo al

Presbiterio. E per questa cagione noi leggiamo, che gl'istessi Apostoli

furono Vescovi d'alcune città, perchè in quelle lungamente dimorati

aveano governate le loro Chiese, come tutti gli altri Vescovi, da essi

in altre città instituiti, facevano.

Così col correr degli anni, disseminata la religion cristiana per

tutte le province dell'Imperio, ancorchè mancassero gli Apostoli,

succedettero in lor luogo i Vescovi, i quali, soprastando al

Presbiterio, ressero le Chiese: e si videro perciò nelle città

costituiti i Vescovi, come dice S. Cipriano: _Jam quidem per omnes

Provincias, et per Urbes singulas constituti sunt Episcopi_. Onde da

poi fu stabilmente costituito, che nel governo delle Chiese uno de'

Preti dovesse soprastare agli altri, ed al quale dovesse appartenere

la cura della Chiesa, come testifica S. Geronimo[275]: _In toto Orbe

decretum est, ut unus de Presbyteris electis caeteris superponeretur,

ad quem omnis cura Ecclesiae pertineret_.

Egli è però vero, che quantunque S. Cipriano dica, che in ciascheduna

città fosse stato il Vescovo instituito, si sa nondimeno che moltissime

non l'ebbero, e furon governate e rette dal solo Presbiterio; poichè

gli Apostoli non in ogni Chiesa instituirono i Vescovi, ma molte ne

lasciaron al solo governo del Presbiterio, quando fra essi non v'era

alcuno, che fosse degno del Vescovato, come dice S. Epifanio[276]:

_Presbyteris opus erat, et Diaconis, per hos enim duos Ecclesiastica

compleri possunt; ubi vero non inventus est quis dignus Episcopatu,

permansit locus sine Episcopo; ubi vero opus fuit, et erant

digni Episcopatu, constituti sunt Episcopi_. E quelle Chiese, che

rimanevan senza Vescovo, dice S. Girolamo, che _communi Presbyterorum

consilio gubernabantur_. Così di Meroe città dell'Egitto testifica

S. Atanasio[277], che fino ai suoi tempi non avea avuto Vescovo,

e si governava dal solo Presbiterio: e così di molte altre città

dell'Imperio testificano molti Scrittori di que' tempi.

Tale fu la politia in questi primi secoli dello stato ecclesiastico,

nè altra gerarchia si ravvisò, nè altri gradi distinti, se non di

Vescovi, Preti e Diaconi, i quali come loro Ministri teneano anche

cura dell'oblazioni, e di ciò che al sacro ministero era necessario.

Questi componevano un sol Corpo, di cui il Vescovo era Capo, e gli

altri Ministri, o meno o più principali erano i membri, ed era come

un Consiglio o Senato del Vescovo, che insieme con lui governava la

Chiesa. Quindi S. Girolamo[278] ragionando de' Vescovi, dicea che anche

quelli aveano il lor Senato, cioè il ceto de' Preti; siccome anche

dicea San Basilio[279]; ed Ignazio scrivendo a' Tralliani affermava,

che i Preti fossero i Consiglieri del Vescovo, gli Assessori di

quello, e che dovessero riguardarsi come succeduti in luogo del Senato

Apostolico: quindi era che S. Cipriano non soleva trattar cos'alcuna di

momento senza l'intervento o consiglio de' suoi Preti e Diaconi, come

si raccoglie dalle sue epistole[280].

Alcuni credettero[281], che questa politia di dar la soprantendenza

a' Vescovi e superiorità su i Preti fosse stata introdotta anche ad

esempio de' Gentili, appresso i quali nel Sacerdozio parimente si

notavano più gradi; e si vede ciò non solamente essersi praticato

da' Greci e da' Romani, ma essere stata anche disciplina antichissima

de' Druidi nella Gallia, come narra Cesare ne' suoi Commentarj[282]:

_Druidibus praeest unus, qui summam inter eos habet authoritatem_.

Presso a' Burgundi fuvvi ancora il Sacerdote massimo, come narra

Marcellino[283], e nella Repubblica giudaica questo stesso costume

approvò anche Iddio S. N. quando a tutti i Sacerdoti prepose uno di

maggiore autorità.

Ma quantunque fosse ciò probabile, e che a loro imitazione si fosse

instituito tal ordine, nulladimanco dovrà sembrare a ciascuno più

verisimile ciò che Grozio[284] suspica, essersi questa politia

introdotta ad esempio delle Sinagoghe degli Ebrei, delle quali par chè

le Chiese fondate dagli Apostoli fossero simulacri ed immagini: ed in

fatti osserviamo, che in molti luoghi le Sinagoghe erano senz'imperio,

siccome la Chiesa da se non ha imperio alcuno, e tutta la sua potenza

è spirituale; si vede ancora, che gli Apostoli predicando per la

Palestina e per le province d'intorno il Vangelo, trovavano in que'

tempi molte Sinagoghe ben instituite fin da' tempi della dispersione

babilonica: e ricevendo queste per la predicazione degli Apostoli

la fede di Cristo, giacchè ad esse prima d'ogn'altro fu predicato

l'Evangelo, non vi era cagione, perchè dovessero mutar politia,

ed allontanarsi da quella, che l'esperienza di molti secoli aveva

approvata e commendata per buona; si aggiungeva ancora, che riusciva

agli Apostoli più acconcia al loro fine, perchè in cotal guisa, dovendo

disseminar una nuova religione nell'Imperio gentile, si rendeva la

novità meno strepitosa, nè dava tanto su gli occhi agli Ufficiali

dell'Imperio, a' quali poco importava, che niente mutandosi della

lor esteriore politia, le Sinagoghe divenissero Chiese; e fondandosi

altrove altre Chiese, perchè all'intutto conformi agl'instituti

giudaici, a' quali già essi s'erano accomodati, picciola novità loro

s'arrecava nè tanta che potesse turbar lo stato civile dell'Imperio.

