Prima tra le cause venne indicato il forte e rapido disagio economico.

Si comprende che su di esso abbia insistito un socialista come il

Badaloni, che opportunamente ricorda che le stesse cause economiche, le

quali--secondo Massari, Castagnola e Villari--produssero il

brigantaggio, cagionarono i moti di Sicilia. Egli con sintesi mirabile

espose le risultanze della _Inchiesta agraria_--il cui volume sulla

Sicilia porta, come si sa, la firma dell'on. Damiani--e secondo la quale

nell'isola le classi lavoratrici hanno un _impronta comune di miseria,

di abbattimento e di patimento_; dove invano si cerca un ceto agricolo,

ma si trovano _servi sfruttati sempre, riconosciuti mai_, che per vivere

sono costretti _a rubare_ ed a vendere l'_onore delle loro figlie e

delle loro mogli..._

Si comprende del pari che io--che da vero sobillatore, molti anni or

sono avevo riprodotto questi giudizî del Damiani, dalle forti tinte,--mi

sia trovato perfettamente di accordo coll'amico carissimo Badaloni; ma

importa di più il conoscere che il forte disagio economico venne ammesso

da molti altri, che militano in partiti avversissimi al socialista:

dall'on. Comandini--che fece due discorsi forti per logica e per

ricchezza di fatti--all'on. Farina; dall'on. Franchetti all'on. La

Vaccara; dall'on. Filì Astolfone all'on. Di San Giuliano. Quest'ultimo

anzi dette in sulla voce all'on. Nasi--i cui singolarissimi giudizî

troveranno un posto speciale--ed insistette nel dimostrare i danni del

latifondo, il rapido passaggio dal benessere al disagio economico vivo

e sentito da tutte le classi e non dai soli lavoratori.

[ANCHE L'ON. CRISPI!]

Non è meno notevole il consenso sulla pessima amministrazione dei corpi

locali e sulla iniqua ripartizione dei tributi: ammette questi gravi

inconvenienti ed efficaci fattori di malcontento lo stesso on. Crispi!

Ricordai, che li aveva messi in evidenza l'onorevole Damiani in una

intervista col corrispondente del _Lokalanzeiger_ e li riconobbero gli

onor. Farina, Pinchia e Filì-Astolfone. Ne fece un quadretto verista

ammirevole l'on. Di Sant'Onofrio, che ricordò essere stato prodotto

dalle iniquità e dalle prepotenze dei partiti locali il motto popolare,

che ritiene: _la legge essere fatta solamente per lo sciocco_. Ma fu

l'on. Di San Giuliano, che anche su questo riguardo col rammarico di

dissentire dal solito Nasi, somministrò dati importanti sulla prevalenza

delle relazioni e clientele personali, sull'accanimento delle lotte tra

i partiti locali, sulla gravezza delle imposte, sulla dissennatezza

delle spese, sulla falsità delle liste elettorali... E chi più ne ha,

più ne metta!

I danni enormi del disagio economico e della iniquità e scorrettezza

delle amministrazioni locali fu dimostrato che venivano aggravati dalla

imperizia e dalla partigianeria dei funzionarî di ogni grado, che il

governo ha mandati in Sicilia dal 1860 in poi in punizione o in

esperimento.

Il male fu più volte denunziato e deplorato; ma i varî ministeri lo

negarono sempre; il male era reale tanto che venne stigmatizzato in

questa occasione da un uomo di facile contentatura, qual'è l'onorevole

La Vaccara, seguito dagli on. Di San Giuliano, Farina e Nicolosi.

Questi, di animo mite e alieno dalla critica contro l'ente governo, fece

una vera e giusta carica a fondo contro i prefetti, la cui partigianeria

politica generava un forte disagio morale, che aggravava il disagio

economico. A notarsi: avendo io accennato ad un funzionario abile e

intelligente, l'on. Damiani mi fece questa caratteristica interruzione:

«_Pare impossibile, ma è vero!_»

[L'ON. COMANDINI]

Chi mise il dito sulla piaga sui funzionari governativi accennando al

passato prossimo... ed al presente fu l'on. Comandini. Egli nel suo

discorso del 27 febbraio 1894 disse:

«Non facciamoci illusioni: la condizione delle provincie siciliane,

per ciò che si riferisce agli atti ed alla responsabilità delle

autorità governative, non poteva essere peggiore... In Sicilia io

ho trovato che negli uomini veramente di ordine era ed è radicata

la convinzione che in alcuni comuni, per _fini elettorali_, non

sdegnarono alcuni funzionarî del governo di farsi essi autori di

circolari e di proclami, che venivano distribuiti ed affissi in

pubblico sotto l'intestazione: _Fascio dei lavoratori_.»

