I. DI NAPOLI,

_Oggi capo e metropoli del Regno._

Napoli, ancorchè piccola città, ritenne tutte queste nobili

prerogative: ebbe propria politia, proprj Magistrati, e proprie leggi.

Ma quali queste si fossero, siccome dell'altre Città Federate, ben dice

il Sigonio[70], esser impresa molto malagevole in tanta antichità, e

fra tante tenebre andarle ricercando. Pure per essere stat'ella città

greca non sarà fuor di ragione il credere, essersi ne' suoi principj

governata colla medesima forma di Repubblica e di leggi, che gli

Ateniesi. Ella ebbe i suoi Arconti, ed i Demarchi, Magistrati in tutto

conformi a que' d'Atene. L'autorità degli Arconti prima non durava

più, che un anno, come quella de' Consoli in Roma: da poi fu prorogata

infino al decim'anno. Essi erano dell'ordine Senatorio, ed equestre:

siccome i Demarchi, a somiglianza dei Tribuni romani, appartenevano al

Popolo. Quindi non senza ragione i nostri più accurati Scrittori[71],

la divisione, che oggi ravvisiamo in questa città tra i Nobili,

ed il Popolo, la riportano fin'a questi antichissimi tempi. Altra

congettura ancora ci somministra di ciò credere, dal veder, ch'essendo

stata questa città greca, anzi con ispezialità così chiamata dagli

antichi Scrittori, siccome dimostra[72] Giano Dousa per quel luogo

di Tacito[73], dove di Nerone scrisse, _Neapolim quasi Graecam urbem

delegit_, avea altresì, come Atene, le sue _Curie_, che i Napolitani

con greco vocabolo chiamavano _Fratrie_.

Fu solenne istituto de' Greci distribuire i cittadini in più corpi,

ch'essi appellavano _File_; e quelli sottodividere in altri corpi

minori, che chiamavano _Fratrie_. Così in Atene il popolo era diviso

in File, e le File in Fratrie; non altrimenti che i Romani, i quali

anticamente erano distribuiti in Tribù, e le Tribù in Curie. Ma non in

tutte le città greche eravi questa doppia distribuzione: alcune aveano

solamente le File; altre le Fratrie; ond'è che i Grammatici spiegano

l'un per l'altro, e danno l'istessa potestà così all'uno, che all'altro

vocabolo. Napoli certamente ebbe distribuiti i cittadini in Fratrie, nè

vi furon File.

Queste Fratrie, o sian Curie non eran altro che confratanze, o vero

corpi, ne' quali si scrivevano e univano non già soli i congiunti

o fratelli d'un'istessa famiglia, ma molt'insieme della medesima

contrada; e per lo più la Fratria si componeva di trenta famiglie. Il

luogo ove univansi era un edificio, nel quale oltre a' portici ed alle

loro stanze, v'ergevano un privato tempio, che dedicavano a qualche

loro particolar Dio, o Eroe; e da quel Nume, a cui essi dedicavan la

Confratanza, si distingueva l'una dall'altra Fratria. In questo luogo

celebravano i loro privati sacrificj, i conviti, l'epule, e l'altre

cose sacre, secondo i loro riti e cerimonie distinte e particolari e

convenienti a quel Dio, o Eroe, a cui era il tempio dedicato. Eranvi

i Sacerdoti, i quali a sorte dovean eleggersi da questa, o da quella

famiglia; e poichè regolarmente le Fratrie si componevano di trenta

famiglie, da ciascheduna s'eleggevano a sorte i Sacerdoti. Convenivano

quivi costoro, ed i primi della contrada; e non solamente univansi per

trattar le cose sacre, i sacrificj e l'epule, ma anche trattavano delle

cose pubbliche della città, onde presero anche nome di Collegj.

