furono uguagliati che dalla loro paura; ed esse non seppero neppur
tentare di opporre una diga morale e materiale alla marea sormontante.
Ogni speranza di salvezza riposero nel governo, da cui--come in più
luoghi dimostra il generale Corsi--tutto attendevano e con questa
assenza di ogni loro iniziativa si rivelarono indegne di un libero
regime. Sicchè è forza convenire che la responsabilità enorme del
governo negli avvenimenti di Sicilia non è pareggiata che da quella
delle classi dirigenti.
NOTE:
[51] Gli effetti di questa dolorosa situazione potrei metterli in
evidenza con una serie di documenti strani. Finiti i tumulti, nella
presente reazione, il governo--se non altro per illudere--ha mostrato la
intenzione di riparare alle più stridenti ingiustizie in certi comuni, i
quali richiamarono l'attenzione sua colle violenze, e prosegue a non
curarsi di quelli altri comuni che gli si sono rivolti nei modi più
pacifici e più legali, colle istanze ed anche colle petizioni al
Presidente del Senato e della Camera dei deputati. Da molti punti--ad
esempio, da Petralia Soprana--mi si è scritto _deplorando_ di esser
rimasti calmi, quando gli altri si agitavano. Com'é eloquente ed
istruttivo questo rammarico... di non avere violato la legge!
[52] Non credo di andare errato affermando ch'era pronto il decreto, col
quale veniva nominato a questore di Palermo il Regio Procuratore di
Trapani. La nomina venne contromandata per volere del Generale Morra di
Lavriano, che ad ogni costo volle conservato il Lucchese.
XX.
LA REAZIONE
Col gennaio del 1894 comincia la diretta e più grave responsabilità
dell'on. Crispi, però che egli organizzò ed intese con tutte le sue
forze ad esplicare la reazione. E invero i primi atti di essa, decisi e
violenti, rispondono al carattere dell'inspiratore, il quale non mai
seppe rifuggire dalle esagerazioni, nel male e nel bene, pur di riescire
in quello ch'è il suo intento immediato.
Onde, come non titubò a esagerare, nel 1860, l'importanza delle notizie
che venivano dalla Sicilia, per indurre più presto alla spedizione di
Marsala il generale Garibaldi, così, ora--invecchiato di trentaquattro
anni il suo difetto mentale--non ha esitato un istante ad esagerare,
fino a potere considerarsi falsate, le condizioni della stessa Sicilia,
quasi per poter fare a ritroso--spinto dall'accecamento abituale della
sua sincera megalomania--la spedizione di Marsala.
Si comincia col reale decreto del 3 gennajo 1894, contro firmato dal
Consiglio dei ministri col quale si proclama lo Stato d'assedio in
tutte le provincie della Sicilia; vi si nomina Regio Commissario
straordinario con pieni poteri il tenente generale Morra di Lavriano e
della Montà, comandante il XII Corpo di armata.
[I PRIMI ARRESTI]
Il regio Commissario si pone subito all'opera e nello stesso giorno fa
arrestare i membri del Comitato Centrale dei _Fasci_: on. G. De Felice
Giuffrida, Avv. G. Montalto, avv. Francesco De Luca, e Nicola Petrina.
Un membro del Comitato, l'avv. L. Leone, sfugge alle ricerche della
polizia e ripara a Malta; Bosco, Barbato e Verro, vengono arrestati dopo
qualche tempo, mentre cercavano riparare all'estero; ma quasi a compenso
di queste prede mancate venne arrestato l'avv. F. Maniscalco, che del
Comitato non faceva parte e ch'era semplicemente direttore della
_Giustizia sociale_.
Per poter calcolare l'opportunità e la giustizia di questi primi arresti
si deve notare che alla vigilia il _Comitato Centrale dei Fasci_ si era
riunito in Palermo e dopo una discussione lunghissima ed animata, con
maggioranza di _sei_ contro _uno_, aveva deciso di non promuovere la
insurrezione, ma di lanciare un manifesto ai lavoratori.
[UN MANIFESTO CRIMINOSO]
Il quale potrà essere tutto, meno che criminoso e non potrà mai servire
a mascherare le intenzioni di chi lo tolse a pretesto per fare arrestare
coloro che lo redassero e lo sottoscrissero.