(_Commenti_).

Coi pieni poteri del generale Morra di Lavriano ci fu un miglioramento?

Ecco il giudizio, da nessuno contraddetto, dello stesso on. Comandini:

«Io ho trovato che la fiducia nei funzionari amministrativi era

scossa, e quando ho indagato se sua Eccellenza il regio Commissario

straordinario si fosse insediato a Palermo con uno speciale

gabinetto politico, sapete voi quale Gabinetto politico ho trovato?

Ho trovato un Gabinetto composto di un militare e di due civili,

perfettissimi gentiluomini, giovani di grande e buona volontà,

d'ingegno pronto e di eccellente volontà nel lavoro, ma sorpresi

essi stessi dal carico, ch'era stato addossato alle loro spalle, e

non timorosi di dire che essi si sentivano contenti di essere

stati chiamati a tali funzioni, _perchè imparavano una quantità di

cose nuove, che prima essi ignoravano_...»

La Sicilia era, dunque, pel Gabinetto del generale Morra di Lavriano

_corpus et anima villa_... Ed ora si meravigli chi può della _sapienza_

degli atti e degli editti del Commissario.

Date queste premesse e assodate queste cause predisponenti si può

indovinare quale e quanta responsabilità si possa attribuire ai

socialisti, ai sobillatori, ai _Fasci dei lavoratori_.

Sono essi, che hanno calunniato la borghesia e che hanno generato

l'_odio di classe_?

Badaloni prende il volume dell'_Inchiesta Agraria_ del Damiani e mostra

che l'odio di classe è antico e produsse le manifestazioni del 1848 e

del 1860 di quella popolazione, che lo stesso on. Crispi chiamò _sobria,

schiava della fame e del lavoro_. Socci, Ferrari, Prampolini ed io,

ribadimmo l'assunto del Badaloni; lo confermò Franchetti, che disse

l'antagonismo tra le varie classi sociali antico e fatale. Ma le classi

dirigenti e la grossa borghesia sono meritevoli di odio? Basta

rammentare le parole di Crispi, riportate avanti, ch'egli pronunziò a

Palermo nel 1886, in una riunione di operai...

[QUEL CHE DICE IL MARCHESE DI SAN GIULIANO]

[L'AMENITÀ DELL'ON. CASTORINA]

Come la borghesia usò in Sicilia di quella sua onnipotenza? Ecco qua:

«Il grande proprietario è troppo sovente _fruges consumere natus_, un

parassita, un ozioso... ma non è (?) uno sfruttatore. I borghesi rurali

in generale trattano male i contadini; amministrano i comuni con criterî

d'interessi di classe; sono azzeccagarbugli, usurai... Le classi

dirigenti non sono all'altezza dei loro doveri...» È forse questo il

giudizio appassionato di un socialista? No! venne formulato da un loro

avversario, da un loro persecutore: dall'on. Marchese di San Giuliano il

giorno 27 febbrajo 1894! E dopo le sue parole, lasciamo che il suo amico

on. Castorina si diverta, e diverta gli altri, nel difendere la

borghesia, e nell'affermare che borghesi e lavoratori in Sicilia

fraternizzano, come nel più idillico dei mondi possibili!

Se i socialisti, i sobillatori, i _Fasci_ non generarono l'odio di

classe, che trovarono bello e preparato da anni e forse da secoli, non

può dirsi neppure ch'essi furono gli agenti diretti, determinanti degli

ultimi moti. Che non lo furono fu sostenuto da Badaloni, da Altobelli,

da Comandini, da me. L'ottimo Farina si stupì, si meravigliò altamente

degli on. Nasi e Saporito, che ai _Fasci_ e ai sobillatori li

attribuirono; ma il loro era naturalmente il parere dell'on. Crispi, che

fu pure combattuto da uno dei suoi più fedeli amici politici, dall'on.

Di Sant'Onofrio. Più equanimi vollero mostrarsi gli on. Filì-Astolfone e

Di San Giuliano che dei moti trovarono la ragione parte nelle cause

precedentemente esposte e parte nell'azione dei _Fasci_. Il secondo,

anzi, si espresse in termini, che meritano di essere integralmente

riprodotti.

