Nell'ora suprema l'ignoranza e l'egoismo delle classi dirigenti non

furono uguagliati che dalla loro paura; ed esse non seppero neppur

tentare di opporre una diga morale e materiale alla marea sormontante.

Ogni speranza di salvezza riposero nel governo, da cui--come in più

luoghi dimostra il generale Corsi--tutto attendevano e con questa

assenza di ogni loro iniziativa si rivelarono indegne di un libero

regime. Sicchè è forza convenire che la responsabilità enorme del

governo negli avvenimenti di Sicilia non è pareggiata che da quella

delle classi dirigenti.

NOTE:

[51] Gli effetti di questa dolorosa situazione potrei metterli in

evidenza con una serie di documenti strani. Finiti i tumulti, nella

presente reazione, il governo--se non altro per illudere--ha mostrato la

intenzione di riparare alle più stridenti ingiustizie in certi comuni, i

quali richiamarono l'attenzione sua colle violenze, e prosegue a non

curarsi di quelli altri comuni che gli si sono rivolti nei modi più

pacifici e più legali, colle istanze ed anche colle petizioni al

Presidente del Senato e della Camera dei deputati. Da molti punti--ad

esempio, da Petralia Soprana--mi si è scritto _deplorando_ di esser

rimasti calmi, quando gli altri si agitavano. Com'é eloquente ed

istruttivo questo rammarico... di non avere violato la legge!

[52] Non credo di andare errato affermando ch'era pronto il decreto, col

quale veniva nominato a questore di Palermo il Regio Procuratore di

Trapani. La nomina venne contromandata per volere del Generale Morra di

Lavriano, che ad ogni costo volle conservato il Lucchese.

XX.

LA REAZIONE

Col gennaio del 1894 comincia la diretta e più grave responsabilità

dell'on. Crispi, però che egli organizzò ed intese con tutte le sue

forze ad esplicare la reazione. E invero i primi atti di essa, decisi e

violenti, rispondono al carattere dell'inspiratore, il quale non mai

seppe rifuggire dalle esagerazioni, nel male e nel bene, pur di riescire

in quello ch'è il suo intento immediato.

Onde, come non titubò a esagerare, nel 1860, l'importanza delle notizie

che venivano dalla Sicilia, per indurre più presto alla spedizione di

Marsala il generale Garibaldi, così, ora--invecchiato di trentaquattro

anni il suo difetto mentale--non ha esitato un istante ad esagerare,

fino a potere considerarsi falsate, le condizioni della stessa Sicilia,

quasi per poter fare a ritroso--spinto dall'accecamento abituale della

sua sincera megalomania--la spedizione di Marsala.

Si comincia col reale decreto del 3 gennajo 1894, contro firmato dal

Consiglio dei ministri col quale si proclama lo Stato d'assedio in

tutte le provincie della Sicilia; vi si nomina Regio Commissario

straordinario con pieni poteri il tenente generale Morra di Lavriano e

della Montà, comandante il XII Corpo di armata.

[I PRIMI ARRESTI]

Il regio Commissario si pone subito all'opera e nello stesso giorno fa

arrestare i membri del Comitato Centrale dei _Fasci_: on. G. De Felice

Giuffrida, Avv. G. Montalto, avv. Francesco De Luca, e Nicola Petrina.

Un membro del Comitato, l'avv. L. Leone, sfugge alle ricerche della

polizia e ripara a Malta; Bosco, Barbato e Verro, vengono arrestati dopo

qualche tempo, mentre cercavano riparare all'estero; ma quasi a compenso

di queste prede mancate venne arrestato l'avv. F. Maniscalco, che del

Comitato non faceva parte e ch'era semplicemente direttore della

_Giustizia sociale_.

Per poter calcolare l'opportunità e la giustizia di questi primi arresti

si deve notare che alla vigilia il _Comitato Centrale dei Fasci_ si era

riunito in Palermo e dopo una discussione lunghissima ed animata, con

maggioranza di _sei_ contro _uno_, aveva deciso di non promuovere la

insurrezione, ma di lanciare un manifesto ai lavoratori.

[UN MANIFESTO CRIMINOSO]

Il quale potrà essere tutto, meno che criminoso e non potrà mai servire

a mascherare le intenzioni di chi lo tolse a pretesto per fare arrestare

coloro che lo redassero e lo sottoscrissero.

