per migliorare i rapporti tra contadini e proprietari mercè la riforma
in via legislativa dei _contratti agrari_ e promovendo lo spezzamento
del latifondo. Qui non c'è solamente l'aspro conflitto tra due scuole
economiche diverse, che battagliano nel campo teorico; ma c'è il
conflitto tra gl'interessi contrarî colla prevalenza di quelli dei
proprietari e del capitalismo, che soli sinora comandano nei comuni,
nelle Provincie, nei Comizî agrarî, nelle camere di Commercio, nel
Parlamento.
Qualche provvedimento che riesca indirettamente a tale miglioramento nei
contratti agrarî non è difficile che prevalga, perchè contemporaneamente
se ne avvantaggerebbero le classi dirigenti, che nell'attuale conflitto
tengono, come suol dirsi, il coltello per il manico: tale sarebbe ad
esempio la proposta _sesta_ del _Comitato promotore_ dei grandi
proprietarî di Sicilia:--esenzione per legge dalle tasse di focatico,
sul bestiame, bestie da tiro e da soma e ricchezza mobile per quei
contadini che prendano stabile dimora nelle campagne--mentre mi sembra
più difficile che possa passare la proposta _settima_ colla quale si
dimanda la riduzione del 50 % della imposta fondiaria sui latifondi nei
quali verrebbero costruite case coloniche e adottati quei metodi di
coltura razionale che sarebbero, caso per caso, stabiliti da apposite
commissioni tecniche, nominate dal ministro di Agricoltura e Commercio.
E nello interesse dei grandi proprietari,--ma che indirettamente
potrebbe giovare ai contadini, perchè indurrebbe più facilmente i primi
alle enfiteusi--i senatori siciliani, con alla testa il principe di
Camporeale, fecero votare dal Senato la istituzione di una Banca che si
occupasse del riscatto dei censi a richiesta del proprietario, a
somiglianza di ciò che già si pratica altrove.
Cessata la cieca venerazione per la proprietà privata col suo quiritario
_jus utendi abutendique_, per il legislatore in Sicilia non riuscirebbe
difficile il compito di creare una numerosa falange di piccoli
proprietarî e poco più disagevole riuscirebbe l'altro della riforma dei
contratti agrari.
[ESEMPII DI LEGISLAZIONI STRANIERE]
Gli esempi che ci somministra la legislazione straniera sono
incoraggianti, come osserva il Cavalieri: Le _Homestead Laws_ negli
Stati Uniti, le leggi per l'Irlanda del 1881, altre leggi per la stessa
Irlanda, per la Scozia e per l'Inghilterra--_Small holdings Act_,
_Allotments Act_, ecc., ecc.--le colonizzazioni interne, le
modificazioni alle leggi sull'enfiteusi in Germania, la quotizzazione
dei terreni sabbiosi resistenti alla filossera in Ungheria e le più
recenti proposte di leggi dell'Austria sulla cooperazione agraria e
sulla redenzione dei debiti ipotecarî cogli opportuni temperamenti
suggeriti dalle condizioni e dalle tradizioni locali, potrebbero
riuscire di grande efficacia in Sicilia per migliorare la condizione dei
contadini e i rapporti tra proprietari e lavoratori.
Da tempo, e prima che gli ultimi avvenimenti richiamassero sull'isola
l'attenzione generale, proposte inspirate ai criteri informanti la
legislazione straniera succennata, nel 1883--più di un decennio
fa!--erano state avanzate dal Baer: il quale, sebbene schietto
conservatore, arrivava sino alla espropriazione dei latifondi privati
per distribuirli a piccoli lotti ai contadini.
[VARRANNO A QUALCHE COSA?]
Gli esempî stranieri e i consigli non sospetti condurranno a risultati
pratici?
Non mi abbandono ad un alcun preconcetto pessimista nella previsione dei
medesimi, ed espongo puramente e semplicemente i dati di fatto, che
possano aiutare il lettore a formarsi da sè stesso un esatto concetto.
In quanto alla riforma dei _contratti agrarî_ c'è poco da sperare dal
Parlamento. Figuriamoci che si considerò come troppo ardito, quasi
rivoluzionario, il progetto sulla _mezzadria_ dell'on. Sonnino! E la
sorte che correrebbe qualunque altro disegno meno anodino si può
indovinarla dalle discussioni e dalle risoluzioni della Commissione
nominata dal ministro di Agricoltura e Commercio e da quello di Grazia e
Giustizia per istudiare precisamente la riforma di detti _contratti
agrarî_.