Il manifesto è il seguente:
_Lavoratori della Sicilia!_
«La nostra isola rosseggia del sangue dei compagni che sfruttati,
immiseriti, hanno manifestato il loro malcontento contro un
sistema dal quale indarno avete sperato giustizia, benessere e
libertà.
L'agitazione presente è il portato doloroso, necessario, di un
ordine di cose inesorabilmente condannato, e mette la borghesia
nella necessità o di seguire le esigenze dei tempi o di
abbandonarsi a repressioni brutali.
In questo momento solenne, mettiamo alla prova le declamazioni
umanitarie della borghesia, e in nome vostro chiediamo al governo:
1º Abolizione del dazio sulle farine;
2º Inchiesta sulle pubbliche amministrazioni della Sicilia, fatta
col concorso dei Fasci;
3º Sanzione legale dei patti colonici deliberati nel congresso
socialista;
4º Sanzione legale delle deliberazioni del congresso minerario di
Grotte e costituzione di sindacati per la produzione dello zolfo;
5º Costituzioni di collettività agricole e industriali, mediante i
beni incolti dei privati e i beni comunali dello Stato e dell'asse
ecclesiastico non ancora venduti, nonchè espropriazione forzata dei
latifondi, accordando temporaneamente agli espropriati una rendita
annua che non superi il 3% del valore dei terreni;
6º Concessione di tutti i lavori, delle pubbliche amministrazioni e
di quelle dipendenti o sussidiate dallo Stato, ai Fasci dei
lavoratori senza obbligo di cauzione;
7º Leggi sociali, che basandosi su di un minimo di salario ed un
massimo di ore di lavoro, valgano a migliorare economicamente e
moralmente le condizioni dei lavoratori;
8º Per provvedere alle spese necessarie per mettere in esecuzione i
suddetti progetti; per acquistare strumenti da lavoro tanto per le
collettività agricole quanto per quelle industriali: per anticipare
alimenti ai soci e porre le collettività in grado di funzionare
utilmente, stanziare nel bilancio dello Stato la somma di venti
milioni di lire.
_Lavoratori!_
Seguitate intanto a organizzarvi, ma ritornate alla calma perchè
coi moti isolati e convulsionari non si raggiungono benefizi
duraturi.
Dalle decisioni del governo trarremo norma per la condotta che
dovremo tenere.»
Vi sarà forse agio a ritornare sul valore di questo manifesto; per ora
basta osservare che ogni singolo articolo di questo programma
d'immediata attuazione ch'è contenuto nel manifesto è stato sostenuto da
ministri ed ex-ministri del regno d'Italia e da uomini temperatissimi,
nessuno dei quali venne mai incriminato. Nello insieme il programma
invocava il miglioramento della condizione economica dei lavoratori; ma
non avrebbe potuto scandalizzarsene l'on. Crispi, che nel suo discorso
di Palermo del 1886 aveva detto queste parole.
[LE PAROLE DI CRISPI]
«... Il Secolo XVIII ci diede l'emancipazione della borghesia; il secolo
XIX ci darà l'emancipazione delle plebi... La borghesia non ha più nulla
da chiedere e nulla da ottenere. Nell'ordine politico e amministrativo
essa non ha rivali pel governo della nazione; nell'ordine economico ha
un impero assoluto, perchè sua è la ricchezza del paese... Colla terra e
col denaro tiene incontrastato il dominio economico che le assicura
quello politico.
«Alle plebi manca tutto... Bisogna, infine, che gli operai siano redenti
dalla schiavitù dell'ignoranza e dalla schiavitù del capitale.»
C'era forse una minaccia nelle ultime parole del manifesto del Comitato?
Ma era sempre formulata in termini più blandi e meno rivoluzionarî di
quelli adoperati dallo stesso on. Crispi in un telegramma del 1892 alle
società popolari di Siracusa.
La gravità e la incriminabilità del manifesto risultavano dalle
condizioni del momento in cui era stato lanciato e dalle persone cui era
diretto? Ma per fare effetto--e l'effetto che si desiderava era la
calma--sopra popolazioni in fermento, tale linguaggio era il solo adatto
perchè dava affidamento ad esse che la loro causa non sarebbe stata
abbandonata e che le loro giuste rivendicazioni sarebbero state
propugnate con energia.
Ad ogni modo il linguaggio di giovani ardenti e non trattenuti da alcun
legame ufficiale era sincero, corrispondeva alla verità e fa uno strano
contrasto con quello dell'on. Crispi, che nella relazione pel decreto
sullo stato di assedio dice: i tumulti essere stati provocati da gente
_dedita ad ogni sorta di delitti_; saccheggi, incendî, assassinî, rapine
essere stati commessi _in quasi tutti i comuni dell'isola_.