Il manifesto è il seguente:

_Lavoratori della Sicilia!_

«La nostra isola rosseggia del sangue dei compagni che sfruttati,

immiseriti, hanno manifestato il loro malcontento contro un

sistema dal quale indarno avete sperato giustizia, benessere e

libertà.

L'agitazione presente è il portato doloroso, necessario, di un

ordine di cose inesorabilmente condannato, e mette la borghesia

nella necessità o di seguire le esigenze dei tempi o di

abbandonarsi a repressioni brutali.

In questo momento solenne, mettiamo alla prova le declamazioni

umanitarie della borghesia, e in nome vostro chiediamo al governo:

1º Abolizione del dazio sulle farine;

2º Inchiesta sulle pubbliche amministrazioni della Sicilia, fatta

col concorso dei Fasci;

3º Sanzione legale dei patti colonici deliberati nel congresso

socialista;

4º Sanzione legale delle deliberazioni del congresso minerario di

Grotte e costituzione di sindacati per la produzione dello zolfo;

5º Costituzioni di collettività agricole e industriali, mediante i

beni incolti dei privati e i beni comunali dello Stato e dell'asse

ecclesiastico non ancora venduti, nonchè espropriazione forzata dei

latifondi, accordando temporaneamente agli espropriati una rendita

annua che non superi il 3% del valore dei terreni;

6º Concessione di tutti i lavori, delle pubbliche amministrazioni e

di quelle dipendenti o sussidiate dallo Stato, ai Fasci dei

lavoratori senza obbligo di cauzione;

7º Leggi sociali, che basandosi su di un minimo di salario ed un

massimo di ore di lavoro, valgano a migliorare economicamente e

moralmente le condizioni dei lavoratori;

8º Per provvedere alle spese necessarie per mettere in esecuzione i

suddetti progetti; per acquistare strumenti da lavoro tanto per le

collettività agricole quanto per quelle industriali: per anticipare

alimenti ai soci e porre le collettività in grado di funzionare

utilmente, stanziare nel bilancio dello Stato la somma di venti

milioni di lire.

_Lavoratori!_

Seguitate intanto a organizzarvi, ma ritornate alla calma perchè

coi moti isolati e convulsionari non si raggiungono benefizi

duraturi.

Dalle decisioni del governo trarremo norma per la condotta che

dovremo tenere.»

Vi sarà forse agio a ritornare sul valore di questo manifesto; per ora

basta osservare che ogni singolo articolo di questo programma

d'immediata attuazione ch'è contenuto nel manifesto è stato sostenuto da

ministri ed ex-ministri del regno d'Italia e da uomini temperatissimi,

nessuno dei quali venne mai incriminato. Nello insieme il programma

invocava il miglioramento della condizione economica dei lavoratori; ma

non avrebbe potuto scandalizzarsene l'on. Crispi, che nel suo discorso

di Palermo del 1886 aveva detto queste parole.

[LE PAROLE DI CRISPI]

«... Il Secolo XVIII ci diede l'emancipazione della borghesia; il secolo

XIX ci darà l'emancipazione delle plebi... La borghesia non ha più nulla

da chiedere e nulla da ottenere. Nell'ordine politico e amministrativo

essa non ha rivali pel governo della nazione; nell'ordine economico ha

un impero assoluto, perchè sua è la ricchezza del paese... Colla terra e

col denaro tiene incontrastato il dominio economico che le assicura

quello politico.

«Alle plebi manca tutto... Bisogna, infine, che gli operai siano redenti

dalla schiavitù dell'ignoranza e dalla schiavitù del capitale.»

C'era forse una minaccia nelle ultime parole del manifesto del Comitato?

Ma era sempre formulata in termini più blandi e meno rivoluzionarî di

quelli adoperati dallo stesso on. Crispi in un telegramma del 1892 alle

società popolari di Siracusa.

La gravità e la incriminabilità del manifesto risultavano dalle

condizioni del momento in cui era stato lanciato e dalle persone cui era

diretto? Ma per fare effetto--e l'effetto che si desiderava era la

calma--sopra popolazioni in fermento, tale linguaggio era il solo adatto

perchè dava affidamento ad esse che la loro causa non sarebbe stata

abbandonata e che le loro giuste rivendicazioni sarebbero state

propugnate con energia.

