«4. Non più tardi del maggio 1894 la Francia simulerà un passaggio

delle Alpi per invadere il Piemonte, nel mentre che la Sicilia farà

l'insurrezione socialista, protetta al di fuori dalla Francia, la

cui flotta terrebbe a bada quella italiana e quella inglese, ecc.;

«5. Per aver vivo lo spirito di ribellione in Sicilia si forzeranno

i soci dei fasci allo sciopero, permodochè esasperati dalla

miseria, l'impeto della rivolta sia indomabile;

«6. I Fasci di Sicilia attendono due navi di fucili a retro-carica,

munizioni e bombe cariche di dinamite;

«7. Si tenterà ancora la rivoluzione dei fasci e di altri sodalizi

sovversivi delle altre regioni d'Italia, e quando il governo

cercherà di riparare per la Sicilia, la Francia tenterebbe una

spedizione per invadere Roma;

«8. Tutto avrà luogo con rapidità fulminea, che in ciò le potenze

nemiche posano la maggior fiducia per completamente riuscire.

«9. Si fa assegnamento sulla non intera compattezza dell'esercito

italiano, tanto più che la bassa forza ritiensi voglia partecipare

nelle aspirazioni comuni ed unisone alla redenzione del proletario

(!);

«10. Il Consiglio generale di tale congiura è composto di varii

deputati siciliani, fra i quali Colajanni, De Felice Giuffrida ed

un Granduca (?);

«11. Per ora si è concertato un moto rivoluzionario da verificarsi,

o nell'atto in cui venissero sciolti i fasci, o nel prossimo

inverno, perchè i socii del fascio potessero avere agio di

approfittare coi saccheggi, e così poter campare fino all'epoca in

cui insorgesse con la Sicilia il resto dell'Italia. Tale rivolta

che precorrerebbe la generale, si limiterebbe alla sola provincia

di Palermo, essendo questa ben preparata con armi in parti

nostrane, in parte a retro-carica e a Wetterly, e già i soci del

fascio attendono in segreto alla formazione delle cartucce;

«12. Si è stabilito che la corrispondenza dei cospiratori di tutti

i fasci, venga affidata ad appositi pedoni espressamente scelti fra

i più scaltri e fidi gregari, escluso il mezzo postale ed il

telegrafo, con eccezione di quest'ultimo nei casi impellenti, ma

con la preintelligenza fra i corrispondenti di specificare

l'opposto di quello che si dovrebbe manifestare.

[CERTEZZA ... METAFISICA]

Questo rapporto è un brano di romanzo di Ponson du Terrail? è una farsa?

è una realtà terribile e dolorosa? La ritenne cosa comica il

sottoprefetto di Corleone, che non volle mandarla all'on. Giolitti come

desiderava l'autore; e cosa lontanissima dalla serietà la ritenne

l'avvocato fiscale Viesti in una interruzione fatta durante la mia

deposizione. _Altri_ invece, vi prestò piena fede; e il suo autore

quando il 21 aprile fu richiesto in Tribunale se era sicuro che ciò che

aveva scritto corrispondesse al vero, rispose: _ne ho la certezza

metafisica_! E a domanda analoga aggiunge imperterrito: il _trattato

rivoluzionario fu sottoscritto in ottobre 1893_.

Ebbene: Prefetti, Sotto-prefetti, Questori, Ispettori, Delegati,

Carabinieri--che tanto gravi accuse lanciarono--d'onde e come ne

acquistarono la _certezza_ più meno _metafisica_?

[LA SORGENTE DELLE NOTIZIE]

La grande sorgente delle notizie è la vaga ed indeterminata _voce

pubblica_; le esatte e _metafisiche_ informazioni vengono da misteriosi

quanto comodi _confidenti_. Qualche volta si tentò determinare meglio

chi fosse la _voce pubblica_; e il tentativo non poteva riuscire più

infelice pei suoi portavoce.

Viene un ricco proprietario di Palermo, il Barone Valdaura, chiamato

dall'accusa e dichiara di saper nulla di nulla, meravigliandosi di

vedersi citato. Un delegato Zummo riassume la _voce pubblica_ di Piana

dei Greci nel D. Carnesi, ma questi quantunque nemico personale di

Barbato, interrogato, risponde che nulla disse mai _direttamente_ al

Delegato, che avrà saputo qualche cosa dai discorsi che correvano.

