[CONTRO IL DIRITTO DI RIUNIONE]

Lo strazio fatto della libertà individuale--il più prezioso dei

diritti--è stato completato da quello della libertà di riunione e di

associazione. Quando la reazione stende le unghie adunche per violare il

diritto di riunione e di associazione lo spettacolo, ora si fa

grottesco, ora volge al serio ed al doloroso. _I Fasci dei Lavoratori_

in generale non aspettarono le ingiunzioni del generale Morra di

Lavriano per isciogliersi; quando fiutarono per l'aria ciò che si

apparecchiava contro di loro, spontaneamente si sciolsero e divisero la

modesta mobiglia tra i socî o la regalarono ad istituti pii; fecero in

pezzi i gonfaloni e li conservarono come un caro ricordo e colla

speranza di poterli riunire in un non lontano e meno triste avvenire;

bruciarono gli elenchi dei socî e divisero ai poveri lo scarso peculio,

dove c'era. Ma i rappresentanti delle autorità non sapevano darsi pace

di queste auto-dissoluzioni, volevano darsi il gusto di perquisire, di

frugare, di sequestrare; nell'auto-dissoluzione scorgevano un tranello

ed una futura e immediata ricostituzione: e frugavano nelle stanze vuote

che furono sede dei _Fasci_, e quando nulla potevano ghermire,

acchiappavano chi per un meschino stipendio--senza la menoma pretensione

politica--aveva fatto da custode. In un punto si sequestra con grande

ardore la tabella di legno sulla quale era scritto: _Fascio dei

Lavoratori_, mentre l'economo ex-Presidente la faceva staccare per

condurla a casa e far cuocere la minestra; in un altro, un bravo e buon

delegato di Pubblica Sicurezza prega che gli si faccia trovare nei

locali un oggetto purchessia, che appartenne al _Fascio_, per far

contento il suo prefetto e promette in contraccambio di mostrarsi

moderatissimo negli arresti..... Nè il furore si sfoga soltanto contro i

_Fasci_, ma si sciolgono pure le innocue società di mutuo soccorso, che

non sono se non onesti ritrovi serali pei lavoratori non dediti

all'ubriachezza; e si colpiscono le associazioni sfegatatamente

monarchiche, denominate: _Regina Margherita, Principe di Napoli,

Francesco Crispi..._ Si dirà, che dichiarata la guerra al diritto di

riunione e di associazione la guerra si fa con lealtà e trattando tutti

alla stessa stregua? Nossignori, poichè vengono rispettati e tenuti

aperti i _clubs_, i cosidetti _Casini dei civili_, costituiti e

frequentati dall'aristocrazia e dalla borghesia. I maligni hanno

interpretato l'eccezione come un odioso stratagemma per aizzare

viemaggiormente l'odio tra le diverse classi sociali, per rendere sempre

più invisi _li cappedda_ ai popolani; e questo stratagemma sarebbe più

efficace degli articoli di certi giornali settimanali che il Pubblico

Ministero sequestra con tanta rabbiosa premura.[57]

Quando si arriva al sequestro dei telegrammi da e pel continente, e dei

giornali di tutti i colori l'arbitrio suscita, a seconda dei

temperamenti, il riso o la indignazione.

[CONTRO LA STAMPA]

Il generale Morra di Lavriano non permise mai che venissero divulgati in

Sicilia i più innocenti commenti e le notizie più esatte che circolavano

liberamente da Susa a Reggio Calabria; nè che per telegrammi si

conoscesse nel continente la verità sulle condizioni dell'isola. Vero è

che egli dovette sentire gran rammarico perchè si sentì impotente a

sopprimere le corrispondenze epistolari; però di tale impotenza si

vendica sequestrando i giornali invisi. E sequestra di preferenza il

_Secolo_, il _Messaggero_, il _Don Chisciotte_, il _Roma_, il _Corriere

della Sera_, financo l'ufficiosa _Tribuna_, e sequestra...

l'_Illustrazione Italiana_ per certe figure sospette di contadini, che

il corrispondente Ximenes aveva riprodotte. L'Austria fu sorpassata,

poichè a Trieste sua eccellenza Rinaldini, nei peggiori tempi della

guerra all'irredentismo, non dette la caccia ai giornali italiani come

sua eccellenza Morra di Lavriano la dette in Palermo. E dico in Palermo,

poichè se i giornali arrivavano per la via dello stretto nel resto

dell'isola potevano circolare liberamente.

