Innanzi al Tribunale di guerra la causa si trattò il giorno 20 marzo con

un personale tutto diverso, a cui, affermavasi da tutti, era stata

imposta la sentenza; e Vincenzo Curatolo, infatti, non ostante le

risultanze del processo, nell'assenza di alcun documento che lo

accusasse e sulla base della sola testimonianza di un confidente di

questura che disse averlo visto in Paceco--il grande delitto!--il giorno

3 Gennaio, venne condannato a sette anni di reclusione!

La enormità e la iniquità di questo processo e di questa sentenza

risultano a luce meridiana dai considerandi della sentenza stessa e dal

rapporto dell'Ispettore di P. S. Rinaldi, che dopo averlo arrestato per

una bizza personale, lo denunziò al magistrato--e volle egli stesso

rilevare che denunziava _lui_ solo--come responsabile dei reati previsti

dall'art. 120 e 252 del Codice penale.

Il rapporto del 7 Gennaio al Giudice Istruttore del Tribunale Penale fa

colpa al Curatolo di essersi _sdegnosamente rifiutato d'intervenire_

nell'ufficio dell'Ispettore: e di avere inneggiato al socialismo mentre,

arrestato, veniva condotto in caserma; di aver _sempre di nascosto_

diretto il movimento; di essere uno dei capi agitatori. Il rapporto non

nega che il Curatolo avesse consigliato pubblicamente la calma: ma

soggiunse «_il suo breve discorso fatto con molta arte, nel mentre non

meritava interruzioni da parte dell'autorità di P. S._, dall'altra

eccitava vieppiù gli operai verso le classi più abbienti».

[LE ACCUSE DELLA POLIZIA]

Venne forse l'ordine di arresto da Palermo dove nelle perquisizioni ai

membri del Comitato Centrale dei _Fasci_ si erano per avventura trovati

documenti compromettenti pel Curatolo? Niente affatto. È l'Ispettore

Rinaldi che ci dà il testo di questo eloquente telegramma del Questore

di Palermo: «Prego disporre accurata perquisizione nel domicilio del

nominato Vincenzo Curatolo farmacista, costà in via Cortina, noto

socialista E DISPORNE ARRESTO SECONDO RISULTANZE PERQUISIZIONE.» Dunque

a Palermo non c'erano motivi di veruna sorta--non ne trovò il sig.

questore Lucchese!--per il suo arresto.

Ma le risultanze della perquisizione, alle quali il questore Lucchese

subordinava l'arresto, furono tali da far mantenere l'arresto già

avvenuto? Meno che mai!

Narra il suddetto ispettore: «Furono sequestrate _più_ (?) carte di

NESSUNA IMPORTANZA». Fra le _più_ carte di _nessuna importanza_ ce

n'erano di quelle importanti? Manco per sogno; ma il signor Rinaldi

spiega la mancanza di documenti compromettenti _supponendo_ che

gl'interessati li abbiano messi in salvo; e questa _supposizione_,--che

farebbe onore a Torquemada--lo autorizza a questa splendida illazione:

«_Tale sottrazione di documenti_ ad esuberanza prova, che negli stessi

dovevano contenersi le disposizioni per _una generale insurrezione_,

nonchè _gli ordini impartiti_ ai varî _Fasci_ per incominciare il

movimento».

Del resto si poteva procedere senza cerimonie all'arresto perchè, dice

l'Ispettore, «si _assicurava_ che essendo il Curatolo consigliere

Provinciale di Paceco, ed _anima_ di quel _Fascio_, gli abitanti di

quel paese _aspettavano_ da lui il segnale per scendere armati in città

ed incominciare il saccheggio. Tale gravissimo fatto risultava non solo

dalle riferenze d'ufficio, ma _benanche da discorsi di cittadini onesti

e stimati nel pubblico_.»

[UNA PROVA... SCHIACCIANTE!]

Orbene non un solo di questi cittadini onesti e stimati andò a

testimoniare contro il Curatolo... invece sindaco, deputati provinciali,

assessori, consiglieri provinciali e comunali, molti altri eminenti

cittadini quasi tutti avversari politici affermarono esplicitamente la

legalità della sua condotta e l'opera sua eminentemente pacificatrice

nei momenti del pericolo. Non monta: «la PROVA PIÙ SCHIACCIANTE contro

il Curatolo», conchiude l'Ispettore Rinaldi, l'abbiamo nel fatto che «in

Trapani avemmo due sere di disordini; arrestato il Curatolo, senza

bisogno di altri mezzi, _la calma rientrò in Città_.»