In Napoli vi furon molte di queste Confratanze dedicate a loro

particolari Dii. Fra i Dii de' Napoletani i più rinomati e grandi

furono Eumelo, ed Ebone: onde quella Fratria, che adorava il Dio

Eumelo, fu detta _Phratria Eumelidarum_. Così l'altra, ch'era dedicata

al Dio Ebone, era nominata _Phratria Heboniontorum_. Fra gli Dii Patrii

che novera Stazio, ebbe ancor Napoli Castore e Polluce, e Cerere;

onde varj tempj a costoro furon da Napoletani eretti, de' quali serba

qualche vestigio ancora. Quindi la Fratria dedicata a questi Numi

fu detta _Phratria Castorum_: intendendo per questo dual numero così

Castore, come Polluce, siccome l'appellavan gli Spartani, onde i loro

giuramenti, _per Castores_; e quella dedicata a Cerere chiamossi perciò

_Phratria Cerealensium_. N'ebbero ancora un'altra dedicata a Diana,

della _Phratria Artemisiorum_, poichè presso a' Greci _Artemisia_ era

chiamata la Dea Diana[74]. Non pur agli Dii, ma anche agli Eroi solevan

i Greci dedicar le Fratrie; così parimente Napoli oltre a quelle,

che consecrò a' suoi patrii Dii, n'ebbe anche di quelle dedicate

agli Eroi; ed una funne dedicata ad Aristeo, onde fu detta _Phratria

Aristeorum_. Fu Aristeo figliuolo d'Apolline, e regnò in Arcadia: vien

commendato per essere stato egli il primo inventore dell'uso del mele,

dell'olio, e del coagulo: non fu però avuto per Dio, ma per Eroe. Delle

Fratrie de' Napoletani Pietro Lasena avea promesso darcene un compiuto

trattato, ma la sua immatura morte, siccome ci privò di molt'altre sue

insigni fatiche, le quali non potè egli ridurre a perfezione, così

anche ci tolse questa. Da tali Fratrie, siccome fu anche avvertito

dal Tutini[75], nelle quali s'univano i primi e i più nobili della

contrada, non pur per le funzioni sacre, ma anche per consultare de'

pubblici affari, hanno avuto origine in Napoli i Sedili de' Nobili,

i quali ne' monumenti antichi di questa città da' nostri maggiori

eran chiamati Tocchi, ovvero Tocci, dal greco vocabolo θῶκος, che i

latini dicono _Sedile_, ed oggi noi appelliamo Seggi, de' quali a più

opportuno luogo ci tornerà occasione di lungamente favellare.

Questi greci instituti si mantennero lungamente in Napoli; e Strabone,

che fiorì sotto Augusto, ci rende testimonianza, che fino a' suoi

tempi eran quivi rimasi molti vestigi de' riti, costumi ed instituti

de' Greci, il Ginnasio, di cui ben a lungo ed accuratamente scrisse P.

Lasena[76]; l'Assemblee de' giovanetti, e queste Confratanze, ch'essi

chiamavano Fratrie, e cent'altre usanze: _Plurima_, e' dice[77],

_Graecorum institutorum ibi supersunt vestigia, ut gymnasia, epheborum

Coetus, Curiae (ipsi Phratrias vocant) et graeca nomina Romanis

imposita_; e Varrone[78] che fu coetaneo di Cicerone, pur lo stesso

rapporta: _Phratria est graecum vocabulum partis hominum, ut Neapoli

etiam nunc_.

Egli è però vero, che tratto tratto questa città andava dismettendo

questi usi proprj de' Greci, ed essendo stata lungamente Città Federata

de' Romani, e da poi ridotta in forma di Colonia, divenendo sempre

più soggetta a Romani, cominciò a lasciare i nomi de' suoi antichi

Magistrati, come degli Arconti e dei Demarchi, de' quali par che si

valesse infino a' tempi d'Adriano, giacchè Sparziano[79] rapporta,

parlando di questo Imperadore, che fu Demarco in Napoli; poichè era

costume d'alcuni Imperadori romani volendo favorire qualche città

amica, d'accettare, quando si trovavan in quella, i titoli e gli onori

de' Magistrati municipali[80]. Ma da poi divvezzandosi col correr

degli anni dagl'istituti greci, e divenuta Colonia de' Romani, seguì

in tutto l'orme di Roma, con valersi de' nomi di Senato, di Popolo,

e di Repubblica, e de' Magistrati minori a somiglianza degli Edili,

Questori, ed altri Ufficiali di quella città, non altrimenti che usavan

tutte l'altre Colonie romane, come di qui a poco diremo.