[UNA ESAGERAZIONE PARADOSSALE]
Tutto ciò, quando non lo si voglia dire... assolutamente falso, bisogna
qualificarlo esagerato in modo superlativo. Ed è evidente che
l'esagerazione paradossale, aveva l'ufficio di mascherare la reazione.
Di fronte alla reazione, che si avanzava a grandi passi, sicura di
vincere, perchè sorretta dai grossi battaglioni, dai cannoni, dalla
cavalleria, dalle navi, dalla polizia, dalle insidie, dalle calunnie,
dallo spionaggio, dal concorso di buona parte delle così dette classi
dirigenti; sicura di vincere perchè doveva combattere contro elementi
inermi, disorganizzati, senza programma vero di rivoluzione, senza mezzi
di resistenza, senza sicurezza di vedere secondati i proprî conati dalle
provincie del continente le quali lasciavansi tranquillamente sguernire
di truppe, inviate in Sicilia a reprimere severamente e rapidamente moti
ch'erano incomposti ed a-politici, ma che pure potevano trasformarsi da
sommossa in rivoluzione, divenne scabrosissima la situazione di quanti
parteggiavano per la causa popolare ed erano dichiaratamente
repubblicani e socialisti. A loro s'imponeva il prendere una vigorosa
decisione ed assumerne piena ed intera la responsabilità.
[LA CONDOTTA DEI SOCIALISTI]
La presero e la manifestarono nel modo migliore ch'era loro consentito,
colla maggiore rapidità possibile per iscongiurare nuovi _salassi_ al
popolo, che tornavano graditissimi in alto; per impedire che venisse del
tutto distrutta una organizzazione che poteva essere feconda di bene;
per evitare che la reazione trovasse nella continuazione dei tumulti
nuovi pretesti per _farla finita_ colla parte popolare. Perciò nella
sera del giorno 5 dopo l'arresto dell'intero Comitato centrale dei
_Fasci_ e di altri egregi cittadini, dopo la proclamazione dello Stato
di assedio, dopo l'arrivo continuo e incontrastato dal continente di
nuovi reggimenti, repubblicani e socialisti, che non erano nelle
prigioni, si riunirono e decisero dopo seria ma rapida discussione, di
rivolgere un appello ai lavoratori dell'isola, diramarlo per mezzo del
telegrafo nelle Provincie e farlo pubblicare dai giornali di
Palermo.[53] Per fare tutto ciò vi era un ostacolo: il generale Morra di
Lavriano. Egli in forza dei poteri eccezionali che gli erano stati
accordati poteva trattenere i telegrammi e sequestrare o sopprimere i
giornali; e siccome ad ogni costo si voleva raggiungere lo scopo nel più
breve tempo possibile si pensò di mandare ad avvertire il Regio
Commissario straordinario di quanto s'intendeva di fare. A me ch'ero
stato chiamato a Palermo telegraficamente nello stesso giorno fu
affidato tale incarico, che nel modo che potei migliore disimpegnai
nella stessa sera del giorno 5 verso ventitrè ore.
Trovai nel Generale Morra di Lavriano persona squisitissima nella forma,
ma irremovibile nella sostanza di negare il permesso alla trasmissione
telegrafica dell'appello a firma di molti repubblicani e socialisti. Ma
siccome si sarebbe messo sfacciatamente dal lato del torto impedendo che
ai lavoratori si trasmettesse una parola che poteva essere ascoltata e
che consigliava la calma e la cessazione dei tumulti, così ricorse
all'espediente di consentire l'appello purchè esso portasse la mia sola
firma.
[UNA CIRCOLARE AI LAVORATORI DI SICILIA]
Esposi agli amici, che attendevano ansiosi l'esito del colloquio, tutti
gl'inconvenienti della soluzione proposta e dichiarai la mia grande
avversione ad assumere la responsabilità di un atto, che per gli uni
doveva crearmi un titolo di onore, che non mi spettava, e per gli altri
un grave demerito non meritato del pari. Ma gli amici m'imposero di
sobbarcarmi a tutto ed alla fine acconsentii a firmare l'appello, purchè
nei giornali di Palermo contemporaneamente alla sua pubblicazione
venisse detto perchè e come era stato da me solo sottoscritto. Ciò fu
fatto in Palermo: e ciò venne inoltre telegrafato dai rispettivi
corrispondenti ai principali giornali del continente (_Secolo_,
_Tribuna_, _Resto del Carlino_, _Roma_, _Messaggero_, _Corriere della
sera_, ecc. ecc.)[54].
