Quando si pensa ai tumulti, che caratterizzarono il periodo del

_luddismo_ in Inghilterra--durante il quale si devastarono e

incendiarono fabbriche e macchine in considerevole quantità--mentre

infieriva la reazione dell'_ultra-torismo_ sotto la influenza della

_Santa Alleanza_, che facevasi sentire anche al di là della Manica;

quando si riflette alla violenza delle dimostrazioni del _cartismo_

nella stessa Inghilterra e agli eccessi, alla intolleranza, alle

persecuzioni, al _boicottaggio_ delle _Trade Unions_ contro i lavoratori

che non ne facevano parte e non le seguivano nelle lotte contro i

padroni e contro il capitalismo; quando si pensa ai cosidetti _delitti

di Sheffield_ e agli altri, che vennero in luce col processo di

Manchester; quando si pensa alla violenza ed ai mezzi brutali, adoperati

dagli unionisti contro gli operai non associati, che dai primi vengono

chiamati sprezzantemente _blacklegs_ e _scabes_ e di cui si ebbero

numerosi esempi, dopo il 1889, negli scioperi di Londra, di Liverpool,

di Cardiff, di Southampton, di Manchester ecc., quando si pensa infine

che gli operai inglesi delle _Unioni_--in un loro congresso a Liverpool

nel 1890--hanno sinanco chiesto che venisse loro riconosciuto come un

_diritto_ il cosidetto _Picketing_, cioè l'organizzazione di pattuglie

destinate a prevenire ed arrestare gli operai, che si portano al lavoro

in tempo di sciopero! e si paragona tutto ciò alle poche violenze

commesse dai poveri lavoratori della Sicilia si può comprendere la

differenza enorme tra il governo inglese e il governo italiano a tutto

danno e disonore del secondo, la cui condotta non può e non deve

considerarsi conforme ad un libero regime.

[NEGLI STATI UNITI]

Se il paragone tra l'attitudine del governo inglese di fronte a violenze

delle _Trade Unions_--cento volte superiori a quelle dei _Fasci_--e

quella del governo italiano riesce disonorevole pel secondo, lo stesso

paragone non può nemmeno porsi con quello degli Stati Uniti dove

rimasero celebri le violenze di Pittsburg--che sono contemporanee perchè

ci sia bisogno di ricordarle--e gli eccessi e i pericoli della marcia

dei disoccupati di Coxey sopra Washington, i diversi scioperi dei

_Cavalieri del lavoro_ e l'ultimo veramente gigantesco dei ferrovieri di

Chicago, dell'Illinois e di gran parte della California. Nè si dica, che

anche il governo della grande repubblica americana ha dovuto ricorrere

alla repressione, perchè le cagioni e i limiti della medesima non hanno

affatto che vedere con ciò che avvenne in Sicilia. Al Coxey--che mette

in pericolo lo Stato e marcia con migliaja di uomini, che assaltano i

negozî e i treni ferroviarî e all'occorrenza incendiano e

distruggono--quando arriva a Washington, non viene contestato il diritto

di dimostrare nei modi cennati, e questi modi non gli vengono addebitati

come reati, ma viene processato per una contravvenzione ridicola e

condannato a... _quindici giorni_ di carcere. Bernardino Verro per fatti

di importanza infinitamente minori e nei quali non ci fu la sua

partecipazione nè diretta, nè immediata perchè si svolsero in Lercara,

nella sua assenza, venne condannato a _sedici anni_ di reclusione.

Debbs, l'organizzatore dell'ultimo sciopero ferroviario--che ha prodotto

danni per molti milioni e le cui schiere si sono abbandonate a violenze

inaudite venne processato ed arrestato, ma immediatamente rilasciato in

libertà sotto cauzione, ai sensi di legge. Ai disgraziati contadini di

Milocca, accusati d'avere sparso un mucchio di concime--un atto che

nemmeno costituisce reato e che fu dichiarato inesistente--si nega la

libertà provvisoria e sono costretti a godersi molti mesi di carcere

preventivo. E così potrebbe dirsi di cento altri casi.

A chi volesse sostenere che i lavoratori di Sicilia i quali si posero in

isciopero, commisero violenze, si può contrapporre la testimonianza del

generale Corsi, che in tutto il suo libro si mostra avversario dello

sciopero--non avendone un concetto giuridico esatto--ma che pure le

constatate _violenze contro la libertà del lavoro_ (p. 312) da leale

soldato è costretto a ridurre alle loro giuste proporzioni, ed afferma,

come s'è visto, che «_i lavoratori chiamati da altre parti da alcuni

proprietarî non furono costretti a cessare il lavoro._» (p. 338).

