In Italia non fu minore la impressione; e fu vivissima se si tiene conto

dell'infrollimento, dello accasciamento degli italiani. Non si trovarono

giornali, compresi gli ufficiosi, che poterono lodare o giustificare

giudici e sentenza; e tutti manifestarono lo stupore, il rammarico la

indignazione. Innumerevoli e vivaci furono le proteste e agitazioni; i

condannati venne deciso, che verrebbero portati dapertutto nelle

elezioni comunali e provinciali: De Felice e Petrina vennero già eletti

in Messina con una splendidissima votazione, sotto il regime dello stato

di assedio! e Bosco e gli altri, benchè non fossero nelle liste,

ottennero moltissimi voti.

Riuscirà il governo ad arrestare queste proteste coi minacciati processi

per apologia di reato contro coloro che propugneranno le candidature dei

condannati? Se pur riuscisse la enormità e novità del procedimento

rivelerebbe l'anormalità e il pericolo della situazione!

Il processo ai socialisti, che si è trasformato in processo al governo

ed alle classi dirigenti e che ha servito alla più vigorosa e larga

propaganda del socialismo avrà pure conseguenze che sorpasseranno

quelle del primo momento.

Previdi nella prima edizione che immediatamente si sarebbe avuto aumento

di malandrinaggio e di odio fra le classi sociali sottolineate da

qualche schiopettata per vendetta, aumento di miseria fra i lavoratori e

di dissesto nelle finanze comunali; e sinora le tristi previsioni si

sono avverate.

In quanto al resto, alla quistione politica generale i più avveduti

sanno e sentono che il socialismo non muore; che esso risorse più forte

e più vigoroso in Francia all'indomani del trionfo di una reazione;

risorse sempre dopo che se n'erano cantati i funerali. E risorgerà in

Sicilia dove la corrente scientifica, dei professori e dei giovani delle

Università, che agiscono per altruismo, si fonderà coll'elemento di

azione, coi contadini e cogli operai che agiscono per soddisfare

impellenti bisogni e che hanno già acquistato coscienza, sebbene vaga,

dei diritti e della forza propria.

[IN NOME DEL RE]

E tristi conseguenze si avranno inoltre dagli ultimi avvenimenti: nel

popolo si sarà fatto strada la convinzione che i metodi del regime

borbonico continuano, e si sarà perduta la fiducia nei mezzi legali,

mentre il socialismo dinastico avrà fatto il suo tempo e non troverà che

sorrisi di scherno. Oh! non si vedranno più nelle sale delle

associazioni i ritratti del Re e della Regina accanto alla immagine di

Cristo! E i contadini non reclameranno più _pane e giustizia_ al grido:

_Viva il Re!_ dopo la esperienza che in nome del Re non si dette loro

che piombo, manette e domicilio coatto.

[PROBABILITÀ DI UNA JACQUERIE]

Il popolo in Sicilia per un periodo non breve ha avuto la forza e il

potere nelle mani; ha devastato qualche volta i beni di coloro che crede

a torto o sono realmente suoi nemici, ma ne ha rispettato le persone e

non si è vendicato sulla loro vita. Sarà altrettanto mite altravolta?

Sarebbe desiderabilissimo che lo fosse e sarebbe anche vantaggioso pel

popolo stesso; ma qua e là, nelle grotte che servono di abitazioni, nei

sotteranei delle miniere, nei _tukul_ sparsi per la campagna si sentono

sommessi e compressi accenti d'ira, che fanno paura. Chi conosce la

situazione confessa che è probabile lo scoppio di una vera _Jacquerie_ e

presente che i lavoratori in un dato momento prenderanno alla lettera il

ritornello del poeta catanese _e falceran le teste a lor signori_!

NOTE:

[68] Ricordo tra i tanti innumerevoli casi a mia conoscenza questo

episodio mio personale. La sera del 5 gennaio 1894 appena arrivato in

Palermo, uno dei miei più cari amici, costernato mi avvicinò e mi disse:

Pur troppo è vero che Peppino (De Felice) è venduto alla Francia! Ier

l'altro, nel momento in cui fu arrestato gli si trovarono addosso somme

vistosissime ed una corrispondenza denunziatrice con uomini politici

francesi!--Impossibile! risposi secco e risoluto.--E l'amico mio di

rimando:--L'ho saputo da un ufficiale dei carabinieri, che procedette

all'arresto e alla perquisizione!--E ci volle la smentita recisa degli

avvocati Marchesano e Crimaudo, che all'uno e all'altra avevano

assistito, per convincerlo che l'ufficiale dei carabinieri aveva

mentito.

