A Gibellina si sa almeno su chi fare ricadere la colpa immediata della

catastrofe. Il capitano Macchi allontanò da sè la responsabilità

dell'accaduto; e non gliene spetta, poichè è voce generale da nessuno

sinora smentita, che il fuoco venne ordinato del delegato di P. S.

affacciatosi dal balcone del Municipio. Il luogotenente che in piazza

trovavasi alla testa dei 35 soldati credendo che l'ordine fosse partito

del capitano comandò il fuoco. Per colmo di odiosità le guardie

campestri, ligie al sindaco, nascoste in un campanile vicino--ciò che

farebbe supporre una certa premeditazione--tirarono ripetutamente sulla

folla.

Quando le autorità governative ripresero possesso del disgraziato paese

dove regnava lo squallore, si fecero arresti in massa e si vuole che la

maggior parte degli arresti avvenissero nelle file dell'opposizione e su

di una lista compilata dal partito che stava al potere.

Dopo tali disgraziati avvenimenti, l'odio e la diffidenza dei contadini

contro _li cappedda_ si sono accresciuti in modo terribile; tanto che

essi sfuggirono come un leproso un inviato da un comitato di Palermo,

che v'era andato a fare un'inchiesta per poter distribuire dei soccorsi

alle vittime.

[BELMONTE-MEZZAGNO--MARINEO]

I tumulti di Belmonte-Mezzagno vanno ricordati perchè con un colpo di

rivoltella vi venne ferito un soldato, che poco dopo morì, lo Sculli. A

questa povera vittima furono fatte solenni onoranze; ma furono

consacrati all'infamia i contadini uccisi dai soldati.

Peggio ancora avvenne all'indomani del funesto principio del 1894, a

Marineo.

Anche lì avvengono le solite dimostrazioni con leggere colluttazioni con

la forza, in una delle quali c'è un solo ferito di baionetta; ma il

giorno 3 si ripetono le dimostrazioni e poi che la folla rifiuta di

sciogliersi, dopo le intimazioni di legge ed una scarica in aria, la

truppa fa fuoco e vengono uccise otto persone sul colpo e dieci muoiono

poco dopo per le ferite ricevute. Il numero dei feriti non si può

precisare, perchè i più si nascosero: ma dev'essere stato considerevole

se proporzionato al numero dei morti.

Il giorno 4 viene proclamato in Sicilia lo stato di assedio: il generale

Morra di Lavriano e della Montà assume formalmente i poteri di Regio

Commissario straordinario del Re, ch'esercitava di fatto sin dal suo

arrivo in Sicilia. Nel manifesto con cui il Regio Commissario

straordinario annunziò l'avvenimento, in ultimo era detto che ai

contravventori sarebbero stati applicati gli articoli dal 246 al 251 del

Codice penale militare. Perchè si possa giudicare della opportunità

dell'applicazione è bene si sappia che tali articoli considerano i casi

in cui... il territorio del regno è invaso da _truppe nemiche_!

[L'ULTIMO MASSACRO]

All'indomani della proclamazione dello stato di assedio si chiude la

serie dei massacri con quello di Santa Caterina Villarmosa.

Ivi, tra i due partiti municipali da gran tempo non c'era buon sangue;

la miseria tra i contadini,--il paese è essenzialmente agricolo--era

grande; un Fascio vi si era costituito, nel quale per dissidi tra coloro

che lo dirigevano, al momento della catastrofe nessuno esercitava una

influenza, perchè erano dimissionari da parecchi giorni il segretario e

il vice-presidente, ed era assente da tempo il presidente; il _Fascio_

rappresentava un vero corpo senza capo. E la catastrofe avvenne

terribile e inattesa, come m'assicurarono il sindaco e il capo del

partito contrario.