Sono alcuni[81], che credono non esser mancati affatto in Napoli, non

ostante il lungo corso di tanti secoli, questi istituti, ed alcune

sue antichissime leggi; ma che ancora parte delle medesime durino fra

noi, e sian quelle, che furon registrate nel libro delle consuetudini

di questa città, che sotto Carlo II. d'Angiò si ridussero in iscritto,

traendo quelle consuetudini (che non può dubitarsi essere antichissime)

origine da queste leggi, le quali se bene dalla voracità del tempo

furon a noi tolte, lasciarono però ne' cittadini, come per tradizione,

quegl'instituti e costumanze, che nè il lungo tempo, nè le tante

revoluzioni delle mondane cose, poteron affatto cancellare. Ma questo

punto sarà meglio esaminato quando della compilazione di quel libro ci

toccherà di ragionare.

Riguardando adunque ora questa città, come federata a' Romani, non può

negarsi, che innanzi e dopo Augusto toltone il tributo, che pagava a'

Romani, fu da essi trattata con tutta piacevolezza, e lasciata nella

sua libertà, con ritener forma di Repubblica, e riputata più tosto

amica, che soggetta. Chiarissimo argomento della sua libertà è quello,

che ci somministra Cicerone[82]; poich'e' narra, ch'essendo stata per

la legge Giulia conceduta la cittadinanza romana all'Italia, fuvvi

fra que' d'Eraclea, e nostri Napoletani gran contrasto e grandissimi

dispareri, se dovessero accettare, o rifiutare quel favore da tutti

gli altri popoli d'Italia molto avidamente bramato; e reputando alla

perfine esser loro più profittevole rimanere nella lor antica libertà,

che soggettarsi, per quest'onore della cittadinanza, a' Romani,

anteposero la libertà propria alla romana cittadinanza. In brieve,

toltone il tributo, che in segno della sua subordinazione pagava a'

Romani, nel resto era tutta libera, siccome eran ancora tutte l'altre

Città Federate, e si reputavano come fuori dell'Imperio romano;

tantochè come s'è veduto, gli esuli de' Romani potevan in quelle

soddisfar la pena dell'imposto esilio[83].

Ma a qual tributo fosse obbligata Napoli non men che Taranto, Locri

e Reggio città anch'esse Federate, ben ce lo dimostran due gravissimi

Scrittori, Polibio, e Livio. La lor obbligazione era di prestar le navi

a' Romani nel tempo delle loro guerre. Queste città come marittime

abbondavan di vascelli, e gli studj de' Napoletani furon più, che in

altro, nelle cose di mare, come ben a proposito notò Pietro Lasena[84];

onde a quello gli obbligarono, che potevan esse somministrare; come

in fatti nella lor prima guerra navale, ch'ebbero co' Cartaginesi, i

Napoletani, i Locresi ed i Tarentini mandaron loro cinquanta navi. E

Livio[85] introducendo Minione rispondente a' Romani, i quali eran

venuti a dissuadergli la guerra che in nome d'Antioco intendeva

fare ad alcune città greche, le quali stavan alla loro divozione,

in cotal guisa lo fa parlare: _Specioso titulo uti vos, Romani,

Graecorum Civitatum liberandarum, video; sed facta vestra orationi non

conveniunt, et aliud Antiocho juris statuistis, alio ipsi utimini. Qui

enim magis Smyrnaei, Lampsacenique Graeci sunt, quam Neapolitani, et

Rhegini, et Tarentini, a quibus stipendium, a quibus naves ex foedere

exigitis?_

I Capuani, secondo che suspica l'accuratissimo Pellegrino[86], quando

la loro città era a' Romani federata, non dovettero pagar tributo

di navi, ma d'eserciti terrestri; perciocchè dominando eglino una

fecondissima regione, dovevan i loro eserciti militari esser di

fanteria, e di cavalleria; ed è ben noto, che i Capuani militarono in

gran numero negli eserciti terrestri de' Romani. Ma siccome l'infedeltà

de' Capuani verso i Romani portò la ruina della loro città, poichè

ridotta in Prefettura, rimase senza Senato, senza Popolo, senza

Magistrati, ed in più dura condizione, e servitù[87]; così all'incontro

Napoli perseverando con molta costanza nella medesima amicizia co'

