Non avrei rilevata questa strana affermazione--che suona aperta

contraddizione in bocca del Cavalieri--se essa non venisse ripetuta--in

buona o in mala fede--da molti uomini politici, che vanno per la

maggiore e dai loro giornali.

No! non è vero che i nuovi canoni di distribuzione della ricchezza, se

giusti, _faranno la loro strada da sè_, nè importa se la parola

_socialisti_ e socialismo ai tempi di Giorgio III non esistevano: altri

ne rappresentarono l'azione equivalente e le riforme furono la

conseguenza delle agitazioni popolari e di una maggiore partecipazione

dei lavoratori alla vita politica, come risulta dalla citata polemica

tra il Prof. Luzzatti e l'avv. Bissolati, nonchè dal libro del Thorold

Rogers sulla _interpretazione economica della storia d'Inghilterra_.

E le grandi riforme agrarie dell'Irlanda, che tra non guari saranno

completate dall'_Home rule_, non si devono esclusivamente ad un secolo

di lotte ed anche di violenze? Che cosa avrebbe ottenuto l'Isola senza

gli agitatori, senza i Feniani, senza la _Land League_ e forse anche

senza il tremendo delitto di Phoenix Park?

Nulla! La giustizia non avrebbe trovato la strada da sè; e se la

violenza gliel'aprì spesso, la responsabilità dei suoi possibili danni

ricade intera sui governanti e sulle classi dirigenti, che vogliono

tenerla sbarrata ad ogni costo e in tutti i modi.

Da tanti anni, per non dire secoli, si conoscono i mali della Sicilia;

ma quali i rimedi efficaci sinceramente apportati? Nessuno! Ebbene i

contadini di Piana, di Corleone e di cento altri siti unendosi _in

setta_, ricorrendo alla violenza se si vuole, migliorarono salari e

patti agrari, mentre l'inchiesta sulla Sicilia del 1875, l'inchiesta

agraria, i libri di Caruso, di Sonnino, di Franchetti, di Basile, di

Villari, ecc., gli articoli di Baer e di tanti altri non cavarono, da sè

pur troppo! un ragno da un buco.

[COSA AVVENNE SOPPRESSI I "FASCI"]

E che cosa è avvenuto non appena soppressi i _Fasci_ e impedita la loro

e proficua agitazione? I miglioramenti ottenuti scompaiono e si torna

all'antico colla antica miseria eccessiva dei lavoratori. E ciò che

previdi sin dallo scorso gennaio in alcuni articoli e nella prima

edizione di questo libro oggi viene riconfermato dall'agitazione che

rinacque in Corleone, e altrove, appena tolto lo Stato d'assedio, e ch'è

tanto giusta che provoca scoppi di sdegno anche nella più autorevole

stampa ufficiosa, che se la prende colla improntitudine, colla slealtà e

colla ingordigia dei grandi proprietari e che invece si dovrebbe

scagliare contro il governo e contro il suo proconsole cicisbeo, che ai

grandi proprietari hanno prestato mano forte e della cui iniquità si

sono fatti strumento.

E questa solidarietà di fatto tra governo, proconsole e grandi

proprietari è tanto più mostruosa in quanto che tra gli ultimi non si è

levata sin ora una voce coscienziosa, autorevole, efficace contro la

propria classe e in favore dei contadini, mentre in Irlanda non

mancarono _landlords_, che dettero l'esempio della equità e del

disinteresse, come risulta dalla relazione della Commissione presieduta

dal duca di Richmond e che preparò la legge agraria del 1881 di cui fu

segretario un grande proprietario irlandese, il colonnello King-Harman,

che si mostrò tra i più energici e convinti nel propugnare la causa dei

lavoratori della terra.

Il vicino passato e gli avvenimenti contemporanei adunque, se c'è

sincerità nell'on. Crispi nel promettere il miglioramento dei contadini,

dovrebbero indurlo a consentire la ricostituzione dei _Fasci_, che prima

delle sue leggi varrebbero ad infrenare il mal volere dei grandi

proprietari.