[IL SEQUESTRO DEI TELEGRAMMI]

Pochi esempî per dare un'idea di questa libidine di sequestri di

telegrammi. Sequestra il telegramma da Palermo alla _Tribuna_ e al

_Secolo_, che riproduce un brano del discorso inaugurale dell'anno

giuridico del Procuratore generale Sighele; sequestra il sunto

telegrafico, trasmesso da Roma al _Giornale di Sicilia_ di un articolo

della _Riforma_, di cui è proprietario l'on. Palamenghi-Crispi;

sequestra parte di un telegramma da Girgenti al _Secolo_ in cui era

detto che era stata ascoltata attentamente una mia deposizione innanzi

al Tribunale penale; sequestra un telegramma da Catanzaro al _Giornale

di Sicilia_, in cui si dava conto di una seduta tempestosa del Consiglio

Comunale e nella quale si era protestato contro un telegramma del

sindaco, apologetico pel questore Lucchese e di smentita ad una

testimonianza dell'on. Altobelli innanzi al Tribunale di Guerra in

Palermo; sequestra il telegramma con cui il corrispondente romano del

_Giornale di Sicilia_ riferiva lo svolgimento della interrogazione alla

Camera dei Deputati sul precedente sequestro; sequestra un telegramma da

Palermo alla _Tribuna_, in cui si accennava alla deficienza... di

ospedali; e quando è stanco di sequestrare telegrammi e giornali S. E.

il Generale Morra di Lavriano fa sequestrare in Messina i

pericolosissimi garofani rossi...

Questa mania di sequestri fu forse il prodotto dell'eccitamento morboso,

e della paura dei primi momenti quando da per tutto si vedevano

cospiratori e bande armate? Oibò: il sequestro del telegramma per la

deficienza degli ospedali di Palermo è della metà di luglio.

Sicuramente a tanto non sarebbe arrivato Maniscalco, ch'era ai servizî

di un governo assoluto ed agiva conformemente; ma quello era una persona

seria.[58]

[LA CENSURA PREVENTIVA]

Pari intelligenza e pari liberalismo ed equanimità si mise nello

esercizio della censura preventiva, poichè è bene sapere che per un

certo tempo le bozze di stampa dei giornali erano esaminate e non

potevano pubblicarsi senza il permesso dei superiori. Si vede che il

generale Morra di Lavriano volle far godere ai Siciliani lo spettacolo

della risurezione frammentaria del regime pontificio, per far loro

meglio apprezzare i benefizî del regime costituzionale italiano sotto il

quale semplicemente si sequestra. E per siffatta censura preventiva i

giornali spesso si ponevano in vendita con delle intere colonne in un

bianco candidissimo, che rappresentavano gli articoli pei quali non era

stato accordato il sabaudo: _imprimatur!_

Dopo la censura, si ha la soppressione pura e semplice.

[LA SOPPRESSIONE DEL "SICILIANO"]

Fu soppressa l'_Unione_ di Catania: soppressi il _Riscatto_, il

_Vespro_, i _Pagliacci_ di Messina; e soppresso in Palermo fu l'_Amico

del popolo_, giornale monarchico che si pubblicava da trentatrè anni, e

soppresso fu il _Siciliano_. Quest'ultima soppressione merita qualche

parola di più del semplice annunzio del fatto. Il _Siciliano_, giornale

repubblicano socialista, durante lo stato di assedio sbalordì per la sua

temperanza; esso, senza rinunziare ai propri ideali, tenne un linguaggio

che anche ai tempi di Maniscalco, di borbonica memoria, sarebbe stato

trovato correttissimo. Ma al generale Morra di Lavriano erano le idee

propugnate con sincerità che non piacevano, quale che ne fosse la

forma: non per nulla egli rispecchiava le tendenze reazionarie di coloro

che lo circondavano! Perciò _côute que côute_ ne giurò la morte. E

siccome voleva evitare lo scandalo di una soppressione, per nessuna

ragione giustificabile, cominciò coll'arrestare il redattore-capo, avv.

