_luddismo_ in Inghilterra--durante il quale si devastarono e
incendiarono fabbriche e macchine in considerevole quantità--mentre
infieriva la reazione dell'_ultra-torismo_ sotto la influenza della
_Santa Alleanza_, che facevasi sentire anche al di là della Manica;
quando si riflette alla violenza delle dimostrazioni del _cartismo_
nella stessa Inghilterra e agli eccessi, alla intolleranza, alle
persecuzioni, al _boicottaggio_ delle _Trade Unions_ contro i lavoratori
che non ne facevano parte e non le seguivano nelle lotte contro i
padroni e contro il capitalismo; quando si pensa ai cosidetti _delitti
di Sheffield_ e agli altri, che vennero in luce col processo di
Manchester; quando si pensa alla violenza ed ai mezzi brutali, adoperati
dagli unionisti contro gli operai non associati, che dai primi vengono
chiamati sprezzantemente _blacklegs_ e _scabes_ e di cui si ebbero
numerosi esempi, dopo il 1889, negli scioperi di Londra, di Liverpool,
di Cardiff, di Southampton, di Manchester ecc., quando si pensa infine
che gli operai inglesi delle _Unioni_--in un loro congresso a Liverpool
nel 1890--hanno sinanco chiesto che venisse loro riconosciuto come un
_diritto_ il cosidetto _Picketing_, cioè l'organizzazione di pattuglie
destinate a prevenire ed arrestare gli operai, che si portano al lavoro
in tempo di sciopero! e si paragona tutto ciò alle poche violenze
commesse dai poveri lavoratori della Sicilia si può comprendere la
differenza enorme tra il governo inglese e il governo italiano a tutto
danno e disonore del secondo, la cui condotta non può e non deve
considerarsi conforme ad un libero regime.
[NEGLI STATI UNITI]
Se il paragone tra l'attitudine del governo inglese di fronte a violenze
delle _Trade Unions_--cento volte superiori a quelle dei _Fasci_--e
quella del governo italiano riesce disonorevole pel secondo, lo stesso
paragone non può nemmeno porsi con quello degli Stati Uniti dove
rimasero celebri le violenze di Pittsburg--che sono contemporanee perchè
ci sia bisogno di ricordarle--e gli eccessi e i pericoli della marcia
dei disoccupati di Coxey sopra Washington, i diversi scioperi dei
_Cavalieri del lavoro_ e l'ultimo veramente gigantesco dei ferrovieri di
Chicago, dell'Illinois e di gran parte della California. Nè si dica, che
anche il governo della grande repubblica americana ha dovuto ricorrere
alla repressione, perchè le cagioni e i limiti della medesima non hanno
affatto che vedere con ciò che avvenne in Sicilia. Al Coxey--che mette
in pericolo lo Stato e marcia con migliaja di uomini, che assaltano i
negozî e i treni ferroviarî e all'occorrenza incendiano e
distruggono--quando arriva a Washington, non viene contestato il diritto
di dimostrare nei modi cennati, e questi modi non gli vengono addebitati
come reati, ma viene processato per una contravvenzione ridicola e
condannato a... _quindici giorni_ di carcere. Bernardino Verro per fatti
di importanza infinitamente minori e nei quali non ci fu la sua
partecipazione nè diretta, nè immediata perchè si svolsero in Lercara,
nella sua assenza, venne condannato a _sedici anni_ di reclusione.
Debbs, l'organizzatore dell'ultimo sciopero ferroviario--che ha prodotto
danni per molti milioni e le cui schiere si sono abbandonate a violenze
inaudite venne processato ed arrestato, ma immediatamente rilasciato in
libertà sotto cauzione, ai sensi di legge. Ai disgraziati contadini di
Milocca, accusati d'avere sparso un mucchio di concime--un atto che
nemmeno costituisce reato e che fu dichiarato inesistente--si nega la
libertà provvisoria e sono costretti a godersi molti mesi di carcere
preventivo. E così potrebbe dirsi di cento altri casi.
A chi volesse sostenere che i lavoratori di Sicilia i quali si posero in
isciopero, commisero violenze, si può contrapporre la testimonianza del
generale Corsi, che in tutto il suo libro si mostra avversario dello
sciopero--non avendone un concetto giuridico esatto--ma che pure le
constatate _violenze contro la libertà del lavoro_ (p. 312) da leale
soldato è costretto a ridurre alle loro giuste proporzioni, ed afferma,
come s'è visto, che «_i lavoratori chiamati da altre parti da alcuni
proprietarî non furono costretti a cessare il lavoro._» (p. 338).