«Per quanto concerne le cause--disse il rappresentante per

Catania--voi avrete visto, e dalla discussione fatta qui e da quello

che si è detto fuori di quest'aula, che vi sono due tendenze. Gli

uni credono che causa unica sia il disagio economico, e specialmente

la miseria dei contadini; altri credono che causa unica sia la

propaganda dei sovvertitori.»

«L'onorevole Nasi nel suo discorso di ieri si accostava a

quest'ultima opinione. Ora io francamente credo che abbiano

contribuito l'una e l'altra causa. Senza il disagio economico e

senza il malcontento che ne consegue, la propaganda dei sovvertitori

non avrebbe potuto avere gli effetti che ha avuto, e _forse non si

sarebbe fatta_. Senza poi la propaganda dei sovvertitori il

malcontento non si sarebbe manifestato ora, o si _sarebbe

manifestato in altro modo, forse non meno pericoloso_, ma più

legale.»

[DEI "FORSE" ELOQUENTI]

Non è evidente da questi _forse_ dell'on. Di San Giuliano, che i moti si

sarebbero avuti anche senza i _Fasci_, e in una forma _non meno

pericolosa_?

Una manifestazione se è più _pericolosa_, dal punto di vista politico,

non giova che sia più _legale_; ad ogni modo l'on. Paternostro, che

dell'on. Crispi è amico politico e non è affatto socialista, riconobbe e

ricordò colla sua lealtà, che il movimento dei _Fasci_ era legalissimo e

doveva essere rispettato.

Si dirà che i _Fasci_, i sobillatori, i socialisti hanno almeno la

responsabilità indiretta dei tumulti siciliani, in quanto furono

determinati o accelerati dalla loro propaganda? E allora a quanti hanno

predicato e raccomandato la emancipazione o il miglioramento dei

lavoratori deve assegnarsi buona parte delle responsabilità; e primo fra

tutti all'on. Crispi, che proprio in Sicilia espose... in pubblici

discorsi idee poco diverse per il fine cui miravano, di quelle

propugnate dai socialisti. E gli on. Altobelli e Badaloni con eloquenza

e con senso vero di opportunità all'on. Crispi ricordarono questi brani

significanti dei suoi discorsi di deputato e di candidato:

«Bisogna una volta uscire da cotesto _egoismo borghese_, che ha già

sconvolto altre nazioni, o, quel che più monta, ha soffocato nel

sangue i reclami del popolo, _volta a volta blandito e tradito_.

«La questione sociale, se non venga risolta come _dovere_, verrà

imposta come necessità.»

«_Alle plebi manca tutto_, il loro rinascimento comincia da oggi...

«Bisogna che i lavoratori siano redenti dalla schiavitù della

ignoranza, e _dalla schiavitù del capitale_...

«Bisogna che siano messi nella condizione di avere il denaro

necessario, affinchè, volendolo, _possano diventare padroni di un

opificio, e che, associati, possano anche essi costituire

opifici_...

«Allora potrete trovare la soluzione del problema, _che il capitale

ed il lavoro stiano allo stesso livello, siano nelle stesse

condizioni di eguaglianza, e che l'uno non possa comandare

sull'altro_, ma si riequilibrino, si rafforzino a vicenda...

«Noi avremo allora la vera concordia degli animi, avremo costituita

quella _unità morale, senza la quale non è possibile che duri

l'unità politica del popolo italiano_.

«Imperocchè fino a quando le _classi sociali_ dureranno distinte

per gl'interessi rivali, _e qualche volta l'una tiranna

dell'altra_, saremo in continuo pericolo di disordini e conflitto.»

[CRISPI]

Ora io, dico, i socialisti e i sobillatori quando mai enunziarono

propositi diversi e più radicali di quelli enunziati dall'on. Crispi in

Palermo nel 1886? In quanto al metodo per farli trionfare non può

dimenticarsi che lo stesso on. Crispi pochi anni dopo, proprio alla

vigilia del movimento dei _Fasci_, telegrafava di _rivoluzione_ come un

qualunque avventato sobillatore...