Così in ogni Sinagoga essendovi uno, il qual soprastava agli altri, che

chiamavan il Principe, in suo luogo sostituirono il Vescovo: erano in

quelle i Pastori, ed a costoro succedettero i Preti: v'eran ancora gli

Elemosinieri, i quali avean in gran parte corrispondenza co' Diaconi.

§. II. _Politia ecclesiastica in Occidente, ed in queste nostre

regioni._

Sparsa intanto per le province d'Oriente questa nuova religione, ed

avendo in quelle parti avuto mirabili progressi, si procurò anche

stabilirla nell'Occidente. Alcuni degli Apostoli, e molti loro

discepoli s'incamminaron perciò verso queste nostre regioni. Narrasi

che S. Pietro stesso lor Capo, lasciando la Cattedra d'Antiochia,

avendo instituito Vescovo in quella Chiesa Evodio, navigasse con

molti suoi discepoli verso Italia per passare in Roma: che prima

approdasse in Brindisi, quindi ad Otranto[285], e di là a Taranto,

nella qual città vi predicasse la fede di Cristo, con ridurre molti

di que' cittadini alla nuova credenza, e vi lasciasse Amasiano per

Vescovo[286]. Alcuni anche han voluto[287], che visitasse eziandio

Trani, Oria, Andria, e per l'Adriatico navigasse infino a Siponto;

indi voltando le prore indietro, costeggiando i nostri lidi capitasse

a Reggio, nelle quali città piantasse la religione cristiana: poi

da Reggio partitosi con suoi compagni, navigando il mar Tirreno, e

giunto nel nostro mare, riguardando l'amenissimo sito della città di

Napoli, determinossi di sbarcarvi per ridurla alla vera credenza: e

qui vogliono, che incontratosi nella porta della città con una donna

chiamata Candida, molti prodigi con lei e con suo fratello Aspreno

adoperasse, di che mossi i Napoletani, riceverono da lui il battesimo,

e prima di partirsi per Roma, instituisse Vescovo di questa città

Aspreno, che fu il primo. Narrasi ancora, che in questo passaggio

medesimo S. Pietro s'innoltrasse insino a Capua, e che dopo aver

ridotta questa città, vi lasciasse per Vescovo Prisco, uno degli

antichi discepoli di Cristo nella cui casa fece apparecchiar la Pasqua,

e nel Cenacolo cibossi co' suoi discepoli. Che in oltre essendosi

portato fin ad Atina, città ora distrutta, v'avesse istituito Marco

per Vescovo: e finalmente prendendo il cammino per Roma nel passar

per Terracina, avesse quivi ordinato Vescovo Epafrodito. I Baresi

similmente pretendono, che S. Pietro in questo passaggio, non meno che

a Taranto ed Otranto, fosse capitato anche in Bari[288]. I Beneventani

che pure ad essi avesse lasciato il primo Vescovo Fotino[289]. Que'

di Sessa pretendono il medesimo, e che avesse lor dato Simisio per

Vescovo. In brieve, se si vuol attendere a sì fatte novelle, non vi

riman città in queste nostre regioni, che non pretenda avere i suoi

Vescovi instituiti, o da S. Pietro o dall'Apostolo Paolo, come vanta

Reggio del suo primo Vescovo Stefano, o da gli settantadue discepoli

di Cristo nostro Signore, o finalmente dai discepoli degli Apostoli.

In fatti Pozzuoli tiene il suo primo Vescovo essere stato Patroba

de' 72 discepoli, e discepolo di S. Paolo, del quale egli fa menzione

nell'epistola a' Romani, e che ordinato Vescovo da S. Pietro, capitato

in Pozzuoli, vi seminasse la fede cristiana.

Narrasi ancora, che questa prima volta giunto S. Pietro in Roma,

bisognò che tosto scappasse via, a cagion de' rigorosi editti, ch'avea

allora pubblicati l'Imperador Claudio contra gli Ebrei, volendo che

tutti uscissero di Roma[290]. Che ritornato perciò in Gerusalemme,

dopo avere ordinati molt'altri Vescovi nelle città d'Oriente, se ne

venisse di nuovo in Italia per passare la seconda volta in Roma; e che

in questo secondo passaggio capitando nella Villa di Resina presso

a Napoli, e quivi colle sue predicazioni convertendo e battezzando

quella gente, vi lasciasse Ampellone per meglio instruirli nella

fede di Cristo: donde ritornato poscia in Napoli, fu da Aspreno e da'

Cristiani napoletani ricevuto con infiniti segni di stima e di giubilo,

fondandovi una Chiesa: e che in questo secondo passaggio scorresse

per molte altre città della Puglia. Indi passato in Roma, stabilisse

in quella città la sua Sede, ordinandovi Vescovo Lino, il quale dopo

patito il martirio, ebbe per successore Clemente, indi Cleto, ed

Anacleto, e gli altri Vescovi, secondo il catalogo, ch'abbiamo de'

Vescovi di Roma[291].

Altri all'incontro con un sol fiato han preteso mandar a terra tutti

questi racconti, e rendergli favolosi: poichè si sono impegnati con

pari temerità, che pertinacia, a sostenere che S. Pietro non solamente

non fosse capitato in queste nostre parti, ma sfacciatamente han

ardito d'affermare, che nemmen fosse stato in Roma giammai. Il più

impegnato per questa parte, si vede esser Salmasio[292], il quale

contra ciò che credettero i Padri[293] antichi della Chiesa, e ciò che

a noi per antica tradizione fu tramandato da' nostri maggiori, vuol

egli per ogni verso che S. Pietro non fosse mai stato a Roma; ponendo

in disputa quel, che con fermezza ha tenuto sempre e costantemente

tiene la Chiesa: il che diede motivo a Giovanni Ovveno[294] di credere

falsamente, che rimanesse questo punto ancor indeciso.