Crimaudo, e il collaboratore assiduo, barone Colnago; al direttore,

principe di Cutò, si era dato lo sfratto da Palermo sin dai primi

giorni dello Stato di assedio. S'ingannò il generale sui risultati dei

suoi soldateschi procedimenti e il _Siciliano_, ad opera di giovani

valorosi e coraggiosi--Benedetto Salemi[59] Enrico La Loggia, Aurelio

Drago--continuò a pubblicarsi. Corse voce di un indegnissimo ricatto:

cioè, si sarebbero posti in libertà Colnago e Crimaudo purchè il

_Siciliano_ avesse cessato le sue pubblicazioni.

Questa voce fu poi smentita da un avvocato--che si diceva essere stato

intermediario nelle trattative--con una lettera sibillina, ma certo è

che delle proposte di quel genere ci furono, sebbene io mi rifiuti a

credere che siano partite dal Regio Commissario straordinario ed è

probabilissimo invece che ne sia autore qualche basso arnese di

questura. Certo è che quella proposta venne sdegnosamente respinta dai

redattori, sicuri d'interpretare la volontà dei compagni imprigionati.

Onde, visto che erano inefficaci gli arresti, visto che non approdava la

censura, visto che si respingevano sdegnosamente le proposte

disonorevoli, fu decisa ed eseguita la soppressione del _Siciliano_. Ci

fu un pretesto per la soppressione? Questa avvenne dopo la pubblicazione

del Nº del 9 Febbraio per un capo-cronaca intitolato: _Onore ai

fucilatori!_ nel quale senza alcun commento si riferiscono alcuni brani

dell'allocuzione del generale Morra di Lavriano di cui già si fece

parola.

[IL "GIORNALE DI SICILIA" IN PERICOLO]

E di soppressione fu minacciato lo stesso _Giornale di Sicilia_ per

avere _composto_ soltanto la deliberazione della giunta comunale di

Castelbuono. Il Regio Commissario seppe che il giornale dovea pubblicare

tale deliberazione e poco prima che fosse posto in vendita mandò un

semplice _aut aut_: se la deliberazione sarà pubblicata il giornale

verrà soppresso.

Com'è naturale la pubblicazione non avvenne; ma gl'italiani devono

conoscere questo caratteristico documento, che riporto integralmente:

[UN DOCUMENTO PREZIOSO]

«La Giunta Comunale di Castelbuono, presieduta dal sindaco funzionante

P. Barreca, vivamente impressionata protesta contro gli atti abusivi

commessi dalla squadra volante di pubblica sicurezza capitanata dal

delegato Breda, la quale nei giorni 8 e 9 percorrendo la strada che da

questa città conduce ai due comuni finitimi di San Mauro e Geraci, a

due km. dal paese, commetteva delle ferocie degne di altri tempi,

bastonando senza ragione e senza riguardo di età tutte le persone che

incontrava, riducendo non pochi onesti cittadini nell'impossibilità di

lavorare. Ciò per la sciocca pretesa di aver notizie della banda

maurina.

«Tal fatto ha non solo commosso, ma sdegnato gravemente il paese che

vede della povera gente malconcia a tal punto, da giacersi in un letto

di dolore e nella dura necessità di non poter provvedere ai bisogni

della famiglia.

«Gli offesi da un tanto briaco furore han fatto appello a questa Giunta

per una riparazione e la rappresentanza sottoscritta, a tutela dei

diritti dei propri amministrati che in quella barbarie vede tutti quanti

crudelmente violati, sente alto il suo dovere d'informare

l'illustrissimo comandante la zona militare qui di stanza, maggiore cav.

Merli, per gli opportuni provvedimenti.

«E qui a giusta lode del sullodato cav. Merli, la Giunta adempie

parimente l'obbligo di elogiare la condotta irreprensibile e

cavalleresca della 3ª compagnia del 38º fanteria comandata del bravo

capitano Abatino, degli ufficiali tutti e dei carabinieri e suoi

ufficiali e di questo delegato signor Gherghi, che, pur mai venendo meno

al loro compito, seppero acquistarsi l'affetto dell'intero paese.

«Gl'individui più maltrattati sono: Failla Giuseppe fu Onofrio di anni

37 muratore, Fiasconaro Rosario fu Antonio d'anni 62, Lipira Antonino fu

Leonardo d'anni 53; Gennaro Vincenzo fu Pietro d'anni 52, Ricotta Santi

fu Pietro di anni 50, tutti pastori.»

Seguono le firme degli assessori e del funzionante sindaco.