Romani in ogni loro prospera e contraria fortuna, e singolarmente nel

tempo della seconda guerra Cartaginese, quando le frequenti vittorie,

che di coloro ottenne Annibale, avean riempiuta tutta l'Italia e la

medesima Roma di confusione e di terrore, fu loro sempre fedele,

e costante. Fu ancora questa città gratissima a' Romani per gli

piacevoli costumi ed esercizj dei suoi Greci, e per l'amenità del suo

clima, ond'i Romani d'ogni grado e d'ogni età, non che i men robusti

ed i consumati dalle fatiche e dagli anni quivi solevansi condurre a

diporto. Meritarono perciò i Napoletani, che nella lor città non si

mandasse alcun presidio, siccome all'incontro per la loro infedeltà

meritaron i Capuani, che nella loro Città continuamente dimorasse

presidio di soldati Romani, eziandio cessato il timore delle guerre co'

prossimi Sanniti, giacchè la sua incostanza così richiedeva[88]. Ma in

Napoli non fu mandato tal presidio, nè men in quel pericoloso tempo

della sudetta guerra Cartaginese, fuorchè a richiesta de' medesimi

Napoletani[89].

Così ancora per la loro intera fede meritarono, che niente si fosse

scemato dell'altra condizione della loro confederazione, per la

quale agli esuli Romani era permesso di potersi ricovrare in Napoli,

e dimorarvi senza timore; dove condurre volevasi a questo fine

lo scelerato Q. Pleminio, quando fra via fu fatto prigione da Q.

Metello[90]. Nè è leggiero argomento, ch'una tal franchigia non fosse

giammai violata, l'essersi anche in Napoli salvato Tiberio Nerone[91]

allorchè nell'Imperio romano per le lunghe guerre civili e per le

fazioni, nè le pubbliche leggi, nè altra cosa eran più rimase salve.

In questa guisa adunque fu da' Romani premiata la fedeltà napoletana; e

finchè si mantennero nella medesima città i suoi antichi usi, e costumi

greci; ella quasi sola di tutte l'altre città di queste regioni non

provò mutazione; avendo solamente avute per compagne, Reggio, Taranto

e Locri[92].