[SINISTRI INDIZII]

Ma per quanto ciò non sarebbe altro che il rispetto puro e semplice dei

diritti riconosciuti dallo Statuto, nulla fa sperare che verranno

rispettate queste leggi nostre, in sè stesse tanto inferiori in

liberalismo alle straniere--come osservò l'Impallomeni--e c'è tutto da

temere che si perdurerà nella reazione ignominiosa e pericolosa. Certe

abbominevoli liste di proscrizione a me note, le leggi antianarchiche,

la loro interpretazione--di cui si ebbe già un saggio nell'applicazione

_retroattiva_ pei reati di stampa--le decimazioni tra gli elettori

popolari, i numerosi arresti arbitrarî, l'avviso dato dalla questura di

Palermo al barone Colnago e ad altri socialisti di astenersi da

qualunque agitazione e propaganda, la proibizione dei congressi

socialisti di Carpi, di Bozzolo e d'Imola e cento altri sinistri indizî

confermano un tale timore.

Ben so che c'è una circolare dell'on. Crispi, che invita le autorità ad

interpretare nel senso più largo e meno illiberale le così dette leggi

anti-anarchiche; ma ammesso pure che egli l'abbia dettata colle migliori

intenzioni del mondo, se conosce uomini e cose del suo paese deve

immaginare che le sue raccomandazioni, data la qualità delle nostre

autorità di pubblica sicurezza, rimarranno lettera morta.

Nè questo è giudizio avventato suggerito dalla partigianeria politica:

venne formulato in termini più severi da un amico del governo, da un

alto funzionario dello Stato, da un conservatore infine, qual'è il

Senatore Costa nella relazione sulle stesse leggi.

Ed ora prendiamo quanto di ottimismo ci rimane in fondo dell'animo e

concediamo che governo e Parlamento concordemente si mettano all'opera

per dare alla Sicilia una legislazione riformatrice economico sociale,

quale le occorre--e quale, del resto, su per giù occorre al resto

d'Italia.--Di fronte ad una siffatta manifestazione di buona intenzione

potremo dire che si sono superate le più gravi difficoltà e che si è

risoluto il problema? Sarebbe strana illusione il pensarlo.

[I BILANCI DELLO STATO E DEI COMUNI]

Le riforme tributarie, intese ad alleviare la sorte dei contribuenti--e

che sono le più urgenti--e quelle economico-sociali sopraccennate,

presuppongono bilanci dello Stato e dei Comuni in condizioni tali da

potere sopportare le prime; capitali a disposizione dello Stato e dei

Comuni e dei privati per eseguire le seconde.

È quasi impossibile, dato l'attuale sistema tributario, pensare alla

soppressione dei dazi di consumo, che maggiormente pesano sui lavoratori

di fronte alla condizione dei bilanci dei Comuni (che nei medesimi

spesso trovano la maggiore risorsa) e del bilancio dello Stato che

attinge nella stessa sorgente di entrate.

[I PROVVEDIMENTI FINANZIARII DELL'ON. SONNINO]

Crescono la difficoltà dopo la votazione dei provvedimenti finanziarî

dell'on. Sonnino, che hanno peggiorato le condizioni finanziarie dei

Comuni, di già dissestate dalla continua diminuizione del prodotto del

dazio di consumo a causa delle peggiorate condizioni economiche del

paese; e i provvedimenti dell'on. Sonnino riescono esiziali ai Comuni

anche per l'insufficiente abbuono ch'essi ricevono dal governo per

l'abolizione del dazio governativo sulle farine, per l'avocazione allo

Stato dei decimi sulla ricchezza mobile e per avere imposto ai comuni

alcune spese, che per lo passato venivano sopportate dallo Stato[92].

Ho sottocchio un prospetto redatto dal Comitato permanente dal Congresso

dei sindaci nel quale si notano i danni recati dai nuovi provvedimenti a

centocinquanta comuni del regno; ma lasciando da parte ciò che riguarda

il continente, correggendo e completando i dati del Comitato dei sindaci

si avrà un'idea del danno che subiranno i Municipî dell'isola da queste

sole cifre: Palermo perderà circa 600 mila lire, 200 mila Catania, 200

mila Messina, 50 mila Caltanissetta.... E il danno è tanto sicuro e

grave che il presidente del Consiglio promise di occuparsene. La

promessa sarà sincera, ma di dubbia realizzazione; certo è invece il

danno che arreca questo ministero restauratore che continua nell'antica

e cattiva politica che mira a peggiorare le condizioni dei municipî

sottraendo ad essi i cespiti di entrata e addossando loro spese che

prima erano dello Stato.