La maggior parte dei deputati e dei senatori, che ne facevano parte--tra
i quali l'on. Fortis, che a tempo perso si proclama _socialista di
Stato_--si mostrarono decisamente avversi ad accettare quella corrente
nuova (che fa capo a Menger in Austria, che in Italia è rappresentata
degnamente da Gianturco, Nitti, Salvioli, Cogliolo, ecc.) la quale mira
ad innestare il contenuto socialista nel Codice Civile, modificando il
concetto quiritario della proprietà e facendo posto adeguato alle
ragioni del lavoro.
[PAROLE E FATTI]
L'opposizione alle chieste modifiche dei contratti agrarî da parte degli
elementi conservatori di detta Commissione, sebbene truccati alcuni da
democratici in aperto conflitto coll'elemento universitario (Nitti,
Cogliolo, Salvioli) quantunque disinteressata nella apparenza, perchè
mossa da elementi non siciliani, pure tale non era: essi avvedutamente
han dovuto pensare che ciò che adesso si concederebbe alla Sicilia,
sotto la pressione della rivolta, più tardi si dovrebbe accordare al
resto d'Italia dove sussistono condizioni analoghe. L'esempio di ciò che
è avvenuto nella Gran Brettagna li ammaestrava: le concessioni e le
riforme agrarie della Irlanda non tardarono a varcare il canale di San
Giorgio, per essere proposte a vantaggio dei lavoratori d'Inghilterra e
di Scozia.
In quanto allo spezzamento del latifondo, e alla creazione dei piccoli
proprietari, memore più che degli esempi stranieri dei consigli dei
conservatori illuminati e preveggenti, (Baer, Cavalieri, Monsignor
Carini ecc., ecc.) in seno della Commissione eletta dai deputati
siciliani per istudiare le opportune proposte per la loro regione, osai
proporre il censimento obbligatorio dei latifondi di una certa
estensione; ma rimasi solo: gli on. Di Rudinì, Di San Giuliano, Sciacca
della Scala, Reale e Filì-Astolfone si dichiararono avversi alla
proposta mia. L'on. Damiani l'accolse con simpatia; ma funzionando da
presidente non credette pronunziarsi in proposito[86].
[IL DISEGNO DI LEGGE SU' LATIFONDI]
Il 1º Luglio 1894 l'on. Crispi presentò alla Camera dei Deputati il
disegno di legge intorno alla _enfiteusi dei beni degli enti morali e ai
miglioramenti dei latifondi dei privati nelle provincie Siciliane_, e il
cuore dei partigiani delle sane riforme si riaprì alla speranza e le
previsioni dei pessimisti e degli increduli parve che ricevessero una
solenne smentita.
Con quel disegno di legge non solo s'imponeva la enfiteusi dei beni
degli enti morali, ma si costringevano ai miglioramenti agrarî colla
mezzadria i latifondisti che non ottemperando a tali disposizioni
dovevano vedere sottoposti all'enfiteusi obbligatoria i loro fondi.
Non occorre scendere a dettagliata disamina delle proposte del
Presidente del Consiglio dei ministri, perchè esse colla chiusura della
Sessione parlamentare, legislativamente sono già morte e sepolte,
sebbene suscettibili di resurrezione; basta qui e adesso giudicarne il
principio, che lo informa.
[IN SOSTANZA È CONSERVATORE]
Negli uffici il disegno di legge agraria venne combattuto fieramente
alla quasi unanimità dai deputati siciliani,--e si vede da ciò ch'erano
fedelmente rappresentati in quella Commissione privata di cui mi occupai
precedentemente--e venne combattuto perchè ritenuto violento e
rivoluzionario[87]. I socialisti invece--e in nome loro autorevolmente
ha scritto il professore Salvioli nella _Riforma Sociale_ (N. del 10
agosto 1884)--non lo trovarono di loro gradimento, «perchè in sostanza è
conservatore, tendendo a diffondere quella proprietà fondiaria
coltivatrice, pegli stessi lavoratori del suolo, la quale secondo la
relazione che la procede _è per lo Stato e per le civili istituzioni una
più sicura garenzia di ordine e di stabilità_.»