[LE PRODEZZE DELLA POLIZIA]

Non aveva ragione da vendere il Regio Commissario straordinario nel

volere impedire che il pubblico avesse conoscenza delle prodezze dei

suoi agenti? E con queste misure--tanto abbiette, quanto i nani degli

uomini che governano l'Italia--si crede di arrestare la marcia di

un'idea![60].

L'ultima soppressione, però non definitiva perchè fu revocata in seguito

ad interrogazione presentata alla Camera dei Deputati dall'on. Picardi e

da me, avvenne alla fine del mese di Maggio e colpì, il giornale

_Imparziale_ di Messina. È notevole pei criterii, che la determinarono:

fu la espressione del più schietto risentimento personale, perchè fu

motivata dalla riproduzione di un articolo ironico del _Mattino_ di

Napoli contro il generale Morra, che da sè stesso si considerò,

modestamente, sacro e inviolabile.

[IL DISARMO]

Sul disarmo c'è poco a dire. Esso sarebbe una misura capricciosa e

ridicola se non costituisse un indizio delle paure della reazione

trionfante. Nessuna ragione lo consigliava, una volta che in tutti i

tumulti di Sicilia _i massacrati giammai fecero uso di armi da taglio o

da fuoco_; la qual cosa era tanto conosciuta, che il Tribunale di Guerra

di Palermo stabilì che si potessero fare le rivoluzioni.... senza armi!

ma la reazione ha pensato che ciò che non avvenne ieri potrà avvenire

domani: dunque, essa disse, bisogna disarmare tutti!

Con qual risultato? I malviventi non hanno consegnato alcun'arma; molta

gente per bene non le ha consegnate neppure perchè così ha inteso

protestare contro l'arbitrio inaudito; delle armi si sono privati

soltanto i più timidi e scrupolosi osservatori della legge, colla

speranza di averle restituite a breve scadenza. Ciò che, ad onore del

vero, in parte e secondo i capricci delle autorità locali, è avvenuto.

Allo Stato è rimasta una splendida collezione di vecchi ed arrugginiti

fucili della guardia nazionale: ma gli rimane sulla coscienza una

conseguenza più grave e più dolorosa: oltre un migliaio di

contravvenzioni, che dai tribunali militari furono punite

complessivamente colla bellezza di 800 anni di prigione in parte

scontati, quando sopraggiunse--in luglio--l'amnistia riparatrice.

La insana misura, che non ebbe l'approvazione dei reazionarî, chè in

molti punti non sfuggirono ai soprusi, alle vessazioni di una polizia

tanto inetta quanto prepotente--a Caltanissetta si perquisì il domicilio

di un Consigliere di Prefettura ed a Piazza Armerina quello del

_pericolosissimo_ on. Lavaccara, provocando la più schietta ilarità di

mezza Italia!--ebbe un'altra triste conseguenza, prevista in Parlamento

nella discussione di febbraio e verificatasi esattamente: l'incremento

inaudito del malandrinaggio.

A rendere meno incompleto il quadro dei fasti della reazione trionfante

dovrei ora occuparmi della istituzione dei Tribunali militari; ma questo

grande argomento merita una trattazione a parte; qui trova posto invece

una parola sul contegno conservato dalle _classi dirigenti_ in questo

sinistro periodo di ecclissamento di ogni concetto di giustizia e di

legalità.

[LE CLASSI DIRIGENTI E LA REAZIONE]

[STATU QUO ANTE TUMULTUS]

La reazione del governo non fu uguagliata che dalla reazione di una gran

parte delle _classi dirigenti_. Queste, che per alcuni mesi si erano

ecclissate e rannicchiate in modo da rendersi invisibili, o avevano

fatto buon viso a cattivo giuoco, modificando i patti agrari, elevando i

salarî, trattando da uomini i lavoratori, non appena il governo si

mostrò _forte_ e ristabilì l'ordine, smisero ogni ipocrisia; e gli

uomini sciacalli--vili nel pericolo ma sanguinarî quando possono esserlo

senza timore--sono sbucati dai loro nascondigli preparandosi alla

riscossa. Ridono delle miserie dei lavoratori, si compiacciono delle

fucilazioni e del sangue sparso, inneggiano agli arresti e ai processi.