Andiamo avanti.

[DOVE SI TROVERÀ IL DENARO]

Per la istruzione, per la sicurezza pubblica, per le strade di campagna,

per le case coloniche, per le acque potabili, per gli attrezzi agricoli,

per le sementi, per gli animali da lavoro, per le scorte ecc. ecc.

occorre denaro, denaro, denaro. Chi lo appronterà? I Comuni, lo Stato,

gl'Istituti di credito, i grandi proprietari? Nessuno credo che

attualmente sia in condizione di soddisfare tale primario e prepotente

bisogno; meno che tutti lo Stato, il cui bilancio è in _deficit_

minaccioso; lo Stato, cui l'on. di San Giuliano formalmente attribuisce

tale obbligo; lo Stato, che non si stanca di chiedere sacrifizi ai

contribuenti per riempire la botte delle Danaidi, che si chiama bilancio

del ministero della guerra; lo Stato che il denaro ha saputo trovare per

profonderlo sulle aride sabbie dell'Africa maledetta, lo Stato a cui non

mancò il denaro per la pronta repressione dei moti di Sicilia e che

forse meno ne avrebbe speso se avesse pensato alla savia e benefica

prevenzione sociale!

E quale risultato potrebbe avere qualunque buona legge

economico-sociale, di fronte ai mezzi finanziari che mancano per

eseguirla, ci lascia indovinare il disegno di legge agraria dell'on.

Crispi.

I mezzi assegnati per la sua esecuzione erano deficienti e facevano

presentire che la legge agraria, come le precedenti leggi sanitaria e di

pubblica sicurezza, nella parte buona e sociale che esse contenevano,

sarebbe rimasta una platonica affermazione con niuna o ridicola

efficienza reale.

Ma per quanto deficienti i mezzi per l'attuazione della legge agraria

dove essa li attingeva? Alla cassa di soccorso per le opere pubbliche in

Sicilia, alle opere pie, al quarto dei beni dell'asse ecclesiastico

assegnato ai comuni dell'isola.... cioè a tutti quegli enti, che sono

stati dissestati dal governo e che avrebbero bisogno di essere

rafforzati e che rispondono a bisogni presenti e impellenti, come la

cassa di soccorso per le opere pubbliche!

[NON BISOGNA ILLUDERSI]

Nelle condizioni del bilancio dello Stato e nelle generali condizioni

economiche del resto d'Italia sta la maggiore difficoltà a provvedere

efficacemente ai mali della Sicilia. Non bisogna illudersi: se nella

maggiore isola del regno si soffre, non si sta molto meglio nelle altre

e nel continente; e si può tanto meno riparare alla crisi locale in

quanto che realmente la crisi è generale. E nel grido partito dalla

Sicilia, che si ripercosse, sebbene debolmente, in Calabria e nelle

Puglie, potrebbe ravvisarsi un salutare avvertimento: il segnale dello

incendio, scoppiato in un punto ieri, ma che domani potrà divampare in

tutto il regno!

Questa considerazione sulla vastità del pericolo affacciatosi da

principio al di là dello stretto, dovrebbe altresì far apprezzare più

esattamente la natura dei movimenti siciliani, nei quali si errerebbe di

gran lunga se non si vedesse che la risultanza delle condizioni locali.

Queste sono innegabili, ed hanno accelerato la esplosione e le hanno

dato una impronta speciale, ma non si dimentichi ciò che i _grandi

proprietari_ della Sala Ragona avvertirono sul malessere generale; ma

non si dimentichi che se in Sicilia da principio la lotta ha assunto

carattere municipale, ciò si deve in gran parte alle condizioni

intellettuali del popolo che la abita: i contadini e gli operai dei

piccoli centri essendo quasi tutti analfabeti, non leggendo giornali e

non sapendo scorgere le cause lontane e indirette delle loro sofferenze,

tutte quante le attribuiscono alle amministrazioni locali e contro di

esse hanno accumulati i loro risentimenti e contro di esse sfogano la

loro ira. Le ingiustizie, talvolta enormi, del sindaco, degli assessori,

dei consiglieri, rappresentano le ultime goccie che fanno traboccare il

liquido del vaso.