_An Petrus fuerit Romae, sub Judice lis est._

Ma che che sia di questa disputa, la quale tutta intera bisogna

lasciarla agli Scrittori ecclesiastici, che ben a lungo hanno confutato

quest'errore: a noi, per quello che richiede il nostro instituto,

basterà, che sia incontrastabile, che o da S. Pietro stesso, o da

gli Apostoli, ovvero da' loro discepoli, o da altri lor successori,

fosse stata in molte città di queste nostre regioni introdotta la

religione cristiana, e fondate molte Chiese, o sien unioni di Fedeli,

ed instituiti perciò molti Vescovi, assai prima che da Costantino M.

si fosse abbracciata la religione nostra, cioè ne' tre primi secoli

dell'umana Redenzione. Si rende tutto ciò manifesto, non pure da'

frequenti e spessi martirj, che seguiron in queste nostre regioni, ma

da' cataloghi antichi, che ancor ci restano de' Vescovi di molte città.

Napoli prima di Costantino M. ne conta moltissimi: Aspreno, Epatimito,

Mauro, Probo, Paolo, Agrippino, Eustazio, Eusebio, Marciano, Cosma,

ed altri. Capua novera ancora i suoi, Prisco, Sinoto, Rufo, Agostino,

Aristeio, Proterio e Proto. Nola, Felice, Calionio, Aureliano e

Massimo. Pozzuoli, Patroba, Celso e Giovanni. Cuma, Mazentio. Benevento

anche ha i suoi, fra i quali il famoso Gennaro, che sotto Diocleziano

sostenne il martirio. Atina vanta fin da' tempi degli Apostoli, Marco,

da poi Fulgenzio ed Ilario. Siponto novera parimente i suoi. Bari,

Otranto, Taranto, Reggio, Salerno, ed altre città di queste nostre

province prima di Costantino, ebbero i loro Vescovi, de' quali lungo

catalogo ne fu tessuto da Ferdinando Ughello in quella laboriosa opera

dell'Italia Sacra.

Ma siccome non può mettersi in disputa, che la religione cristiana

fosse stata introdotta in molte città di queste nostre province ne'

primi secoli, e che vi fosse in ciascuna di esse molto numero di Fedeli

riconoscenti i Vescovi per loro moderatori; così non potrà dubitarsi,

che l'esercizio di questa religione si fosse da essi usato con molta

cautela, e di soppiatto e ne' nascondigli più riposti delle lor case,

e sovente nelle grotte più sconosciute e lontane dal commercio delle

genti. Con minor libertà certamente poterono i nostri primi Vescovi

in queste province cotanto a Roma vicine, mantener tra' Fedeli questa

religione, di quel che far potevan coloro delle province orientali,

come da Roma più lontane. Erano gl'Imperadori romani tutt'intesi a

spegnere affatto questa nuova religione. Il solo nome di Cristiano

gli faceva esosi ed abbominevoli, e per rendergli più esecrandi,

gli accagionavan di molti delitti e scelleraggini: ch'essi fossero

omicidi, aggiugnendo che ammazzassero gl'infanti, e si cibassero

delle loro carni: che fossero incestuosi, e che nelle loro notturne

assemblee mischiati, con esecrande libidini si contaminassero[295]. Ed

a coloro che per la manifesta lor probità non potevan imputar queste

scelleratezze, rendevano detestabili presso agli Imperadori, come

disprezzatori del culto degl'Iddii; che defraudassero gl'Imperadori

del lor onore, mettessero sottosopra le leggi romane ed i loro

costumi e tutta la natura, non volendo invocar gl'Idii, nè degnando di

render loro i sacrifizj, laonde venivan chiamati _Atei, Sacrileghi,

Perturbatori_ dello Stato e dei costumi, e pestilenza eterna del

genere umano e della natura; poichè col disprezzo, dicevan essi, che

i Cristiani facevan de' loro Dii, ne stimolavan l'ira alla vendetta,

onde eran cagione di molti mali negli uomini e nelle Nazioni; tanto

che presso de' Gentili passò per comune e perpetua querela, che i

Cristiani fossero cagione di tutti i loro mali: la qual perversa

opinione durò in Roma fin a' tempi di Alarico, quando prese quella

città, attribuendo questa lor disgrazia all'ira degl'Iddii, i quali per

lo disprezzo, che di lor si faceva e della loro religione, vendicavansi

in cotal guisa de' Romani: ciò che mosse S. Agostino contra questa vana

credenza a scrivere i libri della città di Dio, e di far sì, che Orosio

scrivesse la sua _Orchestra_, ovvero i suoi libri dell'Istoria contra

i Pagani[296].