[QUEL CHE FECE IL GOVERNO ITALIANO]
Il contegno, adunque, del governo rispetto all'azione principale dei
_Fasci_ fu ingiusto e partigiano; esso non rispettò neppure quella
famosa libertà nel contratto di lavoro, che in sè stessa, quando è
rispettata, non giova che pochissimo ai lavoratori, e prese a sostenere
le ragioni di una classe per ribadire la più odiosa oppressione
economica contro un'altra ch'era debole sotto tutti gli aspetti.
Il ministero Giolitti, che si era chiarito sistematicamente partigiano e
ingiusto, privo di ogni sano concetto della sua missione nel periodo
degli scioperi agrarî, si rivela di una fenomenale debolezza e trascende
ad altre violazioni della legge o le permette e le incoraggia nella fase
successiva dei tumulti, che chiameremo comunali.
Quando si accentua il moto di protesta contro le amministrazioni e le
gravi tasse locali, il governo non sa scegliere la via retta. Poteva
essere energico e previdente nel senso di ordinare subito un esame per
vedere ciò che ci fosse di vero nelle lamentanze e nelle accuse dei
lavoratori e prendere la santa iniziativa delle riparazioni; poteva pure
con altrettanta energia--se non pari equità--imporre il rispetto della
lettera della legge: e la farisaica interpretazione della legge dava
ragione a tutte le amministrazioni locali, costituite ai sensi di legge
e che legali nella loro azione si dovevano presumere se le autorità
tutrici, dalle giunte amministrative ai prefetti, le avevano lasciate in
pace ed erano perciò con loro solidali.
[QUEL CHE AVREBBE DOVUTO FARE]
Non l'uno, nè l'altro atteggiamento seppe assumere l'on. Giolitti, ma
invece si limitò a cedere ed a concedere--con manifeste violazioni della
legge e con sovvertimento di ogni concetto amministrativo--ogni qual
volta il popolo minacciò, fece dimostrazioni e volle cose giuste non di
raro frammischiate a pretese assurde, quali poteva suggerirle la
ignoranza nelle moltitudini e la passione di parte in molti capoccia di
partiti.
Pochi esempî basteranno a dare una idea di quella che fu l'azione del
governo sotto questo aspetto e quali furono le conseguenze politiche e
amministrative.
Per vedere in quali imbarazzi le autorità governative cercarono di porre
i municipi, ricordo questo caso tipico. Il Municipio di Canicattì ha
piccolo territorio e la sua risorsa principale per far fronte alle
_spese obbligatorie_ l'ha nel dazio di consumo. Il Bertagnolli, prefetto
di Girgenti, volendo evitare tumulti telegrafò al sindaco avv. Falcone
perchè riunisse il Consiglio e abolisse il dazio sulla farina. Il
Sindaco giustamente preoccupato dalla impossibilità in cui si sarebbe
trovato di far fronte alle spese e delle conseguenze della lite che
l'appaltatore avrebbe intentato al Comune, nè volendo assumersi
l'odiosità dei tumulti, dignitosamente telegrafò al Prefetto: «Il
governo, causa unica del disagio economico e del malcontento della
popolazione in Sicilia, riversa la responsabilità sulle amministrazioni
comunali. Protesto e rassegno le mie dimissioni.»
[PRESSIONI IN VISTA DEI TUMULTI]
Quelle pressioni si fecero in vista della possibilità di tumulti; ma non
fu diversa la condotta quando i tumulti erano avvenuti.
Così in ottobre la mite e tranquilla Siracusa prende l'iniziativa di
questo movimento anti-amministrativo ed anti-fiscale con un manifesto
operaio contro le tasse e specialmente per la soppressione delle tasse
di rivendita. Il Prefetto e la Giunta comunale promettono di ridurle,
dichiarando che non possono sopprimerle perchè altrimenti non verrebbe
approvata dalla Giunta amministrativa, la sovrimposta fondiaria. Avviene
una dimostrazione: si chiudono i negozi, si assalta il Municipio, si
distruggono arredi e mobili, si tenta d'incendiare gli archivi. Sedato
il tumulto il Consiglio approva i provvedimenti promessi dalla Giunta.
La vittoria rimane ai tumultuanti.