Io non esito a dichiarare che il principio del disegno di legge agraria
Crispi era equo ed opportuno, era rispondente alle condizioni del
momento, e sebbene combattuto ad un tempo dai socialisti e dai
latifondisti--senza distinzione di colore politico--sarebbe riuscito
bene accetto e giovevole ai contadini ed ai proletari. Nè ciò dicendo
credo derogare alle teorie socialiste, che da anni sostengo, come in
altro luogo e in altra occasione cercherò di dimostrare[88].
Se della legge agraria cennata accetto il principio informatore, non
approvo però i particolari, molto meno posso dichiararmi soddisfatto dei
mezzi proposti per creare la piccola proprietà rurale e promovere i
miglioramenti agrarî.
[INTORNO ALLA PROPRIETÀ COLLETTIVA]
Inoltre non sono favorevole alla quotizzazione dei demanî comunali, e
credo che sarebbe più utile e conveniente costituirli in proprietà
collettiva o almeno farli servire ad esperimenti di cooperazione
agraria.
Il nome e la cosa in fatto di proprietà collettiva oggi non dovrebbero
più spaventare, dopo che un progetto di legge che mira a conseguire tale
risultato venne presentato da deputati conservatori e timidamente
liberali per i dominî dell'ex stato pontificio; progetto al quale
promise il suo appoggio il ministro Boselli.[89] E queste proprietà
collettive potrebbero e dovrebbero allargarsi, costituendo un vero
campo di sperimentazione economico-sociale coll'adottare le misure
proposte poco tempo fa dall'egregio avv. P. Di Fratta, segretario al
Ministero di Grazia e Giustizia--nell'opuscolo sulla _Socializzazione
della terra_.
[IL PROGETTO CRISPI È SENZA SPERANZA]
La cennata discussione della Regia Commissione sui contratti agrari e
l'accoglienza fatta negli Uffici al disegno di legge Crispi lasciano
poche illusioni sulla sorte dello stesso progetto qualora venisse
ripresentato nella futura sessione: per farlo accettare dal Parlamento
occorrerebbe una forte, direi quasi, minacciosa pressione della pubblica
opinione e un ministero energico che sapesse rendersene interprete. E in
tanto abuso di _decreti reali_, chi potrebbe protestare se ancora una
violazione delle buone norme costituzionali si avesse a fin di bene per
attuare qualche importante riforma economico-sociale? A cosa
fatta--l'esperimento è stato ripetuto,--la Camera non ardirebbe negare
la sua approvazione: tanta energia nessuno gliela suppone e potrebbe
attingerla soltanto nel più sfrenato egoismo.
[E POI SI SAPREBBE CONSERVARE?]
Ma dato che si arrivi comunque allo spezzamento del latifondo e alla
costituzione di numerosi piccoli proprietarî rurali, cura somma dello
statista dovrebbe essere quella di saper conservare; poichè si sa che i
piccoli proprietarî sorti dal censimento dei beni dell'asse
ecclesiastico e dalla quotizzazione di alcuni demanî comunali sono
nella massima parte scomparsi: i loro campicelli furono inghiottiti
dall'antico latifondo limitrofo o servirono a costituire qualcuno nuovo.
Nelle legislazioni straniere c'è la preoccupazione di conseguire tale
supremo intento ed oltre le _Homestead laws_ degli Stati Uniti è noto
«che lo Schäffle, che voleva davvero le piccole proprietà, non si è
peritato di suggerire la proibizione di accendere ipoteche per la
legittima ogni volta che dovevano colpire un già modesto fondo; in
Prussia e in Austria si è giunti a costituire degli Höferolle, che
rappresentano una specie di catasto speciale della piccola proprietà ai
fini della sua conservazione; e nel Mecklemburgo si è provveduto non
solo alla irredimibilità dei beni enfiteutici, ma anche alla loro
trasmissione indivisibile». (_Cavalieri_, p. 60).
[CIFRE ELOQUENTI]
Questo bisogno di provvedimenti urgenti ed efficaci per la conservazione
della piccola e media proprietà è più impellente per le provincie del
mezzogiorno, e specialmente per la _Sicilia_ e per la _Sardegna_ come
risulta con straziante eloquenza dalle cifre.