La _voce pubblica_ afferma che Petrina in un dato giorno si trovava in

Palermo a cospirare col Comitato dei _Fasci_, ma il signor Restivo viene

a deporre, che proprio in quel giorno il Petrina stava nel suo ufficio

di _Procuratore del Re_ in Messina, per cose che interessavano la

giustizia, e si può non credere ora alla ubiquità di Sant'Antonio? Nè

sono le sole autorità governative a trincerarsi dietro la inviolabilità

del segreto di ufficio; l'espediente per fare accettare come oro di

coppella le proprie invenzioni è comodissimo e vi ricorrono anche i

privati. Migliore, sindaco di Belmonte Mezzagno, ne dice tante e così

grosse a carico degli imputati, negandosi a fare i nomi dei _confidenti_

dai quali le aveva apprese, che il Tribunale si vede costretto per

salvare la decenza, ad incriminarlo. Un Vernaci di Parco assicura in

nome della _voce pubblica_ che il _Fascio_ locale aspettava

comunicazioni per discendere armato a Palermo; ma incalzato dalla difesa

a dare migliori prove dell'asserto conclude: _Ma..... non so..... l'ho

inteso a dire..... Però non mi risulta affatto....._

[BEL MODO DI MANDARE IN GALERA I GALANTUOMINI]

«Bel modo di mandare in galera i galantuomini!» esclama dalla gabbia il

povero Nicola Petrina fremendo al pensiero che nella terza Italia si

fosse tornati ai tempi della onnipotenza delle delazioni segrete.

Se la _voce pubblica_ e i _confidenti_--risulta dal dibattimento--non

sono che la espressione genuina della menzogna viene invece dimostrato a

luce meridiana la provocazione poliziesca, la corruzione e la falsità di

molti e gravi testimoni dell'accusa.

Premetto che tali arti nefande dei peggiori tempi del dispotismo non

furono messe in opera soltanto nel processo De Felice. Un delegato di

Pubblica sicurezza si traveste da detenuto per carpire rivelazioni a

Molinari in carcere.

Un Macciscali, nel processo pei tumulti di Salemi, fu corrotto con

promesse di denaro e d'impunità per fare false testimonianze. Parecchi

testimoni risultarono mendaci e reticenti nel processo pei fatti di

Valguarnera e furono corrotti per fare condannare i cittadini egregi,

che militavano nella opposizione municipale.

Ma tutto ciò che negli altri processi fu incidente, nel _processo

mostruoso_ divenne sistema. E il punto di partenza del medesimo è

tipico: il Questore Lucchese chiama Bosco nel suo gabinetto e gli dice:

_ma non sentite dolore di tanti eccidî? Se ne sentite affrettate la

convocazione del Comitato Centrale dei_ FASCI, _riunitevi, portate una

parola di calma!_

Bosco, l'ingenuo! si commove e affretta la riunione, quantunque un

telegramma del corrispondente del _Siciliano_ da Roma, avvisasse dei

pericoli; e il Comitato mandò quella sola parola di calma che poteva

mandare.

[UNA RIUNIONE DESIDERATA DAL QUESTORE]

Ebbene nella riunione affrettata, _voluta_ e _consigliata_ dal questore

di Palermo, si trova uno degli indizî più forti delle intenzioni

criminose degli imputati! Nè si dica che il crimine fu trovato nelle

parole del manifesto.

No! Lo esclude la magistratura, che mandò assolti Leone e De Luca, che

lo avevano sottoscritto.

[LE CREAZIONI DELLA POLIZIA]

Passo sopra alle dinamite, col _bollo anarchico_ e di provenienza

_costituzionale_, che la questura scovò a Catania[71] e vengo alla

_creazione_ di lettere e di telegrammi che dovevano, nella intenzione

degli autori, nuocere agli imputati. A carico di De Luca, e dopo la sua

liberazione, si _creano_ lettere di indubitabile altissima origine

portanti la intestazione: _Comitato rivoluzionario_ e firmate _tout

bonnement_: «Francesco De Luca». Ma il tranello è così volgare ed

evidente che il De Luca dopo essere stato arrestato per la seconda

volta, col lusso di un Maggiore dei Carabinieri mandato a posta da

Palermo a Girgenti, viene subito rimesso in libertà.