[69] Devo alla cortesia dell'egregio stenografo, sigr. Francesco

Militello Quagliana, gran parte dei resoconti delle udienze; nonchè alla

redazione del _Giornale di Sicilia_ molto materiale che mi è servito per

questo e per altri capitoli; e a tutti porgo i più vivi ringraziamenti.

[70] Notevole esempio di quanto i nostri funzionarî di polizia siano

_profondi_ nelle discipline economiche!

[71] In fatto di dinamite ricordo il comicissimo sequestro di alcune

cartucce, ch'erano avanzate nei lavori di una galleria e il di cui

proprietario ritenendo pericoloso tenerle in casa le depositò in una

campagna e denunziò il luogo del deposito alle autorità con una lettera

anonima. Le brave autorità scrissero a Girgenti, d'onde venne, credo un

Procuratore del Re per sequestrare il corpo del reato con grande

solennità. Il fatto avvenne a Campobello di Licata.

[72] Nello esame di queste due accuse mi avvalgo, spesso letteralmente,

della splendida auto-difesa del De Felice e della memoria

dell'Impallomeni, lucida e strettamente giuridica.

[73] Verso la fine di Dicembre Garibaldi Bosco mi scrisse una

vibratissima lettera, che esibii al Tribunale di guerra, nella quale

sdegnosamente protestava contro le _calunnie borghesi_, che attribuivano

al Comitato centrale i tumulti.

[74] Le enormità giuridiche di questa sentenza voglio sottoporle al

lettore colla sintesi severa e serena che ne ha fatto lo scienziato e

non l'uomo di parte: «La cospirazione, fondata sulla manifestazione di

semplici aspirazioni politiche in una corrispondenza fra assenti,

rilevante la mancanza di qualunque accordo preso; la _complicità in

eccitamento alla guerra civile_ fondata sulla formazione dei _Fasci_ dei

lavoratori, pubblicamente costituiti, esistenti in virtù del diritto

statutario, e non incriminati, come anche sulla propaganda socialista

fatta nei limiti delle leggi, e sulla semplice _possibilità di

prevedere_ i disordini lamentati nell'isola, creandosi così una

_complicità colposa_; dichiarati quelli complici in eccitamento alla

guerra civile per avere a tali disordini, nella inesistenza di autori

dello eccitamento, creandosi così una _complicità senza una reità

principale_; affermata la cospirazione e la complicità in eccitamento

alla guerra civile, come due delitti commessi per la realizzazione di un

comune disegno ostile alla sicurezza dello Stato, identificando così

l'eccitamento alla guerra civile con lo eccitamento all'insurrezione, e

_trasformando in un delitto politico un delitto contro l'ordine

pubblico_: ecco per sommi capi, gli elementi coi quali fu intessuta una

sentenza, che condanna a spegnersi nelle galere la vigorosa giovinezza

di chi vivamente e attivamente desiderò un'avvenire migliore alla classe

dei sofferenti, ma che perciò non volle, nè la sentenza potè dire di

aver _voluto_, i tristi lutti, avveratisi per opera di turbe suscitate

dalla fame, dalle oppressioni locali, e dalla diffidenza in un Governo

sordo per trentaquattro anni alle voci dei mali sollevantisi da mille

parti. E questo, ritenuto da un tribunale di guerra, in tempo di pace

istituito senza mandato legislativo, di derogare alla organizzazione

giudiziaria del Regno e di creare Tribunali straordinarî; da un

tribunale, che la propria giurisdizione elevò sulla ordinanza di un

magistrato dichiaratosi incompetente, in una causa colla quale agli

imputati, oppressi dal peso di fiere accuse, non fu concesso l'ausilio

della difesa civile, facendosi al Codice penale per l'esercito del

libero e civile Regno d'Italia l'ingiuria di supporre che avesse negato

quel diritto di difesa, che i rescritti di Re Borbone dichiaravano di

accordare in omaggio alla civiltà dei tempi.»

Così l'Impallomeni. (pag. 4).

XXIII.

