un personale tutto diverso, a cui, affermavasi da tutti, era stata
imposta la sentenza; e Vincenzo Curatolo, infatti, non ostante le
risultanze del processo, nell'assenza di alcun documento che lo
accusasse e sulla base della sola testimonianza di un confidente di
questura che disse averlo visto in Paceco--il grande delitto!--il giorno
3 Gennaio, venne condannato a sette anni di reclusione!
La enormità e la iniquità di questo processo e di questa sentenza
risultano a luce meridiana dai considerandi della sentenza stessa e dal
rapporto dell'Ispettore di P. S. Rinaldi, che dopo averlo arrestato per
una bizza personale, lo denunziò al magistrato--e volle egli stesso
rilevare che denunziava _lui_ solo--come responsabile dei reati previsti
dall'art. 120 e 252 del Codice penale.
Il rapporto del 7 Gennaio al Giudice Istruttore del Tribunale Penale fa
colpa al Curatolo di essersi _sdegnosamente rifiutato d'intervenire_
nell'ufficio dell'Ispettore: e di avere inneggiato al socialismo mentre,
arrestato, veniva condotto in caserma; di aver _sempre di nascosto_
diretto il movimento; di essere uno dei capi agitatori. Il rapporto non
nega che il Curatolo avesse consigliato pubblicamente la calma: ma
soggiunse «_il suo breve discorso fatto con molta arte, nel mentre non
meritava interruzioni da parte dell'autorità di P. S._, dall'altra
eccitava vieppiù gli operai verso le classi più abbienti».
[LE ACCUSE DELLA POLIZIA]
Venne forse l'ordine di arresto da Palermo dove nelle perquisizioni ai
membri del Comitato Centrale dei _Fasci_ si erano per avventura trovati
documenti compromettenti pel Curatolo? Niente affatto. È l'Ispettore
Rinaldi che ci dà il testo di questo eloquente telegramma del Questore
di Palermo: «Prego disporre accurata perquisizione nel domicilio del
nominato Vincenzo Curatolo farmacista, costà in via Cortina, noto
socialista E DISPORNE ARRESTO SECONDO RISULTANZE PERQUISIZIONE.» Dunque
a Palermo non c'erano motivi di veruna sorta--non ne trovò il sig.
questore Lucchese!--per il suo arresto.
Ma le risultanze della perquisizione, alle quali il questore Lucchese
subordinava l'arresto, furono tali da far mantenere l'arresto già
avvenuto? Meno che mai!
Narra il suddetto ispettore: «Furono sequestrate _più_ (?) carte di
NESSUNA IMPORTANZA». Fra le _più_ carte di _nessuna importanza_ ce
n'erano di quelle importanti? Manco per sogno; ma il signor Rinaldi
spiega la mancanza di documenti compromettenti _supponendo_ che
gl'interessati li abbiano messi in salvo; e questa _supposizione_,--che
farebbe onore a Torquemada--lo autorizza a questa splendida illazione:
«_Tale sottrazione di documenti_ ad esuberanza prova, che negli stessi
dovevano contenersi le disposizioni per _una generale insurrezione_,
nonchè _gli ordini impartiti_ ai varî _Fasci_ per incominciare il
movimento».
Del resto si poteva procedere senza cerimonie all'arresto perchè, dice
l'Ispettore, «si _assicurava_ che essendo il Curatolo consigliere
Provinciale di Paceco, ed _anima_ di quel _Fascio_, gli abitanti di
quel paese _aspettavano_ da lui il segnale per scendere armati in città
ed incominciare il saccheggio. Tale gravissimo fatto risultava non solo
dalle riferenze d'ufficio, ma _benanche da discorsi di cittadini onesti
e stimati nel pubblico_.»
[UNA PROVA... SCHIACCIANTE!]
Orbene non un solo di questi cittadini onesti e stimati andò a
testimoniare contro il Curatolo... invece sindaco, deputati provinciali,
assessori, consiglieri provinciali e comunali, molti altri eminenti
cittadini quasi tutti avversari politici affermarono esplicitamente la
legalità della sua condotta e l'opera sua eminentemente pacificatrice
nei momenti del pericolo. Non monta: «la PROVA PIÙ SCHIACCIANTE contro
il Curatolo», conchiude l'Ispettore Rinaldi, l'abbiamo nel fatto che «in
Trapani avemmo due sere di disordini; arrestato il Curatolo, senza
bisogno di altri mezzi, _la calma rientrò in Città_.»