La lettera di presentazione al direttore del _Vero Guelfo_ di Napoli non

fu ritenuta sufficiente a provare l'alleanza dei socialisti coi

clericali; allora si crea una lettera dei clericali.... di Venezia, che

la dirigono a De Felice in... carcere e nella quale il tema discusso è

la rivoluzione; e di rivoluzione e di _sbarchi_ parla un telegramma

anonimo da Palermo inviato all'on. Cavallotti e che l'occhio vigile del

Generale Morra di Lavriano lascia allegramente passare mentre sequestra

il discorso del Procuratore generale e i telegrammi commerciali con

linguaggio convenzionale.

Di testimoni mendaci, reticenti, interessati a mentire a danno degli

imputati si sa qualche cosa; di più se ne saprà del caso della

Baronessa di Valguarnera, che a dire il falso se non fu indotta dalle

promesse del delegato Munizio, vi fu certo dalla speranza di salvare

dalla prigione il marito fratello al Cottonaro. Il Polizzi, della stessa

Valguarnera, narra una circostanza a carico di De Felice in quattro modi

diversi e _non sa dire mai la verità, neppure per isbaglio!_ come disse

il Presidente del Tribunale di Guerra.

[PICO E LAGANÀ]

E vengo alla storia edificante di Pico e di Laganà.

Pico è un disgraziato studente di Francofonte. Lo arrestano, lo

intimidiscono, lo seducono promettendogli la libertà immediata se si fa

accusatore dei suoi amici. Pico, come suggestionato, cede e la sua

deposizione diviene il perno dell'accusa. È Pico che scrive a suo

padre, _mentre era trattenuto in questura_: «Ho conferito col signor

Questore; _è una persona oltremodo cortese e gentile. Egli mi ha

promesso che domani verso le 10 probabilmente sarò fuori e in libertà.

Intanto ha fatto sì che io sia trattato bene_, ecc., ecc.»

Le _promesse_ sono invenzioni di Pico, anche colla buona intenzione di

tranquillare la famiglia? No; esse portano il bollo morale della

questura: Lucchese confessò innanzi al Tribunale, che lesse la cartolina

prima di spedirla. E Pico, contro i regolamenti, in prigione viene

chiamato col falso nome di Araldi. Ma Pico si ravvede, si pente

dell'infamia commessa resta in prigione e si guadagna una condanna, che

può valere a riabilitarlo.

Giorgio Laganà, è un povero sarto di Napoli, pochi giorni prima della

proclamazione dello stato di assedio va a Palermo a nome degli amici del

Continente per mettersi di accordo coi siciliani per la rivoluzione. Non

c'erano accordi di sorta alcuna da prendere e tornato a Napoli, dopo

l'arresto di De Felice e Compagni, viene ghermito della polizia, che lo

induce a nuove delazioni contro il Comitato centrale dei _Fasci_. E

Laganà accetta; e Laganà piangendo fa la storia della propria delazione

innanzi al Tribunale di Napoli il 12 marzo 1894: «i delegati, che lo

arrestarono, egli narra, mentre aveva _fame e freddo_ lo rifocillarono,

lo sedussero promisero e dettero soccorsi alle sue figliuole, che

avevano più _fame_ di lui!» E basta con queste menzogne, con queste

insinuazioni, con questo fango...

La sorgente delle accuse contro gl'imputati del processo mostruoso era

impura; ma i rivoli che furono raccolti nell'atto di accusa della

Camera di Consiglio del Tribunale penale di Palermo prima e poscia nella

requisitoria dell'avvocato Fiscale presso il Tribunale militare--che ne

fu la copia, giacchè l'avvocato Fiscale dichiarò che non avrebbe tenuto

conto delle risultanze del dibattimento orale bastandogli il processo

scritto.--vennero maggiormente intorbidati e inquinati da uno spirito

più che farisaico, loiolesco.

[TUTTO, PURCHÈ CONTRO GLI IMPUTATI]

L'on. De Felice, forse per sentimento cavalleresco o per abilità,

attribuì all'atto di accusa e alla requisitoria, che ne fu la parafrasi,

dei meriti che non ha; può essere un laberinto all'interno, come egli la

qualificò, ma non è certo un magnifico edificio all'esterno. L'una e

l'altra, e con esse la sentenza furono vuote, fiacche, sconnesse. La

logica adoperata avrà potuto essere efficace per convincere i militari,

che nè la logica nè il diritto hanno studiato; avrebbe fatto sorridere

qualunque giurista, qualunque pensatore uso a ragionare sui dati di

fatto e ad indurre dai medesimi. Con sì strana logica si generalizza da

un singolo caso, si esagerano i fatti reali, degli stessi fatti reali si

sconvolge l'ordine di successione, si stacca una frase da un discorso e

da una lettera alterandone, mutandone il significato, si induce da una

ipotesi, si asserisce gratuitamente, si mutila, si contorce, si adultera

ogni pensiero e s'interpreta capricciosamente ogni fatto purchè si possa

rivolgere contro gl'imputati.