Le promesse fatte durante i tumulti non vengono mantenute, e le

concessioni vengono ritirate. _I grandi proprietarî_ riuniti nella sala

Ragona di Palermo per cura del loro Comitato promotore, fanno voti

perchè l'insegnamento ufficiale dato nelle scuole sia a _base morale_, e

c'è chi nella stessa riunione propone che si abolisca l'istruzione

obbligatoria tra gli applausi dell'assemblea! Ecco ciò che le _classi

dirigenti_ sanno escogitare e proporre per venire in aiuto degli

affamati. Esse si chiariscono degne del loro passato, di quel passato,

che fece giudicare al senatore Zini «la Baronia siciliana _ignava e

superba_ e non ultima cagione del pervertimento morale, onde volentieri

si rigetta tutto il carico sul mal governo dei Borboni»; esse si

mostrano degne del governo attuale e questo degno di loro; formando un

circolo vizioso nel cui perimetro le oligarchie, alte e basse, trovano

modo di rafforzarsi e di sostenersi a vicenda, a tutto detrimento della

libertà e del benessere popolare. Allegri italiani: la Sicilia ritorna

allo _statu quo ante tumultus_!

NOTE:

[53] Alla riunione intervenne persona che rappresentava Bosco, Verro e

Barbato, latitanti.

[54] Il telegramma-circolare è del seguente tenore: «In nome di tutti i

compagni di fede vi scongiuro di mantenere calma assoluta ed evitare

qualunque occasione, che possa produrre inutile spargimento di sangue,

doloroso sempre e dannoso adesso principalmente per la causa dei

lavoratori--occorre che la vostra attitudine pacifica, serena, dimostri

superflua ogni misura repressiva. Cessati i disordini, resterà l'impegno

al governo di riparare a quella parte dei vostri mali, che ha ora

riconosciuto.--È necessario attenderlo all'opera promessa, augurando che

possa vincere la resistenza delle camarille locali, cointeressate al

mantenimento delle attuali ingiustizie, e sappia riconoscere i vostri

diritti sinora conculcati. Le condizioni attuali impongono questa

condotta. Chi consiglia altrimenti è pazzo o traditore.»

[55] L'on. Comandini in una lettera pubblicata nel _Corriere della sera_

in risposta ad altra dell'on. Saporito-Ricca, disse che lo stesso on.

Crispi gli confessò le pressioni, che gli si facevano in favore della

reazione.

[56] Pel Pinnavaja e pel Giannone da Caltanisetta intercedettero la

società dei militari in congedo e il colonnello Pittaluga del 27º

Reggimento fanteria. L'on. Conte Testasecca si rese garante del

Pinnavaja: ma il De Rosa, Prefetto di Caltanissetta tenne duro nel

volerlo mantenuto a domicilio coatto. Il De Rosa cadde in numerose

contraddizioni per giustificare il proprio operato.

[57] Passati i primi furori della reazione molte società operaie di

mutuo soccorso si lasciarono ricostituire e si permise la riapertura

delle loro sedi. Ciò per la verità.

[58] La guerra fatta ai telegrammi ordinari divenne proibizione assoluta

pei telegrammi in cifre e con linguaggio convenzionale, che molti

negozianti adoperano a risparmio di spese coll'estero. Solo in Giugno il

Generale Morra si accorse, che poteva lasciar passare in linguaggio

convenzionale la richiesta o l'offerta di un carico di aranci senza

pericoli per la patria!

[59] Colgo qui l'occasione per testimoniare a questo egregio e mio caro

amico, tutta la mia riconoscenza per la sua cooperazione attiva e

intelligente prestatami nella pubblicazione di questa seconda edizione.

[60] Sento il dovere di segnalare l'attitudine dignitosa e indipendente

del _Giornale di Sicilia_ di fronte all'invadere della marea

reazionaria. Invece seguì ed incoraggiò la più bieca reazione _Il

Corriere dell'Isola_, dopo che ne lasciò la direzione l'Avv. Sangiorgi

che non avea disdegnato in altri tempi di collaborare nell'_Isola_.

Ma la storia della protesta della Giunta di Castelbuono dev'essere

completata: furono chiamati uno ad uno i consiglieri comunali e

_invitati_ a riunirsi di nuovo per dire che la precedente protesta era

una cosa... da burla. Così fecero perchè non si sentirono l'animo di

farsi arrestare e mandare a domicilio coatto....

XXI.