[SANTA CATERINA VILLARMOSA]

Il giorno cinque è certo che ancora non era stata annunziata ai

cittadini di Santa Caterina Villarmosa la proclamazione dello stato di

assedio; nè c'è da meravigliarsene perchè poche ore si può dire ch'erano

trascorse dalla comunicazione. Fu lo stesso Comando dei Carabinieri, che

dichiarò che _nessuno_ aveva visto il manifesto; ciò risultò anche dal

processo svoltosi innanzi al Tribunale militare di Caltanissetta. Se

fosse stata annunziata e spiegata bene ai poveri contadini la misura,

probabilmente essi avrebbero tenuto diverso contegno. Ma quantunque essi

tutto ignorassero non si creda che abbiano trasceso, come in tanti altri

punti. Tutt'altro. Il giorno 5, infatti, non si trattò che di questo:

una folla enorme percorreva il paese--con una bandiera sormontata dai

ritratti del Re, della Regina e da un crocefisso,--gridando: _viva il

Re! abbasso le tasse!_ Non ci furono incendi, non ci furono devastazioni

nè in uffici pubblici, nè in case e magazzini privati; non si assaltò il

municipio e molto meno si potevano assaltare i casotti del dazio--come

annunziarono telegrammi uffiziali con impudente menzogna--i quali non

esistevano! Le autorità che avevano avuto sentore della dimostrazione

avevano chiesto ed ottenuto rinforzi da Caltanissetta, otto soldati ed

un tenente dei carabinieri, che uniti ai quattro carabinieri ch'erano di

stazione formarono un totale di _tredici_ uomini!

Il tenente dei carabinieri, Colleoni, pensò che l'autorità doveva

rimanere alla forza e fece mostra di tutte le sue attitudini strategiche

impostando i suoi dodici uomini nella strada che fronteggiava la grande

piazza Garibaldi, d'onde dovevano passare i pacifici dimostranti. Quando

questi pervennero nella piazza e vi si pigiarono in modo da non potersi

muovere, il tenente dei carabinieri intimò alla folla di sciogliersi e

fece suonare i tre squilli. Fra il secondo e il terzo, un maestro di

scuola, il Capra, esortò il popolo a sciogliersi; ma il popolo credendo

di non violare alcuna legge protestando contro i balzelli, e incorato

con particolarità da alcune donne ardite, non si mosse se non dopo che

il terreno fu seminato di morti e di feriti in seguito alle _ripetute_

scariche ordinate dal tenente dei carabinieri. Quando la piazza venne

sgombrata, per molte ore rimasero abbandonati al suolo gli _undici_

morti e i più gravemente feriti--donne, uomini, vecchi e bambini--in

mezzo alle pozze di sangue!

[MENZOGNE SPUDORATE]

E adesso poche altre osservazioni. Come i telegrammi ufficiali mentirono

nel dare i particolari della dimostrazione cui attribuirono atti non

commessi, così evidentemente mentirono nel dare alcune notizie che

volevano lasciar comprendere esservi stata da parte del popolo prima

l'aggressione e poi la resistenza, fosse anche una larva. Si parlò

di un colpo di rivoltella tirata contro il maresciallo dei carabinieri,

ma il colpo _fortunatamente_ non partì; e se partì, quantunque a

_bruciapelo_,... non ferì; si parlò di una coltellata contro un soldato,

ma _fortunatamente_ la lama non arrivò alle carni; si parlò di sassi

scagliati contro la truppa, ma _fortunatamente_ non un soldato venne

colpito!...

Troppa fortuna davvero!

E poi, la rivoltella non fu trovata; i carabinieri sequestrarono solo

un'accetta... senza padrone.

Cose queste, che furono anche constatate dai corrispondenti della

_Tribuna_ e del _Resto del Carlino_, andati sul luogo.

La narrazione fatta dal tenente Colleoni innanzi al Tribunale militare

esclude tutte le calunniose notizie _ufficiali_ divulgate sul contegno

dei poveri contadini di Santa Caterina. Egli, a domanda del Presidente

Colonnello Orsini rispose: «avere ordinato il fuoco perchè aveva

acquistato il concetto preciso dell'aggressione che voleva fare la folla

dalle parole di un certo Manzoni e dalle armi _intraviste_ sotto i

vestiti dei dimostranti...»

Non mettiamo in dubbio la vista lincea di quell'ufficiale, ma è giusto

riferire le parole di fuoco del Manzoni; questi disse al Colleoni: _fate

ritirare la truppa e la folla colle buone si disperderà_.

Lo stesso Colleoni confessò che prima che la truppa facesse fuoco non ci

furono _nè pietrate, nè colluttazioni_... Se qualche sasso fosse volato

dopo le ripetute scariche, quando il suolo era seminato di morti e di

feriti, chi oserebbe maravigliarsene e condannare?

