cifrario. Sia: De Felice lo compilò per servirsene a fini criminosi. Ma
oltre _l'intenzione_, che non è punibile se rimane esclusivamente tale
senza un principio di esecuzione, c'è un dato che può giovare
all'accusa? Se ne servì mai il suo autore? Mai. Ne fu trovata copia
corrispondente presso altri complici? Nessuna. Fu adoperato pei casi di
Sicilia? Neppure: De Felice lo lascia a Roma, dove viene sequestrato,
dopo ch'era stato arrestato a Palermo.
Se il concerto sfuma, non possono restare _i mezzi idonei_ per
raggiungere i fini della cospirazione.
Quali sono _i mezzi idonei e determinati_? Le armi e il denaro.
Che siano indispensabili _i mezzi idonei e determinati_ risulta dai
precedenti giudiziari. Il giurì di Bologna nel 1874 assolse Costa e
gl'internazionalisti pei moti d'Imola e di Persiceto, perchè fu
riconosciuta la inidoneità dei mezzi. Il giurì è di manica larga? Ma il
suo responso venne corroborato dalla sentenza della Corte di appello di
Trani (18 marzo 1875) relativa ai moti del Barese. Dunque secondo il
Codice e secondo la giurisprudenza perchè il reato di cospirazione ci
sia occorrono i mezzi idonei: armi e denaro.
[LE ARMI!]
In quanto alle armi, nel nostro caso, le hanno cercate dapertutto e non
le hanno mai e in nessun luogo trovate. Il questore Lucchese in un
rapporto del 16 dicembre scrive:
«_Il mio studio è rivolto a scovrire dove trovasi un deposito di armi e
di materie esplodenti._» Ebbene egli _studia_ ancora e non ha ancora
trovato il deposito.
Sappiamo che non è stata più fortunata la polizia nella ricerca del
denaro: ha cercato l'_oro francese_, e non ha trovato che la miseria
grande onesta dei cospiratori.
E in quanto a questi mezzi idonei e determinati--alle armi e al
denaro--la situazione viene brillantemente riassunta da una lettera di
Cipriani nella quale egli dice: «_Siamo senza un fucile, senza un
centesimo!_»
Qualche cosa, però, trovarono gli agenti della polizia, i magistrati,
l'avvocato fiscale, i giudici del tribunale militare: un delegato trova
certi pericolosi bastoni bianchi, un altro le _coccarde_ dei socî dei
_Fasci_; quello di Monreale trova l'_acqua calda_; l'eroe di Bisacquino
scopre un _vetterly_; il comodo e misterioso signor Peter promette armi
a De Felice.... già in carcere; l'avvocato fiscale vede i mezzi _nella
organizzazione dei lavoratori_.
Contro i battaglioni serrati e contro i cannoni dovevano riuscire
efficacissimi tali _mezzi idonei e determinati_; Turpin per distruggere
gli eserciti non potrebbe inventarne di più terribili.
[TRIBUNALE SAPIENTE]
Non se ne accontentò che in parte il sapiente Tribunale di guerra--che
in fatto di efficacia dei mezzi distruttivi se ne doveva intendere--e
sentenziò: «è vana la ricerca delle armi, inutile il provare la mancanza
di depositi di armi, vana la ricerca della maggiore o minore vendita di
esse, _perchè le risoluzioni si fanno anche senza armi, come s'è visto
nei tumulti nei quali combatterono con bastoni e con sassi_.»
Combatterono!
Il Tribunale non poteva mostrarsi più _sapiente_ nelle storiche e
politiche discipline confondendo i _tumulti_ con le _rivoluzioni_;
inchiniamoci riverenti innanzi a lui e procediamo oltre.
E procediamo oltre concedendo ciò che in verun modo è dimostrato:
concediamo che ci sia stata la cospirazione con tutti i suoi estremi:
concerto, unità d'intenti, mezzi idonei e determinati per conseguirli.
Anche in questo caso nè il processo era giustificabile, nè la condanna
era conforme a giustizia secondo i Codici.