I TRIBUNALI MILITARI[61]

Il fatto più esorbitante dello Stato di assedio proclamato in Sicilia è

nella constituzione dei _Tribunali di Guerra_ ai quali non solo furono

sottoposti i civili, ma, con una violazione aperta del diritto lo furono

anche per quei reati commessi avanti la stessa proclamazione dello Stato

d'assedio. Onde si può dire che quei tribunali servirono come

efficacissimo strumento di reazione.

[I PRECEDENTI]

Giova rilevare anzitutto col Brusa che, a uno a uno, i precedenti in

fatto di Stato di assedio, nè autorizzavano nè consentivano, in maniera

qualsiasi, la manomissione delle leggi, e degli articoli espliciti

dello Statuto, per la quale solamente fu possibile la istituzione dei

Tribunali militari.

Nello Stato d'assedio proclamato a Genova nel 1849, a Sassari nel 1852,

in Sicilia e nel Napoletano nel 1862, in Sicilia nel 1866, non si

rinviene cosa alcuna che possa considerarsi come un precedente di quello

che si fece nel 1894 in Sicilia e nella Lunigiana.

Le condizioni politiche di Genova, nel 1849, erano talmente gravi ed

eccezionali che non si può in nessun modo paragonarle a queste di

Sicilia del 1894, eppure all'articolo 9 della regia ordinanza che le

impose lo Stato d'assedio era detto: «_Continueranno i giudici, i

tribunali e i magistrati ad esercitare la loro giurisdizione a seconda

delle leggi vigenti_, salvo nei reati contro la sicurezza dello Stato ed

in quelli per il porto e la ritenzione d'armi, i quali _potranno_ essere

giudicati da un Consiglio di guerra, che applicherà le pene portate dal

codice penale militare e, nei casi da esso non previsti, quelle

stabilite dalle leggi penali comuni.»

Questa prima constatazione vale _a priori_ a dare una idea della

esorbitanza del Regio Commissario straordinario che istituì i _Tribunali

di guerra_ e della illegittimità dei medesimi. La illegittimità e la

incompetenza loro risulta altresì evidente per una serie di ragioni e di

osservazioni, che sono costretto a riassumere, non potendo estesamente

esporle in un lavoro, che non ha indole giuridica.

I _Tribunali militari_ non potevano conoscere dei reati commessi dai

civili, perchè gli articoli 70 e 71 dello Statuto _octroyè_ da Carlo

Alberto, esplicitamente stabiliscono: «Non si può derogare alla

organizzazione giudiziaria se non in forza di una legge. Niuno può

essere distolto dai suoi giudici naturali. _Non potranno perciò essere

creati tribunali o commissioni straordinarie._»

[LE FACOLTÀ DEL POTERE ESECUTIVO]

Il potere esecutivo, dunque, col regio Decreto del 3 Gennaio col quale

affidava i _pieni poteri_ al generale Morra di Lavriano non poteva a lui

delegare quelle facoltà, che non aveva. Quando il bisogno esista di

modificare lo Statuto o di derogare temporaneamente ad alcuna delle sue

disposizioni, questa facoltà non competerà certamente al potere

esecutivo, il quale nessuna legge può fare o sospendere (art. 6 dello

Statuto) e molto meno può toccare alla legge fondamentale dello Stato

(_Impallomeni_).

Che il potere esecutivo non abbia tale facoltà--ed è evidente che non

possa averla in un regime costituzionale--risulta dagli stessi

precedenti della nostra storia; infatti esso quando ha sentito bisogno

di poteri dittatoriali od eccezionali per ragioni di difesa esterna e di

_difesa interna_ ha chiesto quella facoltà ai parlamenti e l'ha ottenuta

con la legge del 2 Agosto 1848, con quella del 25 aprile 1859, con

quella del 17 Maggio 1866 per le guerre coll'Austria; con la legge

chiamata Pica del 15 Agosto 1863 per la repressione del brigantaggio;

con la legge 3 Luglio 1875, non messa in esecuzione, per le condizioni

della pubblica sicurezza in Sicilia. Onde da questi dati si vede che se

i _Tribunali di guerra_ furono stabiliti a Genova nel 1849 ed a Palermo

nel 1866, essi furono legali, poichè il potere esecutivo si trovava già

investito dei _pieni poteri_ in forza delle cennate leggi speciali del

1848 e del 1866.

[VIOLAZIONE DELLO STATUTO]

Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause · 第 18 / 35 段