Ancora: nel processo, come capo temibile della sommossa venne designato

il contadino La Placa, cui si rivolse la particolare accusa di avere

strappato la baionetta al Maresciallo dei Carabinieri in una

colluttazione corpo a corpo. Ebbene il terribile ribelle ricevette due

ferite alle _spalle_ in quella colluttazione; sicchè riferendosi alla

topografia di tali ferite e al momento in cui il maresciallo asseriva

avergliele inferte, il La Placa ingenuamente osservava: _Le braccia

l'uomo le ha davanti o di dietro?_

[LA LOGICA DE' CONTADINI]

La folla aveva tante intenzioni ostili--ed era composta da migliaia di

persone!--che dette tempo al suddetto maresciallo di ricaricare la

rivoltella per freddare il contadino che a bruciapelo gli aveva tirato

un colpo di pistola... Oh! con quanto rigore di logica semplice e

irresistibile a chi parlava di fucilate tirate dal popolo, un contadino

dalla gabbia esclamò: _signor Presidente, i nostri fucili ammazzano!_ E

non uno dei _tredici_ soldati fu ammazzato...

[LA FEROCIA DEL POPOLO]

E della ferocia e delle cattive intenzioni del popolo si ebbe altra

prova luminosa. Il maresciallo quando non ebbe più cartucce, credette

bene di ricoverarsi in una casa che vide aperta; ivi una trentina di

contadini eransi ricoverati per isfuggire al massacro. Lo ebbero in mano

inerme, trenta contro uno, e non gli torsero un capello e l'accolsero!

A Benedetto Salemi, che all'indomani della strage lo interrogò su questo

particolare, il maresciallo rispose: _Erano tanto impauriti!_

«Fosse stato anche vero, osservò il Salemi, che una trentina di uomini

pravi, feroci (come venivano designati) avessero avuto paura di uno

disarmato..., ma era quella la risposta di un soldato italiano? dire

vili a degli onesti, che virilmente gli avevano regalato la vita!»

Il Salemi, nel _Siciliano_, de' 9 e 10 gennaio 1894, fece un'esatta e

commovente descrizione dei casi di Santa Caterina. Dalla quale, mi piace

di riportare il luogo seguente, dove egli narra la sua visita al

cimitero.

[AL CIMITERO]

«Si va al cimitero per una via che sale leggermente ad un colle.

«Nel piccolo campo dei morti, a sinistra, stavano schierate le casse che

serrano i poveri uccisi. Ce n'era una, grande: una vecchia barella tinta

di grigio con due larghe fasce di nero che s'incrociavano.

«Il custode, levato una grossa pietra da su il coperchio, lo sollevò.

«Nella vecchia barella avevano messo due cadaveri: uno su l'altro: uno

con la faccia sotto i piedi dell'altro! Sopra, stava un ragazzo; era

morto dopo una lunga agonia e aveva gli occhi a pena socchiusi, e sul

viso profilato ancora un'espressione di angoscia. L'altro era un uomo,

con un po' di barba sotto il mento. Aveva i grandi occhi neri sbarrati:

era morto nel vigor della vita, fulminato, e quegli occhi vitrei che dal

corpo supino guardavano il cielo, pareva invocassero, ancora morti, il

Cielo: pareva che quello sguardo, con una serenità lunga di eroe,

dicesse: «O Signore, Signore! vedete....»

«Dopo altre casse, fatte di tavole bianche, ce n'era una, piccola,

foderata di roba celeste; povera roba ma immacolata.

«Io volli vedere l'innocente piccola vittima che forse non aveva nemmeno

gridato! e pregai il custode di schiodare la cassa.

«La bambina era grande per i suoi nove anni. Giaceva, con la testina un

po' volta da un lato e le braccia distese lungo i fianchi. Non aveva

ancora la rigidità della morte e la sua faccia era rossa, e sulla bocca,

coperta di bava, colava dal naso una schiuma sanguigna che gorgogliava

ancora, a intervalli che pareva avessero la regolarità del respiro.

«--Ma è viva!--esclamai.

«Il custode sorrise.

«--Viva?...--e ripose il coperchio.

«Oh era morta davvero, povera bimba ricciuta! Era morta davvero, misera

madre derelitta, ora! povera madre straziata che nella disperazione

della sua pena ebbe pure la forza di rivestire il cadavere della sua

creatura; di chiudere gli occhi alla sua bimba morta; di foderare di

roba celeste la cassa nella quale dovevano chiudere, per sempre, la

figlia sua uccisa; nella quale dovevano portarle via, per sempre, la

figlia sua perduta!»