Ad ogni modo il linguaggio di giovani ardenti e non trattenuti da alcun

legame ufficiale era sincero, corrispondeva alla verità e fa uno strano

contrasto con quello dell'on. Crispi, che nella relazione pel decreto

sullo stato di assedio dice: i tumulti essere stati provocati da gente

_dedita ad ogni sorta di delitti_; saccheggi, incendî, assassinî, rapine

essere stati commessi _in quasi tutti i comuni dell'isola_.

[UNA ESAGERAZIONE PARADOSSALE]

Tutto ciò, quando non lo si voglia dire... assolutamente falso, bisogna

qualificarlo esagerato in modo superlativo. Ed è evidente che

l'esagerazione paradossale, aveva l'ufficio di mascherare la reazione.

Di fronte alla reazione, che si avanzava a grandi passi, sicura di

vincere, perchè sorretta dai grossi battaglioni, dai cannoni, dalla

cavalleria, dalle navi, dalla polizia, dalle insidie, dalle calunnie,

dallo spionaggio, dal concorso di buona parte delle così dette classi

dirigenti; sicura di vincere perchè doveva combattere contro elementi

inermi, disorganizzati, senza programma vero di rivoluzione, senza mezzi

di resistenza, senza sicurezza di vedere secondati i proprî conati dalle

provincie del continente le quali lasciavansi tranquillamente sguernire

di truppe, inviate in Sicilia a reprimere severamente e rapidamente moti

ch'erano incomposti ed a-politici, ma che pure potevano trasformarsi da

sommossa in rivoluzione, divenne scabrosissima la situazione di quanti

parteggiavano per la causa popolare ed erano dichiaratamente

repubblicani e socialisti. A loro s'imponeva il prendere una vigorosa

decisione ed assumerne piena ed intera la responsabilità.

[LA CONDOTTA DEI SOCIALISTI]

La presero e la manifestarono nel modo migliore ch'era loro consentito,

colla maggiore rapidità possibile per iscongiurare nuovi _salassi_ al

popolo, che tornavano graditissimi in alto; per impedire che venisse del

tutto distrutta una organizzazione che poteva essere feconda di bene;

per evitare che la reazione trovasse nella continuazione dei tumulti

nuovi pretesti per _farla finita_ colla parte popolare. Perciò nella

sera del giorno 5 dopo l'arresto dell'intero Comitato centrale dei

_Fasci_ e di altri egregi cittadini, dopo la proclamazione dello Stato

di assedio, dopo l'arrivo continuo e incontrastato dal continente di

nuovi reggimenti, repubblicani e socialisti, che non erano nelle

prigioni, si riunirono e decisero dopo seria ma rapida discussione, di

rivolgere un appello ai lavoratori dell'isola, diramarlo per mezzo del

telegrafo nelle Provincie e farlo pubblicare dai giornali di

Palermo.[53] Per fare tutto ciò vi era un ostacolo: il generale Morra di

Lavriano. Egli in forza dei poteri eccezionali che gli erano stati

accordati poteva trattenere i telegrammi e sequestrare o sopprimere i

giornali; e siccome ad ogni costo si voleva raggiungere lo scopo nel più

breve tempo possibile si pensò di mandare ad avvertire il Regio

Commissario straordinario di quanto s'intendeva di fare. A me ch'ero

stato chiamato a Palermo telegraficamente nello stesso giorno fu

affidato tale incarico, che nel modo che potei migliore disimpegnai

nella stessa sera del giorno 5 verso ventitrè ore.

Trovai nel Generale Morra di Lavriano persona squisitissima nella forma,

ma irremovibile nella sostanza di negare il permesso alla trasmissione

telegrafica dell'appello a firma di molti repubblicani e socialisti. Ma

siccome si sarebbe messo sfacciatamente dal lato del torto impedendo che

ai lavoratori si trasmettesse una parola che poteva essere ascoltata e

che consigliava la calma e la cessazione dei tumulti, così ricorse

all'espediente di consentire l'appello purchè esso portasse la mia sola

firma.

[UNA CIRCOLARE AI LAVORATORI DI SICILIA]

Esposi agli amici, che attendevano ansiosi l'esito del colloquio, tutti

gl'inconvenienti della soluzione proposta e dichiarai la mia grande

avversione ad assumere la responsabilità di un atto, che per gli uni

doveva crearmi un titolo di onore, che non mi spettava, e per gli altri

un grave demerito non meritato del pari. Ma gli amici m'imposero di

sobbarcarmi a tutto ed alla fine acconsentii a firmare l'appello, purchè

nei giornali di Palermo contemporaneamente alla sua pubblicazione

venisse detto perchè e come era stato da me solo sottoscritto. Ciò fu

fatto in Palermo: e ciò venne inoltre telegrafato dai rispettivi

corrispondenti ai principali giornali del continente (_Secolo_,

_Tribuna_, _Resto del Carlino_, _Roma_, _Messaggero_, _Corriere della

sera_, ecc. ecc.)[54].

