catastrofe. Il capitano Macchi allontanò da sè la responsabilità
dell'accaduto; e non gliene spetta, poichè è voce generale da nessuno
sinora smentita, che il fuoco venne ordinato del delegato di P. S.
affacciatosi dal balcone del Municipio. Il luogotenente che in piazza
trovavasi alla testa dei 35 soldati credendo che l'ordine fosse partito
del capitano comandò il fuoco. Per colmo di odiosità le guardie
campestri, ligie al sindaco, nascoste in un campanile vicino--ciò che
farebbe supporre una certa premeditazione--tirarono ripetutamente sulla
folla.
Quando le autorità governative ripresero possesso del disgraziato paese
dove regnava lo squallore, si fecero arresti in massa e si vuole che la
maggior parte degli arresti avvenissero nelle file dell'opposizione e su
di una lista compilata dal partito che stava al potere.
Dopo tali disgraziati avvenimenti, l'odio e la diffidenza dei contadini
contro _li cappedda_ si sono accresciuti in modo terribile; tanto che
essi sfuggirono come un leproso un inviato da un comitato di Palermo,
che v'era andato a fare un'inchiesta per poter distribuire dei soccorsi
alle vittime.
[BELMONTE-MEZZAGNO--MARINEO]
I tumulti di Belmonte-Mezzagno vanno ricordati perchè con un colpo di
rivoltella vi venne ferito un soldato, che poco dopo morì, lo Sculli. A
questa povera vittima furono fatte solenni onoranze; ma furono
consacrati all'infamia i contadini uccisi dai soldati.
Peggio ancora avvenne all'indomani del funesto principio del 1894, a
Marineo.
Anche lì avvengono le solite dimostrazioni con leggere colluttazioni con
la forza, in una delle quali c'è un solo ferito di baionetta; ma il
giorno 3 si ripetono le dimostrazioni e poi che la folla rifiuta di
sciogliersi, dopo le intimazioni di legge ed una scarica in aria, la
truppa fa fuoco e vengono uccise otto persone sul colpo e dieci muoiono
poco dopo per le ferite ricevute. Il numero dei feriti non si può
precisare, perchè i più si nascosero: ma dev'essere stato considerevole
se proporzionato al numero dei morti.
Il giorno 4 viene proclamato in Sicilia lo stato di assedio: il generale
Morra di Lavriano e della Montà assume formalmente i poteri di Regio
Commissario straordinario del Re, ch'esercitava di fatto sin dal suo
arrivo in Sicilia. Nel manifesto con cui il Regio Commissario
straordinario annunziò l'avvenimento, in ultimo era detto che ai
contravventori sarebbero stati applicati gli articoli dal 246 al 251 del
Codice penale militare. Perchè si possa giudicare della opportunità
dell'applicazione è bene si sappia che tali articoli considerano i casi
in cui... il territorio del regno è invaso da _truppe nemiche_!
[L'ULTIMO MASSACRO]
All'indomani della proclamazione dello stato di assedio si chiude la
serie dei massacri con quello di Santa Caterina Villarmosa.
Ivi, tra i due partiti municipali da gran tempo non c'era buon sangue;
la miseria tra i contadini,--il paese è essenzialmente agricolo--era
grande; un Fascio vi si era costituito, nel quale per dissidi tra coloro
che lo dirigevano, al momento della catastrofe nessuno esercitava una
influenza, perchè erano dimissionari da parecchi giorni il segretario e
il vice-presidente, ed era assente da tempo il presidente; il _Fascio_
rappresentava un vero corpo senza capo. E la catastrofe avvenne
terribile e inattesa, come m'assicurarono il sindaco e il capo del
partito contrario.
[SANTA CATERINA VILLARMOSA]
Il giorno cinque è certo che ancora non era stata annunziata ai
cittadini di Santa Caterina Villarmosa la proclamazione dello stato di
assedio; nè c'è da meravigliarsene perchè poche ore si può dire ch'erano
trascorse dalla comunicazione. Fu lo stesso Comando dei Carabinieri, che
dichiarò che _nessuno_ aveva visto il manifesto; ciò risultò anche dal
processo svoltosi innanzi al Tribunale militare di Caltanissetta. Se
fosse stata annunziata e spiegata bene ai poveri contadini la misura,
probabilmente essi avrebbero tenuto diverso contegno. Ma quantunque essi
tutto ignorassero non si creda che abbiano trasceso, come in tanti altri
punti. Tutt'altro. Il giorno 5, infatti, non si trattò che di questo:
una folla enorme percorreva il paese--con una bandiera sormontata dai
ritratti del Re, della Regina e da un crocefisso,--gridando: _viva il
Re! abbasso le tasse!_ Non ci furono incendi, non ci furono devastazioni
nè in uffici pubblici, nè in case e magazzini privati; non si assaltò il
municipio e molto meno si potevano assaltare i casotti del dazio--come
annunziarono telegrammi uffiziali con impudente menzogna--i quali non
esistevano! Le autorità che avevano avuto sentore della dimostrazione
avevano chiesto ed ottenuto rinforzi da Caltanissetta, otto soldati ed
un tenente dei carabinieri, che uniti ai quattro carabinieri ch'erano di
stazione formarono un totale di _tredici_ uomini!