[IL FATTO PIÙ CONTAGIOSO]
Ma i fatti ch'ebbero maggiori conseguenze e che furono
straordinariamente contagiosi avvennero a Partinico. Ivi non una, ma
molte furono le dimostrazioni contro le tasse e contro il municipio con
violenza crescente. Si conceda pure che l'amministrazione fosse cattiva,
gravosi i dazî di consumo e angarici i modi di esazione dei quali
maggiormente si lamentano i caprai per la tassa di rivendita sul latte;
certo è, però, che l'amministrazione non poteva riformarsi ad un tratto,
nè i dazî potevansi abolire in tutto o in parte con modi illegali e
durante l'anno finanziario. Giunta comunale e Consiglio, impauriti, la
danno vinta ai tumultuanti e si affrettano a soddisfare le loro domande
senza preoccuparsi menomamente del bilancio e della legalità; dell'una
cosa e dell'altra invece si prese pensiero la Giunta provinciale
amministrativa di Palermo e annulla le illegali determinazioni. Allora
interviene un _consigliere_ di Prefettura che va ad assumere i
lillipuziani pieni poteri in Partinico e si schiera contro la legge e
contro la Giunta provinciale amministrativa ed in favore dei dimostranti
e della violenza, condendo i suoi atti con tribunizie orazioni.
La notizia si sparge rapida come il fulmine in tutta la provincia di
Palermo e nelle limitrofe e il fermento diviene generale; tutti pensano
che basti chiedere e fare una dimostrazione per ottenere giustizia--o
quella che tale si ritiene--e lo si fa credere ai lavoratori sofferenti
da tempo e che vedevano finalmente spuntare l'ora delle rivendicazioni.
Se Prefetti, Consiglieri e segretarî davano apertamente ragione ai
tumultuanti, c'è da meravigliarsi se nelle masse prese salde radici la
convinzione che il governo non vedeva male il movimento contro le
amministrazioni comunali? c'è bisogno di ricorrere alla astuzia, alle
mali arti dei sobillatori se il popolo credette che il grido di _Viva il
Re!_ lo salvava dall'ira del governo e che i ritratti del Re e della
Regina agivano quali talismani, contro le truppe? c'è da sorprendersi
se i partiti, che da tempo chiedevano invano inchieste e scioglimento di
consigli, si sentirono incoraggiati, autorizzati anzi, a ricorrere a
mezzi spicciativi, che conducevano rapido e difilato allo scopo agognato
con tanto ardore... di dare il gambetto agli avversarî?
Francamente, ci vuole molta ingenuità--o molta malignità--per
meravigliarsi o fingere sorpresa che i primi tumulti siano stati
terribilmente contagiosi. Sarebbe stato davvero sorprendente se fosse
avvenuto altrimenti. Il governo dell'on. Giolitti, dunque sia che
provochi e reprima, sia che ceda e conceda non fa che preparare,
promuovere, incoraggiare le manifestazioni sediziose; e per una fatalità
quest'azione del governo doveva venire ribadita dall'opera della
magistratura tutte le volte in cui essa rendeva giustizia, e non bassi
servizî al governo.
Epperò tutti gli abusi e le prepotenze da un lato, tutte le proteste e
le violenze dall'altro, tutti i conflitti si risolvevano in
incoraggiamenti al tumulto, dei quali la responsabilità ricade sul
governo, in tutti i modi.
[DOPO IL 23 NOVEMBRE '93]
Se la condotta dell'on. Giolitti fu ora fiacca ora violenta, sempre
impreveggente e inopportuna durante la sua vita normale, si può
immaginare quello che divenne all'indomani del 23 novembre, quando pel
colpo assestatogli dal _Comitato dei sette_ fu costretto più che alle
dimissioni, alla fuga. Benchè dimesso, però, il ministero dell'on. di
Dronero dovette rimanere al potere durante la lunga crisi terminata
colla formazione del gabinetto presieduto dall'on. Crispi.