Un'alinea dell'art. 134 del Codice Penale stabilisce: «_va esente da
pene chi receda dalla cospirazione politica prima che si cominci
l'esecuzione del delitto e prima che sia iniziato il procedimento._»
[IL RECESSO DALLA COSPIRAZIONE]
Ora dato che cospirazione ci fosse stata, l'esecuzione non era
cominciata per confessione stessa del magistrato ordinario che istruì, e
del Tribunale militare che giudicò, poichè non venne imputato agli
accasati alcuno degli attentati politici previsti dagli articoli 104,
117, 118, 120 e 128 del Codice penale e vi fu il _recesso_ prima che
fosse iniziato il procedimento, col manifesto del 3 gennaio.
L'ordinanza della Camera di Consiglio che sentiva di non potere
rinviare i socialisti innanzi il Tribunale militare non considera il
manifesto come un _recesso_, ma lo chiama un'_abile ritirata_ e ne
adultera il significato considerandolo come un _recesso dall'attentato,
giammai dalla cospirazione_, tanto più che gli accusati _sono rimasti
più affratellati che prima_.
E che cosa significa recesso _dall'attentato_ se di _attentato_ non
furono mai accusati gl'imputati? E perchè non smettere ogni ipocrisia
dichiarando con franchezza che lo _affratellamento_ equivale a
_cospirazione_? Tali loiolesche distinzioni non possono che disonorare
sempre più una magistratura, che ha perduto ogni prestigio e che è
venuta meno alla sua funzione, non sapendo che _rendere servigi_ al
governo. Il compianto Eula oramai, si affretterebbe sdegnato ad uscirne.
E non si può che disprezzare di più questa magistratura che il _recesso
dalla cospirazione_ tramuta capricciosamente in recesso _dall'attentato_
e che il contorcimento illegittimo aggrava colla menzogna, perchè
insinua con volgare indeterminatezza di frasi e di pensiero che il
manifesto, l'_abile ritirata_, sia stata suggerita dalle energiche
misure del governo, dallo Stato di assedio e dall'arrivo delle forze
militari.
No, o illustri Iaghi della magistratura: la vostra rimane una menzogna.
Il manifesto precedette la proclamazione dello Stato di assedio e lo
sappiamo dalle spie del governo, che ci dissero dell'animata discussione
tra De Felice, che voleva favorire il movimento e gli altri membri del
Comitato, che volevano e riuscirono a fare accettare al primo il
consiglio della calma; il manifesto non potè essere imposto dal timore
dell'arrivo delle forze militari, perchè queste non furono in Sicilia
che verso la metà di gennaio, quando già gli accusati erano in prigione
da parecchi giorni, sotto processo e predestinati alla condanna.
Rimanga dunque a voi tutta l'onta dell'opera vostra o magistrati degni
di una istituzione che muore!
Non contenta del contorcimento tormentoso del significato dei fatti, per
farli entrare nelle maglie del Codice penale; non contenta del mendacio
per togliere ad essi il valore, che non osano negare; la magistratura di
Palermo completò l'opera sua colla manifesta contraddizione nelle
accuse. Temendo che la preda potesse sfuggirle pel capo della
_cospirazione_, le imputa anche lo _eccitamento della guerra civile_.
L'accusa contemporaneamente portata su di alcune delle vittime designate
non la esamino dal lato giuridico, poichè qui è evidente che se c'era
_cospirazione politica_ non ci potea essere _eccitamento alla guerra
civile_: un reato esclude l'altro; ma passando sopra alla contraddizione
in cui incorsero e istruttoria, e requisitoria e sentenza che tra i due
reati contraddicentesi videro un nesso come tra causa ed effetto,
bisogna dimostrare che di _eccitamento alla guerra civile_, da per sè
solo, non erano colpevoli gli accusati.
[LA PAROLA RIVOLUZIONE]
Anzitutto, si rilevi che si volle trovare un _substratum_ per l'accusa
nelle ripetute dichiarazioni in favore della _rivoluzione_ senza
considerare che, dinanzi alla filosofia della storia ed alla politica,
questa parola ha un significato ben diverso da quello connesso all'atto
materiale, che si compie per rovesciare un governo. Si dicono convinti
rivoluzionarî tutti i socialisti marxisti, che rifuggono dai tumulti e
dalle violenze; e tali si dicono impunemente nei discorsi, nei giornali,
nei libri. Perchè non processare tutti coloro che rivoluzionarî in tale
senso si proclamano? E in tale senso il più grande reo in Italia fu
Giuseppe Ferrari, che scrisse sinanco la _Filosofia della rivoluzione_ e
che invece di essere tradotto sullo sgabello degli accusati, venne
innalzato agli onori del Senato, non ancora prostituito.