Le vittime di tante ingiustizie si ribellano contro le autorità

amministrative, perchè non sanno risalire più in alto per ricercare e

trovare gli oppressori.

La forza delle cose adesso, o una maggiore coltura in appresso, li

spingerà alla ricerca.

[IL MALESSERE È GENERALE]

E la ricerca farà loro apprendere che i municipî ricorrono a tasse

odiose, angariche, perchè il governo centrale non ne lascia altre a loro

disposizione per i bisogni della vita locale, e per soddisfare le

numerose esigenze che lo Stato ha loro imposto in nome della civiltà;

che il governo centrale assorbe tutte le risorse economiche della

nazione, perchè spende e spande pazzamente, e talvolta disonestamente;

che della denegata giustizia, degli abusi perpetrati, delle violenze

subite è responsabile interamente il governo centrale, che ha lasciato

impuniti i colpevoli, conoscendoli tali e che dei colpevoli spesse volte

si è fatto complice.

[SI DEVE PENSARE AL RESTO DELL'ITALIA]

Si prendano pure e subito tutti quei provvedimenti che si credono

indispensabili e particolari per la Sicilia; ma non si dimentichi che

bisogna anche pensare al resto d'Italia, che soffre assai e che presto o

tardi avrà anche esso le sue manifestazioni sanguinose.

Si deve mutare l'indirizzo della politica generale; si deve sopratutto

pensare alla questione economica. I casi di Sicilia devono servire di

monito severo: essi devono far riflettere che oggi la semplice proposta

di nuove imposte è una grave provocazione.

Che sia grave il generale malessere economico che genera alla sua volta

quello politico e morale, si rileva da indizi numerosi, molti dei quali

sono stati raccolti e sobriamente commentati dall'illustre Comm. Bodio

nella sua monografia presentata all'Accademia dei Lincei. (_Di alcuni

misuratori del movimento economico in Italia._ 2. Ed. 1891)[93] Infatti

da alcuni anni diminuiscono i consumi e aumenta la emigrazione,

aumentano o rimangono stazionarie le alte cifre dei reati e rimangano

parallele quelle dell'analfabetismo, si chiudono le officine, si

moltiplicano i fallimenti, si consumano i risparmi, o rimangono

inoperosi nelle casse pubbliche, paurosi di avventurarsi in qualsiasi

intrapresa di cui si vede quasi sicuro l'insuccesso, diminuisce a

miliardi la ricchezza nazionale, e mentre si pensa ad aumentare

pazzamente le imposte, lo stesso ministro del tesoro è costretto a

confessare che quelle esistenti renderanno nel corrente anno finanziario

circa 30 milioni meno del previsto. Si potrebbero avere più evidenti i

segni dello esaurimento della economia pubblica?

[CAUSE DI ESAURIMENTO ECONOMICO]

Se si vogliono rintracciare le cause di questo esaurimento l'impresa

riesce agevole: si sono spesi molti miliardi in armamenti senza riuscire

a dare all'Italia un esercito ed una flotta corrispondente ai sacrifizî

fatti, come dichiarò l'on. Crispi in uno dei suoi scatti di sincerità;

si sono sperperati tanti altri miliardi, in soverchi lavori pubblici ed

autorizzando i più gravi sospetti di corruzione, per non dire di furti

ingenti, come risulta dai discorsi e dalla relazione sui lavori pubblici

pel bilancio 1894-95 dell'onorevole Brunicardi, da una relazione

dell'on. Carmine, da una interrogazione dell'on. De Bernardis e dagli

stessi discorsi dell'on. Saracco ministro dei lavori pubblici; si può

infine garentire in generale che il tenore di vita dello Stato, delle

Province, dei Comuni, dei privati adottato e sviluppato dal 1860 in qua

non è stato e non è menomamente proporzionato allo incremento della

ricchezza; d'onde un disquilibrio nel bilancio della nazione e dello

stato tra le entrate e le spese; e gli sforzi persistenti, direi quasi

feroci del secondo per provvedere a sè premendo con tutta la sua forza

sulla seconda ed assorbendone rapacemente tutte le risorse sino alla

usurpazione del necessario.