Questo perfezionato allievo di Lojola diceva il vero, ma dimenticava una

sola cosa: Curatolo venne arrestato dopo la proclamazione dello stato di

assedio, quando dappertutto _la calma rientrò_ senza arrestare le _anime

dei Fasci_ e solo perchè gl'ingenui contadini si convinsero, con

quell'atto, che il governo riprovava le agitazioni e non le vedeva di

buon occhio, come era generale credenza in seguito alla condotta tenuta

dal Consigliere della Prefettura di Palermo mandato a Partinico.

In qualunque altro paese civile e libero il rapporto-denunzia

dell'Ispettore Rinaldi sarebbe stato bastevole per lo meno a farlo

destituire; in Italia valse ad indurre il Tribunale di guerra di

Trapani, presieduto da un Barbieri, a far condannare il Curatolo.

[LA SENTENZA]

La sentenza non è che la parafrasi pura e semplice del rapporto; i suoi

considerandi non sono, che supposizioni e insinuazioni. In quanto a

_fatti_ concreti così si esprime: «Che mente direttiva della

organizzazione dei _Fasci_ e di siffatti propositi»--precedentemente la

sentenza aveva accennato ai _fatti luttuosi_ accaduti in altre parti

dell'isola e che non si erano verificati in Trapani per la _pronta ed

energica_ REPRESSIONE (?) delle autorità--«fosse il giudicabile Curatolo

Vincenzo e fosse esso che dirigeva ogni movimento che si verificava e in

questa città e nel vicino comune di Paceco, i cui moti DOVEVANO AVVENIRE

contemporaneamente e confondersi in una sola azione È PROVATO DALLA

CORRISPONDENZA, CHE GLI FU SEQUESTRATA, che lo compromette nel più

assoluto modo, dalla _sua posizione_ nel Fascio dei lavoratori di

Trapani, da esso si può dire formato e _moralmente_ presieduto, dalle

sue relazioni coi capi dei rivoltosi in _tutte_ le parti dell'Isola,

dalle _sue corse_ a Paceco fatte in momento opportuno, mal celate e poi

negate, e finalmente dal grido di _Viva il socialismo_, emesso quando lo

trassero in arresto, che fatto in quelle condizioni e con

quell'_espressione_, non poteva non essere un grido sedizioso rivolto al

pubblico, grido che rileva il di lui animo bramoso di disordini

popolari...»

[IL REATO DI V. CURATOLO]

Constava al Tribunale di guerra che Vincenzo Curatolo nei momenti dal

pericolo, e quando un _animo bramoso di tumulti_ avrebbe potuto

facilmente provocarli, aveva rivolto al popolo parole di pace e

consigli di calma, ma non ne tiene conto perchè, seguendo l'Ispettore

Rinaldi, «delle disapprovazioni che l'accusato avrebbe fatte pei _detti

avvenimenti_, non è il caso di occuparsene, nulla deducendo in di lui

favore, ma solo addimostrando una non _comune e provetta attitudine_ in

lui di _eccitatore occulto ma efficace_, COME OFFRONO LA STESSA PROVA LE

ESORTAZIONI ALLA CALMA COL RISPETTO DELLA LEGGE FATTE PALESAMENTE.»

Per tali FATTI COSÌ STABILITI il Tribunale di guerra visti gli articoli

120 e 252 del Codice penale condanna il Curatolo a _sette anni_ di

reclusione e alle spese!

Si è visto che la sentenza trova le _prove_ dell'accusa sopratutto nella

_corrispondenza sequestrata_ al Curatolo, cioè tra le _più carte_

giudicate di _poca importanza_ dall'ispettore Rinaldi. Il quale così le

giudicò per difetto d'intelligenza, poichè fu trovata una terribile

lettera di Francesco Cassisa... la quale non potè valere, però a fare

condannare questi dal Tribunale di Guerra di Palermo,--il quale pur

distribuì generosamente migliaia di anni di condanne facendo una vera

strage d'innocenti!

