dell'infrollimento, dello accasciamento degli italiani. Non si trovarono
giornali, compresi gli ufficiosi, che poterono lodare o giustificare
giudici e sentenza; e tutti manifestarono lo stupore, il rammarico la
indignazione. Innumerevoli e vivaci furono le proteste e agitazioni; i
condannati venne deciso, che verrebbero portati dapertutto nelle
elezioni comunali e provinciali: De Felice e Petrina vennero già eletti
in Messina con una splendidissima votazione, sotto il regime dello stato
di assedio! e Bosco e gli altri, benchè non fossero nelle liste,
ottennero moltissimi voti.
Riuscirà il governo ad arrestare queste proteste coi minacciati processi
per apologia di reato contro coloro che propugneranno le candidature dei
condannati? Se pur riuscisse la enormità e novità del procedimento
rivelerebbe l'anormalità e il pericolo della situazione!
Il processo ai socialisti, che si è trasformato in processo al governo
ed alle classi dirigenti e che ha servito alla più vigorosa e larga
propaganda del socialismo avrà pure conseguenze che sorpasseranno
quelle del primo momento.
Previdi nella prima edizione che immediatamente si sarebbe avuto aumento
di malandrinaggio e di odio fra le classi sociali sottolineate da
qualche schiopettata per vendetta, aumento di miseria fra i lavoratori e
di dissesto nelle finanze comunali; e sinora le tristi previsioni si
sono avverate.
In quanto al resto, alla quistione politica generale i più avveduti
sanno e sentono che il socialismo non muore; che esso risorse più forte
e più vigoroso in Francia all'indomani del trionfo di una reazione;
risorse sempre dopo che se n'erano cantati i funerali. E risorgerà in
Sicilia dove la corrente scientifica, dei professori e dei giovani delle
Università, che agiscono per altruismo, si fonderà coll'elemento di
azione, coi contadini e cogli operai che agiscono per soddisfare
impellenti bisogni e che hanno già acquistato coscienza, sebbene vaga,
dei diritti e della forza propria.
[IN NOME DEL RE]
E tristi conseguenze si avranno inoltre dagli ultimi avvenimenti: nel
popolo si sarà fatto strada la convinzione che i metodi del regime
borbonico continuano, e si sarà perduta la fiducia nei mezzi legali,
mentre il socialismo dinastico avrà fatto il suo tempo e non troverà che
sorrisi di scherno. Oh! non si vedranno più nelle sale delle
associazioni i ritratti del Re e della Regina accanto alla immagine di
Cristo! E i contadini non reclameranno più _pane e giustizia_ al grido:
_Viva il Re!_ dopo la esperienza che in nome del Re non si dette loro
che piombo, manette e domicilio coatto.
[PROBABILITÀ DI UNA JACQUERIE]
Il popolo in Sicilia per un periodo non breve ha avuto la forza e il
potere nelle mani; ha devastato qualche volta i beni di coloro che crede
a torto o sono realmente suoi nemici, ma ne ha rispettato le persone e
non si è vendicato sulla loro vita. Sarà altrettanto mite altravolta?
Sarebbe desiderabilissimo che lo fosse e sarebbe anche vantaggioso pel
popolo stesso; ma qua e là, nelle grotte che servono di abitazioni, nei
sotteranei delle miniere, nei _tukul_ sparsi per la campagna si sentono
sommessi e compressi accenti d'ira, che fanno paura. Chi conosce la
situazione confessa che è probabile lo scoppio di una vera _Jacquerie_ e
presente che i lavoratori in un dato momento prenderanno alla lettera il
ritornello del poeta catanese _e falceran le teste a lor signori_!
NOTE:
[68] Ricordo tra i tanti innumerevoli casi a mia conoscenza questo
episodio mio personale. La sera del 5 gennaio 1894 appena arrivato in
Palermo, uno dei miei più cari amici, costernato mi avvicinò e mi disse:
Pur troppo è vero che Peppino (De Felice) è venduto alla Francia! Ier
l'altro, nel momento in cui fu arrestato gli si trovarono addosso somme
vistosissime ed una corrispondenza denunziatrice con uomini politici
francesi!--Impossibile! risposi secco e risoluto.--E l'amico mio di
rimando:--L'ho saputo da un ufficiale dei carabinieri, che procedette
all'arresto e alla perquisizione!--E ci volle la smentita recisa degli
avvocati Marchesano e Crimaudo, che all'uno e all'altra avevano
assistito, per convincerlo che l'ufficiale dei carabinieri aveva
mentito.