[QUEL CHE FECE IL GOVERNO ITALIANO]

Il contegno, adunque, del governo rispetto all'azione principale dei

_Fasci_ fu ingiusto e partigiano; esso non rispettò neppure quella

famosa libertà nel contratto di lavoro, che in sè stessa, quando è

rispettata, non giova che pochissimo ai lavoratori, e prese a sostenere

le ragioni di una classe per ribadire la più odiosa oppressione

economica contro un'altra ch'era debole sotto tutti gli aspetti.

Il ministero Giolitti, che si era chiarito sistematicamente partigiano e

ingiusto, privo di ogni sano concetto della sua missione nel periodo

degli scioperi agrarî, si rivela di una fenomenale debolezza e trascende

ad altre violazioni della legge o le permette e le incoraggia nella fase

successiva dei tumulti, che chiameremo comunali.

Quando si accentua il moto di protesta contro le amministrazioni e le

gravi tasse locali, il governo non sa scegliere la via retta. Poteva

essere energico e previdente nel senso di ordinare subito un esame per

vedere ciò che ci fosse di vero nelle lamentanze e nelle accuse dei

lavoratori e prendere la santa iniziativa delle riparazioni; poteva pure

con altrettanta energia--se non pari equità--imporre il rispetto della

lettera della legge: e la farisaica interpretazione della legge dava

ragione a tutte le amministrazioni locali, costituite ai sensi di legge

e che legali nella loro azione si dovevano presumere se le autorità

tutrici, dalle giunte amministrative ai prefetti, le avevano lasciate in

pace ed erano perciò con loro solidali.

[QUEL CHE AVREBBE DOVUTO FARE]

Non l'uno, nè l'altro atteggiamento seppe assumere l'on. Giolitti, ma

invece si limitò a cedere ed a concedere--con manifeste violazioni della

legge e con sovvertimento di ogni concetto amministrativo--ogni qual

volta il popolo minacciò, fece dimostrazioni e volle cose giuste non di

raro frammischiate a pretese assurde, quali poteva suggerirle la

ignoranza nelle moltitudini e la passione di parte in molti capoccia di

partiti.

Pochi esempî basteranno a dare una idea di quella che fu l'azione del

governo sotto questo aspetto e quali furono le conseguenze politiche e

amministrative.

Per vedere in quali imbarazzi le autorità governative cercarono di porre

i municipi, ricordo questo caso tipico. Il Municipio di Canicattì ha

piccolo territorio e la sua risorsa principale per far fronte alle

_spese obbligatorie_ l'ha nel dazio di consumo. Il Bertagnolli, prefetto

di Girgenti, volendo evitare tumulti telegrafò al sindaco avv. Falcone

perchè riunisse il Consiglio e abolisse il dazio sulla farina. Il

Sindaco giustamente preoccupato dalla impossibilità in cui si sarebbe

trovato di far fronte alle spese e delle conseguenze della lite che

l'appaltatore avrebbe intentato al Comune, nè volendo assumersi

l'odiosità dei tumulti, dignitosamente telegrafò al Prefetto: «Il

governo, causa unica del disagio economico e del malcontento della

popolazione in Sicilia, riversa la responsabilità sulle amministrazioni

comunali. Protesto e rassegno le mie dimissioni.»

[PRESSIONI IN VISTA DEI TUMULTI]

Quelle pressioni si fecero in vista della possibilità di tumulti; ma non

fu diversa la condotta quando i tumulti erano avvenuti.

Così in ottobre la mite e tranquilla Siracusa prende l'iniziativa di

questo movimento anti-amministrativo ed anti-fiscale con un manifesto

operaio contro le tasse e specialmente per la soppressione delle tasse

di rivendita. Il Prefetto e la Giunta comunale promettono di ridurle,

dichiarando che non possono sopprimerle perchè altrimenti non verrebbe

approvata dalla Giunta amministrativa, la sovrimposta fondiaria. Avviene

una dimostrazione: si chiudono i negozi, si assalta il Municipio, si

distruggono arredi e mobili, si tenta d'incendiare gli archivi. Sedato

il tumulto il Consiglio approva i provvedimenti promessi dalla Giunta.

La vittoria rimane ai tumultuanti.