Per esempio, il solo Cassisa scrive a Montalto chiamando il duca degli

Abbruzzi un _farabutto savojardo_? E nell'ordinanza si afferma che _non

ci fu mai_ inaugurazione di _Fasci_ senza un discorso violento contro i

farabutti di Casa Savoia. Nella sola Valguarnera vi furono rapine? Le

rapine, per aggravare le tinte, si dicono avvenute dovunque ci furono

tumulti.

A Gibellina si uccide il pretore, a Pietraperzia si devasta? Si

dimentica di ricordare che l'uccisione e la devastazione _seguono_ al

massacro dei contadini e che rappresentano, perciò, la esplosione di una

indignazione se non giusta, certo spiegabile.

Si trova uno scritto di De Felice in cui si parla di regicidio? Si tace

di tutto il resto dello scritto, ch'erano gli appunti per un discorso

sulla rivoluzione francese, e si afferma che il deputato di Catania

professa ed approva il regicidio. E questa abile ma disonesta tattica si

eleva a sistema, presentando, tra le migliaia di lettere sequestrate

agli imputati, solo quelle, che potevano loro riuscire nocive e

sopprimendo le altre che avrebbero potuto costituire la loro difesa.

Ancora. I socialisti si riuniscono a banchetto all'Acquasanta, e la

polizia illegittimamente vuole intervenirvi provocando.

Petrina, ironicamente, parla da commendatore alla Tanlongo in senso

monarchico; e la polizia induce che se mutossi discorso è segno che il

soggetto della discussione precedente era criminoso. Cipriani risponde a

De Felice questo e quest'altro? e il pubblico accusatore induce che De

Felice _avrà dovuto_ scrivergli in questo o quell'altro senso.

[ASSERZIONI E DEDUZIONI GRATUITE]

Le gratuite asserzioni poi abbondano. Si afferma, senza un solo minimo

elemento di dimostrazione, che nel Comitato interprovinciale dei Fasci

c'era un misterioso sotto-comitato di azione, più misterioso del

Consiglio dei Dieci. Il popolo grida: _Viva il Re! Abbasso le tasse!_ e

il pubblico accusatore asserisce che quei gridi erano una lustra, e che

in fondo si voleva e si preparava una rivoluzione politica generale. E

così di seguito.

[UNA CIRCOSTANZA CAPITALE]

L'ordinanza, la requisitoria, la sentenza talora si contraddicono, e

che, nell'insieme, l'orditura dell'accusa sia stata sfasciata, distrutta

vittoriosamente dal dibattimento pubblico, risulta all'evidenza da

questa circostanza capitale: l'avvocato fiscale sentì il bisogno di

dichiarare che non intendeva avvalersi delle risultanze del dibattimento

e che gli bastavano quelle del processo scritto. È enorme, ma...

naturale! Il processo scritto gli _bastava_, perchè il processo orale

aveva annientato il primo; ma al processo orale, abbandonati i metodi da

Sant'Uffizio, si accorda oggi la preminenza per unanime consenso dei

giuristi, non escluso Francesco Crispi, e col processo orale, l'on. De

Felice con logica stringentissima fece l'auto-demolizione dell'accusa.

La demolizione già apparve evidente assai prima che il dibattimento

fosse terminato; e quindi l'avvocato fiscale Soddu-Millo, forse convinto

di non potere sostenere l'accusa e non essendogli lasciata la libertà di

ritirarla--così è lecito supporre--a mezzo processo, aiutato da un lieve

incomodo, si dette per ammalato e si fece sostenere dal Cireneo...

Viesti. Onde il De Felice, con ammirabile ironia, «manda un saluto al

Cav. Soddu-Millo, _che ebbe la rara fortuna di ammalarsi in tempo_!...»

La inconsistenza e la irragionevolezza della ordinanza, della

requisitoria e della sentenza risultano meglio collo esame critico delle

principali accuse, cui furono fatti segno i _Fasci_ e il Comitato

Centrale.