Per queste cagioni gli Imperadori cominciarono a perseguitargli: e

terribile sopra ogni altra fu la persecuzione di Nerone, che con severi

editti gli condannò, come pubblici inimici dello Stato e del genere

umano, a pena di morte[297]. Domiziano seguitò le sue orme. Trajano

non fu contro d'essi cotanto crudele, poichè, rescrivendo a Plinio,

Proconsole allora in Ponto ed in Bitinia, che lo richiedeva, come

dovesse punirgli, atterrito dal numero grande, che alla giornata vedeva

crescere in quelle province, gli ordinò che accusati e convinti, contro

di loro severamente procedesse, ma non accusati, non dovesse farne

altra inquisizione, usando più tosto connivenza. Nel che, come nota

Vossio, fu maggiore la clemenza di Trajano gentile contra i Cristiani,

che degli stessi nostri Cristiani, non pur contra i Maomettani,

ma contra i Cristiani medesimi imputati d'eresia, contro a' quali

l'Inquisizione, Tribunale nuovamente introdotto, procede con molto

rigore, per inquisizione e senz'accusa: del quale Tribunale altrove

ci tornerà occasione di lungamente ragionare. Crudelissimi nemici del

nome cristiano ancora furon Adriano e gli Antonini: Severo, Massimino,

Decio, Valeriano, Diocleziano, Massimiano, Galerio e finalmente

Massenzio; e se cotali persecuzioni furono nell'altre province

dell'Imperio feroci, assai più terribili si patirono senza dubbio nella

nostra Campagna, e nell'altre province, delle quali ora si compone

questo Reame, come più a Roma vicine. Gli Ufficiali, da' quali venivan

governate, per aderire al genio de' Principi, e per farsi conoscere

zelanti del lor servigio, essendo più da presso osservati, eseguivan

con rigore e prontezza i loro editti: quindi è che dalla Campagna e

da queste nostre province a ragione si vantino tanti Martiri[298], e

che quasi tutti que' primi Vescovi delle loro città s'adorino oggi per

Santi, siccome quelli, che in mezzo a sì fiere tempeste costantemente

confessarono la fede di Cristo, ed intrepidi non curarono nè stragi,

nè morti. Sono ancor oggi a noi rimasi i vestigi del Cimiterio

Nolano: le memorie de' martirj[299] praticati in Pozzuoli ne' tempi di

Diocleziano: e tanti altri Cimiterj de' Martiri nell'altre province,

che da poi, data la pace di Costantino alla Chiesa, furon da' Fedeli

scoverti e manifestati; onde è che concorrendo alle tombe de' Martiri

per devozione i Popoli delle città convicine, si fossero in appresso

que' luoghi frequentati e renduti pieni d'abitatori, e costruttevi

nuove terre e castelli: e quindi è nato, che prendessero il nome di

quel Santo, e che oggi nel nostro Reame, le nuove terre non altronde

s'appellino, che da qualche Santo lor tutelare[300].

In questi tempi cotanto turbati, niuna esterior politia ecclesiastica

poteva certamente ravvisarsi in queste nostre province: i Fedeli per

lo più nascosi e fuggitivi, e con tante turbolenze, se non di soppiatto

potevan attendere a gli esercizj della lor novella religione. I Vescovi

badavano con molto lor pericolo alle sole conversioni, e praticando in

città tutte gentili, secondo che la necessità gli astringeva, scorrevan

or in una, or in altra città; tanto era lontano, che potessero pensare

al governo politico delle lor Chiese.

Per queste cagioni niuna mutazione o cambiamento potè recarsi nella

politia dell'Imperio, e tanto meno in queste nostre province a

tali tempi, per la nuova religione cristiana. Le città eran tutte

gentili, gentile era la religione, che pubblicamente si professava,

i Magistrati, le leggi, i costumi, i riti tutti. I Cristiani erano

riputati come pubblici inimici, perturbatori dello Stato, e come tali

fuori della Repubblica: le loro adunanze severamente proibite, non

potevan aver Collegi separati, non potevan le lor Chiese posseder

cos'alcuna. Tutte le città di queste nostre province, ancorchè nelle

medesime molti Cristiani vivessero di nascosto, e tuttavia il numero

de' Fedeli crescesse, eran gentili, ed il Gentilesmo era pubblicamente

professato. Ciascuna città governandosi ad esempio di Roma, e molte

da' Magistrati romani, si studiava anche nella religione imitare il suo

Capo: e ciò non pur facevano i Municipj, le Colonie, e le Prefetture:

ma anche le Città Federate, che maggior libertà avevano.

§. III. _NAPOLI, siccome tutte l'altre città di questo Regno erano

universalmente Gentili._

Napoli non già, come altri crede, divenne tutta intera cristiana fin

dal primo dì della predicazione, che dicesi esservi stata fatta da

San Pietro. Ben è probabile, che alcuni de' Napoletani abbracciasser

incontanente la fede di Cristo, e con molta cautela, seguendo il lor

Vescovo Aspreno, vivessero occulti in tal credenza; ma tutto il resto

era idolatra, e questo culto veniva pubblicamente professato. Anzi che

fra le città greche di queste nostre regioni, Napoli fu certamente

la più superstiziosa e la più attaccata a gli errori degli Etnici,

ed all'antica sua religione. Aveva pubblici templi, e varie Deità: ad

Eumelo suo patrio Dio: ad Ebone[301], che per l'aggiunto se gli dava

di chiarissimo, ovvero risplendentissimo Dio, si crede lo stesso che

Apollo, ed era ancor detto Dio Mitra: a Castore e Polluce: a Diana:

a Cerere, ed a tant'altri Numi. Ebbe altresì le Fratrie (come s'è

già notato) dedicate non solamente a' suoi patrj Dii, ma anche agli

Eroi, dove ne' privati tempj in quelle costrutti, sacrificavasi dalle

famiglie, che quivi si raunavano. Infiniti eran ancora i giuochi, che

per celebrare con maggior pompa e solennità le lor feste in questa

città si facevano, e rinomati tanto, che tiravan dalle più remote parti

gli spettatori: famosissimi fra i quali eran i giuochi Lampadici,

celebrati con tanto studio e maestria, che invogliavano gli stessi

Cesari ad esserne spettatori; nè inferiori ammiravansi i festeggiamenti

al tempio di Cerere presso alla marina, onde perciò questa Dea vien da

Stazio nomata _Actia Ceres_[302].

Vanamente credono alcuni, che in Napoli cessassero queste festività,

e questi tempj, tantosto che fuvvi da S. Pietro predicato il Vangelo.

Imperocchè è manifesto, che vi si mantenner quelli per molto spazio

dappoi: Stazio, che scrisse sotto Domiziano, nelle sue _Selve_ ed

altrove fa di queste feste e di questi giuochi frequente menzione.

Più scioccamente ancora si sono altri persuasi, che nel Ginnasio,

il qual era in Napoli dedicato ad Ercole, vi si facessero esercizj

di lettere, e che fosse stat'onorato da Ulisse, come ascoltatore;

quasi che in mezzo a que' tanti suoi lunghi e faticosi errori, se gli

fosse svegliato l'appetito di metters'in Napoli ad apprender lettere.