[IL FATTO PIÙ CONTAGIOSO]

Ma i fatti ch'ebbero maggiori conseguenze e che furono

straordinariamente contagiosi avvennero a Partinico. Ivi non una, ma

molte furono le dimostrazioni contro le tasse e contro il municipio con

violenza crescente. Si conceda pure che l'amministrazione fosse cattiva,

gravosi i dazî di consumo e angarici i modi di esazione dei quali

maggiormente si lamentano i caprai per la tassa di rivendita sul latte;

certo è, però, che l'amministrazione non poteva riformarsi ad un tratto,

nè i dazî potevansi abolire in tutto o in parte con modi illegali e

durante l'anno finanziario. Giunta comunale e Consiglio, impauriti, la

danno vinta ai tumultuanti e si affrettano a soddisfare le loro domande

senza preoccuparsi menomamente del bilancio e della legalità; dell'una

cosa e dell'altra invece si prese pensiero la Giunta provinciale

amministrativa di Palermo e annulla le illegali determinazioni. Allora

interviene un _consigliere_ di Prefettura che va ad assumere i

lillipuziani pieni poteri in Partinico e si schiera contro la legge e

contro la Giunta provinciale amministrativa ed in favore dei dimostranti

e della violenza, condendo i suoi atti con tribunizie orazioni.

La notizia si sparge rapida come il fulmine in tutta la provincia di

Palermo e nelle limitrofe e il fermento diviene generale; tutti pensano

che basti chiedere e fare una dimostrazione per ottenere giustizia--o

quella che tale si ritiene--e lo si fa credere ai lavoratori sofferenti

da tempo e che vedevano finalmente spuntare l'ora delle rivendicazioni.

Se Prefetti, Consiglieri e segretarî davano apertamente ragione ai

tumultuanti, c'è da meravigliarsi se nelle masse prese salde radici la

convinzione che il governo non vedeva male il movimento contro le

amministrazioni comunali? c'è bisogno di ricorrere alla astuzia, alle

mali arti dei sobillatori se il popolo credette che il grido di _Viva il

Re!_ lo salvava dall'ira del governo e che i ritratti del Re e della

Regina agivano quali talismani, contro le truppe? c'è da sorprendersi

se i partiti, che da tempo chiedevano invano inchieste e scioglimento di

consigli, si sentirono incoraggiati, autorizzati anzi, a ricorrere a

mezzi spicciativi, che conducevano rapido e difilato allo scopo agognato

con tanto ardore... di dare il gambetto agli avversarî?

Francamente, ci vuole molta ingenuità--o molta malignità--per

meravigliarsi o fingere sorpresa che i primi tumulti siano stati

terribilmente contagiosi. Sarebbe stato davvero sorprendente se fosse

avvenuto altrimenti. Il governo dell'on. Giolitti, dunque sia che

provochi e reprima, sia che ceda e conceda non fa che preparare,

promuovere, incoraggiare le manifestazioni sediziose; e per una fatalità

quest'azione del governo doveva venire ribadita dall'opera della

magistratura tutte le volte in cui essa rendeva giustizia, e non bassi

servizî al governo.

Epperò tutti gli abusi e le prepotenze da un lato, tutte le proteste e

le violenze dall'altro, tutti i conflitti si risolvevano in

incoraggiamenti al tumulto, dei quali la responsabilità ricade sul

governo, in tutti i modi.

[DOPO IL 23 NOVEMBRE '93]

Se la condotta dell'on. Giolitti fu ora fiacca ora violenta, sempre

impreveggente e inopportuna durante la sua vita normale, si può

immaginare quello che divenne all'indomani del 23 novembre, quando pel

colpo assestatogli dal _Comitato dei sette_ fu costretto più che alle

dimissioni, alla fuga. Benchè dimesso, però, il ministero dell'on. di

Dronero dovette rimanere al potere durante la lunga crisi terminata

colla formazione del gabinetto presieduto dall'on. Crispi.