[UN MANIFESTO NEL CONTINENTE]
Poco dopo che in nome dei repubblicani e socialisti di Sicilia venne
diramato il telegramma-circolare, che raccomandava la calma, un
manifesto che riusciva alla identica conclusione venne pubblicato nel
continente a firma del gruppo parlamentare del Partito italiano dei
lavoratori. Non ci fu intesa tra l'uno e l'altro ed è notevole perciò la
concordanza degli intendimenti manifestati, come indizio sicuro che essi
rispondevano alle esigenze del momento.
[INSINUAZIONE VOLGARE]
Quale sia stata l'influenza delle parole e dei consigli del partito
repubblicano e socialista non è il momento di esaminare; nè potrei
essere adatto a farlo. Mi sarà consentito, però, di notare che in Italia
fece una eccellente impressione e che l'opera di tale partito venne
giudicata come una vittoria morale sul Regio Commissario straordinario
ed una condanna della inerzia di altri uomini politici, specialmente
siciliani, che avrebbero dovuto farsi vivi in momenti di pericolo. Tale
impressione fu tanto viva, che a smorzarla qualche pietoso giornale
governativo annunziò seccamente ed _ingenuamente_ che il telegramma era
stato formulato di accordo tra me... e il generale Morra di Lavriano. La
insinuazione volgare da nessuno potrà meglio essere stigmatizzata quanto
dallo stesso Regio Commissario straordinario.
Se il partito repubblicano-socialista fece il dover suo consigliando la
calma nella speranza d'infrenare la reazione togliendole ogni pretesto
ad infierire, non fu, però, fortunato perchè la reazione non si arrestò;
sopratutto--stando ad alcune voci accreditate,--per opera di alcuni noti
uomini politici, che circuivano a Palermo il generale Morra di Lavriano
ed a Roma l'on. Crispi[55].
A me che avvertii il Presidente del Consiglio, che i suoi funzionari lo
disonoravano facendosi strumento di iniqua reazione rispose, assoluto ed
altezzoso come sempre, _che sotto il suo governo non sarebbe possibile
la reazione_.
I fatti si dettero la briga di smentirlo brutalmente, come si potrà
rilevare dalla loro rapida rassegna.
Il primo sintomo delle tendenze reazionarie si ebbe colla proclamazione
dello Stato d'assedio nelle città tutte che avevano mantenuto un ordine
esemplare e in quattro provincie che si erano tenute perfettamente
calme. Si volle loro arrecare un grave turbamento economico e si vollero
sottrarre alle garanzie costituzionali soltanto per avere mano libera
negli arresti e nelle violenze. Proclamando lo stato d'assedio in
provincie tranquille, osserva un illustre giurista, si falsa il concetto
fondamentale dei poteri eccezionali, i quali traggono la loro
legittimità soltanto dalla necessità di reprimere la rivolta, non di
prevenirla, perocchè alla prevenzione bastano da soli gli ordini
normali. (Brusa: _Della giustizia penale eccezionale_. Torino 1894. p.
13).
[LA REAZIONE IN SICILIA E IL TERRORE BIANCO]
A chi rassomigliò la reazione inauguratasi in Sicilia col 1894, al
_terrore bianco_ che infierì nel mezzogiorno della Francia all'indomani
della restaurazione borbonica, si credette poter rispondere
trionfalmente, che di _terrore_ non poteva parlarsi dove mancarono le
fucilazioni.
La risposta costituisce la migliore dimostrazione della perdita del
senso politico e morale in certe sfere che non sanno valutare la
differenza delle cause che avevano generato le due reazioni del 1815 e
del 1894. Si ebbero già abbastanza massacri ingiustificabili di
contadini inermi e le fucilazioni dove e quando manca ogni accenno di
resistenza, ogni e qualsiasi pretesto non avrebbero potuto rappresentare
che il capriccio di una tirannide assolutamente inconcepibile in questa
fine di secolo nel centro dell'Europa civile. Se mancarono, però, le
fucilazioni, abbondarono tutti gli altri atti e violazioni di leggi e
dello Statuto fondamentale, che possono contraddistinguere la peggiore
delle reazioni.