Era il Ginnasio instituito per esercitarvi il corpo nel corso, nel

cesto, nelle lutte, e negli altri giuochi Ginnici ed Atletici: e

tanto celebre ed illustre era questo Ginnasio per lo rado e stremo

valore degli Atleti, che non solamente tirava a se peregrini di

remotissimi paesi ma (ch'è più notabile) fino gli stessi Imperadori,

i quali portavansi spesso in questa città, e godevan d'esserne

spettatori insieme e spettacolo. Fu tal Ginnasio favorito da Augusto,

da Tiberio, da Caligola, da Claudio, ed assai più da Nerone. Tito ne

fu sommamente vago ed, abbattuto dal tremuoto, il rifece: l'onoraron

ancora Domiziano, Trajano, Adriano, M. Aurelio il filosofo, Comodo,

Settimio, ed Alessandro Severo, e quasi tutti gl'Imperadori, che

a Costantino precederono. Venendo dunque Napoli, a cagion di tali

spettacoli, cotanto da questi Imperadori frequentata, la più parte

de' quali essendo stati nemici fieri ed acerbi, e crudelissimi

persecutori della cristiana religione; qual mai potrà persuadersi,

che questa città, dopo il passaggio di S. Pietro per Roma, avesse il

Gentilesimo deposto e pubblicamente abbracciata la religione cristiana

e professata? Non i costumi de' Napoletani tenacissimi del culto dei

loro patrj Dii, non le frequenti dimore de' romani Imperadori in questa

città, non il costoro mortal odio contro de' Cristiani il possono

certamente persuadere; ma ben più tosto chiaramente convincon il

contrario, e ne dimostrano quanto grave errore sia stato il credere,

che in Napoli non vi furon martirj, quando è indubitato, siccome

nemmen potè negarlo lo stesso P. Caracciolo, che ve n'ebbero, e molti

e spessi; ed il Cardinal Baronio[303], favellando de' SS. Fausto e

Giulita, rapporta in Napoli essere stati martoriati. Conciossiachè

la città, quantunque creder si volesse, che come federata non fosse

stata sottoposta a' romani editti, era ella nondimeno per se stessa

idolatra, onde acerbissima nemica de' Cristiani, e tali parimente eran

coloro, che ne ministravan il governo. Anzi per la gran superstizione

de' Napoletani, e per la somma loro venerazione verso i patrj Numi,

eziandio dappoichè Costantino M. diede la pace alla Chiesa, si penò

gran tempo innanzi che il falso culto potesse interamente abolirvisi,

siccome in altre città dell'Imperio altresì, ed in Roma stessa fino

a' tempi degl'Imperadori Arcadio, ed Onorio, Principi religiosissimi e

risoluti di sterminare nell'Imperio l'Idolatria, non vi si potè affatto

estinguere. Ed è tutta mal tessuta favola ciò, che narrasi delle

tante chiese ed altari in Napoli eretti da Costantino M. come chiaro

vedrassi ne' seguenti libri di quest'Istoria: onde a ragione reputò il

Giordano, seguitato dal Tutini[304], che il tempio dedicato in Napoli

da Tiberio Giulio Tarso a Castore e Polluce, fosse stato poscia da'

Napoletani consecrato al vero Nume in onor di S. Paolo Apostolo, non

già nel tempo di Costantino M. ma di Teodosio Imperadore. Simmaco[305],

il qual ebbe vita nel quarto secolo, ci fa vedere ch'ella si mantenne

gentile per molt'anni, dappoichè da Costantino fu abbracciata la

religione Cristiana; laonde per questa costanza di non aver seguitato

l'esemplo dell'altre città, ma d'aver ritenuta l'antica religione, vien

da lui lodata e fregiata del titolo di città _religiosa_. Ecco le sue

parole: _Quamprimum Neapolim petitu Civium suorum visere studeo: illic

honori Urbis religiosae intervallum bidui deputabo. Dehinc, si bene Dii

juverint, Capuano itinere; venerabilem nobis Romam, laremque petemus._

Ciascun sa, che Simmaco fu fiero ed atroce nemico de' Cristiani, onde

chiamando Napoli città _religiosa_ non poteva a patto veruno intendere

della cristiana religione; ma solamente perchè ruinando da ogni lato il

Gentilesimo, reputò egli Napoli cospicua e religiosa per quella falsa

religione, che da lei costantemente si riteneva e professava.

Camillo Pellegrini[306] lasciò a' Letterati napoletani la cura di

sciogliere il nodo, che questo passo di Simmaco gli metteva per le

mani, poichè veramente è incompatibile colla comun credenza de'

Napoletani, che questa città fosse divenuta cristiana fin dalla

prima predicazione di S. Pietro. Ma questo difficil passo, ben fu

assai prima scoverto dal nostro accuratissimo Chioccarelli[307],

(cui a ragione P. Lasena suo amicissimo solea chiamare, per le sue

diligenti investigazioni, _can bracco_) e s'impegnò di superarlo,

con dare diverso senso a quella parola _Religiosae_; cioè che

volesse intender Simmaco, non già della religione pagana, ma della

cristiana. Interpretazione, la quale in vero pur troppo s'allontana

dalla condizione di que' tempi, e dalla religione di quell'Autore,

alla quale fu egli tanto tenacemente attaccato, quanto alla cristiana

implacabilmente nemico. Un Frate Carmelitano Scalzo[308] a' nostri

tempi ha voluto ancor egli prendersi questa briga, ma non eran da ciò

le sue penne, onde assai più infelicemente ne venne a capo. Se però

la verità dee esserne più amica d'ogni altra cosa, e se liberi dalla

passione d'un affettato ed ozioso amore verso la Patria vorremo con

diritto occhio guardarvi, agevolissima per nostro avviso la soluzione

del nodo si troverà, anzi niun nodo esservi certamente scorgeremo,

quando si voglia por mente allo stato d'allora di queste città cotanto

a Roma vicine, della quale si pregiavan come di lor Capo imitare ogni

andamento, ed a queste nostre province d'Occidente, dove non si finì

d'abbatter l'Idolatria fin'a' tempi d'Arcadio e d'Onorio.