[69] Devo alla cortesia dell'egregio stenografo, sigr. Francesco
Militello Quagliana, gran parte dei resoconti delle udienze; nonchè alla
redazione del _Giornale di Sicilia_ molto materiale che mi è servito per
questo e per altri capitoli; e a tutti porgo i più vivi ringraziamenti.
[70] Notevole esempio di quanto i nostri funzionarî di polizia siano
_profondi_ nelle discipline economiche!
[71] In fatto di dinamite ricordo il comicissimo sequestro di alcune
cartucce, ch'erano avanzate nei lavori di una galleria e il di cui
proprietario ritenendo pericoloso tenerle in casa le depositò in una
campagna e denunziò il luogo del deposito alle autorità con una lettera
anonima. Le brave autorità scrissero a Girgenti, d'onde venne, credo un
Procuratore del Re per sequestrare il corpo del reato con grande
solennità. Il fatto avvenne a Campobello di Licata.
[72] Nello esame di queste due accuse mi avvalgo, spesso letteralmente,
della splendida auto-difesa del De Felice e della memoria
dell'Impallomeni, lucida e strettamente giuridica.
[73] Verso la fine di Dicembre Garibaldi Bosco mi scrisse una
vibratissima lettera, che esibii al Tribunale di guerra, nella quale
sdegnosamente protestava contro le _calunnie borghesi_, che attribuivano
al Comitato centrale i tumulti.
[74] Le enormità giuridiche di questa sentenza voglio sottoporle al
lettore colla sintesi severa e serena che ne ha fatto lo scienziato e
non l'uomo di parte: «La cospirazione, fondata sulla manifestazione di
semplici aspirazioni politiche in una corrispondenza fra assenti,
rilevante la mancanza di qualunque accordo preso; la _complicità in
eccitamento alla guerra civile_ fondata sulla formazione dei _Fasci_ dei
lavoratori, pubblicamente costituiti, esistenti in virtù del diritto
statutario, e non incriminati, come anche sulla propaganda socialista
fatta nei limiti delle leggi, e sulla semplice _possibilità di
prevedere_ i disordini lamentati nell'isola, creandosi così una
_complicità colposa_; dichiarati quelli complici in eccitamento alla
guerra civile per avere a tali disordini, nella inesistenza di autori
dello eccitamento, creandosi così una _complicità senza una reità
principale_; affermata la cospirazione e la complicità in eccitamento
alla guerra civile, come due delitti commessi per la realizzazione di un
comune disegno ostile alla sicurezza dello Stato, identificando così
l'eccitamento alla guerra civile con lo eccitamento all'insurrezione, e
_trasformando in un delitto politico un delitto contro l'ordine
pubblico_: ecco per sommi capi, gli elementi coi quali fu intessuta una
sentenza, che condanna a spegnersi nelle galere la vigorosa giovinezza
di chi vivamente e attivamente desiderò un'avvenire migliore alla classe
dei sofferenti, ma che perciò non volle, nè la sentenza potè dire di
aver _voluto_, i tristi lutti, avveratisi per opera di turbe suscitate
dalla fame, dalle oppressioni locali, e dalla diffidenza in un Governo
sordo per trentaquattro anni alle voci dei mali sollevantisi da mille
parti. E questo, ritenuto da un tribunale di guerra, in tempo di pace
istituito senza mandato legislativo, di derogare alla organizzazione
giudiziaria del Regno e di creare Tribunali straordinarî; da un
tribunale, che la propria giurisdizione elevò sulla ordinanza di un
magistrato dichiaratosi incompetente, in una causa colla quale agli
imputati, oppressi dal peso di fiere accuse, non fu concesso l'ausilio
della difesa civile, facendosi al Codice penale per l'esercito del
libero e civile Regno d'Italia l'ingiuria di supporre che avesse negato
quel diritto di difesa, che i rescritti di Re Borbone dichiaravano di
accordare in omaggio alla civiltà dei tempi.»
Così l'Impallomeni. (pag. 4).
XXIII.
L'OPERA CIVILE DEL GENERALE MORRA
Di ciò che si è fatto in Sicilia--dal giorno della proclamazione dello
Stato di assedio in poi--risponde politicamente il ministero; ma la
responsabilità diretta, materiale e morale, spetta al generale Morra di
Lavriano e della Montà.