[ANARCHIA DI GOVERNO]

In questo intervallo, la fase dei tumulti divenne acutissima ed era il

momento in cui maggiore si sentiva il bisogno di un governo che avesse

coscienza della gravità della situazione e forza e intelligenza adeguata

alla medesima per riparare. Entrambi questi precipui fattori di un buon

governo erano stati deficienti nell'on. Giolitti quando era sorretto dal

concorso di una grande maggioranza parlamentare, ciecamente devota; non

poteva sperarsi che prendessero incremento quando egli fu condannato, e

abbandonato nella posizione delicatissima in cui anche uno statista di

mente superiore si sarebbe trovato imbarazzato per il timore di

pregiudicare la condotta che avrebbe potuto prendere il successore e di

precipitare gli eventi. Aumentarono quindi le incertezze, le

contraddizioni, la debolezza; per un mese circa, si può affermare che ci

fu assenza di vero governo direttivo, ed anarchia completa tra i

funzionarî civili e militari: prefetti, delegati, comandanti di zone e

di sotto-zone agirono senza indirizzo e senza unità lasciandosi guidare

dagli avvenimenti e prendendo consiglio dal proprio cervello,

inspirazione dal proprio cuore; e l'anarchia, manco a dirlo, fu tutta a

benefizio degli elementi che credevano di avere qualche cosa da

rivendicare o di tutti i caduti nelle lotte amministrative che volevano

la rivincita.

Di questa anarchia fu data una spiegazione malevola da coloro i quali

affermarono che l'on. Giolitti la favorì coscientemente per lasciare al

successore una tristissima eredità; come a mio giudizio malignarono--e

la malignità accortamente fe' capolino nella discussione

parlamentare--quanti pensarono e dissero che l'on. Crispi avesse

soffiato nel fuoco per rendersi necessario al potere. Nei precedenti,

nel temperamento dei due ministri vanno ricercate le cause naturali

della loro condotta.

[L'ON. CRISPI]

Finalmente dopo l'intermezzo comico del ministero Zanardelli, annunziato

e disfatto nello stesso momento, l'on. Crispi succede all'on. Giolitti.

Chi avvicinò l'on. Crispi sul finire di dicembre 1893--ed a me toccò

questo non ricercato onore--rimase impressionato della conoscenza

precisa che egli aveva degli uomini e delle cose di Sicilia, delle cause

vere che avevano preparato da gran tempo gli avvenimenti dolorosi

dell'anno che moriva. Le intenzioni che mostrava, per riparare ai gravi

mali, per rimuoverne le cause erano ispirate a patriottismo dell'antica

lega--e non della nuova di cui vergognosamente si abusa a Montecitorio,

rendendo ridicola o invisa la parola _patriottismo_.--In lui sembrava

rivivere l'antico promotore e organizzatore della spedizione dei Mille

della cui risurrezione s'era avuto un barlume nel discorso di Palermo.

L'on. Presidente del Consiglio non si nascondeva le grandi difficoltà

della situazione; era giustamente convinto che in quanto a provvedimenti

d'indole economica e sociale l'imbarazzo era grande, ma riconosceva che

bisognavano misure radicali e non rifuggiva dall'accennare a censimenti

obbligatori dei latifondi e ad altri rimedî che dalle anime timide e

grette avrebbero potuto essere considerati rivoluzionarî e sovvertitori

degli ordinamenti economici e politici vigenti. Superfluo aggiungere che

per realizzare un vasto piano di riforma sociale era indispensabile il

concorso del Parlamento ed un certo tempo per prepararlo, discuterlo e

farlo accettare; che sarebbe stato necessario appellarsene al paese, se

la Camera attuale, com'era temibile, non avesse voluto seguirlo.

Nessuno poteva disconvenire su tali apprezzamenti della situazione; e

quanti sentirono i suoi propositi non potevano che approvarlo e lodarlo,

non esitando anche di fargli comprendere, che il compimento di tale

opera avrebbe potuto chiudere splendidamente la sua vita politica, ed

acquistargli benemerenze maggiori di quelle che gli vennero dallo sbarco

di Marsala.

[SUA CONOSCENZA DELLA SITUAZIONE]

Ma la grave situazione del momento imponeva provvedimenti immediati

che dovevano essere presi piuttosto oggi, che domani. Ed egli non

poteva prenderne da solo e immediatamente che sul terreno

politico-amministrativo; e annunziò che li avrebbe presi. Egli

avvertiva, che spesso ad impedire che si ricorresse all'uso delle armi

bastava spiegare le forze in proporzioni imponenti, perciò sentiva il

bisogno d'inviare immediatamente molte truppe in Sicilia, non per fare a

quelle popolazioni la cura del piombo, ma per incutere timore e far

convinti i riottosi che il governo avrebbe saputo e potuto reprimere

energicamente e prontamente. Per quanto il contatto tra soldati e

cittadini eccitati sia riuscito sempre pericoloso, pure è duopo

convenire che lo spiegamento di grandi forze di fronte alle popolazioni

in fermento riesce meno dannoso dello invio di piccoli distaccamenti,

che--per paura di vedersi sopraffatti dal numero stragrande dei

cittadini anche inermi--si sentono trascinati, quasi da legittima

difesa, a far fuoco. E fu questo proprio il caso a Caltavuturo, a

Giardinello, a Pietraperzia, a Gibellina, a Santa-Caterina Villarmosa,

dove chi comandava i soldati credette di salvare la propria vita colle

scariche micidiali contro le inermi popolazioni.