[UN MANIFESTO NEL CONTINENTE]

Poco dopo che in nome dei repubblicani e socialisti di Sicilia venne

diramato il telegramma-circolare, che raccomandava la calma, un

manifesto che riusciva alla identica conclusione venne pubblicato nel

continente a firma del gruppo parlamentare del Partito italiano dei

lavoratori. Non ci fu intesa tra l'uno e l'altro ed è notevole perciò la

concordanza degli intendimenti manifestati, come indizio sicuro che essi

rispondevano alle esigenze del momento.

[INSINUAZIONE VOLGARE]

Quale sia stata l'influenza delle parole e dei consigli del partito

repubblicano e socialista non è il momento di esaminare; nè potrei

essere adatto a farlo. Mi sarà consentito, però, di notare che in Italia

fece una eccellente impressione e che l'opera di tale partito venne

giudicata come una vittoria morale sul Regio Commissario straordinario

ed una condanna della inerzia di altri uomini politici, specialmente

siciliani, che avrebbero dovuto farsi vivi in momenti di pericolo. Tale

impressione fu tanto viva, che a smorzarla qualche pietoso giornale

governativo annunziò seccamente ed _ingenuamente_ che il telegramma era

stato formulato di accordo tra me... e il generale Morra di Lavriano. La

insinuazione volgare da nessuno potrà meglio essere stigmatizzata quanto

dallo stesso Regio Commissario straordinario.

Se il partito repubblicano-socialista fece il dover suo consigliando la

calma nella speranza d'infrenare la reazione togliendole ogni pretesto

ad infierire, non fu, però, fortunato perchè la reazione non si arrestò;

sopratutto--stando ad alcune voci accreditate,--per opera di alcuni noti

uomini politici, che circuivano a Palermo il generale Morra di Lavriano

ed a Roma l'on. Crispi[55].

A me che avvertii il Presidente del Consiglio, che i suoi funzionari lo

disonoravano facendosi strumento di iniqua reazione rispose, assoluto ed

altezzoso come sempre, _che sotto il suo governo non sarebbe possibile

la reazione_.

I fatti si dettero la briga di smentirlo brutalmente, come si potrà

rilevare dalla loro rapida rassegna.

Il primo sintomo delle tendenze reazionarie si ebbe colla proclamazione

dello Stato d'assedio nelle città tutte che avevano mantenuto un ordine

esemplare e in quattro provincie che si erano tenute perfettamente

calme. Si volle loro arrecare un grave turbamento economico e si vollero

sottrarre alle garanzie costituzionali soltanto per avere mano libera

negli arresti e nelle violenze. Proclamando lo stato d'assedio in

provincie tranquille, osserva un illustre giurista, si falsa il concetto

fondamentale dei poteri eccezionali, i quali traggono la loro

legittimità soltanto dalla necessità di reprimere la rivolta, non di

prevenirla, perocchè alla prevenzione bastano da soli gli ordini

normali. (Brusa: _Della giustizia penale eccezionale_. Torino 1894. p.

13).

[LA REAZIONE IN SICILIA E IL TERRORE BIANCO]

A chi rassomigliò la reazione inauguratasi in Sicilia col 1894, al

_terrore bianco_ che infierì nel mezzogiorno della Francia all'indomani

della restaurazione borbonica, si credette poter rispondere

trionfalmente, che di _terrore_ non poteva parlarsi dove mancarono le

fucilazioni.

La risposta costituisce la migliore dimostrazione della perdita del

senso politico e morale in certe sfere che non sanno valutare la

differenza delle cause che avevano generato le due reazioni del 1815 e

del 1894. Si ebbero già abbastanza massacri ingiustificabili di

contadini inermi e le fucilazioni dove e quando manca ogni accenno di

resistenza, ogni e qualsiasi pretesto non avrebbero potuto rappresentare

che il capriccio di una tirannide assolutamente inconcepibile in questa

fine di secolo nel centro dell'Europa civile. Se mancarono, però, le

fucilazioni, abbondarono tutti gli altri atti e violazioni di leggi e

dello Statuto fondamentale, che possono contraddistinguere la peggiore

delle reazioni.