Nell'altre province, e più in quelle d'Oriente poteva un poco meglio

ravvisarsi la politia ecclesiastica, e professarsi con più libertà

la cristiana religione, come quelle, dove le persecuzioni non furon

cotanto rabbiose e feroci; ma non per tutto ciò recossi alterazione

alcuna allo Stato civile, o altro cambiamento: imperocchè come

perseguitata e sbandita dall'Imperio, non poteva pubblicamente

ritenersi, e molto meno professarsi.

§. IV. _Gerarchia ecclesiastica, e Sinodi._

Non conobbe la Chiesa in questi tre primi secoli altra gerarchia,

nè altri gradi, se non di Vescovi, Preti e Diaconi. I Vescovi

ch'avevan la soprantendenza, e a' quali tutti gli ordini della Chiesa

ubbidivano, col loro sommo zelo e carità, se per avventura divisione

alcuna scorgevan tra' Fedeli, tosto la componevano, e sedavano gli

animi perturbati. La carità era uguale, così negli uni, che negli

altri, ne' primi di servirsi con moderazione della loro preminenza,

ne' secondi d'ubbidir loro con intera rassegnazione. Se occorreva

deliberarsi affare alcuno di momento intorno alla religione, acciocchè

si mantenesse fra tutte le Chiese una stabile concordia e legame,

e non fosse discordante dall'altra: solevan i Vescovi infra di loro

comunicar ciò che accadeva, e per mezzo di messi o di lettere, che

chiamavan _formate_, mantenevan il commercio, e così tutti uniti con

istretto nodo, rappresentanti la Chiesa universale, si munivano contra

le divisioni e scismi, che mai avessero potuto insorgere[309].

Quando lor veniva fatto, e le persecuzioni davan qualche tregua, sicchè

avesser potuto da varie città unirsi insieme in una, raunavansi essi

ne' Sinodi, per far delle decisioni sopra la vera fede, per regolar

la politia e' costumi de' Cristiani, ovvero per punire i colpevoli, e

deliberavano ciò che altro occorreva: seguitando in ciò l'orme degli

Apostoli, e di S. Pietro lor Capo, il quale in Gerusalemme ragunati i

Fedeli, tenne Concilio, che fu il primo, detto perciò Gerosolimitano,

e che negli atti degli Apostoli fu da S. Luca inserito[310].

Nel secondo secolo, quando erasi più disseminata la religione, così

nelle province d'Oriente, come d'Occidente si tennero altri Sinodi.

I primi furono nell'Asia, nella Siria e nella Palestina. In Occidente

ancora cominciaron in questo secolo, essendosene in Roma e nella Gallia

tenuti contra l'eresie di Montano, de' Catafrigi, e per la controversia

Pascale[311].

Nel terzo secolo si fecero più spessi in Roma contro Novato e suoi

seguaci, ma più nell'Asia e nell'Affrica.

§. V. _De' regolamenti ecclesiastici._

Non ebbe la Chiesa ne' primi tempi altri regolamenti, se non quelli,

ch'erano della Scrittura Santa, nè altri libri erano conosciuti: da poi

per l'occasione de' Concilj tenutisi, furon alcuni altri regolamenti in

quelli stabiliti, onde erano le Chiese di quelle province governate.

Questi non eran, che regolamenti appartenenti alla disciplina della

Chiesa, non essendo stato giammai negato al Sacerdozio il conoscimento

delle differenze della religione, ed il far regolamenti appartenenti

alla lor disciplina. Anche a' Sacerdoti del Paganesimo era ciò lecito

di fare: ed era diritto comune, così di Romani, come di Greci, che ogni

Comunità legittima conoscesse de' suoi proprj negozj, e vi facesse

de' regolamenti. Cajo nostro Giureconsulto, favellando di simili

Comunità e Collegi, dice: _His autem potestatem facit lex, pactionem

quam velint sibi ferre, dum ne quid ex publica legge corrumpant_; e

rapporta una legge di Solone, nella quale lo stesso era stabilito fra

Greci[312]. Giovanni Doujat[313], e Dupino[314] gran Teologo di Parigi,

insegnarono, che la Chiesa non solamente abbia tal autorità per diritto

comune, per cui ciascuna società dee aver qualche forma di governo,

per mantenersi senza confusione e disordini, e per potervi stabilire

de' regolamenti, ma che fu anche da Cristo conceduta agli Apostoli

questa potestà di far de' canoni appartenenti alla disciplina della

Chiesa; essendo indubitato, che N. S. diede autorità a' suoi Apostoli

e loro successori di governare i Fedeli in tutto ciò che riguarda la

religione, così circa il rischiaramento de' punti della fede, come

intorno alla regola de' costumi. E questi furono i primi fondamenti ed

i principj, onde trasse origine la ragion canonica, la quale da poi,

col lungo correr degli anni, emula della ragion civile, maneggiata da'

romani Pontefici, ardì non pur pareggiare, ma interamente sottomettersi

le leggi civili, tanto che dentro un Imperio medesimo, contra tutte le

leggi del governo, due corpi di leggi diverse si videro, intraprendendo

l'una sopra l'altra. Origine che fu ne' seguenti secoli delle tante

contese giurisdizionali, e de' tanti cangiamenti dello Stato politico e

temporale dell'Imperio, e di queste nostre province, come nel corso di

quest'Istoria partitamente si conoscerà.

In questi primi secoli però niuna alterazione recaron alla politia

dell'Imperio tali regolamenti: essi eran solamente ristretti per le

differenze della religione, ed a ciò che concerneva il governo delle

Chiese, e la lor disciplina: nè delle cose civili e dell'Imperio

s'impacciavano, lasciando tutto intero a' Principi il governo della

Repubblica, come prima.