Le date dolorose di Pietraperzia, di Gibellina, di Santa-Caterina ecc.

avvertono che disgraziatamente sotto l'on. Crispi si continuò nella

pericolosa condotta di mandare piccolissimi distaccamenti ad imporsi ad

interi comuni tumultuanti e che se ne ebbero gli stessi disastrosi

risultati ottenuti sotto l'onorevole Giolitti; mentre per altro verso

ciò che successe a Castelvetrano, a Mazzara del Vallo, a Monreale, ecc.,

dimostra, che, quando si volle e si seppe, si poterono evitare gli

eccidî.

[INTENZIONI]

L'on. Crispi, che conosceva la inettitudine o la malvagità di molti

prefetti, di molti questori, di molti magistrati--ed in questa

conoscenza e nella valutazione delle persone si mostrava di una

meravigliosa chiaroveggenza--sentiva il bisogno di un vero _repulisti_,

di un mutamento rapido, fulmineo. A chi gli osservò, che si cominciava

male mandando un militare a reggere la prefettura di Palermo--ed aveva

buon giuoco ricordando a lui, che li conosceva appieno, i fasti della

prefettura militare del Generale Medici, che riuscì ad elevare a metodo

di governo i procedimenti della _mafia_--egli rispondeva che Winspeare

ed altri pochissimi buoni prefetti, che ha l'Italia, si erano rifiutati

di andare a Palermo; che Morra di Lavriano si era mostrato mite e

conciliante, poco soldatesco a Napoli nelle dimostrazioni di Agosto; che

a correggere la impressione sinistra che poteva fare l'annunzio della

reggenza della prefettura di Palermo affidata ad un generale, intendeva

immediatamente farla seguire dalla nomina di un distinto magistrato a

questore di quella città.[52]

[PROPOSITI]

L'on. Crispi, infine, che conosceva il mal governo fatto della cosa

pubblica da moltissime amministrazioni comunali e la giustezza dei

risentimenti del popolo annunziava che molte ne avrebbe sciolte, che

avrebbe fatto riesaminare i bilanci e i ruoli delle più odiose imposte,

che avrebbe fatto raddrizzare i torti e preparato la ricostituzione

delle amministrazioni locali, prendendo come mezzo la massima libertà e

come fine la giustizia, sbandendone tutte quelle preoccupazioni

politiche e partigiane che sogliono ordinariamente presiedere alle

elezioni amministrative sotto la ispirazione preponderante e trionfante

dei Regi Commissarî straordinarî.

Tutto questo qui si ricorda non per trovare attenuanti a coloro i quali

ingenuamente poterono credere che l'on. Crispi risolutamente pensasse a

risolvere il ponderoso problema della Sicilia coi principi di equità e

di libertà; ma solamente per mostrare che egli aveva conoscenza piena ed

intera dei termini del problema e per poterne stabilire la

responsabilità completa nel caso che i fatti che esamineremo non

corrispondano ai principî che si avrebbe dovuto far prevalere. In questo

caso egli non può dire: _ignoravo la situazione reale, non conoscevo gli

uomini e le cose!_

[I FATTI!]

E disgraziatamente l'on. Crispi subito dopo aver manifestato tanti

propositi belli cominciò ad agire come avrebbe potuto fare chiunque

avesse ignorato le vere condizioni della Sicilia. L'on. Giolitti non

aveva saputo escogitare in prò dell'isola che la istituzione delle zone

e sotto zone militari; l'on Crispi, mutando subitamente pensiero, con lo

Stato di assedio annunziato e proclamato il 4 Gennaio, pose la Sicilia

sotto il comando assoluto e incontrollabile del generale Morra, conte di

Lavriano e della Montà.

A giustificare il proprio operato il Presidente del Consiglio dei

ministri addusse la circostanza, che i torbidi della fine di dicembre

continuarono e si estesero. Ma perchè la giustificazione avesse valore

bisognerebbe dimostrare che qualche cosa si era fatto per impedire che

continuassero...