[BISOGNA AVER FEDE NEL PARLAMENTARISMO]
Nel De Felice non solo si volle colpire il _rivoluzionario_, ma anche
colui, che non ha fede nel _parlamentarismo_.
Ciò fecero, perchè i giudici non frequentarono mai Montecitorio; se lo
avessero frequentato o non avrebbero imputato a colpa del rappresentante
di Catania questa sua mancanza di fede nel parlamentarismo, o avrebbero
fatto una retata di deputati di lui più scettici e avrebbero dovuto
sopratutto fare il processo alla memoria di Agostino Depretis.
Ma De Felice non è semplicemente questo sereno osservatore del corso
degli avvenimenti, che inneggia alla rivoluzione come complemento
necessario, fatale, di una serie di trasformazioni economiche, politiche
e morali; no, egli ha predicato la rivoluzione materiale e immediata: lo
ha fatto a Pedara. Egli a Pedara ripetè i versi popolari:
A rivederci maschere pagate.
A rivederci illustri mangiapani,
_A rivederci sulle barricate!_
Oh! perchè dunque non si processa l'autore di questi versi incendiarî e
si lascia Olindo Guerini ai suoi studî prediletti? perchè non si
processa Giosuè Carducci che versi più pericolosi scrisse prima che
ponesse piede a Palazzo Madama? Perchè non si allontana
dall'insegnamento inteso a formare le madri italiane, Ada Negri, che ha
eccitato alla ribellione contro il mondo borghese, _mondo d'oche e di
serpenti, mondo vigliacco_? perchè non si mandarono e non si mandano in
galera le migliaia d'italiani, che ripeterono e ripetono le fatidiche
parole di Beppe Giusti sull'invocato _Dies irae_?
[CASO STRANO...]
Ma vedi caso strano: dovunque vanno i pericolosi eccitatori, dovunque
esercitano indiscutibile e forte influenza, ivi si conserva la calma e
non viene turbato l'ordine. Dunque eccitarono alla calma! Gli
eccitatori, i sobillatori hanno pronunziato centinaia di discorsi; ma
non si trova da incriminare che quello di Casteltermini, per cui la
Camera di Consiglio del Tribunale penale di Girgenti non trovò luogo a
procedere, e l'altro di Pedara... pei versi dello Stecchetti. E chiunque
ha parlato alle masse, improvvisando, forse anche Rugero Bonghi--non si
dica poi se parla Francesco Crispi--raramente evita gli scatti
improvvisi, le frasi roventi, gli appelli all'azione energica salutare,
necessaria. E l'applauso caloroso, sincero, spontaneo che accoglie le
parole vibrate dell'oratore lo eccitano, lo trascinano irresistibilmente
verso maggiore accentuazione di frasi. Solo i magistrati italiani
ignorano questi elementi notissimi di psicologia popolare e questi
fenomeni di contagio psichico, che talora trascinano i più miti.
Si svolgono numerosi i processi innanzi i Tribunali militari e fra tanti
sobillatori non se ne trovano che due soli socialisti, aderenti o
dirigenti il moto dei _Fasci_: l'avv. Sparti a Misilmeri, che fu
assolto; B. Verro per Lercara, che venne condannato colle prove che
furono esposte nel precedente capitolo.
La connessione diretta tra lo eccitamento dei sobillatori e i moti di
Sicilia si volle maggiormente riconoscere nell'azione di De Felice, e
con una smemorataggine sorprendente si dimenticò che il colpevole nel
periodo più agitato e dei più frequenti tumulti, dal 20 Novembre al 28
Dicembre, non si mosse da Roma.
[I MANIFESTI]
E c'è di più. Il manifesto del Comitato centrale col quale si consiglia
la calma non è atto isolato o semplicemente palese e destinato ad
ingannare le vigili autorità politiche; no, dal processo risulta che
altri manifesti precedettero il primo e nello stesso senso e che le
lettere private sono inspirate agli stessi sensi.
L. Macchi, vice presidente del _Fascio_ di Catania, ritenuto il più
fedele interprete di De Felice, in data del 31 Dicembre, prima della
riunione del Comitato, aveva diramato questa lettera caratteristica:
FASCIO DEI LAVORATORI Catania, 31 dicembre 1893.