[IL SISTEMA DEGLI ARRESTI IN MASSA]

La rubrica degli arresti, delle deportazioni arbitrarie è tra le più

eloquenti a confermare tale asserto.

Iniziata con l'arresto dell'on. De Felice Giuffrida, che implica

violazione dello articolo 45 dello Statuto, e commentata coll'impedito

sbarco in Palermo agli on. Prampolini e Agnini si è poscia continuata

in proporzioni inaudite.

Se l'arresto dell'on. De Felice, di Bosco, di Montalto, ecc., ha

richiamato l'attenzione pubblica perchè riguardava individui conosciuti

in Sicilia e fuori, vi sono stati gli arresti in massa di contadini e di

lavoratori ignoti, le cui conseguenze economiche e morali non sono

calcolabili e che rappresentano perciò un atto di scelleratezza

raffinata. Talvolta si circondò da un reggimento o da un battaglione un

povero paese e si procedette ad arresti di più centinaia d'individui!

Con quali criterî, dietro quali indicazioni? È questo un mistero per lo

più; e quando i moventi sono noti, sono talmente laidi che destano

ribrezzo. In tale forma poco prima e poco dopo che si proclamasse lo

stato di assedio si procedette agli arresti in massa a Valguarnera, a

Gibellina, a Lercara, a Mazzara, a Castelvetrano, a Pietraperzia, a

Santa Caterina e spesso si arrestarono i disgraziati feriti e per la

rabbia di non poter arrestare i morti, tal'altra si condussero in

prigione i loro congiunti; e si può altamente disapprovare come inumano

e sopratutto impolitico questo sistema degli arresti in massa, nei paesi

nei quali avvennero gravi disordini, ma almeno lo si spiega, quando

della libertà dei cittadini dispongono i militari che delle libertà non

hanno un adeguato concetto.

[UNA VERA MANIA]

Non può trovare parola di scusa il sistema quando si applica in paesi

che si mantennero sempre calmi e che ebbero dimostrazioni

ultrapacifiche. Di questi arresti ne avvennero prima dello Stato di

assedio; ma dopo assunsero proporzioni da fare supporre che coloro che

li ordinavano erano invasi da una vera mania. Io non ho una statistica

delle persone che furono private della libertà dal 1º di Gennaio in poi;

ma spigolando nella collezione del _Giornale di Sicilia_ solamente dal

15 al 31 Gennaio, si arrestarono i cittadini a decine e a centinaia per

ogni luogo: a Racalmuto, Favara, Menfi, Raffadali, Terranova, Mazzara,

Niscemi, Camporeale, Caltanisetta, Salemi, Palermo, Cattolica,

Calatafimi, Castelvetrano, Castrogiovanni, Palma-Montechiaro, Marsala,

Mazzarino, Castellammare, Santa Ninfa, Mussomeli, Bronte, Ciminna,

Baucina, Marianopoli, Riesi, Lentini, Montallegro, Castelbuono,

Sommatino, Villarosa, Centuripe, Aidone, Pedara, Sciacca, Bisacquino,

Francofonte, Campofelice, Paternò, Belmonte-Mezzagno, Monterosso-Almo,

Gangi, Poggioreale, Prizzi, Contessa Entellina, San Mauro, Noto, Ragusa,

Modica, Trapani, Adernò, Riposto, Leonforte, Assoro, Agira, Catania,

Militello, Vizzini, Scordia, Gratteri, Mascalucia, Gerace-Siculo,

Giuliana, Acireale, Acicatena, Viagrande, Licodia-Eubea, Regalbuto,

Messina, Misilmeri, Sperlinga, Nicosia, Randazzo, ecc., ecc.

Questi enumerati, sono oltre settanta paesi dove si procedette ad

arresti in quindici giorni; sono quelli dove il _Giornale di Sicilia_ ha

corrispondenti, che lo hanno avvisato di ciò che avveniva; tenendo

conto, quindi, degli altri dei quali nessuno si curò di scriverne al

giornale e di quelli nei quali gli arresti si verificarono prima o dopo

il periodo compreso tra il 15 e il 31 Gennaio; si può essere sicuri che

non vi è stato piccolo o grande comune di Sicilia che non abbia dato il

proprio contingente, piccolo grande, alle prigioni dello Stato. E i

carcerati devono essere stati a migliaia e forse si è dovuto pensare

che c'era un modo di risolvere la questione sociale in Sicilia: quello

di mantenere gli affamati a spese dello Stato nelle prigioni.