II. _Napoli non fu Repubblica affatto libera, ed indipendente da'

Romani._

Ma tutte queste prerogative furon de' Romani in premio della sua

fedeltà, e per la vita gioconda, che in questa città solevan essi

menare[93]; non già che Napoli fosse affatto libera da ogni servitù,

e totalmente independente Repubblica, anche a dispetto e contra i

sforzi de' Romani, come alcuni dall'amor della patria pur troppo

presi, non si ritennero di dire. Potrà alcun forse persuadersi mai,

che i vittoriosi e trionfanti Romani, avidissimi d'imperio, dopo aver

fatto acquisto, non solamente di tutta l'Italia, ma quasi dell'intera

terra nel loro tempo conosciuta, avendo soggiogati Re potentissimi e

bellicosissime Nazioni, con lunghissimi terrestri e marittimi viaggi,

e con faticosissime imprese per lo corso di molti secoli; non avessero

avute forze bastanti a conquistare una città sola, che pur era su gli

occhi loro? Mostrano ben costoro non avere nè pur piccola contezza

delle romane istorie, e molto meno della generosità Romana. È egli

cosa nuova avere i Romani in varj modi fatto dono della libertà a molti

popoli, ed a molte città, e singolarmente alle greche dopo averne fatto

acquisto, e talora d'avernele private in pena d'alcun lor fallo? Ne

sono pieni d'esempj i libri d'Appiano Alessandrino[94], di Livio, di

Svetonio, di Strabone, di Tacito, di Dione di Vellejo, de' due Plinj,

di Diodoro Siculo, di Giustino, di Plutarco, e d'altri assai; e per

non andar raccogliendo ogni detto di sì gravi Autori intorno a questo

non mai dubitato punto, potrassi apprender da quello, che della romana

Monarchia, come in un epilogo, raccolse un solo Strabone[95] nel fine

de' suoi libri della Geografia, cioè che fra le varie condizioni

de' Regi, e delle province, le quali ubbidivano a quell'Imperio,

eran ancora alcune città libere, o rimase in libertà per aver durato

nell'antica loro confederazione; o fatte nuovamente libere in premio

della lor fede: le sue parole in latino sono queste: _Eorum, quae

Romanis obediunt, partem Reges tenent, aliam ipsi habent, provinciae

nomine, et Praefectos, et Quaestores in eam mittunt. Sunt et nonnullae

Civitates liberae conditionis: aliae ab initio per amicitiam Romanis

adjunctae: aliae ab ipsis honoris gratia libertate donatae. Sunt et

principes quidam sub eis, et Reguli, et Sacerdotes: his permissum est

patria sectari instituta._

Erano adunque tutte queste prerogative loro doni; e dalla forma

del dire del romano Publio Sulpicio rispondente a Minione sul

fatto di sopra recato, _quae ex foedere debent, exigimus_[96] ben

si dinota aversi i Romani riserbato il tributo delle navi per una

certa spezie di servitù: tanto è lontano, ch'essi all'incontro ne'

bisogni de' Napoletani dovessero anche scambievolmente contribuir

le navi, come pure alcuni hanno sognato. Cicerone[97] ne somministra

un simigliantissimo esempio di Messina, città parimente confederata

coll'obbligo di dare una nave, declamando contra Verre, che per doni

l'avesse fatta franca di quel tributo nel tempo della sua siciliana

Pretura, e con ciò avesse diminuita la maestà della Repubblica,

l'ajuto del Popolo romano, e tolto il jus dell'imperio. _Pretio,

atque mercede minuisti majestatem Reipublicae; minuisti auxilia P. R.

minuisti copias, majorum virtute, ac sapientia comparatas. Sustulisti

jus imperii, conditionem Sociorum, memoriam foederis_; soggiungendo

appresso: _inerat nescio quomodo in illa foedere societatis, quasi

quaedam nota servitutis_. Oltre che i romani anche sopra i Napoletani

sovente s'assumevan certa potestà di comporre i loro litigi co'

popoli vicini, onde si legge appresso Valerio Massimo[98], che il

Senato mandò Q. Fabio Labeone come arbitro a stabilire i confini

fra' Nolani e Napoletani, per li quali erano venuti in contesa. In

breve, queste città quanto ritenevan della loro franchigia e libertà,

tutto lo riconoscevano dalla moderazione e dalla generosità romana: e

sovente molte città, che di questo lor dono abusavansi, n'eran esse

private: all'incontro alcune, le quali sapevan adoperarlo in bene,

erano profusamente di maggiori prerogative ed onori arricchite. In

fatti i Massiliesi furono liberati anche dal tributo; e Strabone[99]

oltre all'esempio di Massilia, aggiunge anche quello di Neumasio.

Cicerone[100] ancor rapporta, che per decreto del Senato fu conceduta,

oltre a Massilia, e a Neumasio, anche ad alcune altre cittadi,

l'immunità dalla giurisdizione de' Romani, e rendute esenti da ogni

potestà di qualunque lor Magistrato.

Essendo tale il costume e tanta la generosità dei Romani, potè credere

con fondamento quel diligentissimo investigatore delle nostre antichità

Camillo Pellegrino[101] che i Romani in decorso di tempo avesser anche

fatti liberi i Napoletani non solamente dall'obbligo delle navi, ma

anche d'ubbidire a qualunque lor Magistrato, sì per gli meriti della

loro costante fedeltà, come per gli piacevoli diporti, che in Napoli

prender solevano: onde, ei dice, che non sarebbe da riputarsi cosa

strana, che questa città cotanto lor cara fosse stata da essi renduta

franca del tributo delle navi nella universal pace del Mondo, imperando

Augusto, e che l'avesser anche sottratta da ogni potestà di qualunque

lor Magistrato. Cesare ben alcun tempo ebbe a sdegno i Napoletani,

come scrisse Cicerone[102]; forse perch'essendosi in Napoli gravemente

infermato Pompeo nel principio della lor gara, i Napoletani per la

sua salute offerirono molti sacrificj, e col lor esempio mossero

l'altre città d'Italia, e grandi e piccole a far perciò molti giorni

feriati[103]. Ma Augusto all'incontro gli ebbe molto cari; e che

d'alcun segnalato privilegio avesse lor fatto nobil dono, può esserne

manifesto argomento, ch'essi in onor suo dedicaron e celebrarono un

nobil giuoco d'Atleti, in cui egli stesso bramò d'esser presente[104].