[IL SISTEMA DEGLI ARRESTI IN MASSA]
La rubrica degli arresti, delle deportazioni arbitrarie è tra le più
eloquenti a confermare tale asserto.
Iniziata con l'arresto dell'on. De Felice Giuffrida, che implica
violazione dello articolo 45 dello Statuto, e commentata coll'impedito
sbarco in Palermo agli on. Prampolini e Agnini si è poscia continuata
in proporzioni inaudite.
Se l'arresto dell'on. De Felice, di Bosco, di Montalto, ecc., ha
richiamato l'attenzione pubblica perchè riguardava individui conosciuti
in Sicilia e fuori, vi sono stati gli arresti in massa di contadini e di
lavoratori ignoti, le cui conseguenze economiche e morali non sono
calcolabili e che rappresentano perciò un atto di scelleratezza
raffinata. Talvolta si circondò da un reggimento o da un battaglione un
povero paese e si procedette ad arresti di più centinaia d'individui!
Con quali criterî, dietro quali indicazioni? È questo un mistero per lo
più; e quando i moventi sono noti, sono talmente laidi che destano
ribrezzo. In tale forma poco prima e poco dopo che si proclamasse lo
stato di assedio si procedette agli arresti in massa a Valguarnera, a
Gibellina, a Lercara, a Mazzara, a Castelvetrano, a Pietraperzia, a
Santa Caterina e spesso si arrestarono i disgraziati feriti e per la
rabbia di non poter arrestare i morti, tal'altra si condussero in
prigione i loro congiunti; e si può altamente disapprovare come inumano
e sopratutto impolitico questo sistema degli arresti in massa, nei paesi
nei quali avvennero gravi disordini, ma almeno lo si spiega, quando
della libertà dei cittadini dispongono i militari che delle libertà non
hanno un adeguato concetto.
[UNA VERA MANIA]
Non può trovare parola di scusa il sistema quando si applica in paesi
che si mantennero sempre calmi e che ebbero dimostrazioni
ultrapacifiche. Di questi arresti ne avvennero prima dello Stato di
assedio; ma dopo assunsero proporzioni da fare supporre che coloro che
li ordinavano erano invasi da una vera mania. Io non ho una statistica
delle persone che furono private della libertà dal 1º di Gennaio in poi;
ma spigolando nella collezione del _Giornale di Sicilia_ solamente dal
15 al 31 Gennaio, si arrestarono i cittadini a decine e a centinaia per
ogni luogo: a Racalmuto, Favara, Menfi, Raffadali, Terranova, Mazzara,
Niscemi, Camporeale, Caltanisetta, Salemi, Palermo, Cattolica,
Calatafimi, Castelvetrano, Castrogiovanni, Palma-Montechiaro, Marsala,
Mazzarino, Castellammare, Santa Ninfa, Mussomeli, Bronte, Ciminna,
Baucina, Marianopoli, Riesi, Lentini, Montallegro, Castelbuono,
Sommatino, Villarosa, Centuripe, Aidone, Pedara, Sciacca, Bisacquino,
Francofonte, Campofelice, Paternò, Belmonte-Mezzagno, Monterosso-Almo,
Gangi, Poggioreale, Prizzi, Contessa Entellina, San Mauro, Noto, Ragusa,
Modica, Trapani, Adernò, Riposto, Leonforte, Assoro, Agira, Catania,
Militello, Vizzini, Scordia, Gratteri, Mascalucia, Gerace-Siculo,
Giuliana, Acireale, Acicatena, Viagrande, Licodia-Eubea, Regalbuto,
Messina, Misilmeri, Sperlinga, Nicosia, Randazzo, ecc., ecc.
Questi enumerati, sono oltre settanta paesi dove si procedette ad
arresti in quindici giorni; sono quelli dove il _Giornale di Sicilia_ ha
corrispondenti, che lo hanno avvisato di ciò che avveniva; tenendo
conto, quindi, degli altri dei quali nessuno si curò di scriverne al
giornale e di quelli nei quali gli arresti si verificarono prima o dopo
il periodo compreso tra il 15 e il 31 Gennaio; si può essere sicuri che
non vi è stato piccolo o grande comune di Sicilia che non abbia dato il
proprio contingente, piccolo grande, alle prigioni dello Stato. E i
carcerati devono essere stati a migliaia e forse si è dovuto pensare
che c'era un modo di risolvere la questione sociale in Sicilia: quello
di mantenere gli affamati a spese dello Stato nelle prigioni.