All'indomani della strage, come dappertutto, la forza arrivò numerosa,

si procedette a centinaia di arresti, altre centinaia di contadini

presero il largo e la simpatica cittadina rimase squallida e

terrorizzata.

Ed ora riassumiamo. Durante il 1893 e i primi giorni del 1894, nei

tumulti e nelle dimostrazioni di Sicilia cadde--ucciso dal popolo--un

solo soldato: lo Sculli.

Caddero--uccisi dai soldati:

tredici popolani a Caltavuturo,

due a Serradifalco,

uno ad Alcamo,

undici a Giardinello,

undici a Lercara,

otto a Pietraperzia,

quattordici a Gibellina,

diciotto a Marineo,

quattordici a Santa Caterina Villarmosa;

in tutto furono uccisi novantadue liberi cittadini per un solo soldato.

[EPILOGO TRISTE]

Questo lugubre riassunto dev'essere completato da altri tristi

episodî. Il governo italiano che non seppe prevenire, che non si dette

il menomo pensiero di una situazione tragica, dispiegò tutta la sua

sapienza nel ricompensare i disgraziati--voglio essere benevolo nel

qualificarli--protagonisti della repressione. Premiò il delegato di

Pubblica Sicurezza che fece uccidere in Serradifalco due operai che

invocavano il rispetto della legge elettorale; premiò il delegato di P.

S. di Racalmuto per la _prudenza_ mostrata nel nascondersi il 1.

novembre; premiò il delegato di P. S. di Gibellina! per la splendida

attitudine ai travestimenti rivelata nei sottrarsi ai pericoli creati

per colpa sua; premiò il tenente Colleoni--e lo lasciò per sei lunghi

mesi sul luogo delle sue gesta eroiche--per la vista lincea mercè la

quale _intravide_ le armi sotto i vestiti dei contadini di Santa

Caterina Villarmosa!

Di fronte a tali e tante ricompense come non esser compresi di

ammirazione per Matteo Imbriani, che in un momento di santa indignazione

si sente disonorato dalle medaglie guadagnatesi in battaglia contro gli

austriaci, e in piena Camera dichiara di volerle buttare in faccia al

governo italiano?

Egli dovette certo, in quel momento, ricordarsi che Roma negò il trionfo

a Pompeo, vincitore di Spartaco, perchè i ribelli non erano nemici

stranieri.

[QUEL CHE USCÌ DI BOCCA AL GENERALE MORRA]

E tutto quello non basta; il giorno 8 Febbraio il generale Morra di

Lavriano riunì le truppe di Palermo in Piazza Ucciardone e rivolse loro

un discorso in cui: rammenta da prima con grande compiacimento alcuni

degli ultimi tumulti, specialmente Valguarnera, Belmonte e Santa

Caterina, rilevando che _da per tutto la folla assalì le truppe e sparò

su di esse, (!?)_ esalta i soldati premiati per gli ultimi avvenimenti e

ricorda con onore il _valore (!?)_ dimostrato dai soldati a Santa

Caterina; fa l'apoteosi del povero soldato Sculli ucciso a Marineo e

glorifica l'opera dei subalterni _mirabilmente guidati dai capi dovunque

contro di loro si addensava la rivolta_!

[GLI CHASSEPOTS E I FUCILI VITALI]

Il generale Morra di Lavriano terminò la sua _eloquente, patriottica e

veritiera_ concione facendo un parallelo tra le vittorie ottenute in

Sicilia dai soldati italiani e quella, allora recentissima, ottenuta in

Africa ad Agordat, non senza esprimere il rammarico che essi dovevano

provare combattendo contro uomini che parlano la stessa loro lingua... E

dopo il solito volo lirico all'_unità_ ed a _Casa Savoia_, al suono

della marcia reale, le truppe sfilarono dinanzi al generale ed ai

premiati, che erano il Tenente Serra del 27º Fanteria, il caporale

Puttini dello stesso reggimento e il carabiniere Profita.

Non mi permetterò alcun commento sulla opportunità politica del

parallelo tra le vittorie ottenute in Africa e... in Sicilia; nè sulla

convenienza di premiare i _valorosi_ che uccidono inermi italiani.