La sua Livia, la quale condottavi dal suo primo marito Tiberio ne'

loro maggiori perigli, vi si era ricoverata[105]; il suo Virgilio, cui

piacquer tanto gli ozj napoletani[106]; tutte queste cose dovettero

essere stati soavi mantici d'un tant'amore; ond'è che non senza ragione

s'attribuisca ad Augusto d'aver accresciuta questa città d'altre

nuove prerogative, e d'averla prosciolta dall'obbligo delle navi, e

sottratta dalla potestà di qualunque romano Magistrato. E per questa

ragione alcuni[107], su la falsa credenza, che Napoli fosse interamente

divenuta cristiana, sin dal primo giorno della predicazione, che si

narra essersi quivi fatta da S. Pietro Apostolo, allorchè da Antiochia

venendo a Roma, vi ordinò il primo Vescovo Aspreno: tennero fermamente,

che in Napoli non vi fossero stati martirj di Cristiani; siccome

quella, che non soggetta a' Principi gentili, nè ad alcun altro lor

Magistrato, non permise quel macello in sua casa. Ma quanto ciò sia

dal ver lontano, ben fu avvertito da Pietro Lasena[108] e ben a lungo

fu dimostrato dal P. Caracciolo[109], e da noi sarà esaminato, quando

della politia ecclesiastica di queste regioni farem parola.

Duraron in Napoli lungo tempo sotto i successori d'Augusto queste

belle prerogative e queste piacevoli condizioni. Ma dappoichè i

Napoletani cominciaron pian piano a svezzarsi da' costumi natii, e

dagli usi de' Greci, e a quelli de' Romani accomodarsi, e finalmente

ad imitare in tutto i costoro andamenti: prese la lor città nuovo

aspetto e nuova forma di Repubblica. Fulvio[110] Ursino credette,

che Napoli da Augusto fosse stata renduta Colonia insieme coll'altre,

che dedusse in Italia; ma da quanto si è finora detto e da ciò che ne

scrive il P. Caracciolo[111], riprovando l'opinione di quest'Autore,

si conosce chiaro, che non da Augusto, ma in tempi posteriori o di

Tito, o di Vespasiano Napoli fu renduta Colonia. Che che ne sia, nè

perchè passasse nella condizione di Colonia, perdè quella libertà e

quella politia intorno a' Magistrati, che prima avea: non essendo a lei

intervenuto, come a Capua, che da Città Federata passò in Prefettura.

Ella come Colonia latina ritenne quel medesimo istituto di poter

dal suo corpo eleggere i magistrati[112]: non si mandavan da Roma i

Prefetti per governarla: ritenne ancora il Senato, il Popolo: ebbe

i Censori, gli Edili, ed altri Magistrati a somiglianza di Roma. Se

le permise valersi de' nomi di Senato e di Popolo e di Repubblica: e

molti marmi perciò leggiamo co' nomi di S. P. Q. N. e fra gli altri

quei trascritti da Grutero[113], che i Napoletani ad un tal Galba Bebio

Censore della Repubblica dirizzarono.

S . P . Q . NEAPOLITANVS

D . D . L . ABRVNTIO . L . F .

GAL · BAEB · CENSORI ·

REIPV . NEAP .

e quell'altro,

S . P . Q . NEAPOLITANVS

L . BAEBIO . L . F . GAL .

COMINIO PATRONO COLONIAE .

Il qual nome di _Senato_ mutaron poscia in quello d'_Ordine_, onde in

molti marmi si legge O. P. Q. N. scambiandosi regolarmente questi nomi,

come osserviamo indifferentemente in altri marmi d'altre Colonie.

Nè fu detta Colonia, perchè da Roma, o altronde fossero stati in lei

mandati nuovi abitatori, ma rimanendo gli antichi, se le concedettono

le ragioni del Lazio, siccome a tutte l'altre Colonie latine, le quali

e della Cittadinanza e di molte altre prerogative erano fregiate[114];

e per questa cagione potè ritenere, a differenza dall'altre Colonie,

le leggi patrie e municipali, senza avere in tutto a dipendere e a

reggersi colle sole leggi romane, siccome in fatti molte patrie leggi

e molti riti grecanici ritenne, i quali mai non perdette, e d'alcuni

d'essi tuttavia ne serba oggi vestigio.