Su 100,000 abitanti nelle vendite giudiziarie nell'anno 1885 l'Italia
settentrionale è rappresentata con 7,16, l'Italia centrale con 16,43, il
Napoletano con 49,34, la Sicilia con 61,57, la Sardegna con 742,89.
Nel 1886, nel 1887, nel 1888, troviamo gli stessi rapporti e nel 1889
c'incontriamo con questi dati: l'Italia Settentrionale 8,21, l'Italia
centrale 17,46, il Napoletano 77, la _Sicilia_ 170,77, la _Sardegna_
1380,41!
E non siamo ancora negli anni ultimi, nei quali la crisi economica è
terribilmente aumentata......
Ancora delle cifre! Per ogni cento vendite di mobili e di frutti
pendenti, in quelle di valore non superiore a _trenta lire_ l'Italia
settentrionale è rappresentata da 7,69% l'Italia centrale da 6,57 il
Napoletano da 33,53, la Sicilia da 26,41, la Sardegna da 29,28: in
quelle non superiori a _cinquanta lire_, l'Italia settentrionale è
rappresentata da 8,12% la Centrale da 8,60, il Napoletano da 12,76, la
_Sicilia_ da 17 e la _Sardegna_ da 26,69. Nelle vendite per
espropriazione forzata in quelle non superiori a 500 lire l'Italia
settentrionale da 5,80, la centrale 7,27, il Napoletano 7,19, la
_Sicilia_ 9,45, la _Sardegna_ 14,62; in quelle superiori a tale somma e
non oltre mille lire l'Italia settentrionale dà 8,31 l'Italia centrale
7,80, il Napoletano 11,23, la _Sicilia_ 16,60, la _Sardegna_ 16,04.
Non avevo dunque ragione nell'affermare che da tali cifre risulta colla
massima evidenza l'impellente dovere di provvedere alla difesa della
piccola e media proprietà in Sicilia e in Sardegna; ed esse stesse non
provano ancora una volta luminosamente che le condizioni economiche
dell'isola sono generalmente più tristi di quelle del resto d'Italia,
eccettuata la povera Sardegna?[90]
[IL FISCO E GLI SFORZI LEGISLATIVI]
[PERFETTAMENTE INUTILE]
Quando poi si considera che l'avidità del fisco italiano è la grande e
generale causa della espropriazione e della graduale scomparsa della
piccola e media proprietà si deve riconoscere che gli sforzi legislativi
per creare l'una e l'altra sono un perditempo, anzi una crudele ironia
e che è perfettamente inutile pensare a fare colla mano destra ciò che
la sinistra deve affrettarsi a distrurre. E chiunque ha fior di senno e
non si lascia mistificare dalle apparenze e dalle parole, dopo avere
esaminato i provvedimenti ch'erano contenuti nella legge agraria
dell'onorevole Crispi, meschinamente inspirati al concetto
dell'_Homestead_, per ovviare al riassorbimento nel latifondo della
piccola proprietà, dovrà coscienziosamente riconoscere che essi non
corrispondono affatto allo scopo. Meglio si riuscirebbe con una politica
generale casalinga ed economica.
[PER L'INDUSTRIA ZOLFIFERA]
Accanto alla questione agraria in Sicilia ce n'è una mineraria ancora
più acuta. Nulla per essa, proprio nulla, ha fatto mai il governo
italiano, che in questo di tanto si mostra inferiore al governo
borbonico. E quanto ci sarebbe da fare risulta dai due progetti
d'iniziativa parlamentare presentati l'uno dall'on. Ippolito De Luca e
l'altro da me, nonchè dalle proposte della Sotto commissione dei
Deputati Siciliani (Di Rudinì, Di San Giuliano, Colajanni). È da
notarsi, per aggravare la enorme responsabilità del governo nella
quistione mineraria, che la Sicilia non chiede alcun sacrifizio
pecuniario al resto dell'Italia, a tutti i contribuenti; essa non chiede
se non ciò che le spetta di pieno diritto; essa chiede che venga
consacrato all'industria zolfifera ciò che questa dà allo Stato e che
lo Stato indebitamente prende, cioè il prodotto del dazio di
esportazione sugli zolfi. Dico che lo Stato lo prende indebitamente
perchè dopo l'abolizione del dazio di esportazione sulla seta, _chiesto
ed ottenuto dai lombardi_, quello sugli zolfi è il solo dazio di
esportazione che resta in Italia e che pesa esclusivamente sulla Sicilia
anzi su tre provincie soltanto dell'Isola. La parità di trattamento
s'imponeva tanto, che l'abolizione di detto dazio chiesta dall'on.