Se i poteri del Regio Commissario straordinario fossero durati
poco tempo--pel solo tempo necessario ad assicurare l'opera del
ristabilimento materiale dell'ordine--è assai probabile, che sul
di lui conto non ci sarebbe stato molto da ridire e si sarebbero
soltanto ricordate le sue benemerenze, siano pure immeritate ed
immaginarie; ma la durata eccessiva e la estensione stessa dei poteri
che gli erano stati accordati, fecero sperare, autorizzarono anzi, ad
aspettare da lui, oltre la repressione, un'opera eminentemente civile
d'iniziamento, se non altro, di restaurazione morale, di giustizia
politico-amministrativa, di miglioramento economico della condizione dei
lavoratori.
[BIASIMO E DISONORE]
A quest'opera il generale Morra venne meno completamente, e la sua
azione invece fu talmente diversa da quella che avrebbe potuto e dovuto
essere, ch'egli ne raccolse larga messe di biasimo e di disonore.
Il giudizio severo non solo viene giustificato dallo esame dei fatti
imputabili al Commissario, ma sopratutto dal sistema prezioso dei
paragoni, dal confronto con ciò che persona di grado uguale al suo ha
dichiarato che avrebbe fatto se fosse rimasto al suo posto; dal
confronto di ciò che altri ha fatto realmente in analoghe condizioni
dolorose.
Ciò che si avrebbe dovuto e potuto fare in Sicilia venne detto dal
generale Corsi, che col comando del XII Corpo di armata trasmise i
poteri militari al generale Morra.
Certamente non sarò io che troverò tutto da lodare e crederò che possa
in tutto soddisfare ciò che espone il generale Corsi, in quanto a
riforme economiche, amministrative, politiche e morali da attuarsi
immediatamente in Sicilia, (p. 356 e 357): nè dimenticherò che egli,
conservatore, non vede con simpatia tutto ciò che sa di libertà, e non
nasconderò che egli ha idee erronee sullo sciopero e sui rapporti
economici che possono correre tra lavoratori e proprietari e sui modi di
trasformarli e di migliorarli.
[IL PROGRAMMA DEL GENERALE CORSI]
Bisogna, però, riconoscere che non ostante i suoi errori e i suoi
pregiudizî il generale Corsi era animato da uno squisito senso di
umanità e di equità. Se ne giudichi da questo brano del suo libro, che
sembra precisamente il programma di azione immediata di un generale
italiano, munito di poteri straordinarî e mandato in una regione per
ristabilirvi l'ordine materiale e morale ad un tempo: «La suprema
autorità militare nell'isola--egli scrive--tutto ben ponderato, aveva
compreso sin dal primo momento che l'opera sua doveva essere sopratutto
e in sommo grado _civile_, cioè di pacificazione e concordia tra le
classi sociali, che gli agitatori (?) traevano a nimicizia. Quei tanti
ufficiali, che si spandeano pei paesi dovevano essere altamente pacieri,
apostoli di fratellanza tra genti divise, che si guardavano in cagnesco,
esigenti gli uni, ripugnanti gli altri; dovevano mantenersi
rigorosamente neutrali, benigni con tutti, di modo che non sembrasse
che le truppe fossero adoperate a sostegno degli interessi dei
possidenti e contro le giuste rivendicazioni dei proletarî.
«Dovevano insomma far la parte, che avrebbero dovuto fare i buoni
cittadini se avessero saputo, o potuto, o voluto farla.» (_Sicilia_ p.
366 e 367).
Questi nobili intendimenti del generale Corsi erano conosciuti _in alto_
e avrebbero dovuto indicarlo come Regio Commissario straordinario, se in
Sicilia davvero si avesse voluto fare opera civile di pacificazione e di
giustizia! Si dirà che al Corsi non vennero affidati i pieni poteri,
precisamente perchè il suo onesto pensiero era conosciuto?