[L'ON. FARINA]

Chi conosceva tutto quanto precede avrebbe dovuto concludere che nei

moti di Sicilia non c'era stato accordo, non vi era stato intesa, non

c'era l'intervento della cospirazione; ed alla Camera tale dimostrazione

venne fatta da Altobelli e da me; e v'insistettero due oratori, che pel

partito politico in cui militano non possono menomamente essere

sospettati di tenerezza pei socialisti: l'uno l'on. Emilio Farina con

quella espressione di sincerità ch'è l'impronta dei suoi discorsi,

perciò tanto bene accetti a Montecitorio, disse:

«Non vi furono attacchi contro le caserme, non movimenti

simultanei, non danari spesi per suscitarli o sostenerli, ed è

perciò che questi movimenti potevano apparire, come disse qualcuno

dei colleghi, sfoghi d'ire locali, e non meritare tutti i rigori

che sono stati adottati per reprimerli. Le stesse stragi furono

motivate, non già da assalti preconcetti contro le truppe; furono

le truppe in piccolo numero, che per svincolarsi da folle clamorose

che mano mano andavano esaltandosi, fecero uso delle armi, con quel

penoso resultato che ognuno sa. La strage stessa commessa sul

pretore, non fu un'azione, ma una reazione dopo una strage di

popolo.»

L'altro, l'on. Comandini, con l'immancabile e scettica sua ironia, mise

in ridicolo la cospirazione, e a provare che era un romanzo aggiunse:

«Io non voglio far perder troppo tempo prezioso alla Camera, ma

voglio evocare un curioso ricordo che ho comune con qualche nostro

collega.»

«Nel 1874 si volle scuoprire una pretesa cospirazione repubblicana

per la quale furono denunciati, arrestati e processati invano

ventotto uomini, parecchi dei quali hanno già seduto ed alcuni

seggono ancora in questo Parlamento.»

«Fra i documenti sequestrati, fu ritenuto uno dei più

impressionanti di quella cospirazione una specie di discorso

sedizioso che si voleva fosse stato preparato per una riunione di

ribelli, e che fu trovato nella tasca di uno degli arrestati.»

«Per due mesi l'istruttoria si torturò con quello spietato

discorso, che poi si verificò non altro essere che un semplice

esercizio di traduzione dal latino in italiano di un'orazione di

Catilina tratta dalla _Congiura di Catilina_ di Sallustio

(_Ilarità_).»

«Ella, onorevole Crispi, venne qui a dirci: «Ecco qua le lettere da

Trapani, ecco qua il manifesto: «Operai, figli dei Vespri, ancora

dormite?»

«Ma che Vespri, onorevole Crispi! Michele Amari, nel 1842, diceva

che «i Vespri non si combinano; essi sono irresistibilmente

ispirati, irrompono nell'ora fatale e soppiantano il potere»

(_Commenti_). «E queste stesse parole di Michele Amari hanno

ripetuto a voi il nostro compianto collega Cuccia, il professore

Salvioli, il professore Schiattarella, Antonio Morvillo, tutti i

vostri amici di Palermo.»

[PER LA VIOLAZIONE DELLO STATUTO]

Se la cospirazione era un romanzo, invece erano una triste realtà la

violazione dello Statuto, gli eccessi del governo nella repressione, la

reazione.

E a Montecitorio furono in molti a constatarle anche tra gli amici del

ministero e dell'on. Crispi, sebbene non mancassero contraddittori, che

trovarono tutto ben fatto.

Nel primo senso parlarono gli on. Imbriani, Bonajuto, Altobelli, Bovio,

Sacchi, Comandini, Cimbali, Marcora, Pinchia, Paternostro ed io.

Approvarono quasi incondizionatamente gli on. Lazzaro, La Vaccara,

Damiani e Castorina; e pur approvando la condotta del governo ebbero da

deplorare non poche cose gli on. Spirito e Di San Giuliano.

Bovio sostenne che le idee, le utopie non si possono colpire, ma

soltanto i mezzi adoperati per realizzarle. Imbriani--certamente facendo

violenza a sè stesso--disse che in Austria testè per proclamare lo stato

di assedio in Boemia si domandò l'autorizzazione del Parlamento ed

enunciò gli articoli dello Statuto, che furono violati in Italia: il

26º, inviolabilità della libertà individuale; il 27º, inviolabilità del

domicilio; il 28º, libertà della stampa; il 32º, diritto di riunione e

di associazione; il 45º immunità parlamentare; il 70º proibizione di

derogare all'organizzazione giudiziaria; il 71º divieto di sottrarre i

cittadini ai giudici naturali e di creare tribunali e commissioni

straordinarie... E nessuno seriamente osò negare che tanti articoli--i

più importanti--siano stati manomessi; si constatò, invece, con

giustezza dall'on. Sacchi, che l'azione reazionaria del governo potè

passare con indifferenza, perchè in sostanza la reazione era nella

Camera e nel paese!