§. VI. _Della conoscenza nelle cause._

Ebbe ancora la Chiesa in questi tempi, come cosa attenente alla sua

disciplina, la censura, e correzion de' costumi fra Cristiani. Se

qualche Fedele deviando dal diritto cammino, inciampava in qualche

eresia, ovvero per qualche pubblico e notorio peccato, scandalizzava

gli altri, era prima secretamente ripreso, perchè si ravvedesse: se non

s'emendava, denunciavasi alla Chiesa, cioè al Vescovo e Presbiterio

co' Fedeli, dalla quale era la seconda volta ripreso, e se per fine

ciò non ostante s'ostinava nell'errore e nella libertà del vivere, era

scacciato dalla loro Comunione, ed avuto come tutti gli altri Gentili e

Pubblicani, privandolo di tutto ciò, che dava la Chiesa a' suoi Fedeli,

e 'l lasciavan nella società civile con gli altri Gentili; nè, se non

dopo un vero pentimento ed una rigorosa penitenza, veniva di nuovo

ammesso nella loro Comunione.

Questa correzion di costumi, durante lo stato popolare di Roma,

risedeva presso a' Censori, chiamati perciò _Magistri morum_, i quali

avevan potere di notar d'ignominia ogni sorta di persone, per li casi,

di cui la giustizia non avea costume d'inquirere, come saggiamente e

ben a lungo tratta Bodino. Instituto certamente assai commendevole,

il qual essendo mancato sotto gl'Imperadori, fu rilevato da' primi

Cristiani, che per mezzo di questa censura mantenevansi in una singolar

purità di costumi, come testimonia Plinio de' Cristiani de' suoi

tempi: ed è quello, che dice Tertulliano nel suo Apologetico, parlando

dell'Assemblee della Chiesa: _Ibidem_, dic'egli, _Exhortationes,

castigationes, et Censura Divina_: ond'è, ch'essi chiamaron il Capo

di ciascuna Chiesa _Episcopon_, come che significasse Inspettor de'

costumi della sua Chiesa: per la qual cosa, le scomuniche ed altre pene

della Chiesa sono chiamate ancor oggi censure ecclesiastiche: materia,

che richiederebbe più lungo discorso, ma quello di Bodino può supplire.

Erasi ancora in questi tempi introdotto costume fra' Cristiani di

sottomettere le loro differenze al giudicio della Chiesa, a fine di non

piatire avanti a' Giudici pagani, secondo il precetto di S. Paolo nella

_prima a' Corinti_. Talmente che si vede in Tertulliano, in Clemente

Alessandrino, ed in altri Autori di questi tempi, che coloro, i quali

non volendovisi sottomettere, facevan litigare i Cristiani dinanzi

a' Magistrati gentili, erano riputati presso che infedeli, o almeno

cattivi Cristiani: ma questi giudicj, che davansi da' Vescovi, non

eran che pareri arbitrali, nè obbligavan i litiganti che per onore;

come allorchè persone ragguardevoli intromettonsi alla composizione di

qualche differenza: del rimanente nè eran costretti a sottomettervisi,

nè proferito il parere potevan essere astretti ad eseguirlo, lasciando

loro la libertà di ricorrere a' Magistrati secolari.

Sopra queste tre sole occorrenze prese la Chiesa a conoscere nel suo

cominciamento; ciò sono, sopra gli affari della fede e della religione,

di cui ella giudicava per forma di politia: sopra gli scandali e minori

delitti, di cui ella conosceva per via di censura e di correzione: e

sopra le differenze fra' Cristiani, che a lei riportavansi, le quali

decideva per forma d'arbitrio e di caritatevole composizione. Donde si

vede, che gli Ecclesiastici non avevan quella cognizione perfetta, che

nel diritto chiamasi _giurisdizione_: ma la loro giustizia era chiamata

_notio_, _judicium_, _audientia_, non giammai _jurisdictio_.

§. VII. _Elezione de' Ministri._

Era ancor cosa appartenente alla disciplina della Chiesa di fornirla

de' suoi Ministri: e Dupino[315] scrisse, essere stata da Cristo

conceduta anche questa potestà a gli Apostoli di sostituire nelle

Chiese i loro successori, cioè i Vescovi, i Preti ed altri Ministri.

Ed in vero gli Apostoli, come si raccoglie dall'Istorie Sacre[316],

in molti luoghi ordinaron i Vescovi e gli lasciaron al governo delle

Chiese, ch'essi aveano fondate: ma da poi mancati gli Apostoli, quando

per la morte d'alcun Vescovo rimaneva la Chiesa vacante, si procedeva

all'elezione del successore; ed allora si chiamavan i Vescovi più

vicini della medesima provincia, almeno al numero di due, o di tre;

ch'era difficile in questi tempi il tener Concilj numerosi, se non

negl'intervalli delle persecuzioni: ed alle volte le sedi delle Chiese

restavano gran tempo vacanti; e quelli unendosi insieme col Presbiterio

e col Popolo fedele della città, procedevan all'elezione[317]. Il

Popolo proponeva le persone che desiderava s'eleggessero, e rendeva

testimonianza della vita e costume di ciascuno, finalmente unito col

Clero, e i Vescovi presenti, acconsentiva all'elezione, onde tosto il

nuovo eletto era da' Vescovi consecrato. Alcune volte il Clero ed il

Popolo avean nell'elezioni maggiore o minor parte, poichè in alcune

esponeva solamente i suoi desiderj, e rendeva le testimonianze della

vita e costumi: in altre s'avanzava ad eleggere[318], come accadde

nell'elezione di S. Fabiano Vescovo di Roma, che al riferir d'Eusebio

fu eletto a viva voce di Popolo, il quale aveagli veduta sul capo

fermarsi una colomba: il che quando accadeva, ed i Vescovi lo stimavan

conveniente, era da essi l'elezione approvata, ed ordinato l'eletto:

e nell'istesso tempo si faceva l'elezione e la consecrazione, ed

i medesimi Vescovi erano gli elettori e gli ordinatori. Nè vi si

ricercava altro; imperciocchè in questi tre primi secoli non era

stata ancor dichiarata da' canoni la ragion de' Metropolitani sopra

l'ordinazioni de' Vescovi della loro provincia, come fu fatto da

poi nel quarto secolo; di che tratteremo nel libro seguente, quando

dell'esterior politia ecclesiastica del quarto e quinto secolo ci

tornerà occasione di favellare.