[L'AVV. FISCALE E LE CALUNNIE DELLA POLIZIA]

L'avvocato fiscale facendo sue le calunnie della polizia volle

disonorare la massa dei _Fasci_ mettendo in luce la preponderanza

numerica, che vi avevano i delinquenti. Non accettò la proporzione del

Commendatore Lucchese, che poteva essere denunziata soltanto da un

ignorante qual'è il questore di Palermo; ma fece della statistica

giudiziaria e portò i delinquenti dei sodalizî odiati a 1645.

Il De Felice abilmente accettò la cifra, la mise in rapporto con l'altra

ammessa dall'accusa del numero dei socî dei _Fasci_, e facendo le

proporzioni coi _deplorati_ della Camera dei Deputati, indusse che tra i

lavoratori la moralità era quindici volte maggiore, che tra i deputati.

E il confronto sarebbe riuscito più concludente in favore dei _Fasci_ se

posto tra questi e i commendatori e cavalieri del regno d'Italia; con

questa differenza che i delinquenti operai per piccoli reati vanno in

galera; i commendatori delinquenti vanno fino in Senato.

L'esame delle statistiche giudiziarie, del resto, che ho intrapreso per

alcune località della Sicilia, quando seppi delle stolte asserzioni del

Prefetto De Rosa, mi convinsero che durante il 1893 nelle provincie dove

erano numerosi i _Fasci_, o non vi fu aumento della criminalità o non

superò quello del resto d'Italia, dovuto alle generali cause sociali.

A Corleone, poi, secondo l'avv. Riolo, la costituzione del _Fascio_ fece

diminuire la delinquenza; e così avvenne in altri luoghi.

Da questa accusa generica e che riguardava la collettività passiamo a

quella speciale, che si fece pesare sui membri del Comitato Centrale:

l'accusa di _alto tradimento_ fondata sull'oro straniero--leggi,

_francese_--e sulla cessione di una parte del territorio a ipotetici

futuri nemici del regno.

[L'ORO STRANIERO]

Si rise della cessione di un porto della Sicilia alla Russia, stipulata

nel trattato di... Bisacquino; e della cessione della Sicilia...

all'Inghilterra; ma l'Italia tutta si indignò contro il Deputato di

Catania e i suoi complici, che si erano lasciati corrompere dall'_oro

straniero_. Questa calunnia fa capolino in numerosi rapporti della

polizia e nelle testimonianze dei più alti accusatori.

Il Prefetto De Rosa, accettando per Vangelo le sciocchezze dei

carabinieri di Acquaviva, fa dire a Bosco che denari non ne mancavano,

perchè ne venivano dalla Francia, dalla Germania, ecc. Si afferma che

Bosco e De Felice lasciarono somme a Balestrate e a Monreale; che una

amica di Barbato, aveva accennato a soccorsi francesi; che fossero stati

pagati i viaggi di Cottonaro da Valguarnera... Al questore Lucchese

risulta che i fondi vengono dall'estero, specialmente dal partito

socialista germanico; all'ispettore Marzullo consta che i membri del

Comitato erano sovvenuti _largamente_ da mano ignota. Di grosse somme

venute dall'estero parla l'ispettore Gallegra; e supera tutti

l'ispettore Castellini, che precisa che il denaro col quale Bosco,

Barbato e C.i se la scialavano in _pranzi e bagordi_ veniva dalle 32000

lire che De Felice portò dal suo convegno col Cipriani a Marsiglia.

[GLI ACCUSATI SONO NELLA MISERIA]

Che cosa rimase di tali turpissime accuse? Nulla: documenti e

testimonianze irrefragabili distrussero la indegna calunnia. Comincio

dai piccoli. Consta a me che Cottonaro da Valguarnera era tanto fornito

di mezzi, che viaggiava a piedi e mangiava per carità altrui.

Il lusso di Bosco fece ridere tutta Palermo. Lo stesso Bosco in data 11

novembre 1893 scrive a Montalto in Trapani: «Di _mezzi_ noi ne abbiamo

_meno di te_; perchè, eccettuato Baucina che paga _solamente_ le

passività del giornale, tutti gli altri sono socialisti da burla. Il

solo Tasca diede 500 lire per la cassa centrale e 100 per gli arrestati.

La cassa centrale serve per le spese di posta e di telegrammi, non

indifferenti dati i momenti che attraversiamo.»

Egli vendette alcuni vestiti per potere scappare!

Quanti ne avesse il Montalto si rileva da sue lettere da Palermo a

Curatolo. Il 27 maggio 1893 gli scrive:

«Andrò al Congresso di Reggio Emilia _ricorrendo per denaro agli amici_,

naturalmente a titolo di prestito.»