Da questo processo,--superato soltanto in mostruosità dalla

sentenza--rimane provato all'ultima evidenza che dai Tribunali di guerra

si ritenne reato l'avere avuto relazioni con persone incriminate--e con

tale criterio si potrebbe mandare in galera mezza Italia, compreso il

Parlamento; reato la visita al vicino paese, che si rappresenta in

Consiglio Provinciale: reato il presiedere... moralmente un _Fascio_, e

di esserne stato l'_anima_;[63] reato il gridare: _Viva il socialismo!_

con _espressione_, reato l'avere disapprovato pubblicamente e l'avere

impedito nella misura delle proprie forze i fatti, che si ritengono

criminosi.

[PERSECUZIONI CONTRO IL PENSIERO]

Il processo alle intenzioni in base alle più scellerate supposizioni, la

persecuzione contro il pensiero, e la condanna dell'esercizio del

diritto di associazione e di riunione negli stretti termini della

legalità--perchè i _Fasci dei lavoratori_ furono sodalizî legali, che

per tre lunghi anni si riunirono ed agirono in pubblico senza che mai le

autorità politiche e giudiziarie vi avessero trovato da ridire--da

nessun altro processo risultano lampanti quanto da quello istruito

contro il Curatolo, perchè a confessione e del denunziatore e dei

giudici, che condannarono, mancano in esso tutti gli elementi di un

processo qualsiasi, che non siano il processo alle intenzioni, la

persecuzione contro il pensiero, la condanna dei diritti sanciti dello

Statuto. Ed è perciò che ho ritenuto doveroso occuparmene con

particolarità per segnalare al giudizio severo ed imparziale del

pubblico il governo che dispose e permise agli agenti suoi, che

eseguirono e condannarono.

[IN NOME DELL'ITALIA LIBERA E UNA]

L'animo di qualunque italiano, che sognò e lavorò per la rigenerazione

di una patria libera, e la cui libertà doveva venire a farne la

grandezza e la ragion di essere nel consorzio delle nazioni civili non

può che rimanere profondamente sconfortato ed indignato dell'opera dei

Tribunali militari in Sicilia ch'è la negazione assoluta di

cinquant'anni di lotte, di sacrifizî, di eroismi contro la tirannide;

quest'opera deleteria induce a melanconiche riflessioni. Oh! valeva la

pena di abbattere il governo, che fu detto _negazione di Dio_ e di far

cadere tante vittime preziose sui campi di battaglia e sulle forche per

arrivare a vedere funzionare come hanno funzionato i Tribunali militari

in Sicilia e in Lunigiana nell'anno 1894 e in nome dell'Italia _libera

ed una_? Non si direbbe che le libertà promesse dallo Statuto siano

tranelli tesi alla buona fede degli italiani? Quanto più onesto e leale

il governo borbonico, che senza ipocrisie proibiva di occuparsi di

politica, e sotto il quale almeno erano sicuri di vedere rispettata la

propria libertà coloro che ottemperavano scrupolosamente ai suoi ordini!

Lo sconforto sarebbe minore se dell'opera nefasta dianzi tratteggiata

fossero responsabili soltanto i Tribunali di guerra. Si sa! i militari

non comprendono il diritto, non conoscono leggi e statuti, non discutono

ma ubbidiscono, come impone la disciplina, non conoscono altra ragione

che quella che viene dalla forza. Ma il guaio maggiore è questo: nelle

aberrazioni giuridiche, politiche e morali dei Tribunali di guerra c'è

la solidarietà e la complicità necessaria dei magistrati ordinarî, che

dovrebbero tutelare i diritti dei cittadini e fare rispettare le leggi e

lo Statuto in alto e in basso. E questa solidarietà e questa complicità,

per quanto possa riuscire doloroso il confronto, bisogna metterle in

evidenza.