Questa in brieve fu la disciplina ecclesiastica intorno all'elezioni

de' Vescovi di questi tre primi secoli, secondo si ravvisa

dall'Epistole di S. Clemente Papa, e di S. Cipriano Scrittore del

terzo secolo[319]. L'elezione de' Preti e de' Diaconi s'apparteneva

al Vescovo, al qual unicamente toccava l'ordinazione, ancorchè

nell'elezione il Clero ed il Popolo v'avessero la lor parte.

§. VIII. _Beni temporali._

Non furon nella Chiesa in questi primi tempi tante facoltà e beni,

sicchè dovesse molto badare all'amministrazione e distribuzione de'

medesimi, e stabilire anche sopra ciò suoi regolamenti. Ne' suoi

principj non ebbe stabili, nè peranche decime[320] certe e necessarie:

i beni comuni delle Chiese non consistevano quasi che in mobili,

in provigioni da bocca, ed in vestimenti, ed in danajo contante,

che offerivano i Fedeli in tutte le settimane, in tutti i mesi, o

quando volevano, atteso che non vi era cos'alcuna di regolato, nè di

forzato in quelle offerte. Quanto agl'immobili, le persecuzioni non

permettevano di acquistarne, o vero di lungo tempo conservargli. I

Fedeli volontariamente davan oblazioni e primizie, per le quali fu

destinata persona, che le conservasse, e ne' tempi di Cristo Salvator

nostro ne fu Giuda il conservatore; ma non v'era altro uso delle

medesime, se non che di servirsene per loro bisogni d'abiti e per

vivere, e tutto il di più che sopravanzava, distribuivasi a' poveri

della città.

Quest'istesso costume, dopo la morte del nostro Redentore, serbarono

gli Apostoli, i quali tutto ciò che raccoglievan da' Fedeli, che

per seguirgli si vendevan le case ed i poderi, offerendone ad essi

il prezzo, riponevan in comune: e non ad altr'uso, come s'è detto

del denaro si servivano, se non per somministrare il bisognevole

a loro medesimi, ed a coloro che destinavano per la predicazione

del Vangelo, e per sostenere i poveri e bisognosi de' luoghi dove

scorrevano. E crescendo tuttavia il numero de' Fedeli, crescevano per

conseguenza l'oblazioni, e quando essi le vedevano così soprabbondanti,

che non solamente bastavan a' bisogni della Chiesa d'una città, ma

sopravanzavano ancora: solevan anche distribuirle nell'altre Chiese

delle medesime province, e sovente mandarle in province più remote,

secondo l'indigenza di quelle ricercava: così osserviamo nella

scrittura, che S. Paolo, dopo aver fatte molte raccolte in Macedonia,

in Acaja, Galazia e Corinto, soleva mandarne gran parte alle Chiese

di Gerusalemme. E dopo la morte degli Apostoli, il medesimo costume

fu osservato da' Vescovi loro sucessori. Da poi fu riputato più utile

ed espediente, che i Fedeli non vendessero le loro possessioni, con

darne il prezzo alle Chiese: ma che dovessero ritenersi dalle Chiese

stesse, acciocchè da' frutti di quelle e dall'altre oblazioni si

potesse sovvenire a' poveri ed a' bisogni delle medesime: ed avvenga

che l'amministrazione appartenesse a' soli Vescovi, nulla di manco

costoro intenti ad opere più alte, alla predicazione del Vangelo e

conversion de' Gentili, lasciavan il pensiero di dispensar li danai a'

Diaconi: ma non per ciò fu mutato il modo di distribuirgli; poichè una

porzione si dispensava a' Sacerdoti e ad altri Ministri della Chiesa,

i quali per lo più vivean tutti insieme ed in comunità, e l'altra parte

si consumava per gli poveri del luogo.

In decorso di tempo nel Pontificato di Papa Simplicio intorno all'anno

467, essendosi scoverta qualche frode de' Ministri nella distribuzione

di queste rendite, fu introdotto, che di tutto ciò, che si raccoglieva

dalle rendite e dall'oblazioni, se ne facessero quattro parti,

l'una delle quali si serbasse per li poveri, l'altra servisse per

li Sacerdoti ed altri Ministri della Chiesa, la terza si serbasse al

Vescovo per lui e per li peregrini che soleva ospiziare, e la quarta,

cominciandosi già ne' tempi di Costantino M. a costruire pubblici

templi, e farsi delle fabbriche più sontuose, e ad accrescersi il

numero degli ornamenti e vasi sacri, si spendesse per la restaurazione

e bisogni dei medesimi. Nè questa distribuzione fu in tutto uguale;

poichè se li poveri erano numerosi in qualche città, la lor porzione

era maggiore dell'altre; e se i Tempj non avean bisogno di molta

reparazione, era la lor parte minore.

Ecco in breve qual fosse la politia ecclesiastica in questi tre primi

secoli della Chiesa, che in se sola ristretta, niente alterò la politia

dell'Imperio, e molto meno lo stato di queste nostre province, nelle

quali per le feroci persecuzioni a pena era ravvisata: in diverso

sembiante la riguarderemo ne' secoli seguenti, da poi che Costantino

le diede pace: ma assai mostruosa e con più strane forme sarà mirata

nell'età men a noi lontane, quando non bastandole d'aver in tante guise

trasformato lo stato civile e temporale de' Principi, tentò anche di

sottoporre interamente l'Imperio al Sacerdozio.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 1 · 第 25 / 59 题