Grave adunque è l'error di coloro, che riputaron Napoli Repubblica

totalmente libera ed indipendente dall'Imperio romano, solamente perchè

si legge il nome della napoletana Repubblica in più d'una antica

inscrizione, ed in più d'un antico Autore. Non avendo avvertito,

che ne' tempi d'Adriano, e molto più di Costantino M. e degli altri

Imperadori suoi successori fu città, come tutte l'altre, al Consolare

di Campagna sottoposta, siccome appresso mostreremo.

Molto maggiore fu l'error di coloro, i quali dieronsi a credere, che

infin a' tempi di Rugiero I. Re Normanno, non fu ella in alcun modo

soggetta a gl'Imperadori romani, nè da poi a' Goti Re d'Italia, e molto

meno agi Imperadori d'oriente, tanto che Alessandro Abate Telesino[115]

nell'istoria sua Normanna, parlando di Napoli soggiogata da Rugiero,

preso da quest'errore, non potè contenersi di dire, che questa città,

la quale _vix unquam a quoquam subdita fuit. nunc vero Rogerio, solo

verbo praemisso, submittitur_; imperciocchè non perchè Napoli, come

Città d'origine greca fosse da' Romani così benignamente trattata

coll'onore di Città Federata; nè perchè, eziandio dopo divenuta Colonia

latina, ritenesse lo stesso antico aspetto di Repubblica di poter

dal suo corpo creare i Magistrati, e le propie leggi servare, delle

dure condizioni dell'altre Prefetture non aggravata, dovrà dirsi, che

fosse stata esente dal roman Imperio; e molto meno, che non fosse da

poi sottoposta a' Goti, ed agl'Imperadori greci. Conciosiacchè ella

certamente in potestà di costoro, non solamente per forza d'armi, ma

per antichissima soggezione coll'Italia passò, ed a' medesimi ubbidì;

come nel proseguimento di quest'istoria si farà manifesto; e se dagli

Scrittori vien nominata Repubblica, fu perchè ritenne quella forma di

governo, che nè da Romani, nè da' Goti le fu vietata.

Nè veramente dovrà muovere tanto cotali Autori quella parola

_Repubblica_; poichè nella latina favella quel vocabolo denota la

comunità, non la dignità delle pubbliche cose, e sovente è usata per

denotare qualche forma d'amministrazione, o di governo pubblico;

anzi nelle Prefetture ancora, le quali eran prive d'ogni pubblico

consiglio, _erat_, come disse Festo[116], _quaedam earum Resp. neque

tamen Magistratus suos habebant_; a questo lor modo sarebbero state

Repubbliche, nel tempo di Seneca[117], Capua ancora, e Teano, ovvero

Atella. Il medesimo potrebbe anche dirsi di Nola, di Minturno, di

Segna, e di molte altre Colonie, che pur si chiamaron Repubbliche, e

ne' loro marmi mettevano parimente a lettere cubitali quel S. P. Q.

Ne' tempi più bassi ancora ve ne sono ben mille esempj appresso buoni

Autori, ed infiniti ce ne somministra il Codice di Teodosio[118].

Molto meno dovean cadere in quest'errore, traendo argomento dal dominio

ch'ebbe Napoli dell'isola di Capri, e poi dell'isola d'Ischia, con

cui quella permutò, per piacere a Tiberio[119]; poichè, come ben loro

risponde l'accuratissimo Pellegrino[120], senza che fossero andati

molto lontano, avrebbon potut'osservare, che Capua altresì, mentr'era

Colonia, possedeva nell'isola di Creta la regione Gnosia. E se questo

lor argomento, aver Napoli avuta signoria di quell'isola, fosse

bastante a riputarla libera Repubblica, nè men sarebbe da dubitarsi,

che questa prerogativa non l'avesse ancora ritenuta per molti secoli

seguenti sotto i Goti, sotto gl'Imperadori d'Oriente, e sotto altri

Principi; perciocchè ritenne delle sue vicine isole il dominio, anche

nel tempo di S. Gregorio M.[121], e più innanzi nel tempo ancora del

Pontefice Giovanni XII. e similmente nel Pontificato di Benedetto VIII,

ed eziandio in tempi meno a noi lontani, ne' quali, come si conoscerà

chiaro nel corso di quest'istoria, sarebbe follia il credere, che

fosse stata libera Repubblica ed indipendente da qualsivoglia altra

dominazione.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 1 · 第 13 / 59 题