[LA MAGISTRATURA]

Da parecchio tempo la magistratura italiana avea perduto nella coscienza

pubblica quella stima e quella rispettabilità, che sono indispensabili

al suo ufficio supremo in uno stato libero e bene ordinato e per cagioni

molteplici, che sono state esposte e studiate da illustri magistrati, da

giuristi e da scrittori politici di ogni parte. Ciò che maggiormente si

rimproverava e si rimprovera tuttavia alla magistratura italiana si è il

suo asservimento al potere, le cui conseguenze sono incalcolabili tutte

le volte in cui essa dovrebbe colpire gli agenti del governo; giudicare

nei conflitti tra il Fisco e i privati cittadini; istruire processi

d'indole politica ed emettere le relative sentenze. Di tale

asservimento, che riesce sempre di grave danno ai cittadini e di

pericolo continuo alle pubbliche libertà, somministrai esempî in

_Corruzione politica_ e il fatto stigmatizzai severamente in _Banche e

Parlamento_ unendo la mia voce modesta a quella di tanti altri assai più

di me autorevoli. E la iattura è tanto grave e antica, che parvero

eroi--e furono esaltati ed eletti deputati in odio al governo--il

Procuratore Generale Nelli e il Procuratore del Re Borgnini, che seppero

resistere alle pressioni dall'alto nel famoso processo Lobbia--e

preferirono dimettersi sdegnosamente anzichè sottomettersi--altri tempi

e che sembrano leggendarî!--come di recente bastò che un alto magistrato

integro, l'Eula, arrivasse al ministero, dopo avere pubblicamente

affermato che la magistratura deve giudicare e non _rendere servigi_,

perchè la nazione aprisse il cuore alla speranza di vedere realizzata

la più necessaria delle restaurazioni: quella dell'indipendenza della

magistratura.[64]

Ma Eula, cadente per anni e per malattia, al ministero di grazia e

giustizia passò come una meteora luminosa, che non riscalda e non

vivifica, e gli ultimi episodî del processo della Banca Romana, le

solenni e gravi dichiarazioni dell'attuale ministro Calenda dei Tavani

in risposta ad interrogazioni degli on. Cavallotti, Imbriani e mie

nonchè rialzare il prestigio della magistratura lo hanno ormai come

distrutto!

[SERVIGI E NON SENTENZE]

Come e perchè il governo riesca ad imporsi ai giudici e ad ottenerne

_servigi_ e non _sentenze_ sarebbe lungo l'esporre; basta in questo

libro, in cui l'interessante quistione è toccata incidentalmente,

ricordare che nell'ultima discussione sul bilancio del ministero di

grazia e giustizia per l'anno 1894-95 l'on. Gianturco, che gode meritata

fama per dottrina, per integrità di carattere e per avere occupato il

posto di sottosegretario di Stato sotto l'Eula, segnalò al ministro

l'arbitrio pericolosissimo che si esercita nelle promozioni, mercè le

quali gli abili governanti profittando delle debolezze del cuore umano e

dei bisogni di magistrati mal pagati, sanno piegarli alle loro voglie

renderli docili e servizievoli quando occorre.

Nè il ministro osò negare la esistenza e la gravità del pericolo.

[IL PREMIO AI MAGISTRATI ONESTI!]

I magistrati onesti e indipendenti non solo si vedono sopravvanzati

nella carriera da quelli servili, ma vengono puniti coi traslochi da una

sede più importante ad una di minore importanza ferendone la dignità e

gl'interessi economici ad un tempo. E di questo mezzo illecito di cui si

serve il governo per punire i magistrati ricordai in _Banche e

Parlamento_ alcuni casi, che si riferivano alla Sicilia (p. 337) ed

altro con grave rammarico devo riferirne qui, che riguarda pure l'isola

e i processi d'indole politica di cui mi sto occupando. Quel Procuratore

del Re di Trapani, di cui si disse che era stato scelto dall'on. Crispi

come successore del Lucchese al posto di fiducia di Questore di Palermo,

venne invece anzichè promosso e premiato pei suoi meriti, traslocato

d'improvviso in un Tribunale di poca entità della provincia di Messina,

non ricordo bene se a Patti o a Castroreale. Perchè? La voce più

accreditata sulla causa della punizione è la seguente: egli in una causa

in cui stavano di fronte un maresciallo dei carabinieri ed un privato

cittadino aveva reso giustizia al cittadino, e ciò facendo non solo

aveva mancato di rendere un _servizio_ al governo, ma aveva anche

indispettito un deputato siciliano dei più reazionarî, che proteggeva il

maresciallo e che negli ultimi tempi esercitava un insolito ascendente

nelle sfere ministeriali...