Questo perfezionato allievo di Lojola diceva il vero, ma dimenticava una
sola cosa: Curatolo venne arrestato dopo la proclamazione dello stato di
assedio, quando dappertutto _la calma rientrò_ senza arrestare le _anime
dei Fasci_ e solo perchè gl'ingenui contadini si convinsero, con
quell'atto, che il governo riprovava le agitazioni e non le vedeva di
buon occhio, come era generale credenza in seguito alla condotta tenuta
dal Consigliere della Prefettura di Palermo mandato a Partinico.
In qualunque altro paese civile e libero il rapporto-denunzia
dell'Ispettore Rinaldi sarebbe stato bastevole per lo meno a farlo
destituire; in Italia valse ad indurre il Tribunale di guerra di
Trapani, presieduto da un Barbieri, a far condannare il Curatolo.
[LA SENTENZA]
La sentenza non è che la parafrasi pura e semplice del rapporto; i suoi
considerandi non sono, che supposizioni e insinuazioni. In quanto a
_fatti_ concreti così si esprime: «Che mente direttiva della
organizzazione dei _Fasci_ e di siffatti propositi»--precedentemente la
sentenza aveva accennato ai _fatti luttuosi_ accaduti in altre parti
dell'isola e che non si erano verificati in Trapani per la _pronta ed
energica_ REPRESSIONE (?) delle autorità--«fosse il giudicabile Curatolo
Vincenzo e fosse esso che dirigeva ogni movimento che si verificava e in
questa città e nel vicino comune di Paceco, i cui moti DOVEVANO AVVENIRE
contemporaneamente e confondersi in una sola azione È PROVATO DALLA
CORRISPONDENZA, CHE GLI FU SEQUESTRATA, che lo compromette nel più
assoluto modo, dalla _sua posizione_ nel Fascio dei lavoratori di
Trapani, da esso si può dire formato e _moralmente_ presieduto, dalle
sue relazioni coi capi dei rivoltosi in _tutte_ le parti dell'Isola,
dalle _sue corse_ a Paceco fatte in momento opportuno, mal celate e poi
negate, e finalmente dal grido di _Viva il socialismo_, emesso quando lo
trassero in arresto, che fatto in quelle condizioni e con
quell'_espressione_, non poteva non essere un grido sedizioso rivolto al
pubblico, grido che rileva il di lui animo bramoso di disordini
popolari...»
[IL REATO DI V. CURATOLO]
Constava al Tribunale di guerra che Vincenzo Curatolo nei momenti dal
pericolo, e quando un _animo bramoso di tumulti_ avrebbe potuto
facilmente provocarli, aveva rivolto al popolo parole di pace e
consigli di calma, ma non ne tiene conto perchè, seguendo l'Ispettore
Rinaldi, «delle disapprovazioni che l'accusato avrebbe fatte pei _detti
avvenimenti_, non è il caso di occuparsene, nulla deducendo in di lui
favore, ma solo addimostrando una non _comune e provetta attitudine_ in
lui di _eccitatore occulto ma efficace_, COME OFFRONO LA STESSA PROVA LE
ESORTAZIONI ALLA CALMA COL RISPETTO DELLA LEGGE FATTE PALESAMENTE.»
Per tali FATTI COSÌ STABILITI il Tribunale di guerra visti gli articoli
120 e 252 del Codice penale condanna il Curatolo a _sette anni_ di
reclusione e alle spese!
Si è visto che la sentenza trova le _prove_ dell'accusa sopratutto nella
_corrispondenza sequestrata_ al Curatolo, cioè tra le _più carte_
giudicate di _poca importanza_ dall'ispettore Rinaldi. Il quale così le
giudicò per difetto d'intelligenza, poichè fu trovata una terribile
lettera di Francesco Cassisa... la quale non potè valere, però a fare
condannare questi dal Tribunale di Guerra di Palermo,--il quale pur
distribuì generosamente migliaia di anni di condanne facendo una vera
strage d'innocenti!