[CHE COSA DICONO I CONFRONTI STATISTICI]

I confronti statistici tra le nostre condizioni economiche e quelle

degli altri Stati ci dicono perchè da noi il risentimento e il malumore

sono più vivi che altrove e più vicino, anzi imminente, sembri uno

scoppio, e i confronti statistici tra i bilanci europei ci somministrano

del pari la ragione per cui risentimento e malumore in Italia a

preferenza si acuiscono contro il governo, anzichè indurre come in altri

paesi alla rassegnazione, considerando le sofferenze come circostanze

fatali di cui non si potrebbe facilmente assegnare la responsabilità a

chicchessia[94].

[CONSEGUENZE INESORABILI]

Le conseguenze di siffatte premesse sono chiare, inesorabili: bisogna

mutare l'indirizzo nella cosa pubblica non solo rispetto alla Sicilia,

ma relativamente all'Italia tutta, bisogna mutare la politica doganale,

la politica tributaria, la politica africana, la politica militare, e la

politica estera, che su tutte le altre preme e sopratutto si percote

sulla politica interna. La necessità di mutare s'impone, perchè come

dice l'on. E. Giampetro: «oramai il dilemma sembra messo nettamente: o

un governo avrà il coraggio di trasformare radicalmente tutto ciò che

sinora si è fatto, o il paese farà da sè una completa demolizione di

tutto ciò che in politica esiste.» (_L'Italia al bivio_, Roma _1894_)

[ANALOGIE CO' CASI DI FRANCIA]

I segni precursori di questa demolizione che principia non mancano e

presentano una grande analogia con quelli che nel secolo scorso

precedettero lo scoppio tremendo della rivoluzione francese.

Si legga l'_Ancièn règime_ di Tocqueville e di Taine e si vedrà che in

Francia prima del 1789 come in Napoli, nelle Puglie, in Sicilia nel 1893

e nel 1894 si sente che c'è un popolo in rivoluzione latente, che

aspetta l'occasione per irrompere; che questo popolo manca ancora di

organizzazione e di capi, non avendo più fiducia in quelli che hanno

l'autorità legale. Anche allora si gridava: «Pane, non tasse non

cannoni!» ch'è il grido del bisogno, dice Taine, e il bisogno esasperato

irrompe e va avanti come un animale inferocito. E i magazzini

scassinati, i convogli di cereali arrestati, i mercati saccheggiati.--E

si grida: _abbasso l'ufficio del dazio!_ E le barriere sono infrante,

gl'impiegati vinti e scacciati.... E si danno al fuoco i registri delle

imposte, i libri dei conti, gli archivi dei comuni... e si fa tutto al

grido di _Viva il Re!_»[95]

La scena descritta dal Taine per Bignolles e per altri siti non sembra

la fotografia di ciò che è avvenuto a Valguarnera, a Partinico, a

Monreale, a Castelvetrano, a Ruvo, a Corato? Eppure i contadini di

Sicilia e di Puglia non sanno e non conoscono cosa sia la rivoluzione

francese, i cui preludi imitano e ripetono.

Non basta ancora; l'analogia continua più grande che mai sulle cause che

accelerano la catastrofe in Francia e che potranno accelerarla adesso in

Italia. Si disse dei gravissimi imbarazzi in cui si dibatte il nostro

paese e Gomel ha messo stupendamente in evidenza le cause finanziarie

della rivoluzione Francese.

Qualche piccola inversione nell'ordine degli avvenimenti vi potrebbe

essere; quando Joly de Fleury si decise all'aumento delle imposte i

Parlamenti di Francia protestarono e invocarono la riunione degli Stati

Generali. Noi non abbiamo assemblee che per la storia si rassomiglino

ai Parlamenti francesi, ma abbiamo una Camera dei Deputati, che dovrebbe

equivalere agli Stati Generali, che sotto l'incubo dello scioglimento ha

approvato le imposte proposte dall'on. Sonnino, e che potrà essere

disciolta se non farà quell'_ultimo sforzo_ che si chiama _ultimo_ per

ischerzo, ma ch'è sempre seguito dalla domanda di un _altro_.

[SI ASCOLTEREBBE IN ITALIA UN TURGOT?]