CATANIA
_Egregio Compagno,_
L'inaugurazione del _Magazzino Cooperativo della Scuola
Industriale_ è stata rimandata alla seconda domenica di gennaio.
Il presidente mi scrive da Palermo che egli deve fermarsi sino a
tutto il giorno 3 in quella città, in seguito ai deplorevoli e
dolorosi fatti accaduti in diversi Comuni della Sicilia.
Dopo la riunione del Comitato, egli sarà qui e stabiliremo tutto di
accordo con lui.
Colgo quest'occasione, intanto, per pregarvi, anche a suo nome,
avendomene egli dato speciale incarico, di consigliare a tutti la
calma più assoluta.
Come vedete, sono moti dovuti alla fame ed all'influenza dei
partiti locali, non agl'ideali, e il Fascio dei lavoratori di
Catania non può che sconsigliare moti incomposti.
_Compagni,_
Siate calmi! È questo il momento di dimostrare all'Italia che noi
siamo tutt'altro che sobillatori.
Il Vice Presidente
_Luigi Macchi_.
E in una lettera di Cipriani a De Felice si legge: «fa, _come consigli_
nella tua lettera, di evitare scatti inopportuni, le generali
impazienze, le manifestazioni intempestive.»
Come i magistrati, l'avvocato fiscale e il Tribunale militare che
ripetutamente _supposero_ ciò che _aveva dovuto_ scrivere De Felice a
Cipriani, non si accorsero--qui, che la cosa era evidente--che De Felice
aveva _sconsigliato_ quegli avvenimenti di cui si volle renderlo
responsabile?
[IL MANIFESTO DEL 3 GENNAIO]
Da tutto ciò emerge che il manifesto del 3 gennaio nè era un atto
isolato, nè una manifestazione pubblica intesa a mascherare
macchinazioni segrete: il consiglio alla calma rispondeva a tutto il
metodo adottato ed era stato manifestato in pubblico e nelle lettere
intime più efficaci, perchè non si vede in esse alcun _arriere
pensèe_.[73]
[NON SI RAGGIUNSE L'INTENTO]
Per quanto sinceri e ripetuti, questi consigli alla calma e non
all'eccitamento, certo è che essi non raggiunsero l'intento e che furono
accompagnati o seguiti dai noti tumulti. Ma si potrà renderne
responsabili coloro che li biasimarono? Ciò è semplicemente enorme; e si
troverà più enorme il fatto quando si penserà alla minima responsabilità
diretta dei _Fasci_, dimostrata in un precedente capitolo, che fa
supporre dovere essere nulla o incalcolabile quella del _Comitato
centrale_, che poca o nessuna azione esercitava in molti punti e su quei
_Fasci_ nati da recente, male organizzati, acefali o in via di
dissoluzione, che parteciparono ai tumulti.
Fosse pure stata energica ed indiscussa la influenza esercitata dal
_Comitato centrale_ sui _Fasci_ e sulle masse non si può menomamente
renderlo responsabile di ciò che avvenne, perchè è noto che quando
esistono certe condizioni di animo e certe altre cause efficienti le
parole più autorevoli non vengono, non possono venire ascoltate. Chi,
come opportunamente ricordò De Felice, più adorato di Garibaldi dai
suoi volontarî? Eppure egli impone alle sue schiere--e chi scrive
ebbe la fortuna di trovarsi vicino a lui sulla spianata di Aspromonte
e rammenta il tono imperioso e solenne della sua voce--di _non far
fuoco_ nel caso che venissero attaccati dalle truppe del Generale
Pallavicini, e non viene ubbidito. Non poteva esserlo; perchè era umano
che chi aveva il fucile in mano lo adoperasse contro l'aggressore:
l'istinto supremo della propria conservazione lo esigeva o spiegava la
disubbidienza verso l'idolo dei volontari che avevano preso per divisa:
_o Roma o morte_.
Uguale fatalità s'imponeva in Sicilia: i consigli alla calma non furono
ascoltati, perchè date le condizioni delle masse, non potevano esserlo.
C'erano altri e più poderosi agenti di _sobillazione_, che non
permettevano fosse ascoltata la voce dei socialisti coscienti; il grido
degli affamati, degli oppressi, dei malcontenti la copriva.
[I VERI SOBILLATORI]
Quali fossero le cause vere della sobillazione era noto ai magistrati,
all'avvocato fiscale, al Tribunale, al Re, oltre che ai suoi ministri
responsabili.