Da questo processo,--superato soltanto in mostruosità dalla
sentenza--rimane provato all'ultima evidenza che dai Tribunali di guerra
si ritenne reato l'avere avuto relazioni con persone incriminate--e con
tale criterio si potrebbe mandare in galera mezza Italia, compreso il
Parlamento; reato la visita al vicino paese, che si rappresenta in
Consiglio Provinciale: reato il presiedere... moralmente un _Fascio_, e
di esserne stato l'_anima_;[63] reato il gridare: _Viva il socialismo!_
con _espressione_, reato l'avere disapprovato pubblicamente e l'avere
impedito nella misura delle proprie forze i fatti, che si ritengono
criminosi.
[PERSECUZIONI CONTRO IL PENSIERO]
Il processo alle intenzioni in base alle più scellerate supposizioni, la
persecuzione contro il pensiero, e la condanna dell'esercizio del
diritto di associazione e di riunione negli stretti termini della
legalità--perchè i _Fasci dei lavoratori_ furono sodalizî legali, che
per tre lunghi anni si riunirono ed agirono in pubblico senza che mai le
autorità politiche e giudiziarie vi avessero trovato da ridire--da
nessun altro processo risultano lampanti quanto da quello istruito
contro il Curatolo, perchè a confessione e del denunziatore e dei
giudici, che condannarono, mancano in esso tutti gli elementi di un
processo qualsiasi, che non siano il processo alle intenzioni, la
persecuzione contro il pensiero, la condanna dei diritti sanciti dello
Statuto. Ed è perciò che ho ritenuto doveroso occuparmene con
particolarità per segnalare al giudizio severo ed imparziale del
pubblico il governo che dispose e permise agli agenti suoi, che
eseguirono e condannarono.
[IN NOME DELL'ITALIA LIBERA E UNA]
L'animo di qualunque italiano, che sognò e lavorò per la rigenerazione
di una patria libera, e la cui libertà doveva venire a farne la
grandezza e la ragion di essere nel consorzio delle nazioni civili non
può che rimanere profondamente sconfortato ed indignato dell'opera dei
Tribunali militari in Sicilia ch'è la negazione assoluta di
cinquant'anni di lotte, di sacrifizî, di eroismi contro la tirannide;
quest'opera deleteria induce a melanconiche riflessioni. Oh! valeva la
pena di abbattere il governo, che fu detto _negazione di Dio_ e di far
cadere tante vittime preziose sui campi di battaglia e sulle forche per
arrivare a vedere funzionare come hanno funzionato i Tribunali militari
in Sicilia e in Lunigiana nell'anno 1894 e in nome dell'Italia _libera
ed una_? Non si direbbe che le libertà promesse dallo Statuto siano
tranelli tesi alla buona fede degli italiani? Quanto più onesto e leale
il governo borbonico, che senza ipocrisie proibiva di occuparsi di
politica, e sotto il quale almeno erano sicuri di vedere rispettata la
propria libertà coloro che ottemperavano scrupolosamente ai suoi ordini!
Lo sconforto sarebbe minore se dell'opera nefasta dianzi tratteggiata
fossero responsabili soltanto i Tribunali di guerra. Si sa! i militari
non comprendono il diritto, non conoscono leggi e statuti, non discutono
ma ubbidiscono, come impone la disciplina, non conoscono altra ragione
che quella che viene dalla forza. Ma il guaio maggiore è questo: nelle
aberrazioni giuridiche, politiche e morali dei Tribunali di guerra c'è
la solidarietà e la complicità necessaria dei magistrati ordinarî, che
dovrebbero tutelare i diritti dei cittadini e fare rispettare le leggi e
lo Statuto in alto e in basso. E questa solidarietà e questa complicità,
per quanto possa riuscire doloroso il confronto, bisogna metterle in
evidenza.