[ANARCHIA DI GOVERNO]
In questo intervallo, la fase dei tumulti divenne acutissima ed era il
momento in cui maggiore si sentiva il bisogno di un governo che avesse
coscienza della gravità della situazione e forza e intelligenza adeguata
alla medesima per riparare. Entrambi questi precipui fattori di un buon
governo erano stati deficienti nell'on. Giolitti quando era sorretto dal
concorso di una grande maggioranza parlamentare, ciecamente devota; non
poteva sperarsi che prendessero incremento quando egli fu condannato, e
abbandonato nella posizione delicatissima in cui anche uno statista di
mente superiore si sarebbe trovato imbarazzato per il timore di
pregiudicare la condotta che avrebbe potuto prendere il successore e di
precipitare gli eventi. Aumentarono quindi le incertezze, le
contraddizioni, la debolezza; per un mese circa, si può affermare che ci
fu assenza di vero governo direttivo, ed anarchia completa tra i
funzionarî civili e militari: prefetti, delegati, comandanti di zone e
di sotto-zone agirono senza indirizzo e senza unità lasciandosi guidare
dagli avvenimenti e prendendo consiglio dal proprio cervello,
inspirazione dal proprio cuore; e l'anarchia, manco a dirlo, fu tutta a
benefizio degli elementi che credevano di avere qualche cosa da
rivendicare o di tutti i caduti nelle lotte amministrative che volevano
la rivincita.
Di questa anarchia fu data una spiegazione malevola da coloro i quali
affermarono che l'on. Giolitti la favorì coscientemente per lasciare al
successore una tristissima eredità; come a mio giudizio malignarono--e
la malignità accortamente fe' capolino nella discussione
parlamentare--quanti pensarono e dissero che l'on. Crispi avesse
soffiato nel fuoco per rendersi necessario al potere. Nei precedenti,
nel temperamento dei due ministri vanno ricercate le cause naturali
della loro condotta.
[L'ON. CRISPI]
Finalmente dopo l'intermezzo comico del ministero Zanardelli, annunziato
e disfatto nello stesso momento, l'on. Crispi succede all'on. Giolitti.
Chi avvicinò l'on. Crispi sul finire di dicembre 1893--ed a me toccò
questo non ricercato onore--rimase impressionato della conoscenza
precisa che egli aveva degli uomini e delle cose di Sicilia, delle cause
vere che avevano preparato da gran tempo gli avvenimenti dolorosi
dell'anno che moriva. Le intenzioni che mostrava, per riparare ai gravi
mali, per rimuoverne le cause erano ispirate a patriottismo dell'antica
lega--e non della nuova di cui vergognosamente si abusa a Montecitorio,
rendendo ridicola o invisa la parola _patriottismo_.--In lui sembrava
rivivere l'antico promotore e organizzatore della spedizione dei Mille
della cui risurrezione s'era avuto un barlume nel discorso di Palermo.
L'on. Presidente del Consiglio non si nascondeva le grandi difficoltà
della situazione; era giustamente convinto che in quanto a provvedimenti
d'indole economica e sociale l'imbarazzo era grande, ma riconosceva che
bisognavano misure radicali e non rifuggiva dall'accennare a censimenti
obbligatori dei latifondi e ad altri rimedî che dalle anime timide e
grette avrebbero potuto essere considerati rivoluzionarî e sovvertitori
degli ordinamenti economici e politici vigenti. Superfluo aggiungere che
per realizzare un vasto piano di riforma sociale era indispensabile il
concorso del Parlamento ed un certo tempo per prepararlo, discuterlo e
farlo accettare; che sarebbe stato necessario appellarsene al paese, se
la Camera attuale, com'era temibile, non avesse voluto seguirlo.
Nessuno poteva disconvenire su tali apprezzamenti della situazione; e
quanti sentirono i suoi propositi non potevano che approvarlo e lodarlo,
non esitando anche di fargli comprendere, che il compimento di tale
opera avrebbe potuto chiudere splendidamente la sua vita politica, ed
acquistargli benemerenze maggiori di quelle che gli vennero dallo sbarco
di Marsala.
[SUA CONOSCENZA DELLA SITUAZIONE]
Ma la grave situazione del momento imponeva provvedimenti immediati
che dovevano essere presi piuttosto oggi, che domani. Ed egli non
poteva prenderne da solo e immediatamente che sul terreno
politico-amministrativo; e annunziò che li avrebbe presi. Egli
avvertiva, che spesso ad impedire che si ricorresse all'uso delle armi
bastava spiegare le forze in proporzioni imponenti, perciò sentiva il
bisogno d'inviare immediatamente molte truppe in Sicilia, non per fare a
quelle popolazioni la cura del piombo, ma per incutere timore e far
convinti i riottosi che il governo avrebbe saputo e potuto reprimere
energicamente e prontamente. Per quanto il contatto tra soldati e
cittadini eccitati sia riuscito sempre pericoloso, pure è duopo
convenire che lo spiegamento di grandi forze di fronte alle popolazioni
in fermento riesce meno dannoso dello invio di piccoli distaccamenti,
che--per paura di vedersi sopraffatti dal numero stragrande dei
cittadini anche inermi--si sentono trascinati, quasi da legittima
difesa, a far fuoco. E fu questo proprio il caso a Caltavuturo, a
Giardinello, a Pietraperzia, a Gibellina, a Santa-Caterina Villarmosa,
dove chi comandava i soldati credette di salvare la propria vita colle
scariche micidiali contro le inermi popolazioni.