In _Banche e Parlamento_, quasi presago dei futuri avvenimenti, avevo

detto che in Sicilia più che altrove era notorio il servilismo della

magistratura verso il governo. Tale servilismo nell'isola aveva le sue

non nobili ma continuate tradizioni--interrotte per un momento dal

conflitto Tajani-Medici--delle quali il senatore Zini riporta parecchi

dati, tra cui impudente una lettera del Procuratore Generale Morena, che

parla come della cosa più semplice e corretta di questo mondo «_di

detenuti, che non sono a disposizione dell'autorità giudiziaria_ e sul

conto dei quali egli confessa di non _potere_ prendere alcun

provvedimento perchè _non può mettere la falce nella messe altrui_ (?!)

e consiglia _impertanto di rivolgersi al Prefetto o a S. E. il Ministro

dell'interno_.» (_Dei criterî e dei modi di governo della sinistra._

Bologna, 1880 p. 45).

Gli ultimi avvenimenti e i consecutivi processi della Sicilia hanno

distrutto, se pur ne avanzava, l'ultimo residuo della buona fama della

magistratura in quanto a senso di giustizia e ad indipendenza. Ed è da

avvertire in proposito che le numerose assoluzioni dei membri dei

_Fasci_, nel periodo precedente alla proclamazione dello Stato di

assedio, che potrebbero invocarsi come una prova in contrario, perderono

di efficacia perchè controbilanciate da altrettante condanne in casi

perfettamente identici: sicchè le prime non servirono, che a rendere più

evidente la ingiustizia delle seconde, la mancanza di un unico ed esatto

criterio giuridico e il servilismo dei più.[65]

[LA MAGISTRATURA DOPPIAMENTE COLPEVOLE]

La magistratura ordinaria è doppiamente colpevole; perchè da un lato si

è spogliata indebitamente e volontariamente--dico: _volontariamente_,

stando alle apparenze--dei propri diritti dichiarando la propria

incompetenza nei casi, che vennero deferiti ai Tribunali militari e

dall'altro si è prestata con inaudito sfoggio di servilismo ad istruire

i processi sui quali poi hanno in ultimo giudicato gli stessi Tribunali

militari.

Data la legittimità dei Tribunali militari, sulla quale non spettava

alla magistratura ordinaria di minor grado di giudicare, certo è che

essa doveva, a salvaguardia del proprio decoro e della propria autorità,

non consentire all'ingiustificabile principio della retroattività così

largamente applicato; e dove e quando la giurisdizione eccezionale

militare avesse accampato pretese e diritti che non le spettavano, alla

magistratura ordinaria incombeva assoluto l'obbligo di resistere e di

mostrarsi vigile custode delle leggi e dei diritti dei cittadini e di

sollevare quei conflitti, che in ultimo avrebbero dovuto essere decisi

dalla Suprema Corte di Cassazione di Roma.

[UN MILITARE INSEGNA LA PROCEDURA]

La magistratura ordinaria invece venne meno al proprio dovere e senza

che in modo alcuno possa scusarsi. Non resistette all'invadenza di chi

in nome dei _pieni poteri_ accordatigli credette potere impunemente

calpestare statuto e leggi; non sollevò alcun conflitto; essa stessa

invocò il principio della retroattività; essa stessa lo applicò,

dichiarando, _non richiesta_, la propria incompetenza e deferì al

giudizio dei Tribunali militari gli accusati il cui reato era stato

consumato molto tempo prima della proclamazione dello stato di assedio

quale fu il caso dell'ex-Presidente del _Fascio_ di Palazzo Adriano

che, per uno dei tanti pretesti accampati nel periodo della provocazione

in agosto 1893, venne processato e il giudizio venne rinviato a

richiesta dell'accusato, il quale poi inopinatamente con senso di

stupore generale, venne deferito al Tribunale Militare di Palermo.

Questa febbre di servilismo arrivò al punto di rendere dimentica la

magistratura ordinaria della più elementare osservanza delle procedure e

delle competenze in vigore anche sotto il regime eccezionale della

sciabola: e così si vide il Tribunale penale di Trapani deferire al

Tribunale militare la conoscenza di alcuni reati non contemplati negli

editti del generale Morra e ricevere la più umiliante delle lezioni

dallo stesso Tribunale militare di Trapani, che dichiara la propria

incompetenza e rinvia al Tribunale penale il processo. Un militare, il

colonnello Bussolino, non poteva mostrarsi più severo verso il

magistrato ordinario insegnandogli le regole della procedura; e il

rossore dello schiaffo assestato ci vorrà del tempo perchè scompaia.