Chi può garentire che in Italia non si cominci da uno scioglimento

mentre in Francia si cominciò da una convocazione? E qualche altra

differenza ci sarebbe ancora nei protagonisti del prologo. L'Italia da

alcuni anni ha visti i Maurepas, i Vergennes, i Calonne, i Brienne, i

Joly de Fleury ed anche i D'Ormesson; l'Italia potrà anche trovare il

suo Necker; ma in tanta decadenza indarno cerca un Turgot! Dov'è il

ministro che dica coraggiosamente al Re ch'è impossibile ogni ulteriore

accrescimento delle imposte; che prestiti non se ne possono fare più;

che la salvezza è nelle economie e nelle riforme?

E tutto ciò disse Turgot al buon Luigi XVI; ma non fu ascoltato!

Lo sarebbe adesso in Italia?

Nessuno può dirlo; ma tutti devono riconoscere che gli avvenimenti

incalzano e che la scintilla partita dalla Sicilia, che nell'arte, nella

coltura, nella organizzazione sociale, in tutto, si trova--come direbbe

Giuseppe Ferrari--in ritardo di fronte alle fasi di sviluppo percorse

dalla Francia e da altre regioni dell'alta Italia, che sentirono l'alito

della rivoluzione francese; quella scintilla, ove non si provveda in

tempo, potrà, varcando lo stretto, far divampare l'incendio nel resto

d'Italia.

[UN VOTO ARDENTE]

Comunque, se insipienza di uomini di governo o fatalità di cose vorranno

che gli avvenimenti non abbiano quel corso pacifico ed evolutivo, che

dev'essere vagheggiato da quanti conoscono i danni e gli orrori delle

cruente rivoluzioni, io faccio voti ardenti pel bene del mio paese che

il grido: «_morti a li cappedda_» non possa acquistare quella triste

celebrità che al di là delle Alpi acquistò il grido: «_les aristocrates

à la lanterne!_»

FINE

NOTE:

[82] Una lunga serie di riforme di ogni specie enumerò l'onorevole

Marchese di San Giuliano e quasi tutte sono accettabili da chi pur

essendo socialista convinto, non crede di potere arrivar in un _fiat_

alla trasformazione totale dell'attuale ordinamento politico ed

economico. Vedremo più innanzi se le proposte furono fatte sul serio.

[83] Qualche cosa è giusto si dica è stata fatta colla legge del 23

luglio 1894.

[84] Delle riforme amministrative più opportune e più urgenti mi occupai

dal 1882 nel libro: _Le istituzioni municipali_--presso REMO SANDRON,

Palermo L. 3.

[85] L'anonimo citato del _Giornale degli economisti_, ch'è piuttosto

conservatore anzichè radicale non solo afferma vigorosamente la

necessità di ordinamenti diversi nelle diverse regioni d'Italia, ma

arriva a formulare la proposta della libertà doganale da sperimentarsi

limitatamente alla Sicilia, e alla Sardegna, perchè crede che la forma

insulare di quelle due regioni si presti alla prova. E ciò tanto più in

quanto che la Sicilia e la Sardegna sono state tra le più danneggiate

regioni del regno colle tariffe doganali generali del 1887--contro le

quali mi onoro aver fatto il mio primo discorso alla Camera dei

deputati, nel Gennaio 1891.

[86] Ho fatto i nomi dei membri della Commissione perchè si vegga come e

quanto in Italia, tra i deputati, fatti e parole concordino. Invero per

quanto lo avessi temuto e preveduto rimasi oltremodo addolorato dal

contegno dell'onorevole Di San Giuliano, che dimenticando tutte le belle

cose scritte nel citato libro sulle _Condizioni della Sicilia_, si

schierò della parte dei latifondisti, che volevano la conservazione

dello _Statu quo_ e che confidavano ancora nella libera iniziativa dei

medesimi latifondisti!

[87] Tra i pochi che si mostrarono favorevoli al principio del disegno

di legge dell'on. Crispi sento il dovere di ricordare l'on. Nasi.

[88] La somiglianza tra le idee sostenute da me in seno alle Commissioni

dei Deputati Siciliani col principio cardinale della legge Crispi fece

credere ad alcuni, che io fossi stato l'autore principale di

quest'ultima, come venne telegrafato a qualche giornale di Sicilia. Ciò

che non è affatto vero.

Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause · 第 33 / 35 段