L'OPERA CIVILE DEL GENERALE MORRA

Di ciò che si è fatto in Sicilia--dal giorno della proclamazione dello

Stato di assedio in poi--risponde politicamente il ministero; ma la

responsabilità diretta, materiale e morale, spetta al generale Morra di

Lavriano e della Montà.

Se i poteri del Regio Commissario straordinario fossero durati

poco tempo--pel solo tempo necessario ad assicurare l'opera del

ristabilimento materiale dell'ordine--è assai probabile, che sul

di lui conto non ci sarebbe stato molto da ridire e si sarebbero

soltanto ricordate le sue benemerenze, siano pure immeritate ed

immaginarie; ma la durata eccessiva e la estensione stessa dei poteri

che gli erano stati accordati, fecero sperare, autorizzarono anzi, ad

aspettare da lui, oltre la repressione, un'opera eminentemente civile

d'iniziamento, se non altro, di restaurazione morale, di giustizia

politico-amministrativa, di miglioramento economico della condizione dei

lavoratori.

[BIASIMO E DISONORE]

A quest'opera il generale Morra venne meno completamente, e la sua

azione invece fu talmente diversa da quella che avrebbe potuto e dovuto

essere, ch'egli ne raccolse larga messe di biasimo e di disonore.

Il giudizio severo non solo viene giustificato dallo esame dei fatti

imputabili al Commissario, ma sopratutto dal sistema prezioso dei

paragoni, dal confronto con ciò che persona di grado uguale al suo ha

dichiarato che avrebbe fatto se fosse rimasto al suo posto; dal

confronto di ciò che altri ha fatto realmente in analoghe condizioni

dolorose.

Ciò che si avrebbe dovuto e potuto fare in Sicilia venne detto dal

generale Corsi, che col comando del XII Corpo di armata trasmise i

poteri militari al generale Morra.

Certamente non sarò io che troverò tutto da lodare e crederò che possa

in tutto soddisfare ciò che espone il generale Corsi, in quanto a

riforme economiche, amministrative, politiche e morali da attuarsi

immediatamente in Sicilia, (p. 356 e 357): nè dimenticherò che egli,

conservatore, non vede con simpatia tutto ciò che sa di libertà, e non

nasconderò che egli ha idee erronee sullo sciopero e sui rapporti

economici che possono correre tra lavoratori e proprietari e sui modi di

trasformarli e di migliorarli.

[IL PROGRAMMA DEL GENERALE CORSI]

Bisogna, però, riconoscere che non ostante i suoi errori e i suoi

pregiudizî il generale Corsi era animato da uno squisito senso di

umanità e di equità. Se ne giudichi da questo brano del suo libro, che

sembra precisamente il programma di azione immediata di un generale

italiano, munito di poteri straordinarî e mandato in una regione per

ristabilirvi l'ordine materiale e morale ad un tempo: «La suprema

autorità militare nell'isola--egli scrive--tutto ben ponderato, aveva

compreso sin dal primo momento che l'opera sua doveva essere sopratutto

e in sommo grado _civile_, cioè di pacificazione e concordia tra le

classi sociali, che gli agitatori (?) traevano a nimicizia. Quei tanti

ufficiali, che si spandeano pei paesi dovevano essere altamente pacieri,

apostoli di fratellanza tra genti divise, che si guardavano in cagnesco,

esigenti gli uni, ripugnanti gli altri; dovevano mantenersi

rigorosamente neutrali, benigni con tutti, di modo che non sembrasse

che le truppe fossero adoperate a sostegno degli interessi dei

possidenti e contro le giuste rivendicazioni dei proletarî.

«Dovevano insomma far la parte, che avrebbero dovuto fare i buoni

cittadini se avessero saputo, o potuto, o voluto farla.» (_Sicilia_ p.

366 e 367).

Questi nobili intendimenti del generale Corsi erano conosciuti _in alto_

e avrebbero dovuto indicarlo come Regio Commissario straordinario, se in

Sicilia davvero si avesse voluto fare opera civile di pacificazione e di

giustizia! Si dirà che al Corsi non vennero affidati i pieni poteri,

precisamente perchè il suo onesto pensiero era conosciuto?