L'on. Cimbali bene a proposito rilevò, che il disarmo fu fatto a

benefizio dei malfattori. Sacchi dimostrò la enormità commessa dando

effetto retroattivo alle ordinanze dei regî commissarî di Sicilia e di

Lunigiana. E che i civili non si potessero sottoporre ai Tribunali

militari l'on. Paternostro, lo provò colle parole dello stesso on.

Crispi, che nel 1862 in un mirabile discorso sostenne ciò che quasi

tutti gli oratori della Camera sostenevano su tale argomento, ed

opportunamente ammonì che le armi della reazione _non hanno mai salvato

le dinastie_...

[LO STUDIO COMPARATIVO DELL'ON. ALTOBELLI]

L'on. Altobelli fu felicissimo nello studio comparativo tra la legge

francese sullo Stato d'assedio e la legge italiana che esclude di poter

fare ciò che fece il governo; contro le leggere asserzioni dell'on.

Crispi che nel Codice penale militare del 1869 trovava la legittimazione

del suo operato, provò che essa invece c'era soltanto nell'art. 137 del

codice penale militare sardo del 1840 che diceva:

«Le stesse regole _in tempo di pace_ potranno anche di nostro speciale

ordine, qualora le circostanze lo esigano, essere poste temporaneamente

in vigore in alcuna parte dei nostri stati»; e flagellò a sangue il

contegno bassamente opportunista e servile della magistratura,

riportando la motivazione della ordinanza della Camera di Consiglio che

mandò il Molinari innanzi ai Tribunali militari «_perchè non sarebbe

stato opportuno che i primi arrestati si sottraessero alla giurisdizione

speciale!_»

[IL CONFORTO DELL'ON. LA VACCARA]

Si può passar sopra adesso all'affermazione troppo semplicista ed

ottimista dell'on. Castorina che nello Stato di assedio vide un

eccellente rimedio; ed all'altra dell'on. La Vaccara che nello Stato di

assedio _trovò un conforto_.

I _bravo!_ che partirono dall'_estrema sinistra_ a questa inattesa

uscita dell'on. rappresentante per Piazza Armerina, sottolinearono la

esplosione d'ironia della Camera. Ad onore del vero devo aggiungere che

il _conforto_ di cui parlò l'onorevole La Vaccara rispondeva alla

realtà; egli ebbe il torto, però, nell'asserire che l'_applauso_ per lo

Stato di assedio fu _unanime_; poichè il _conforto_ non lo provarono che

solo i conservatori e le classi dirigenti. Del resto questa loro

tenerezza per lo stato di assedio è di antica data: Filippo Cordova nel

1863 riferiva che qualche siciliano gli aveva detto: _assicuratevi che

nel cuore di ogni proprietario siciliano vi è l'immagine di Rattazzi,

non per altro che per lo stato di assedio!_

E vengo in ultimo all'on. Di San Giuliano, il quale trovò opportuno lo

Stato di assedio, ma non potè negare gli arbitrî e le ingiustizie

commesse. Ed egli conchiuse con un pensiero, che racchiude tutta la

filosofia degli ultimi avvenimenti, dà la misura della utilità della

reazione e della repressione e ammonisce sulla via da battere.

«Dopo l'istruzione data e la propaganda fatta,--disse il rappresentante

per Catania,--_l'antica rassegnazione dei contadini e degli operai non

tornerà più!_»

E collo stesso on. Di San Giuliano, che fu seguito dagli on. Comandini

e Ferrari--contro il parere degli on. Saporito, Fortis e Damiani--mi

trovo pienamente di accordo nel ritenere che ai mali della Sicilia si

deve porre riparo con leggi speciali, ricorrendo ai veri criterî

sperimentali. Non bisogna affidarsi alla uniformità delle leggi per

tutta la nazione, perchè la uniformità rappresenta un vero letto di

Procuste.

Da questo fedele riassunto della discussione parlamentare si detegge che

di tutte le cause dei moti della Sicilia, frammentariamente, venne

riconosciuta l'azione persistente, dagli uomini più temperati, dagli

amici delle istituzioni, dai più devoti al ministero dell'on. Crispi;

riconoscimento, che indirettamente eliminò la responsabilità dei _Fasci

dei lavoratori_ e della propaganda socialista.