NOTE:

[45] L'on. Saporito nella tornata del 27 Febbraio 1894 disse alla Camera

dei Deputati che il generale Corsi in una sua circolare raccomandava

alle truppe di non usare mai armi, _contro nessuno e in nessuna

occasione_. Se questa circolare è vera farebbe fede dell'animo mite

dell'antico comandante del XII Corpo di armata e dimostrerebbe che gli

eccidî non furono premeditati.

XVII.

LE RESPONSABILITÀ

_a)_

IL CLERO

Esposti gli avvenimenti siciliani dell'anno 1893 e del principio del

1894 si devono esporre le responsabilità degli attori: del clero--cui si

volle attribuire un'azione, che non ha esercitato e che è stata diversa

da quella, che gli venne attribuita--del popolo, e del governo

principalmente.

Comincio dal clero.

Sin da quando l'attenzione pubblica sul continente si fermò sulle cose

di Sicilia, prima ancora che si arrivasse al periodo acuto dei mesi di

dicembre 1893 e gennaio 1894, da una certa stampa con soverchia

insistenza s'insinuò che il clero soffiava nel fuoco. L'insinuazione era

abile, perchè mirava a discreditare il movimento ed a renderlo inviso

alla maggioranza liberale del popolo italiano, che beve grosso e si

lascia facilmente ingannare da un patriottismo quarantottesco, ogni

volta che gli si parla del _nemico_ che si annida nel Vaticano. Giovava

ricorrervi, perchè era riuscita pei moti del 1866 ed era servita come

comoda arma alla polizia, poco dopo, nell'imbastire i grotteschi

processi politici ricordati dall'on. Tajani nel famoso discorso

pronunziato nella Camera dei deputati nella tornata dell'11 giugno 1875;

ma era iniqua, calunniosa, poichè era del tutto falso che il clero si

fosse immischiato nei moti di Sicilia; e quando su di essi disse la sua

parola, fu tale, che ad esso fa torto sicuramente, però lo rivela ligio

alla _causa dell'ordine_--dell'ordine, dico, quale lo intendono il

governo e le classi dirigenti.

[UN'ACCUSA DESTITUITA DI FONDAMENTO]

L'accusa contro il clero di Sicilia è siffattamente destituita di

fondamento, che non varrebbe la pena di occuparsene se non l'avesse

fatta sua una donna illustre,--la vedova di Alberto Mario--che ama

sinceramente l'Italia e l'isola nostra in ispecie e se non vi avesse

accennato lo stesso Presidente del Consiglio, che ripetendo un favorito

ritornello--sempre apportatore di applausi in Parlamento e fuori--il 28

febbraio, dopo aver fatto l'apologia della borghesia, le rimproverò solo

di avere abbandonato le _plebi_ alle sette ed ai _preti_.

Meglio avvisato, perchè non dominato da alcun preconcetto, il sig.

Adolfo Rossi nelle sue corrispondenze alla _Tribuna_, nel mese di

ottobre 1893 aveva notato che il clericalismo non ci aveva che vedere

nel movimento dei _Fasci_ e che anzi in molti di questi c'era una

spiccata tendenza anticlericale.

Padre Lorenzo,--il frate eremita che la fa da cappellano nella Chiesa

della Madonna del Balzo di Bisacquino,--soprannominato _il Socialista_,

costituisce una rara eccezione e del linguaggio da lui tenuto al

valoroso _reporter_ del giornale di Roma si argomenta già da qual parte

stiano i _superiori_.--«Eh! se non fosse per i superiori, diceva fra'

Lorenzo, io andrei a predicare il socialismo così, con la mia tonaca».

Egli rispetto al movimento sociale avrebbe fatto ciò che Ugo Bassi e

Pantaleo fecero pel moto politico.

[IL CLERO MERITÒ LE DIFFIDENZE DEI LAVORATORI]

Dopo, altri giornalisti venati in Sicilia riconobbero la insussistenza

dell'accusa e più esplicitamente ancora l'on. Comandini, nella Camera

dei Deputati, osservò che «parlando in Sicilia con prelati degnissimi e

colti, con sacerdoti professori, con sacerdoti di culto greco e con

sacerdoti di culto latino, io ho domandato quale poteva essere stata la

parte presa dal clero nelle agitazioni siciliane, e mi sono sentito

rispondere che il clero aveva trovato nella classe dei lavoratori le più

profonde diffidenze, perchè questi erano convinti che essi stessero

dalla parte dei proprietarî e dei borghesi.» (Tornata del 2 marzo 1894).