[IL PROGRAMMA DEL GENERALE MORRA]

Non voglio divagare nel campo delle ipotesi, che potrebbero riuscire di

disdoro a chicchessia: ma che tale ipotesi abbia qualche fondamento si

può argomentarlo dalla denunzia--fatta dall'on. Saporito-Ricca--della

citata circolare dell'antico Comandante del XII Corpo di armata, nella

quale si prescriveva di non adoperare le armi contro nessuno in nessuna

occasione. Certo è poi, che il generale Morra adottò e svolse un

programma del tutto opposto a quello del suo predecessore: programma di

odio, come per rinfocolare quello grande già esistente: programma

d'iniquità, parteggiando per i proprietarî e per le classi dirigenti

contro i lavoratori.

[UN GIUDIZIO DELLA "TRIBUNA"]

Esagero, calunnio? Si ascolti non la mia, ma la voce del giornale

ufficioso più autorevole che ci sia in Italia e che nella sua amarezza

lascia comprendere che se _in alto_ si è soddisfatti dell'opera

soldatesca del generale Morra, nelle sfere ministeriali, invece si è

assai malcontenti della sua opera _civile_. «Il paese--dice la

_Tribuna_--attendeva da lui un principio di pacificazione. Era in

condizioni di ottenerla. Tutte le vie gli erano aperte: autorità

altissima, eccezionale, senza opposizioni burocratiche, senza difficoltà

e opposizioni locali, perchè i Consigli comunali erano o sciolti o in

sua potestà: con un popolo in parte fatto docile dai suoi soldati, in

parte dal lato dei proprietari, ancora sotto la paura delle recenti

ribellioni, il generale Morra poteva mettersi in mezzo, arbitro e

paciere, e svolgere tutto un programma di trattative e di accordi.

«Hanno detto che il male maggiore della Sicilia era la tirannia dei

subbaffitti, contro la quale ferocemente i contadini si ribellavano: ed

egli poteva e doveva andare man mano sui luoghi e istituire Commissioni

di probiviri e veder di comporre, di accomodare, di migliorare i

contratti agrari.

«Egli doveva e poteva percorrere l'Isola città per città, paese per

paese, studiare le ragioni particolari di avversione, di opposizione, le

cagioni dalle quali le ribellioni, gli incendi, le uccisioni erano

scaturite, e udire, e prendere consigli e rimediarvi e provvedere.

«Era questa opera nobile e santa.»

* * * * *

«L'ha compiuta; ha tentato neppure di compierla il generale-dittatore?

«Imponiamoci, guardando alle cose siciliane, una doverosa serenità;

facciamo un bilancio spassionato delle condizioni dell'isola.

«L'ordine è ristabilito in Sicilia; era difficile ottenerlo senza che la

libertà dovesse coprirsi d'un velo.

* * * * *

«Ma la questione siciliana non era soltanto contenuta in questa semplice

enunciazione: ristabilire l'ordine materialmente.

«Conveniva e conviene rimuovere le cause dei tumulti siciliani, le quali

ormai sono note; conveniva e conviene migliorare le condizioni dei

lavoratori siciliani.

* * * * *

«Ma questo è avvenuto, che come il generale Morra si è manifestato

impari alla missione che gli era stata affidata, così questa legge dei

latifondi siciliani è rimasta indiscussa per la chiusura della Camera.

«E la questione della tranquillità pubblica in Sicilia è rimasta risolta

solamente a mezzo.

«L'ordine regna in Sicilia, ma un po' come a Varsavia. Le popolazioni

sono quiete, ma attendono ancora che siano mantenute le promesse del

Governo intorno al miglioramento delle condizioni dei contadini.» (n.

194, 15 luglio 1894).

[MORRA NON VOLLE FARE]

Ho voluto riprodurre quasi integralmente questo giudizio, che venendo da

un giornale tanto temperato e quasi assiduamente laudatore del governo

di Francesco Crispi, (assai lodato nello stesso articolo) non può essere

menomamente sospettato di partigiana avversione contro il generale Morra

e riesce perciò assolutamente caratteristico. E il generale Morra va

tanto più severamente biasimato per quello che non ha fatto, in quanto

che i poteri veramente straordinarî che gli vennero accordati e dei

quali usò ed abusò, sconfinarono sino ad assumere facoltà

legislative--come venne rilevato, con parole severe di biasimo, dal

Prof. Brusa (_Della giustizia_ ecc. p. 14).

Egli _molto_ poteva, e _se nulla_ fece, segno è che non volle o non

seppe fare. E in quanto al saper fare, si avverta che consigli opportuni

e suggerimenti adatti alle circostanze del momento, richiesti o

spontanei, non gli mancarono: dunque non volle!