Pantano e da me nella Camera dei Deputati nel 1891, venne promessa dal
ministro delle Finanze on. Luzzatti e la promessa fu riconfermata
dall'on. Di Rudinì nel discorso di Milano. Le promesse!
Ora l'industria non chiede l'abolizione di quel dazio di uscita; ma
domanda, ed ha diritto di ottenere, che se ne impieghi il prodotto a
proprio vantaggio, lasciando anche un largo margine di profitto
all'erario dello Stato ed altro maggiore creandogliene col
risollevamento economico di una numerosissima classe di lavoratori, di
speculatori, o di proprietari. Sarà ascoltata?....
Una circolare riservata dell'on. Boselli altra volta lasciava sperare
che ad un lato della questione mineraria--quello della proprietà del
sotto suolo e del sistema degli affitti angarici ed a breve durata--si
cominciava a pensare nelle sfere ministeriali. Ma l'on. Boselli è
passato alle finanze e il suo successore, on. Barazzuoli, propugnatore
dell'anacronistico liberismo economico non dà alcun affidamento, che
qualche cosa di bene si voglia fare. Egli anzi ha cominciato dal
ritirare il disegno di legge sui consorzî obbligatorî, sulla brucia
ecc. presentato prima dall'on. Lacava, e mantenuto dal Boselli e che
pur riuscirebbe tanto utile all'industria!
E mentre il governo si mostra così incurante o così ligio a vieti
principî economici--a meno che non si tratti di violarli nello interesse
delle finanze--l'ingiustificabile rinvilimento nel prezzo degli zolfi
continua vertiginosamente, gli scioperi forzati si succedono con
allarmante frequenza, la miseria dei zolfatarî ha raggiunto proporzioni
spaventevoli e non ostante lo Stato di assedio avvengono terribili
attentati e delitti minerari che fanno ricordare i delitti agrari
dell'Irlanda e della stessa Sicilia[91].
Le misure economiche-sociali dianzi cennate risolverebbero in parte la
quistione Siciliana; ma la soluzione dovrebbe essere completata da
provvedimenti di altra indole.
[L'ANALFABETISMO]
L'analfabetismo è una delle piaghe dell'isola, che va amorevolmente
studiata e curata.
I vantaggi generali che si avrebbero da una buona istruzione impartita
alle classi lavoratrici sono evidenti. Vero è che l'istruzione è un
prezioso coefficiente per la propaganda socialista, anche quando riesca
a creare un grande numero di spostati, come ha dimostrato il Bebel; ma
non si dovrebbe ignorare che anche colla più crassa ignoranza non si
sono evitate le ribellioni e i tentativi di rivendicazioni sociali;
_dalle guerre servili alle Jacqueries_; dai moti di Ben Tillet in
Inghilterra e dell'anabattismo in Germania e in Isvizzera, ai tumulti
dei contadini del Napoletano nel secolo scorso e della Sicilia dal 1860
al 1894. Si rileva che l'analfabetismo non è rimedio efficace per
impedire le esplosioni determinate dalle sofferenze dei lavoratori.
Dalla storia invece si apprende che dovunque gli operai e i contadini
hanno acquistato una certa coltura, ivi la lotta si è fatta pacifica,
evolutiva, con manifesto vantaggio delle classi dirigenti.
Vero è che l'istruzione obbligatoria com'è attualmente organizzata, non
dà risultati corrispondenti alla spesa che costa ai comuni; ma questo
non autorizza a prendere occasione dall'insuccesso delle leggi attuali
per domandarne l'abolizione o indicarla come _spesa facoltativa_ ai
comuni, come con mia sorpresa ha proposto un egregio scrittore.
Meglio sarebbe invocarne la riforma e comprenderla tra gli obblighi
dello Stato assai più utilmente e più equamente che non si faccia col
lasciargli l'insegnamento secondario ed universitario, ch'è un bisogno
meno universale della istruzione elementare.