E queste dichiarazioni collimano perfettamente colla deposizione del

Cabiati,--maggiore dei Bersaglieri--nel processo De Felice (Udienza del

21 marzo).

Il clero meritò le diffidenze dei lavoratori!

[IL CLERO E I CASI DI SICILIA]

Vennero i processi dinanzi ai _Tribunali di guerra_ e dileguaronsi i più

lontani sospetti. Prete D'Urso fu arrestato per quarantottesco capriccio

del senatore Sensales; e dell'arresto ho motivo di pensare che non fu

contento lo stesso on. Crispi. Fu assolto da ogni accusa. Non pertanto

lo stesso on. Presidente del Consiglio, cui giovava nella discussione

sui casi di Sicilia evocare lo spettro del clericalismo per aggravare la

mano sugli arrestati e impressionare meglio la Camera in proprio favore

e farsi considerare come il difensore dell'idea italica, asserì che i

capi del movimento socialista (alludeva al De Felice) si erano messi in

relazione coi clericali del continente. Ma neppure sul continente dove

nel Benzi si era andato a scovare un complice, si potè colpire un

clericale o un prete e in tanta libidine di arresti e di processi non si

arrestò e non si processò quell'avv. D'Agata, da Catania, che--secondo

la polizia--era servito da pericoloso intermediario tra il De Felice e i

clericali del continente! Nei processi, adunque, non si trovò e non

rimase traccia dell'azione dei preti e del clericalismo nei moti di

Sicilia. Quando la polizia accenna a sospetti su qualche prete, come sul

Di Lorenzo di Gibellina, in essi vede uomini senza il menomo colore

politico ed impegolati sino alle ciglia nelle ire e nelle contese dei

partiti locali. E se qualche prete viene innanzi i tribunali militari,

come l'Evola di Balestrate nel processo De Felice, depone contro i

_Fasci_.

Con questa ultima e decisiva constatazione si potrebbe por termine ad

ogni discorso sull'azione e sulla responsabilità del clero. Il clero,

però, manifestò apertamente il proprio pensiero sui casi di Sicilia e

giova in questa occasione e in questo punto, esaminarlo per una doppia

ragione. Una è particolare: per vedere ciò che esso dice sulle

condizioni dei lavoratori dell'isola e sulle cause che l'indussero a

tumultuare; l'altra è generale: per conoscere quali sono le sue vedute

sul socialismo e se esso segue l'indirizzo, che altri sacerdoti

cattolici e protestanti hanno preso in altri paesi di Europa e di

America.

Tra le manifestazioni pubbliche del basso clero siciliano non ho

conoscenza, che di una sola, dell'opuscolo di un modesto prete di

Contessa Entellina, già citato, il Genovese (_La quistione agraria in

Sicilia_). Nel suo breve scritto c'è equità e c'è conoscenza esatta

delle condizioni economiche delle varie classi dell'isola; ma non c'è

pretensione alcuna, non assurge a considerazioni di ordine generale, nè

si lascia trascinare ad inveire contro i vinti.

[L'ATTITUDINE DELL'EPISCOPATO SICILIANO]

Lodo sinceramente, e constato che il sacerdote Genovese è una eccezione.

Ben diversa è l'attitudine dell'episcopato siciliano e di quei prelati,

che delle cose di Sicilia si sono occupati, non escluso Monsignor

Isidoro Carini, l'illustre bibliotecario della Vaticana, il cui scritto

per altro (_La quistione sociale in Sicilia._ Roma 1894) è pregevole per

tanti motivi ed è inspirato da sincero amore per l'isola natía.

Anzitutto cosa dicono i Vescovi nelle pastorali rivolte ai loro fedeli

sulle condizioni dei lavoratori e sulle cause che determinarono gli

ultimi tumulti? Cosa ne pensa Monsignor Carini, il cui giudizio ha tanta

importanza perchè è quello di un siciliano di cuore e di mente e che

occupa un posto così elevato nelle regioni del Vaticano?

[UNA PASTORALE DEL VESCOVO DI CALTANISETTA]

Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause · 第 12 / 35 段