[A DOMICILIO COATTO]
Per molti l'arresto è stato seguito dall'invio a domicilio coatto! Oltre
_mille_, infatti si crede che siano i cittadini inviati nelle isole
senza alcun processo.
Il _Giornale di Sicilia_ è temperatissimo e i suoi corrispondenti sono
reclutati in grandissima maggioranza tra le file delle persone
tranquille e che non hanno fisime in testa da poterle far qualificare
come sovversive; pure quasi tutti scrivono al giornale (che è
devotissimo all'on. Crispi), nel dare conto degli arresti di ricchi e di
poveri, di proletarî e di proprietarî, di studenti, e di operai, di
consiglieri, maestri e segretari comunali, di donne, di vecchi ed anche
di fanciulli, scrivono, ripeto: che il paese è sorpreso e indignato
degli arresti e che gli arrestati spesso lasciano le famiglie nella più
squallida miseria e che la loro partenza, essendo ammanettati e di
ordinario tra due file di soldati, ha dato luogo a scene drammatiche e
strazianti. Il terrore ha soggiogato tutti, e tutti temendo di essere
ghermiti dagli agenti del Regio Commissario straordinario si danno alla
fuga e rimangono abbandonate le case o abitate da povere ed isolate
donne; e rimangono deserte le campagne ed abbandonati i lavori agricoli!
[UNA MENZOGNA SPUDORATA]
Quando gli arresti non si possono giustificare e spiegare col pretesto
della cospirazione e del relativo processo si afferma dalle competenti
autorità che sono stati colpiti i malviventi, i pregiudicati, gli
ammoniti. Menzogna spudorata! E che sia menzogna lo prova lo arresto di
alcuni la cui notoria rettitudine pubblica e privata è al disopra di
ogni sospetto, la cui reputazione non può essere mai insozzata dalla
bava dei poliziotti, dei delatori, dei miserabili che hanno colto la
favorevole occasione per fare le loro private vendette. Tale è il caso
di Mario Aldisio Sammitto, ricco, coltissimo e mite pensatore, di
Salerno-Vinciguerra da Terranuova, di Amato-Cotogno, e del D.r Salvati,
di Cortese Pinnavaja da Caltanissetta, di Ballerini, Colnago e Crimaudo
da Palermo, dei Di Lorenzo, milionarî, da Gibellina, del D.r Crescimone
da Niscemi, di Agesilao Porrello da Villarosa, di Lo Sardo, studente, da
Naso, di Bruno da Milazzo, dell'avv. Rao da Canicattì e di cento altri
di cui adesso non mi viene alla memoria il nome. Alcuni sono stati tra i
più energici e più fortunati nel mantenere l'ordine nel periodo dei
tumulti: tra questi merita specialissima menzione l'avv. Gaetano Rao.
Altri sono stati rimessi in libertà: Amato, Salvati, Crescimone,
Porrello; ma vi sono stati quelli, che come volgari malfattori sono
stati deportati all'isola di Favignana, di Tremiti, ecc. Tale sorte
durissima toccò allo studente Lo Sardo di Naso, al Pinnavaja di
Caltanisetta. Nessuno ha osato formulare un accusa contro il primo:
l'università di Messina--studenti e professori--ha levato sdegnata la
voce; e in quanto al Pinnavaja, che conosco personalmente da molti anni
assicuro e garantisco sul mio onore e sulla mia coscienza, che mentisce
e calunnia chiunque osa dipingerlo come malvivente o pregiudicato e
sinanco come politicamente pericoloso, poichè egli ha l'animo mite di
una fanciulla![56]
Mentre scrivo--luglio 1894--sette mesi sono trascorsi dal giorno della
proclamazione dello Stato di assedio, l'ordine non è stato menomamente
turbato e le prigioni d'Italia rigurgitano ancora di prigionieri
siciliani, e a Favignana, Pantelleria, Lampedusa, Ponza, Ustica, Lipari,
Tremiti, Porto Ercole, ecc., si contano a centinaia i cittadini
condannati a domicilio coatto senza alcun processo e spessissimo senza
che mai per lo passato abbiano avuto da fare colla giustizia e colla
polizia.
[LO STRAZIO DELLA LIBERTÀ]