[A DOMICILIO COATTO]

Per molti l'arresto è stato seguito dall'invio a domicilio coatto! Oltre

_mille_, infatti si crede che siano i cittadini inviati nelle isole

senza alcun processo.

Il _Giornale di Sicilia_ è temperatissimo e i suoi corrispondenti sono

reclutati in grandissima maggioranza tra le file delle persone

tranquille e che non hanno fisime in testa da poterle far qualificare

come sovversive; pure quasi tutti scrivono al giornale (che è

devotissimo all'on. Crispi), nel dare conto degli arresti di ricchi e di

poveri, di proletarî e di proprietarî, di studenti, e di operai, di

consiglieri, maestri e segretari comunali, di donne, di vecchi ed anche

di fanciulli, scrivono, ripeto: che il paese è sorpreso e indignato

degli arresti e che gli arrestati spesso lasciano le famiglie nella più

squallida miseria e che la loro partenza, essendo ammanettati e di

ordinario tra due file di soldati, ha dato luogo a scene drammatiche e

strazianti. Il terrore ha soggiogato tutti, e tutti temendo di essere

ghermiti dagli agenti del Regio Commissario straordinario si danno alla

fuga e rimangono abbandonate le case o abitate da povere ed isolate

donne; e rimangono deserte le campagne ed abbandonati i lavori agricoli!

[UNA MENZOGNA SPUDORATA]

Quando gli arresti non si possono giustificare e spiegare col pretesto

della cospirazione e del relativo processo si afferma dalle competenti

autorità che sono stati colpiti i malviventi, i pregiudicati, gli

ammoniti. Menzogna spudorata! E che sia menzogna lo prova lo arresto di

alcuni la cui notoria rettitudine pubblica e privata è al disopra di

ogni sospetto, la cui reputazione non può essere mai insozzata dalla

bava dei poliziotti, dei delatori, dei miserabili che hanno colto la

favorevole occasione per fare le loro private vendette. Tale è il caso

di Mario Aldisio Sammitto, ricco, coltissimo e mite pensatore, di

Salerno-Vinciguerra da Terranuova, di Amato-Cotogno, e del D.r Salvati,

di Cortese Pinnavaja da Caltanissetta, di Ballerini, Colnago e Crimaudo

da Palermo, dei Di Lorenzo, milionarî, da Gibellina, del D.r Crescimone

da Niscemi, di Agesilao Porrello da Villarosa, di Lo Sardo, studente, da

Naso, di Bruno da Milazzo, dell'avv. Rao da Canicattì e di cento altri

di cui adesso non mi viene alla memoria il nome. Alcuni sono stati tra i

più energici e più fortunati nel mantenere l'ordine nel periodo dei

tumulti: tra questi merita specialissima menzione l'avv. Gaetano Rao.

Altri sono stati rimessi in libertà: Amato, Salvati, Crescimone,

Porrello; ma vi sono stati quelli, che come volgari malfattori sono

stati deportati all'isola di Favignana, di Tremiti, ecc. Tale sorte

durissima toccò allo studente Lo Sardo di Naso, al Pinnavaja di

Caltanisetta. Nessuno ha osato formulare un accusa contro il primo:

l'università di Messina--studenti e professori--ha levato sdegnata la

voce; e in quanto al Pinnavaja, che conosco personalmente da molti anni

assicuro e garantisco sul mio onore e sulla mia coscienza, che mentisce

e calunnia chiunque osa dipingerlo come malvivente o pregiudicato e

sinanco come politicamente pericoloso, poichè egli ha l'animo mite di

una fanciulla![56]

Mentre scrivo--luglio 1894--sette mesi sono trascorsi dal giorno della

proclamazione dello Stato di assedio, l'ordine non è stato menomamente

turbato e le prigioni d'Italia rigurgitano ancora di prigionieri

siciliani, e a Favignana, Pantelleria, Lampedusa, Ponza, Ustica, Lipari,

Tremiti, Porto Ercole, ecc., si contano a centinaia i cittadini

condannati a domicilio coatto senza alcun processo e spessissimo senza

che mai per lo passato abbiano avuto da fare colla giustizia e colla

polizia.

[LO STRAZIO DELLA LIBERTÀ]

Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause · 第 17 / 35 段