[SI DICHIARA LA GUERRA ALL'ISTRUZIONE]
Ma purtroppo le classi dirigenti o il governo non apprezzano in Sicilia
i vantaggi della istruzione, non ne vedono che i pericoli. Ivi appena si
affacciò sull'orizzonte la _reazione_ trionfante fu dichiarata guerra a
morte all'istruzione. L'odio che alcuni _lords_ in Inghilterra
manifestarono contro la istruzione e di cui parla Marx, si è
ripresentato nell'isola, dove dapertutto quasi venne invocata la
chiusura delle scuole serali istituite saviamente dai _Fasci_. Nella
_Sala Ragona_ non solo si protestò contro l'insegnamento universitario,
che ha tendenze socialiste; non solo s'invocò che nelle scuole
s'imponesse il catechismo ma quando un oratore parlò degli aggravi che
l'istruzione obbligatoria impone ai Comuni si gridò con entusiasmo!
_abolitela! abolitela!_ E quel ch'è peggio i rappresentanti del governo
si mostrano dello stesso avviso dei reazionarî _grandi proprietarii_
della Sala Ragona.
[NECESSITÀ DELLA RICOSTITUZIONE DEI "FASCI"]
Tali riforme e tali provvedimenti dovrebbero essere coronati da un
ultimo d'indole politica, che pur troppo incontra la più viva
opposizione e nel governo e nelle classi dirigenti che spadroneggiano in
parlamento e fuori: la ricostituzione dei _Fasci dei lavoratori_.
Se si tenesse conto delle savie considerazioni svolte dall'on. Di San
Giuliano nel suo libro sulla opportunità di conservare i Fasci (p. 23 e
120) si converrebbe anche adesso da conservatori intelligenti che alla
causa dell'ordine vero gioverebbe la ricostituzione di quei sodalizî,
che rappresenterebbero tante valvole di sicurezza, tanti organi per la
esplicazione legale dei bisogni e delle tendenze delle classi
lavoratrici. Il Brentano ritenne che le _Trade Unions_--delle cui
vicende si fece menzione--in Inghilterra furono un vero elemento di
ordine e di conservazione sociale, e l'Howel ha dimostrato (_Le passé et
l'avenir des Trade Unions_) che le grandi associazioni inglesi cessarono
di essere causa di perturbamento dopo che vennero lasciate libere di
svolgersi ed intraprendere le loro lotte contro il capitalismo pel
miglioramento del salario dei loro socî.
[IL MERITO DEI "FASCI"]
Le dichiarazioni dell'on. Sonnino--ministro e non più semplice
_touriste_--sulla iniquità del dazio di consumo e sulla ripartizione dei
tributi locali avevano a sufficienza giustificata l'azione, anche
tumultuaria, dei _Fasci dei lavoratori_; chi poi l'ha addirittura
glorificata è stato l'on. Crispi colla presentazione del suo disegno di
legge agraria. Se lo ha presentato, è segno che lo ritiene giusto e
necessario, e se così è tutto il merito della sua iniziativa dev'essere
restituito esclusivamente ai _Fasci_, che la propugnarono, che
minacciosamente la chiesero e senza la cui azione non sarebbe venuta
come non era venuta per _trentaquattro!_ anni. Se quel disegno verrà
ripresentato e trionferà, potrà il governo iniquamente continuare a
mantenere in galera i capi e gli organizzatori dei _Fasci dei
lavoratori_, ma esso stesso avrà loro innalzato un altare nel cuore dei
contadini che alla loro agitazione e ai loro sacrifizî dovranno la terra
tanto desiderata e invano per tanti secoli.
E qui è opportuno ribattere qualche sofisma che le reminiscenze
liberiste fanno spuntare anche in bocca di chi dal liberismo si mostra
lontano, a dimostrare ancora che ciò che è avvenuto testè in Sicilia non
è che un caso di una regola generale.
[UNA STRANA AFFERMAZIONE]
Il Cavalieri, che ripetutamente ha invocato il savio intervento dello
Stato, a certo punto si ricorda di essere conservatore in politica e
torna liberista in economia per dare ingiustamente addosso ai _Fasci_.
Egli dopo avere osservato, che da Giorgio III in poi senza bisogno dei
socialisti la legislazione inglese promosse molte radicali riforme
agrarie esclama: «non c'è bisogno di stringersi in una setta (?), di
ordire costanti macchinazioni (?), di ricorrere alla violenza per fare
trionfare nuovi canoni di distribuzione della ricchezza, che se son
giusti, faranno certo la loro strada da sè.» (p. 64)