Grave è inoltre la colpa della magistratura ordinaria relativamente

all'istruzione dei processi. Dato pure e non concesso che fosse stata

legale la istituzione dei Tribunali militari e che si fosse potuto

applicare l'anti-giuridico e mostruoso principio della _retroattività_,

ne derivava che la magistratura ordinaria non avrebbe dovuto menomamente

impicciarsi dei reati e dei processi nei quali veniva riconosciuta la

competenza della giurisdizione eccezionale militare; così facendo si

sarebbe potuta accusare la magistratura di vigliaccheria e non altro.

Essa invece ha tolto l'incomodo ai Tribunali militari--violando il

Codice penale militare--d'istruire i processi e glieli ha presentati

belli e completi rendendosi non solo complice di tutte le enormità di

detti processi, ma principale responsabile di tutte le flagranti

irregolarità, che vennero esposte in questo stesso capitolo sulla

condizione sospetta dei denunziatori e dei testimoni e sul valore delle

prove raccolte.

Onde su di essa ricade la maggior parte della colpa delle sentenze

inique dei Tribunali di guerra, perchè questi giudicarono quasi sempre

sulle orme delle requisitorie dell'avvocato fiscale e alla sua volta

l'avvocato fiscale non fece che copiare le requisitorie del Procuratore

del Re colle quali si mandavano gli accusati innanzi ai primi. I

militari, in fatto di diritto e di applicazione delle pene, dovevano e

potevano mostrarsi, essi che non li hanno mai studiati, più meticolosi e

meno severi dei magistrati? Non era possibile sperarlo.

[SERVILISMO DELLA MAGISTRATURA SICILIANA]

Ond'è che l'on. Lucchini, penalista illustre e Consigliere di Stato,

commentando la sentenza Molinari e Gattini, non potè a meno, di fronte

alle declinatorie, all'abdicazione della magistratura ordinaria, di

constatare che si è messa in evidenza la sua ignoranza e il suo

servilismo e si è resa complice dello _strazio della libertà e della

giustizia_ (Appendice alla monografia di Brusa: _Della giustizia penale

eccezionale_ p. 53). E più aspro certamente sarebbe stato il giudizio

dell'antico professore dell'Ateneo bolognese, se avesse dovuto

enunziarlo a proposito della condotta della magistratura siciliana.[66]

La quale è stata tale che al mitissimo insegnante della università di

Torino ha strappato questa sentenza: «_Le condanne, se grazia sovrana

non interverrà_, rimarranno quali _testimoni e accusatori di una

giustizia, la quale parrà una_ FORSENNATA _e che si mostrerà a tutti_

VELATA PER LE PATITE OFFESE: _di_ UNA GIUSTIZIA RESA SERVA DELLA POLIZIA

PREVENTIVA.» (Brusa p. 35).

[LA SUPREMA CASSAZIONE]

Ed ora allo esame della condotta della più alta magistratura italiana:

la Suprema Corte di Cassazione.

All'indomani della sentenza della Cassazione nel ricorso del Procuratore

Generale del Re Comm. Bartoli--contro il giudicato della Sezione di

accusa, col quale nel processo della Banca Romana si mandarono assolti

Pietro Tanlongo e Michele Lazzaroni--in Italia ci fu una generale

esultanza e l'animo di tutti si aprì alla speranza. Il supremo

magistrato aveva reso giustizia; e pur rispettando la sentenza della

Sezione di Accusa in nome della legge scritta, di cui esso dev'essere

sempre ed esclusivamente l'indefesso tutelatore, aveva trovato modo con

parole elevate in nome dello interesse morale di stigmatizzarla. Si

sperava che il responso della Corte di Cassazione dovesse e potesse

servire di rampogna ad alcuni magistrati inferiori e d'incoraggiamento

ad altri.

[È SCESA IN BASSO]

In Sicilia e in Lunigiana sappiamo già che il nobile esempio non giovò

ai magistrati inferiori; oggi sappiamo del pari che la stessa Cassazione

non continuò a battere la via sulla quale si era messa nello scorso

anno, e non ci resta che lo sconforto di dovere constatare che il

supremo magistrato italiano è disceso al livello dei magistrati

inferiori, anzi forse tanto più in basso quanto più alto dovrebbe essere

il suo ufficio.

Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause · 第 21 / 35 段