Il Re, nel ricevere la commissione parlamentare a Capo d'anno, aveva
manifestato il suo dolore per le sofferenze del popolo siciliano
_sobrio, nobile, generoso_ derivanti dalla crisi agraria.... Il
colonnello Pittaluga, un valoroso dei _Mille_, aveva saputo discernere
tra responsabilità politica e responsabilità giuridica dell'on. De
Felice, e aveva saputo additare le cause complesse--precipua quella
economica--«che avevano acuito la sensibilità nervosa del popolo,
rendendolo pronto all'incendio, come il filo elettrico è pronto a
ricevere la scintilla». Gli odî e le ire dei partiti locali erano
comparsi sulla scena in modo ineccepibile nei singoli processi e per
numerose testimonianze nel _processo mostruoso_. La sentenza che chiude
mostruosamente il processo De Felice e C.i riconosce «che le popolazioni
erano incolte, impoverite: i lavoratori rozzi, ignoranti, abbrutiti
dalla miseria.....»; questa stessa sentenza, infine, constata «che le
masse spinte alla guerra civile _non avevano senso politico_, agognavano
il benessere, _tanto vero_ che portavano i ritratti dei sovrani ed erano
tenute allo scuro del fine ultimo dei cospiratori e _non si ebbe un
solo grido, che accennasse ad abbattere i poteri dello stato_».
Dopo queste testimonianze, confessioni e constatazioni, con quale
logica, con quale lealtà, con quale senso di giustizia si fece risalire
la responsabilità dei moti _apolitici_, ad una organizzazione e ad un
Comitato essenzialmente politico, la cui azione non fu dimostrata in
verun dei singoli fatti dolorosi, che funestarono la Sicilia?
[LOGICA OTTENTOTTA]
Eppure si condannano gli accusati! E il Tribunale di guerra condanna
tagliando colla spada tutte le più gravi quistioni giuridiche,
respingendo tutte le pregiudiziali sollevate, quantunque convinto che
solo _alcune_ di esse non avevano fondamento. Dunque lo avevano le
altre? E il Tribunale di guerra condanna colla logica ottentotta che si
può riconoscere in questo brano della sentenza: De Felice e C.i volevano
avvalersi del disagio economico, delle cattive amministrazioni locali,
dell'istintivo odio dei lavoratori contro i proprietari; e la loro
intenzione si argomenta dalla costituzione dei _Fasci_!
E difatti, che bisogno avevasi di costituire i _Fasci_ «quando avrebbero
potuto servirsi, pel vantaggio dei lavoratori, delle società operaie
esistenti?» Sono parole testuali della sentenza! E il Tribunale di
guerra condanna avvolgendosi in una serie inestricabile di
contraddizioni giuridiche e di violazioni della legge e sostituendo alle
prove le supposizioni e le gratuite asserzioni; affermando _pienamente
constatate tutte le accuse_, ritenendo che i capi dei fasci erano
facinorosi disposti a tutto, creando di sana pianta un _Comitato
esecutivo dei Fasci_ quale emanazione diretta dal Comitato centrale,
stabilendo che _programma_ dei _Fasci_ era la rivolta e la guerra
civile, e che c'era l'ordine _diretto_ del Comitato centrale di far
sollevare in maggio le masse preparate e pronte!
[L'ORDINE DI CONDANNARE]
Questa sentenza è al disotto di ogni discussione e disonorerebbe
qualunque magistrato, anche dei peggiori tempi della servitù: il
Tribunale militare potè emetterla, perchè la disciplina nell'esercito
sostituisce tutto: prove, ragionamenti, giustizia; e il Tribunale
dovette ricevere l'ordine di condannare. Dovette essere ben grande
l'amarezza di G. De Felice nel sentirsi condannare da un Tribunale
militare _italiano_, quando era stato assolto il suo antenato, che
portava il suo stesso nome, dal Tribunale statario _borbonico_ sedente
in Siracusa nel 1837 e sotto il regime dello Stato di assedio! Ma allora
in Sicilia comandava Del Carretto: oggi in Italia governa Francesco
Crispi.....[74]
[LA VERA COLPEVOLE]
Questa sentenza che chiude il processo mostruoso è tale che la Suprema
Corte di Cassazione non sapendo, non volendo o non potendo riformarla ed
annullarla l'addita all'amnistia. La quale non potrebbe e non dovrebbe
farsi attendere, non già nell'interesse dei condannati, ma in quello dei
giudici, delle istituzioni e della società borghese. È la borghesia la
vera colpevole di questo processo ed a suo beneficio l'amnistia dovrebbe
venire.