L'opera _civile_ del generale Morra dissi che risulta veramente

deplorevole non solo dal confronto col programma del generale Corsi e

dalle deluse speranze su ciò che si poteva attenderne; ma anche e

sopratutto dal paragone con ciò che ha fatto il generale Heusch in

Lunigiana in condizioni analoghe e con poteri uguali.

[UN PARAGONE DI CAVALLOTTI]

Questo paragone venne fatto, con quello squisito senso artistico che gli

è proprio, dall'on. Cavallotti: il quale nella tornata del 25 maggio

della Camera dei Deputati, in mezzo alla più viva attenzione dei suoi

colleghi al seguente richiamo del _Presidente_:--«Onorevole Cavallotti,

le ripeto di moderare le sue parole. Ella fa requisitorie che non hanno

ragione d'essere, e stabilisce coincidenze che proprio non hanno

fondamento.»--

Rispose:

«Io non faccio requisitorie, racconto fatti, e non ne parlerei se essi

non fossero come il commento di tutta l'opera del generale Morra, troppo

diversa da quella del suo collega della Lunigiana. A me, di cui non può

essere sospetta la parola; a me, che ritengo illegittimi, perchè non

conferiti da nessuna legge i poteri di entrambi i commissarî

straordinarî, a me è debito di giustizia, d'altronde già resa dal

sentimento pubblico, il riconoscere tra i due la differenza che passa

tra chi non si è reso nessun conto del suo mandato e chi, soldato di

cuore, investito di dolorosa consegna ha saputo dal male cavare un bene,

e profittarne per fare opera di cuore. Invece di farsi compatire coi

decreti allegri sulla proroga delle cambiali, invece di appartarsi dal

paese e dalla vita delle classi popolari, invece di passare tutti i

santi giorni nei salotti dell'aristocrazia a far la vita galante e il

cicisbeo alle signore».... Qui il Presidente interrompe con un nuovo

richiamo.

--«Eh, onorevole Presidente--continua il Cavallotti--ci vuol altro che

richiami! Io vengo da Palermo, dove le son cose notorie, e dove ho

raccolto informazioni d'ogni parte, nelle classi più diverse della

città. Invece di segregarsi dal popolo, invece di mettersi a parte da

tutto il resto della vita cittadina, il generale Heusch capì che là dove

ei recavasi erano cause di malessere che non si curano con anni di

galera, capì che il suo posto era fra il popolo, fra operai e padroni,

fra minatori e proprietari di cave; entrò nelle case e nei tugurî,

visitò, studiando, ogni angolo della provincia, portò da una classe

all'altra parole di conciliazione e di pace. Ecco perchè egli lascia

circondato di simpatie e di rispetto la terra a cui il suo giungere non

fu lieto.

«Il generale Morra s'illude molto se crede di avere salvato, coll'opera

sua la Sicilia.

«A me basta notare che quando a certe opere si vogliono chiamare soldati

si debbono chiamare almeno soldati che abbiano fatta veramente la loro

carriera nell'esercito, vissuto la vera vita militare, assorbitene le

rare e maschie virtù. E per opera come quella che in Sicilia

richiedevasi, ci voleva un uomo che avesse mente e cuore per intenderla.

Ecco perchè, concludo, dei due commissari, uno lascia ricordi benedetti

da cuori italiani, sull'altro rimane la responsabilità dei mali che non

seppe curare, degli odii e dei rancori profondi che egli lascia dietro

di sè.»

[MORRA CONTRO SE STESSO]

E pur troppo non è questo il solo confronto che fa torto al Generale

Morra: l'Italia nova dovrà ricordare con vergogna che un Satriano,

domata la rivoluzione nel 1849, promulgò poco dopo editti contro l'usura

e per il censimento dei demanî comunali e dei beni degli enti morali.

Ciò che fece un proconsole borbonico non volle fare l'inviato

dall'organizzatore principale della spedizione dei Mille. E ciò che

avrebbe dovuto e potuto fare--con feroce ironia contro sè stesso--lo

dice il generale Morra nella sua circolare del 12 Agosto ai Prefetti

della Sicilia, nello annunziare la cessazione dello Stato d'assedio.

Gl'Italiani e la storia sono e saranno inesorabili verso il generale

Morra, non solo per quello che non ha fatto, ma ancora e di più per

quello che fece, poco, sì, ma cattivo assai.