E in data del 25 gli aveva scritto: «... le cambiali fatte per sostenere

il giornale _Il Mare_ scadono e _non so come far fronte_....»

Ci saranno almeno le 32000 lire date da Cipriani a De Felice. Sì!

Cipriani ne aveva tanti quattrini da dare agli altri, che ne chiede a

Bensi, il quale gli manda lire 60, sequestrate dalla polizia; ne aveva

tanti che domanda _cento_ lire a De Felice.... per venire in Sicilia!

Della calunnia non rimane traccia alcuna; rimane invece assodata questa

dolorosa verità: gli accusati sono nella miseria e nella più squallida

miseria rimasero le loro famiglie. La calunnia era tanto ignobile, che

quando Bosco, accompagnato da un suo amico va a protestare presso il

Questore Lucchese contro la voce dell'_oro straniero_, specialmente

_francese_, che gli agenti spargevano e che la stampa raccoglieva, il

questore ipocrita lo rassicura. L'accusa infine, era tanto falsa, che

l'Avvocato fiscale nella sua requisitoria la ritirò, per non coprire di

ridicolo sè stesso. Ma la calunnia aveva circolato liberamente per sei

lunghi mesi ed aveva fatto la sua opera!

[LA COSPIRAZIONE]

Se l'accusa battè in ritirata su questo punto, insistette maggiormente

nella imputazione di cospirazione politica per alcuni e di eccitamento

alla guerra civile per tutti; precisamente i reati pei quali furono

condannati i socialisti del processo mostruoso.

Furono condannati sì; ma contro ogni norma di diritto e contro tutte le

risultanze di fatto.[72]

Anzitutto perchè ci sia la cospirazione, secondo il Codice penale,

occorre il concerto stabilito e conchiuso, l'unicità dello scopo, la

risoluzione di agire al fine di far sorgere in armi gli abitanti contro

i poteri dello Stato e i mezzi idonei per raggiungere lo scopo. Tutto

ciò, naturalmente, viene ammesso dall'ordinanza, dalla requisitoria

della sentenza.

Esistevano, risultarono del processo questi estremi, che costituiscono

la cospirazione? No!

L'esame dei documenti, che l'accusa ritenne decisamente compromettenti,

esclude il _concerto stabilito e conchiuso_; e questi documenti vengono

rappresentati dalle lettere di Cipriani e di De Felice e dal famoso

cifrario.

Cipriani scrive a De Felice: «Se mai _farai o tenterai_ qualche cosa,

spero penserai a me.» Avrebbe potuto scrivere ciò se fosse stato a parte

di una cospirazione e se cospirazione vi fosse stata?

Cipriani continua: «_Dimmi qualche cosa._» Dunque egli non sa nulla!

Cipriani gli annunzia «che sta _sulle spine e che ha bisogno più di

frenare se stesso_, anzichè di frenare gli altri.» Non è evidente che De

Felice lo aveva pregato di _frenare_ gli altri?

C'è di più. Cipriani domanda a De Felice: «_Perchè non scrivi?_ Eppure

se _i giornali non mentiscono_ vi sarebbe di che.» Non prova questo che

il più temuto fautore della cospirazione apprende le notizie dai

giornali piuttosto che dal complice?

La premura, la diligenza di un altro complice, viene luminosamente

dimostrata da questo altro brano di una lettera dello stesso Cipriani a

De Felice:

«Scrissi a Bosco e non si è _neanche degnato di rispondermi_. Poverino!»

E questa lettera porta la data del 1º gennaio, cioè della vigilia della

rivoluzione!

[ACCORDO SINGOLARISSIMO]

Quando si pensa alla importanza assegnata dal processo al Cipriani non

si può fare a meno di sorridere pensando all'accordo singolarissimo, che

esisteva tra questi non meno singolari cospiratori! Quanto poi i tumulti

di Sicilia fossero la conseguenza della coordinata direzione dei

cospiratori con non minore evidenza emerge da ciò che il De Felice

scrive a una sua amica:

«_Giungono notizie di gravi disordini dalla provincia._» Dunque quei

disordini erano per lui cosa nuova; e lo erano ancora il 1º gennaio,

quando gliene scrive, provando che non erano stati da lui preparati.

Questo il contenuto dei più terribili documenti dell'accusa: si pensi

cosa erano gli altri!

[IL CIFRARIO DI DE FELICE]

Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause · 第 24 / 35 段