[IL PROGRAMMA DEL GENERALE MORRA]
Non voglio divagare nel campo delle ipotesi, che potrebbero riuscire di
disdoro a chicchessia: ma che tale ipotesi abbia qualche fondamento si
può argomentarlo dalla denunzia--fatta dall'on. Saporito-Ricca--della
citata circolare dell'antico Comandante del XII Corpo di armata, nella
quale si prescriveva di non adoperare le armi contro nessuno in nessuna
occasione. Certo è poi, che il generale Morra adottò e svolse un
programma del tutto opposto a quello del suo predecessore: programma di
odio, come per rinfocolare quello grande già esistente: programma
d'iniquità, parteggiando per i proprietarî e per le classi dirigenti
contro i lavoratori.
[UN GIUDIZIO DELLA "TRIBUNA"]
Esagero, calunnio? Si ascolti non la mia, ma la voce del giornale
ufficioso più autorevole che ci sia in Italia e che nella sua amarezza
lascia comprendere che se _in alto_ si è soddisfatti dell'opera
soldatesca del generale Morra, nelle sfere ministeriali, invece si è
assai malcontenti della sua opera _civile_. «Il paese--dice la
_Tribuna_--attendeva da lui un principio di pacificazione. Era in
condizioni di ottenerla. Tutte le vie gli erano aperte: autorità
altissima, eccezionale, senza opposizioni burocratiche, senza difficoltà
e opposizioni locali, perchè i Consigli comunali erano o sciolti o in
sua potestà: con un popolo in parte fatto docile dai suoi soldati, in
parte dal lato dei proprietari, ancora sotto la paura delle recenti
ribellioni, il generale Morra poteva mettersi in mezzo, arbitro e
paciere, e svolgere tutto un programma di trattative e di accordi.
«Hanno detto che il male maggiore della Sicilia era la tirannia dei
subbaffitti, contro la quale ferocemente i contadini si ribellavano: ed
egli poteva e doveva andare man mano sui luoghi e istituire Commissioni
di probiviri e veder di comporre, di accomodare, di migliorare i
contratti agrari.
«Egli doveva e poteva percorrere l'Isola città per città, paese per
paese, studiare le ragioni particolari di avversione, di opposizione, le
cagioni dalle quali le ribellioni, gli incendi, le uccisioni erano
scaturite, e udire, e prendere consigli e rimediarvi e provvedere.
«Era questa opera nobile e santa.»
* * * * *
«L'ha compiuta; ha tentato neppure di compierla il generale-dittatore?
«Imponiamoci, guardando alle cose siciliane, una doverosa serenità;
facciamo un bilancio spassionato delle condizioni dell'isola.
«L'ordine è ristabilito in Sicilia; era difficile ottenerlo senza che la
libertà dovesse coprirsi d'un velo.
* * * * *
«Ma la questione siciliana non era soltanto contenuta in questa semplice
enunciazione: ristabilire l'ordine materialmente.
«Conveniva e conviene rimuovere le cause dei tumulti siciliani, le quali
ormai sono note; conveniva e conviene migliorare le condizioni dei
lavoratori siciliani.
* * * * *
«Ma questo è avvenuto, che come il generale Morra si è manifestato
impari alla missione che gli era stata affidata, così questa legge dei
latifondi siciliani è rimasta indiscussa per la chiusura della Camera.
«E la questione della tranquillità pubblica in Sicilia è rimasta risolta
solamente a mezzo.
«L'ordine regna in Sicilia, ma un po' come a Varsavia. Le popolazioni
sono quiete, ma attendono ancora che siano mantenute le promesse del
Governo intorno al miglioramento delle condizioni dei contadini.» (n.
194, 15 luglio 1894).
[MORRA NON VOLLE FARE]
Ho voluto riprodurre quasi integralmente questo giudizio, che venendo da
un giornale tanto temperato e quasi assiduamente laudatore del governo
di Francesco Crispi, (assai lodato nello stesso articolo) non può essere
menomamente sospettato di partigiana avversione contro il generale Morra
e riesce perciò assolutamente caratteristico. E il generale Morra va
tanto più severamente biasimato per quello che non ha fatto, in quanto
che i poteri veramente straordinarî che gli vennero accordati e dei
quali usò ed abusò, sconfinarono sino ad assumere facoltà
legislative--come venne rilevato, con parole severe di biasimo, dal
Prof. Brusa (_Della giustizia_ ecc. p. 14).
Egli _molto_ poteva, e _se nulla_ fece, segno è che non volle o non
seppe fare. E in quanto al saper fare, si avverta che consigli opportuni
e suggerimenti adatti alle circostanze del momento, richiesti o
spontanei, non gli mancarono: dunque non volle!