La nota discordante non mancò, però, e venne portata alla Camera dagli

on. Saporito-Ricca e Nasi.

[L'ON. SAPORITO]

L'on. Saporito, sorpreso del profondo perturbamento dell'ordine

pubblico, maggiore che nelle precedenti rivoluzioni--e sorpreso perchè

mai forse aveva posto attenzione all'indole dei moti puramente

sociali--negò la spontaneità del movimento, lo attribuì interamente ai

_Fasci_ ed ai sobillatori e proclamò essere fandonie, ed ingiurie

ingiuste e gratuite le asserzioni dei precedenti oratori. Si dichiarò

soddisfatto dell'opera del governo, e nello Stato di assedio vide il

rimedio supremo a tutti i malanni!

La stessa tesi precedentemente era stata svolta dall'on. Nasi, con lusso

di particolari e con aneddoti ameni e piccanti, con una forma spigliata

e talora elegante; sicchè il suo discorso dal punto di vista oratorio si

può considerare come il gran successo della discussione.

[LA SICILIA SECONDO L'ON. NASI]

Secondo l'on. Nasi in Sicilia non c'era fame, vi erano minori che

altrove le sofferenze economiche, il salario non era inferiore di

altrove, il lavoro delle miniere di zolfo non era più duro che altrove,

le amministrazioni comunali non andavano più male che altrove, il dazio

sulla farina non aveva influenza prevalente ed uguale sul prezzo del

pane; il governo non aveva le responsabilità che gli erano state

addossate, nemmeno quella dei cattivi funzionarî mandati nell'isola, i

quali avevano fatto sempre il proprio dovere; non c'era, infine, una

quistione siciliana poggiata su cause politiche, economiche,

amministrative.

I nuovi piagnoni avevano tutto esagerato, e tutto il movimento si doveva

esclusivamente alla azione dei sobillatori, la cui propaganda socialista

non era che una mistificazione, e che i _Fasci dei lavoratori_, non

raccoglievano che ambiziosi e malcontenti.

Date queste premesse chiunque si sarebbe atteso, che l'oratore avrebbe

conchiuso con un inno al governo e colla raccomandazione di lasciar

correre tutto per la sua china, come pel passato. Nossignori! L'on. Nasi

si dichiarò contrario al governo, non solo, ma stigmatizzando le

infeconde lotte parlamentari profetizzò che il ritardo nel presentare

opportuni rimedî porterà a conflitti terribili e pose termine al

brillante discorso come tutti gli altri oratori socialisti e radicali,

promettendo che in un possibile conflitto egli, con tutti gli uomini di

cuore, si sarebbe schierato dalla parte del popolo.

[NON C'È CHE LA "DOTTRINA" DI A. FORTIS]

La conclusione sorprese, e tutti--compresi i suoi intimi--si domandarono

la ragione del discorso. Si avrebbe potuto cercarla nel livore contro

qualche collega suo e contro alcuni organizzatori dei _Fasci_ suoi

nemici politici e personali; ma escludendo pure questi moventi non belli

si può ammettere che l'onorevole Nasi fu spinto a parlare dal desiderio

di lanciare qualche freccia all'indirizzo dell'on. Crispi, e dall'altro

non meno ardente di difendere l'antico ed amato ministero dell'on.

Giolitti, e sopratutto fu mosso dalla patriottica e generosa

preoccupazione di annunziare alla Camera che ai mali d'Italia--e forse

dell'umanità--non c'era che un rimedio, uno solo: la dottrina di

Alessandro Fortis!

All'annunzio di tanta scoperta tutti richiesero quale fosse la _dottrina

di Alessandro Fortis_, la modestia del quale venne offesa specialmente

perchè egli non ricordò di averne formulata mai alcuna sua propria, e

che se per sua _dottrina_ volevano prendersi gli accenni simpatici al

socialismo di stato, fatti in momenti di espansione a Bologna o altrove,

non potevasi e non dovevasi sospettare che tali accenni costituissero la

sua dottrina, poichè egli si era affrettato a ripudiarli coi discorsi

alla Camera e specialmente coi voti dati, coi fatti.

[L'AUTOFAGISMO DELL'ON. NASI]

Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause · 第 28 / 35 段