Date le cause dei tumulti di Sicilia, s'intende che chi voleva fare opra

degna di lode e duratura doveva porre ogni suo studio nella loro

eliminazione e nella riparazione.

Si sa che in Sicilia sono pessimi i rapporti tra capitale e lavoro, tra

proprietarî e proletarî, e che ai lavoratori poca parte si concede di

quello che a loro spetterebbe. I lavoratori a migliorare la loro misera

condizione stimolati più dal bisogno impellente che dal giusto

apprezzamento dei vantaggi che possono venire dalla _cooperazione_, in

qualche luogo si erano riuniti in _cooperative di consumo_, sottraendosi

ai gravosi ed esosi balzelli sui consumi nell'applicazione dei quali le

classi dirigenti posero tutta la loro buona volontà per mostrarsi

inique. Orbene, chi lo crederebbe? Il generale Morra non solo dispiega

il suo furore reazionario contro gli odiati _Fasci dei lavoratori_ e

contro i sodalizî, che facevano della politica democratica, ma se la

prende anche con quelle _cooperative di consumo_, che egli avrebbe

dovuto promuovere con ogni sforzo, se non in nome di un alto senso

politico, almeno sotto l'impulso di un cuore un po' umano.

[USURPAZIONI INDECENTI]

Nell'odio suo contro i _Fasci_ arrivò a permettere ed a lasciare

impunite le usurpazioni indecenti e lo sperpero di ciò che apparteneva

ai poveri lavoratori. Così a Mazzara del Vallo gli agenti della

questura--dopo un mese dallo scioglimento volontario del _Fascio_--vanno

a perquisire le case dei socî, che in seguito ad indicazione del

Consiglio direttivo, erano in possesso dei mobili del disciolto

sodalizio e li sequestrano indebitamente e, più disonestamente, prima

li adibiscono ad uso della polizia, del municipio e dei soldati, e

poscia li vendono all'asta e si arbitrano distribuirne l'irrisoria somma

ricavatane, non ai loro legittimi proprietarî, i socî del Fascio, ma ai

poveri del paese.

I poveri contadini di Caltavuturo non sanno ancora come fu impiegata la

meschina somma ricavata dalla vendita all'asta dei mobili del _Fascio_

fatta da un delegato di Pubblica Sicurezza.

[PERSECUZIONI CONTRO LE COOPERATIVE DI CONSUMO]

Da quest'odio ingiustificabile contro tutto ciò che ha relazione coi

_Fasci_ e che si traduce talora, come a Mazzara, in danno economico dei

lavoratori, ne derivò anche la persecuzione contro le _cooperative di

Consumo_.

Una ce n'era a Campobello di Licata, e che si era costituita con grande

stento, riunendo i magrissimi risparmi dei poveri lavoratori, e che

riusciva invisa oltremodo ai maggiorenti del paese--e si dice anche, per

loschi motivi personali. Appena proclamato lo stato di assedio venne

disciolta e si sequestrarono.... il pane, il vino, l'olio, la pasta.

L'inaudita violenza sarebbe stata completa se, come qualcuno voleva,

quei generi fossero stati lasciati a muffire ed a guastarsi in un

qualsiasi locale; e si deve all'intervento di un bravo capitano di

fanteria se questi nuovi e strani sostituti della dinamite furono

consegnati ad un giovane egregio, il Catanzaro, che li ha venduti e ne

ha depositato l'equivalente in una cassa di risparmio.

I fatti di Campobello ebbero una coda dolorosa: il pretore, Annibale

Mattioli, mosso a pietà dalla condizione dei lavoratori e dai soprusi

che subivano, rivelò il suo pensiero nel casino dei cosiddetti

_civili_. Non lo avesse fatto: fu telegraficamente traslocato come

sobillatore.

Pregai il generale Morra perchè volesse consentire la ricostituzione

della _cooperativa_, che riusciva utilissima ai lavoratori; denunziai il

provvedimento impolitico ed inumano alla Camera; ma ebbi in risposta, e

dal primo e da chi si eresse a suo difensore in Parlamento, l'on.

Filì-Astolfone, che non si poteva perchè la _Cooperativa di consumo_ di

Campobello era una dipendenza del _Fascio_ locale.

[PER GLI OPPRESSORI, CONTRO GLI OPPRESSI]

Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause · 第 26 / 35 段