L'opera _civile_ del generale Morra dissi che risulta veramente
deplorevole non solo dal confronto col programma del generale Corsi e
dalle deluse speranze su ciò che si poteva attenderne; ma anche e
sopratutto dal paragone con ciò che ha fatto il generale Heusch in
Lunigiana in condizioni analoghe e con poteri uguali.
[UN PARAGONE DI CAVALLOTTI]
Questo paragone venne fatto, con quello squisito senso artistico che gli
è proprio, dall'on. Cavallotti: il quale nella tornata del 25 maggio
della Camera dei Deputati, in mezzo alla più viva attenzione dei suoi
colleghi al seguente richiamo del _Presidente_:--«Onorevole Cavallotti,
le ripeto di moderare le sue parole. Ella fa requisitorie che non hanno
ragione d'essere, e stabilisce coincidenze che proprio non hanno
fondamento.»--
Rispose:
«Io non faccio requisitorie, racconto fatti, e non ne parlerei se essi
non fossero come il commento di tutta l'opera del generale Morra, troppo
diversa da quella del suo collega della Lunigiana. A me, di cui non può
essere sospetta la parola; a me, che ritengo illegittimi, perchè non
conferiti da nessuna legge i poteri di entrambi i commissarî
straordinarî, a me è debito di giustizia, d'altronde già resa dal
sentimento pubblico, il riconoscere tra i due la differenza che passa
tra chi non si è reso nessun conto del suo mandato e chi, soldato di
cuore, investito di dolorosa consegna ha saputo dal male cavare un bene,
e profittarne per fare opera di cuore. Invece di farsi compatire coi
decreti allegri sulla proroga delle cambiali, invece di appartarsi dal
paese e dalla vita delle classi popolari, invece di passare tutti i
santi giorni nei salotti dell'aristocrazia a far la vita galante e il
cicisbeo alle signore».... Qui il Presidente interrompe con un nuovo
richiamo.
--«Eh, onorevole Presidente--continua il Cavallotti--ci vuol altro che
richiami! Io vengo da Palermo, dove le son cose notorie, e dove ho
raccolto informazioni d'ogni parte, nelle classi più diverse della
città. Invece di segregarsi dal popolo, invece di mettersi a parte da
tutto il resto della vita cittadina, il generale Heusch capì che là dove
ei recavasi erano cause di malessere che non si curano con anni di
galera, capì che il suo posto era fra il popolo, fra operai e padroni,
fra minatori e proprietari di cave; entrò nelle case e nei tugurî,
visitò, studiando, ogni angolo della provincia, portò da una classe
all'altra parole di conciliazione e di pace. Ecco perchè egli lascia
circondato di simpatie e di rispetto la terra a cui il suo giungere non
fu lieto.
«Il generale Morra s'illude molto se crede di avere salvato, coll'opera
sua la Sicilia.
«A me basta notare che quando a certe opere si vogliono chiamare soldati
si debbono chiamare almeno soldati che abbiano fatta veramente la loro
carriera nell'esercito, vissuto la vera vita militare, assorbitene le
rare e maschie virtù. E per opera come quella che in Sicilia
richiedevasi, ci voleva un uomo che avesse mente e cuore per intenderla.
Ecco perchè, concludo, dei due commissari, uno lascia ricordi benedetti
da cuori italiani, sull'altro rimane la responsabilità dei mali che non
seppe curare, degli odii e dei rancori profondi che egli lascia dietro
di sè.»
[MORRA CONTRO SE STESSO]
E pur troppo non è questo il solo confronto che fa torto al Generale
Morra: l'Italia nova dovrà ricordare con vergogna che un Satriano,
domata la rivoluzione nel 1849, promulgò poco dopo editti contro l'usura
e per il censimento dei demanî comunali e dei beni degli enti morali.
Ciò che fece un proconsole borbonico non volle fare l'inviato
dall'organizzatore principale della spedizione dei Mille. E ciò che
avrebbe dovuto e potuto fare--con feroce ironia contro sè stesso--lo
dice il generale Morra nella sua circolare del 12 Agosto ai Prefetti
della Sicilia, nello annunziare la cessazione dello Stato d'assedio.
Gl'Italiani e la storia sono e saranno inesorabili verso il generale
Morra, non solo per quello che non ha fatto, ma ancora e di più per
quello che fece, poco, sì, ma cattivo assai.