[LA MAGISTRATURA]
Da parecchio tempo la magistratura italiana avea perduto nella coscienza
pubblica quella stima e quella rispettabilità, che sono indispensabili
al suo ufficio supremo in uno stato libero e bene ordinato e per cagioni
molteplici, che sono state esposte e studiate da illustri magistrati, da
giuristi e da scrittori politici di ogni parte. Ciò che maggiormente si
rimproverava e si rimprovera tuttavia alla magistratura italiana si è il
suo asservimento al potere, le cui conseguenze sono incalcolabili tutte
le volte in cui essa dovrebbe colpire gli agenti del governo; giudicare
nei conflitti tra il Fisco e i privati cittadini; istruire processi
d'indole politica ed emettere le relative sentenze. Di tale
asservimento, che riesce sempre di grave danno ai cittadini e di
pericolo continuo alle pubbliche libertà, somministrai esempî in
_Corruzione politica_ e il fatto stigmatizzai severamente in _Banche e
Parlamento_ unendo la mia voce modesta a quella di tanti altri assai più
di me autorevoli. E la iattura è tanto grave e antica, che parvero
eroi--e furono esaltati ed eletti deputati in odio al governo--il
Procuratore Generale Nelli e il Procuratore del Re Borgnini, che seppero
resistere alle pressioni dall'alto nel famoso processo Lobbia--e
preferirono dimettersi sdegnosamente anzichè sottomettersi--altri tempi
e che sembrano leggendarî!--come di recente bastò che un alto magistrato
integro, l'Eula, arrivasse al ministero, dopo avere pubblicamente
affermato che la magistratura deve giudicare e non _rendere servigi_,
perchè la nazione aprisse il cuore alla speranza di vedere realizzata
la più necessaria delle restaurazioni: quella dell'indipendenza della
magistratura.[64]
Ma Eula, cadente per anni e per malattia, al ministero di grazia e
giustizia passò come una meteora luminosa, che non riscalda e non
vivifica, e gli ultimi episodî del processo della Banca Romana, le
solenni e gravi dichiarazioni dell'attuale ministro Calenda dei Tavani
in risposta ad interrogazioni degli on. Cavallotti, Imbriani e mie
nonchè rialzare il prestigio della magistratura lo hanno ormai come
distrutto!
[SERVIGI E NON SENTENZE]
Come e perchè il governo riesca ad imporsi ai giudici e ad ottenerne
_servigi_ e non _sentenze_ sarebbe lungo l'esporre; basta in questo
libro, in cui l'interessante quistione è toccata incidentalmente,
ricordare che nell'ultima discussione sul bilancio del ministero di
grazia e giustizia per l'anno 1894-95 l'on. Gianturco, che gode meritata
fama per dottrina, per integrità di carattere e per avere occupato il
posto di sottosegretario di Stato sotto l'Eula, segnalò al ministro
l'arbitrio pericolosissimo che si esercita nelle promozioni, mercè le
quali gli abili governanti profittando delle debolezze del cuore umano e
dei bisogni di magistrati mal pagati, sanno piegarli alle loro voglie
renderli docili e servizievoli quando occorre.
Nè il ministro osò negare la esistenza e la gravità del pericolo.
[IL PREMIO AI MAGISTRATI ONESTI!]
I magistrati onesti e indipendenti non solo si vedono sopravvanzati
nella carriera da quelli servili, ma vengono puniti coi traslochi da una
sede più importante ad una di minore importanza ferendone la dignità e
gl'interessi economici ad un tempo. E di questo mezzo illecito di cui si
serve il governo per punire i magistrati ricordai in _Banche e
Parlamento_ alcuni casi, che si riferivano alla Sicilia (p. 337) ed
altro con grave rammarico devo riferirne qui, che riguarda pure l'isola
e i processi d'indole politica di cui mi sto occupando. Quel Procuratore
del Re di Trapani, di cui si disse che era stato scelto dall'on. Crispi
come successore del Lucchese al posto di fiducia di Questore di Palermo,
venne invece anzichè promosso e premiato pei suoi meriti, traslocato
d'improvviso in un Tribunale di poca entità della provincia di Messina,
non ricordo bene se a Patti o a Castroreale. Perchè? La voce più
accreditata sulla causa della punizione è la seguente: egli in una causa
in cui stavano di fronte un maresciallo dei carabinieri ed un privato
cittadino aveva reso giustizia al cittadino, e ciò facendo non solo
aveva mancato di rendere un _servizio_ al governo, ma aveva anche
indispettito un deputato siciliano dei più reazionarî, che proteggeva il
maresciallo e che negli ultimi tempi esercitava un insolito ascendente
nelle sfere ministeriali...