La continuazione dei tumulti si doveva prevedere, poichè nessuna delle

cause che li avevano determinati era stata rimossa; non era stato preso

alcun provvedimento che avesse potuto modificare la situazione,

incutendo timore, suscitando speranze, ispirando fiducia.

Rimanevano dunque intatte le cause antiche ed intatta rimaneva la

contagiosa sovraeccitazione dei mesi di novembre e di dicembre:

sovraeccitazione che non poteva scomparire ad un tratto, al semplice

annunzio dell'arrivo al potere dell'on. Crispi, non seguito neppure da

uno di quei proclami ad effetto, che avrebbero potuto impressionare il

cervello dei meridionali.

Un atto c'era, che avrebbe potuto esercitare una immediata azione

sedatrice: una amnistia pronta e intera, ch'era attesa e invocata da

tutti come caparra di una nuova êra riparatrice, che andava ad

iniziarsi. Della convenienza del provvedimento rispondente al desiderio

generale mi feci interprete alla Camera dei deputati alla presentazione

del nuovo ministero; ma non potei ottenere niuna dichiarazione

seriamente incoraggiante. E dare l'amnistia più che savia misura di

governo era opera doverosa per chi era convinto che in fondo le

popolazioni avevano ragione, e che potevano soltanto biasimarsi i mezzi

adoperati per farla prevalere.

Non si potevano attendere gli sperati risultati dal ritiro della

squadra, che stava a minaccia di Palermo. L'atto avrebbe solo potuto

lusingare la città delle barricate, che non si era mai mossa e che non

aveva menomamente accennato a dimostrazioni e tumulti, e che perciò

rimase del tutto indifferente all'arrivo e alla partenza delle navi di

guerra, dalla cui presenza poteva sperare qualche vantaggio economico,

non temere offese.

[L'OPERA DI PACIFICAZIONE DELL'ON. CRISPI!]

A che cosa si ridusse l'opera di pacificazione dell'on. Crispi?

A un telegramma al sindaco di Lucca Sicula; ma fu tale misera cosa, che

suscitò l'ilarità in alcuni, l'amara delusione o l'indignazione in

altri.

In un sol caso si poteva pensare e supporre che l'annunzio dell'on.

Crispi al potere _da solo_ avrebbe potuto riuscire miracolosamente a

produrre la pacificazione degli animi: in quello in cui il Presidente

del Consiglio avesse davvero avuto parte diretta nell'eccitamento. E

l'ipotesi calunniosa venne scartata.

Il corso degli avvenimenti, quindi, doveva continuare; e continuò,

rimanendo immutata la enorme responsabilità del governo che in tutti i

tempi e in tutti i modi li aveva preparati, determinati ed accelerati.

Disgraziatamente se mostrossi cieco, impreviggente chi dirigeva le sorti

d'Italia in Roma, non si mostrarono più avvedute le classi dirigenti in

Sicilia. Esse, che tanto avevano contribuito a creare la situazione

anormale nel momento della crisi acuta, in generale--chè non mancarono

le nobili e lodevoli eccezioni--furono liete dell'indirizzo preso dal

governo; e derisero, denunziarono, angariarono i _Fasci_ e i loro socî.

[GRANDE COLPA DELLE CLASSI DIRIGENTI]

Grande è la colpa delle classi dirigenti per la loro fanatica resistenza

alle riforme e alle concessioni, e dove esse contribuirono ad eccitare

gli animi per i loro fini partigiani, si mostrarono di una fenomenale

ignoranza sulle condizioni psicologiche delle folle, prodotte da quelle

economiche ed intellettuali. Esse accesero l'incendio, ma non credevano

che tanta materia vi fosse da farlo divampare terribilmente; si videro

sorpassate nelle intenzioni e si spaventarono della lava che minacciava

travolgere tutto e tutti. Ond'è che in più luoghi, nell'ora del

pericolo, tornarono elementi di _ordine_, si riconciliarono coi nemici

della vigilia e si misero a disposizione del governo e abbandonarono gli

alleati popolari, quando non li poterono più condurre a loro libito.

Così a Lercara, ad esempio, i popolani che insistevano nelle

dimostrazioni credendosi spalleggiati da una casa potente--che avrebbe

saputo impedire l'uso della forza contro di loro--imprecarono ai vili,

che li avevano traditi.

[OGNI LORO SPERANZA È NEL GOVERNO]

Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause · 第 16 / 35 段