Date le cause dei tumulti di Sicilia, s'intende che chi voleva fare opra
degna di lode e duratura doveva porre ogni suo studio nella loro
eliminazione e nella riparazione.
Si sa che in Sicilia sono pessimi i rapporti tra capitale e lavoro, tra
proprietarî e proletarî, e che ai lavoratori poca parte si concede di
quello che a loro spetterebbe. I lavoratori a migliorare la loro misera
condizione stimolati più dal bisogno impellente che dal giusto
apprezzamento dei vantaggi che possono venire dalla _cooperazione_, in
qualche luogo si erano riuniti in _cooperative di consumo_, sottraendosi
ai gravosi ed esosi balzelli sui consumi nell'applicazione dei quali le
classi dirigenti posero tutta la loro buona volontà per mostrarsi
inique. Orbene, chi lo crederebbe? Il generale Morra non solo dispiega
il suo furore reazionario contro gli odiati _Fasci dei lavoratori_ e
contro i sodalizî, che facevano della politica democratica, ma se la
prende anche con quelle _cooperative di consumo_, che egli avrebbe
dovuto promuovere con ogni sforzo, se non in nome di un alto senso
politico, almeno sotto l'impulso di un cuore un po' umano.
[USURPAZIONI INDECENTI]
Nell'odio suo contro i _Fasci_ arrivò a permettere ed a lasciare
impunite le usurpazioni indecenti e lo sperpero di ciò che apparteneva
ai poveri lavoratori. Così a Mazzara del Vallo gli agenti della
questura--dopo un mese dallo scioglimento volontario del _Fascio_--vanno
a perquisire le case dei socî, che in seguito ad indicazione del
Consiglio direttivo, erano in possesso dei mobili del disciolto
sodalizio e li sequestrano indebitamente e, più disonestamente, prima
li adibiscono ad uso della polizia, del municipio e dei soldati, e
poscia li vendono all'asta e si arbitrano distribuirne l'irrisoria somma
ricavatane, non ai loro legittimi proprietarî, i socî del Fascio, ma ai
poveri del paese.
I poveri contadini di Caltavuturo non sanno ancora come fu impiegata la
meschina somma ricavata dalla vendita all'asta dei mobili del _Fascio_
fatta da un delegato di Pubblica Sicurezza.
[PERSECUZIONI CONTRO LE COOPERATIVE DI CONSUMO]
Da quest'odio ingiustificabile contro tutto ciò che ha relazione coi
_Fasci_ e che si traduce talora, come a Mazzara, in danno economico dei
lavoratori, ne derivò anche la persecuzione contro le _cooperative di
Consumo_.
Una ce n'era a Campobello di Licata, e che si era costituita con grande
stento, riunendo i magrissimi risparmi dei poveri lavoratori, e che
riusciva invisa oltremodo ai maggiorenti del paese--e si dice anche, per
loschi motivi personali. Appena proclamato lo stato di assedio venne
disciolta e si sequestrarono.... il pane, il vino, l'olio, la pasta.
L'inaudita violenza sarebbe stata completa se, come qualcuno voleva,
quei generi fossero stati lasciati a muffire ed a guastarsi in un
qualsiasi locale; e si deve all'intervento di un bravo capitano di
fanteria se questi nuovi e strani sostituti della dinamite furono
consegnati ad un giovane egregio, il Catanzaro, che li ha venduti e ne
ha depositato l'equivalente in una cassa di risparmio.
I fatti di Campobello ebbero una coda dolorosa: il pretore, Annibale
Mattioli, mosso a pietà dalla condizione dei lavoratori e dai soprusi
che subivano, rivelò il suo pensiero nel casino dei cosiddetti
_civili_. Non lo avesse fatto: fu telegraficamente traslocato come
sobillatore.
Pregai il generale Morra perchè volesse consentire la ricostituzione
della _cooperativa_, che riusciva utilissima ai lavoratori; denunziai il
provvedimento impolitico ed inumano alla Camera; ma ebbi in risposta, e
dal primo e da chi si eresse a suo difensore in Parlamento, l'on.
Filì-Astolfone, che non si poteva perchè la _Cooperativa di consumo_ di
Campobello era una dipendenza del _Fascio_ locale.
[PER GLI OPPRESSORI, CONTRO GLI OPPRESSI]