In _Banche e Parlamento_, quasi presago dei futuri avvenimenti, avevo
detto che in Sicilia più che altrove era notorio il servilismo della
magistratura verso il governo. Tale servilismo nell'isola aveva le sue
non nobili ma continuate tradizioni--interrotte per un momento dal
conflitto Tajani-Medici--delle quali il senatore Zini riporta parecchi
dati, tra cui impudente una lettera del Procuratore Generale Morena, che
parla come della cosa più semplice e corretta di questo mondo «_di
detenuti, che non sono a disposizione dell'autorità giudiziaria_ e sul
conto dei quali egli confessa di non _potere_ prendere alcun
provvedimento perchè _non può mettere la falce nella messe altrui_ (?!)
e consiglia _impertanto di rivolgersi al Prefetto o a S. E. il Ministro
dell'interno_.» (_Dei criterî e dei modi di governo della sinistra._
Bologna, 1880 p. 45).
Gli ultimi avvenimenti e i consecutivi processi della Sicilia hanno
distrutto, se pur ne avanzava, l'ultimo residuo della buona fama della
magistratura in quanto a senso di giustizia e ad indipendenza. Ed è da
avvertire in proposito che le numerose assoluzioni dei membri dei
_Fasci_, nel periodo precedente alla proclamazione dello Stato di
assedio, che potrebbero invocarsi come una prova in contrario, perderono
di efficacia perchè controbilanciate da altrettante condanne in casi
perfettamente identici: sicchè le prime non servirono, che a rendere più
evidente la ingiustizia delle seconde, la mancanza di un unico ed esatto
criterio giuridico e il servilismo dei più.[65]
[LA MAGISTRATURA DOPPIAMENTE COLPEVOLE]
La magistratura ordinaria è doppiamente colpevole; perchè da un lato si
è spogliata indebitamente e volontariamente--dico: _volontariamente_,
stando alle apparenze--dei propri diritti dichiarando la propria
incompetenza nei casi, che vennero deferiti ai Tribunali militari e
dall'altro si è prestata con inaudito sfoggio di servilismo ad istruire
i processi sui quali poi hanno in ultimo giudicato gli stessi Tribunali
militari.
Data la legittimità dei Tribunali militari, sulla quale non spettava
alla magistratura ordinaria di minor grado di giudicare, certo è che
essa doveva, a salvaguardia del proprio decoro e della propria autorità,
non consentire all'ingiustificabile principio della retroattività così
largamente applicato; e dove e quando la giurisdizione eccezionale
militare avesse accampato pretese e diritti che non le spettavano, alla
magistratura ordinaria incombeva assoluto l'obbligo di resistere e di
mostrarsi vigile custode delle leggi e dei diritti dei cittadini e di
sollevare quei conflitti, che in ultimo avrebbero dovuto essere decisi
dalla Suprema Corte di Cassazione di Roma.
[UN MILITARE INSEGNA LA PROCEDURA]
La magistratura ordinaria invece venne meno al proprio dovere e senza
che in modo alcuno possa scusarsi. Non resistette all'invadenza di chi
in nome dei _pieni poteri_ accordatigli credette potere impunemente
calpestare statuto e leggi; non sollevò alcun conflitto; essa stessa
invocò il principio della retroattività; essa stessa lo applicò,
dichiarando, _non richiesta_, la propria incompetenza e deferì al
giudizio dei Tribunali militari gli accusati il cui reato era stato
consumato molto tempo prima della proclamazione dello stato di assedio
quale fu il caso dell'ex-Presidente del _Fascio_ di Palazzo Adriano
che, per uno dei tanti pretesti accampati nel periodo della provocazione
in agosto 1893, venne processato e il giudizio venne rinviato a
richiesta dell'accusato, il quale poi inopinatamente con senso di
stupore generale, venne deferito al Tribunale Militare di Palermo.
Questa febbre di servilismo arrivò al punto di rendere dimentica la
magistratura ordinaria della più elementare osservanza delle procedure e
delle competenze in vigore anche sotto il regime eccezionale della
sciabola: e così si vide il Tribunale penale di Trapani deferire al
Tribunale militare la conoscenza di alcuni reati non contemplati negli
editti del generale Morra e ricevere la più umiliante delle lezioni
dallo stesso Tribunale militare di Trapani, che dichiara la propria
incompetenza e rinvia al Tribunale penale il processo. Un militare, il
colonnello Bussolino, non poteva mostrarsi più severo verso il
magistrato ordinario insegnandogli le regole della procedura; e il
rossore dello schiaffo assestato ci vorrà del tempo perchè scompaia.