Le date dolorose di Pietraperzia, di Gibellina, di Santa-Caterina ecc.
avvertono che disgraziatamente sotto l'on. Crispi si continuò nella
pericolosa condotta di mandare piccolissimi distaccamenti ad imporsi ad
interi comuni tumultuanti e che se ne ebbero gli stessi disastrosi
risultati ottenuti sotto l'onorevole Giolitti; mentre per altro verso
ciò che successe a Castelvetrano, a Mazzara del Vallo, a Monreale, ecc.,
dimostra, che, quando si volle e si seppe, si poterono evitare gli
eccidî.
[INTENZIONI]
L'on. Crispi, che conosceva la inettitudine o la malvagità di molti
prefetti, di molti questori, di molti magistrati--ed in questa
conoscenza e nella valutazione delle persone si mostrava di una
meravigliosa chiaroveggenza--sentiva il bisogno di un vero _repulisti_,
di un mutamento rapido, fulmineo. A chi gli osservò, che si cominciava
male mandando un militare a reggere la prefettura di Palermo--ed aveva
buon giuoco ricordando a lui, che li conosceva appieno, i fasti della
prefettura militare del Generale Medici, che riuscì ad elevare a metodo
di governo i procedimenti della _mafia_--egli rispondeva che Winspeare
ed altri pochissimi buoni prefetti, che ha l'Italia, si erano rifiutati
di andare a Palermo; che Morra di Lavriano si era mostrato mite e
conciliante, poco soldatesco a Napoli nelle dimostrazioni di Agosto; che
a correggere la impressione sinistra che poteva fare l'annunzio della
reggenza della prefettura di Palermo affidata ad un generale, intendeva
immediatamente farla seguire dalla nomina di un distinto magistrato a
questore di quella città.[52]
[PROPOSITI]
L'on. Crispi, infine, che conosceva il mal governo fatto della cosa
pubblica da moltissime amministrazioni comunali e la giustezza dei
risentimenti del popolo annunziava che molte ne avrebbe sciolte, che
avrebbe fatto riesaminare i bilanci e i ruoli delle più odiose imposte,
che avrebbe fatto raddrizzare i torti e preparato la ricostituzione
delle amministrazioni locali, prendendo come mezzo la massima libertà e
come fine la giustizia, sbandendone tutte quelle preoccupazioni
politiche e partigiane che sogliono ordinariamente presiedere alle
elezioni amministrative sotto la ispirazione preponderante e trionfante
dei Regi Commissarî straordinarî.
Tutto questo qui si ricorda non per trovare attenuanti a coloro i quali
ingenuamente poterono credere che l'on. Crispi risolutamente pensasse a
risolvere il ponderoso problema della Sicilia coi principi di equità e
di libertà; ma solamente per mostrare che egli aveva conoscenza piena ed
intera dei termini del problema e per poterne stabilire la
responsabilità completa nel caso che i fatti che esamineremo non
corrispondano ai principî che si avrebbe dovuto far prevalere. In questo
caso egli non può dire: _ignoravo la situazione reale, non conoscevo gli
uomini e le cose!_
[I FATTI!]
E disgraziatamente l'on. Crispi subito dopo aver manifestato tanti
propositi belli cominciò ad agire come avrebbe potuto fare chiunque
avesse ignorato le vere condizioni della Sicilia. L'on. Giolitti non
aveva saputo escogitare in prò dell'isola che la istituzione delle zone
e sotto zone militari; l'on Crispi, mutando subitamente pensiero, con lo
Stato di assedio annunziato e proclamato il 4 Gennaio, pose la Sicilia
sotto il comando assoluto e incontrollabile del generale Morra, conte di
Lavriano e della Montà.
A giustificare il proprio operato il Presidente del Consiglio dei
ministri addusse la circostanza, che i torbidi della fine di dicembre
continuarono e si estesero. Ma perchè la giustificazione avesse valore
bisognerebbe dimostrare che qualche cosa si era fatto per impedire che
continuassero...