E infatti questo Tribunale militare, secondo la profonda osservazione
di Barbato _doveva lealmente_ condannare per dare il suo contributo a
ciò che crede sacro e immortale, e che pur si sfascia e muore.
È questo organismo in isfacelo, che per istinto di conservazione attacca
e condanna l'idea avversaria in tutti i suoi gradi di esplicazione, in
tutte le forme sotto le quali si manifesta, particolari e generali,
teoriche e pratiche. Si vuol colpire l'idea nemica, infatti, e nella
esplicazione generica dello affratellamento dei sodalizî dei lavoratori
e nel patto di Corleone; si vuol colpire l'idea giudicando criminoso il
programma dei _Fasci_ e l'arma dello sciopero, che esso ingenuamente
credette legittima; e che tutto ciò si abbia voluto colpire lo dice la
sentenza, la quale si scandalizza che nei discorsi degli accusati «si
spiegavano le teorie del socialismo e si propugnava l'emancipazione
morale e materiale dei lavoratori».
[NON IL CRIMINE MA IL PENSIERO]
Di questa confessione bisogna lodare i giudici, che si ricordarono di
essere militari e vollero chiarirsi leali facendo conoscere almeno le
loro intenzioni ed avvisando gl'italiani contristati che nel _processo
mostruoso_ non si ricercarono e si condannarono i fatti costituenti il
crimine, ma il pensiero, le idee, le tendenze nuove in nome e in difesa
del presente, che passa e lotta contro il futuro, che irresistibilmente
diviene.
La tristezza dell'animo in chi si fa a riandare le vicende e l'esito del
processo mostruoso non viene temperata che dalle letture delle
dichiarazioni e delle autodifese degli accusati, che seppero elevarsi
nelle sfere serene della filosofia della storia: che ammoniscono i
giudici sulla fatalità degli avvenimenti; che infusero in tutti la
coscienza di un avvenire migliore per equa distribuzione di ricchezze;
che seppero rendere simpatica la propria causa anche a coloro, che da
principio più fieramente l'avversavano. Ed è meraviglioso, a questo
proposito, che seppe farsi ascoltare con benevolenza il Gulì, che fece
la difesa dell'ideale anarchico nel momento in cui l'anarchia era più
odiosa ed odiata.
[L'IMPRESSIONE DELLA SENTENZA]
Le conseguenze immediate della sentenza avrebbero dovuto fare ravvedere
qualunque governo meno cieco e meno votato alla reazione che non sia il
_libero_ governo costituzionale d'Italia. In Palermo dove l'ambiente era
dapprima più avverso agli accusati la impressione fu profonda e
generale.
Tutte le forze militari disponibili furono spiegate per mantenere in
freno la popolazione fremente; fu vietato l'accesso al pubblico nella
sala del Tribunale, e i condannati sotto scorta numerosa furono fatti
uscire da una porta ignorata, dalla quale uscirono pure i giudici per
sottrarsi ad inevitabili e gravi manifestazioni di biasimo. Questi
giudici, che furtivamente si allontanano dal Tribunale, non si direbbe
che si sentono rei? Il colonnello Giussani divenuto inviso, fu
ripetutamente fischiato, e lo si allontanò per un po' da Palermo.
La polizia impose che si tenessero aperti i negozî che si sapeva si
sarebbero chiusi in segno di protesta; ma l'Università venne chiusa;
alle grandi prigioni avvennero dimostrazioni notturne, e canto di inni
ch'erano un saluto ai prigioneri che ascoltavano; in teatro si va coi
garofani rossi all'occhiello e si fa dal pubblico una di quelle mute
proteste, che solo Palermo sa fare, uscendo in massa ad un dato
segnale.
[AURELIO DRAGO]
E il pensiero e il sentimento della gioventù si riassume nel simpatico
episodio del baldo e intelligente Aurelio Drago, che fu condannato dal
Tribunale di guerra a sei mesi di carcere, perchè il giorno della
sentenza, si fece innanzi alla truppa mentre passavano i condannati, ed
impose all'ufficiale: _Scopritevi! oggi è giorno di lutto per la
libertà!_