Grave è inoltre la colpa della magistratura ordinaria relativamente
all'istruzione dei processi. Dato pure e non concesso che fosse stata
legale la istituzione dei Tribunali militari e che si fosse potuto
applicare l'anti-giuridico e mostruoso principio della _retroattività_,
ne derivava che la magistratura ordinaria non avrebbe dovuto menomamente
impicciarsi dei reati e dei processi nei quali veniva riconosciuta la
competenza della giurisdizione eccezionale militare; così facendo si
sarebbe potuta accusare la magistratura di vigliaccheria e non altro.
Essa invece ha tolto l'incomodo ai Tribunali militari--violando il
Codice penale militare--d'istruire i processi e glieli ha presentati
belli e completi rendendosi non solo complice di tutte le enormità di
detti processi, ma principale responsabile di tutte le flagranti
irregolarità, che vennero esposte in questo stesso capitolo sulla
condizione sospetta dei denunziatori e dei testimoni e sul valore delle
prove raccolte.
Onde su di essa ricade la maggior parte della colpa delle sentenze
inique dei Tribunali di guerra, perchè questi giudicarono quasi sempre
sulle orme delle requisitorie dell'avvocato fiscale e alla sua volta
l'avvocato fiscale non fece che copiare le requisitorie del Procuratore
del Re colle quali si mandavano gli accusati innanzi ai primi. I
militari, in fatto di diritto e di applicazione delle pene, dovevano e
potevano mostrarsi, essi che non li hanno mai studiati, più meticolosi e
meno severi dei magistrati? Non era possibile sperarlo.
[SERVILISMO DELLA MAGISTRATURA SICILIANA]
Ond'è che l'on. Lucchini, penalista illustre e Consigliere di Stato,
commentando la sentenza Molinari e Gattini, non potè a meno, di fronte
alle declinatorie, all'abdicazione della magistratura ordinaria, di
constatare che si è messa in evidenza la sua ignoranza e il suo
servilismo e si è resa complice dello _strazio della libertà e della
giustizia_ (Appendice alla monografia di Brusa: _Della giustizia penale
eccezionale_ p. 53). E più aspro certamente sarebbe stato il giudizio
dell'antico professore dell'Ateneo bolognese, se avesse dovuto
enunziarlo a proposito della condotta della magistratura siciliana.[66]
La quale è stata tale che al mitissimo insegnante della università di
Torino ha strappato questa sentenza: «_Le condanne, se grazia sovrana
non interverrà_, rimarranno quali _testimoni e accusatori di una
giustizia, la quale parrà una_ FORSENNATA _e che si mostrerà a tutti_
VELATA PER LE PATITE OFFESE: _di_ UNA GIUSTIZIA RESA SERVA DELLA POLIZIA
PREVENTIVA.» (Brusa p. 35).
[LA SUPREMA CASSAZIONE]
Ed ora allo esame della condotta della più alta magistratura italiana:
la Suprema Corte di Cassazione.
All'indomani della sentenza della Cassazione nel ricorso del Procuratore
Generale del Re Comm. Bartoli--contro il giudicato della Sezione di
accusa, col quale nel processo della Banca Romana si mandarono assolti
Pietro Tanlongo e Michele Lazzaroni--in Italia ci fu una generale
esultanza e l'animo di tutti si aprì alla speranza. Il supremo
magistrato aveva reso giustizia; e pur rispettando la sentenza della
Sezione di Accusa in nome della legge scritta, di cui esso dev'essere
sempre ed esclusivamente l'indefesso tutelatore, aveva trovato modo con
parole elevate in nome dello interesse morale di stigmatizzarla. Si
sperava che il responso della Corte di Cassazione dovesse e potesse
servire di rampogna ad alcuni magistrati inferiori e d'incoraggiamento
ad altri.
[È SCESA IN BASSO]
In Sicilia e in Lunigiana sappiamo già che il nobile esempio non giovò
ai magistrati inferiori; oggi sappiamo del pari che la stessa Cassazione
non continuò a battere la via sulla quale si era messa nello scorso
anno, e non ci resta che lo sconforto di dovere constatare che il
supremo magistrato italiano è disceso al livello dei magistrati
inferiori, anzi forse tanto più in basso quanto più alto dovrebbe essere
il suo ufficio.