La continuazione dei tumulti si doveva prevedere, poichè nessuna delle
cause che li avevano determinati era stata rimossa; non era stato preso
alcun provvedimento che avesse potuto modificare la situazione,
incutendo timore, suscitando speranze, ispirando fiducia.
Rimanevano dunque intatte le cause antiche ed intatta rimaneva la
contagiosa sovraeccitazione dei mesi di novembre e di dicembre:
sovraeccitazione che non poteva scomparire ad un tratto, al semplice
annunzio dell'arrivo al potere dell'on. Crispi, non seguito neppure da
uno di quei proclami ad effetto, che avrebbero potuto impressionare il
cervello dei meridionali.
Un atto c'era, che avrebbe potuto esercitare una immediata azione
sedatrice: una amnistia pronta e intera, ch'era attesa e invocata da
tutti come caparra di una nuova êra riparatrice, che andava ad
iniziarsi. Della convenienza del provvedimento rispondente al desiderio
generale mi feci interprete alla Camera dei deputati alla presentazione
del nuovo ministero; ma non potei ottenere niuna dichiarazione
seriamente incoraggiante. E dare l'amnistia più che savia misura di
governo era opera doverosa per chi era convinto che in fondo le
popolazioni avevano ragione, e che potevano soltanto biasimarsi i mezzi
adoperati per farla prevalere.
Non si potevano attendere gli sperati risultati dal ritiro della
squadra, che stava a minaccia di Palermo. L'atto avrebbe solo potuto
lusingare la città delle barricate, che non si era mai mossa e che non
aveva menomamente accennato a dimostrazioni e tumulti, e che perciò
rimase del tutto indifferente all'arrivo e alla partenza delle navi di
guerra, dalla cui presenza poteva sperare qualche vantaggio economico,
non temere offese.
[L'OPERA DI PACIFICAZIONE DELL'ON. CRISPI!]
A che cosa si ridusse l'opera di pacificazione dell'on. Crispi?
A un telegramma al sindaco di Lucca Sicula; ma fu tale misera cosa, che
suscitò l'ilarità in alcuni, l'amara delusione o l'indignazione in
altri.
In un sol caso si poteva pensare e supporre che l'annunzio dell'on.
Crispi al potere _da solo_ avrebbe potuto riuscire miracolosamente a
produrre la pacificazione degli animi: in quello in cui il Presidente
del Consiglio avesse davvero avuto parte diretta nell'eccitamento. E
l'ipotesi calunniosa venne scartata.
Il corso degli avvenimenti, quindi, doveva continuare; e continuò,
rimanendo immutata la enorme responsabilità del governo che in tutti i
tempi e in tutti i modi li aveva preparati, determinati ed accelerati.
Disgraziatamente se mostrossi cieco, impreviggente chi dirigeva le sorti
d'Italia in Roma, non si mostrarono più avvedute le classi dirigenti in
Sicilia. Esse, che tanto avevano contribuito a creare la situazione
anormale nel momento della crisi acuta, in generale--chè non mancarono
le nobili e lodevoli eccezioni--furono liete dell'indirizzo preso dal
governo; e derisero, denunziarono, angariarono i _Fasci_ e i loro socî.
[GRANDE COLPA DELLE CLASSI DIRIGENTI]
Grande è la colpa delle classi dirigenti per la loro fanatica resistenza
alle riforme e alle concessioni, e dove esse contribuirono ad eccitare
gli animi per i loro fini partigiani, si mostrarono di una fenomenale
ignoranza sulle condizioni psicologiche delle folle, prodotte da quelle
economiche ed intellettuali. Esse accesero l'incendio, ma non credevano
che tanta materia vi fosse da farlo divampare terribilmente; si videro
sorpassate nelle intenzioni e si spaventarono della lava che minacciava
travolgere tutto e tutti. Ond'è che in più luoghi, nell'ora del
pericolo, tornarono elementi di _ordine_, si riconciliarono coi nemici
della vigilia e si misero a disposizione del governo e abbandonarono gli
alleati popolari, quando non li poterono più condurre a loro libito.
Così a Lercara, ad esempio, i popolani che insistevano nelle
dimostrazioni credendosi spalleggiati da una casa potente--che avrebbe
saputo impedire l'uso della forza contro di loro--imprecarono ai vili,
che li avevano traditi.
[OGNI LORO SPERANZA È NEL GOVERNO]