Il tenente dei carabinieri, Colleoni, pensò che l'autorità doveva
rimanere alla forza e fece mostra di tutte le sue attitudini strategiche
impostando i suoi dodici uomini nella strada che fronteggiava la grande
piazza Garibaldi, d'onde dovevano passare i pacifici dimostranti. Quando
questi pervennero nella piazza e vi si pigiarono in modo da non potersi
muovere, il tenente dei carabinieri intimò alla folla di sciogliersi e
fece suonare i tre squilli. Fra il secondo e il terzo, un maestro di
scuola, il Capra, esortò il popolo a sciogliersi; ma il popolo credendo
di non violare alcuna legge protestando contro i balzelli, e incorato
con particolarità da alcune donne ardite, non si mosse se non dopo che
il terreno fu seminato di morti e di feriti in seguito alle _ripetute_
scariche ordinate dal tenente dei carabinieri. Quando la piazza venne
sgombrata, per molte ore rimasero abbandonati al suolo gli _undici_
morti e i più gravemente feriti--donne, uomini, vecchi e bambini--in
mezzo alle pozze di sangue!
[MENZOGNE SPUDORATE]
E adesso poche altre osservazioni. Come i telegrammi ufficiali mentirono
nel dare i particolari della dimostrazione cui attribuirono atti non
commessi, così evidentemente mentirono nel dare alcune notizie che
volevano lasciar comprendere esservi stata da parte del popolo prima
l'aggressione e poi la resistenza, fosse anche una larva. Si parlò
di un colpo di rivoltella tirata contro il maresciallo dei carabinieri,
ma il colpo _fortunatamente_ non partì; e se partì, quantunque a
_bruciapelo_,... non ferì; si parlò di una coltellata contro un soldato,
ma _fortunatamente_ la lama non arrivò alle carni; si parlò di sassi
scagliati contro la truppa, ma _fortunatamente_ non un soldato venne
colpito!...
Troppa fortuna davvero!
E poi, la rivoltella non fu trovata; i carabinieri sequestrarono solo
un'accetta... senza padrone.
Cose queste, che furono anche constatate dai corrispondenti della
_Tribuna_ e del _Resto del Carlino_, andati sul luogo.
La narrazione fatta dal tenente Colleoni innanzi al Tribunale militare
esclude tutte le calunniose notizie _ufficiali_ divulgate sul contegno
dei poveri contadini di Santa Caterina. Egli, a domanda del Presidente
Colonnello Orsini rispose: «avere ordinato il fuoco perchè aveva
acquistato il concetto preciso dell'aggressione che voleva fare la folla
dalle parole di un certo Manzoni e dalle armi _intraviste_ sotto i
vestiti dei dimostranti...»
Non mettiamo in dubbio la vista lincea di quell'ufficiale, ma è giusto
riferire le parole di fuoco del Manzoni; questi disse al Colleoni: _fate
ritirare la truppa e la folla colle buone si disperderà_.
Lo stesso Colleoni confessò che prima che la truppa facesse fuoco non ci
furono _nè pietrate, nè colluttazioni_... Se qualche sasso fosse volato
dopo le ripetute scariche, quando il suolo era seminato di morti e di
feriti, chi oserebbe maravigliarsene e condannare?
Ancora: nel processo, come capo temibile della sommossa venne designato
il contadino La Placa, cui si rivolse la particolare accusa di avere
strappato la baionetta al Maresciallo dei Carabinieri in una
colluttazione corpo a corpo. Ebbene il terribile ribelle ricevette due
ferite alle _spalle_ in quella colluttazione; sicchè riferendosi alla
topografia di tali ferite e al momento in cui il maresciallo asseriva
avergliele inferte, il La Placa ingenuamente osservava: _Le braccia
l'uomo le ha davanti o di dietro?_
[LA LOGICA DE' CONTADINI]
La folla aveva tante intenzioni ostili--ed era composta da migliaia di
persone!--che dette tempo al suddetto maresciallo di ricaricare la
rivoltella per freddare il contadino che a bruciapelo gli aveva tirato
un colpo di pistola... Oh! con quanto rigore di logica semplice e
irresistibile a chi parlava di fucilate tirate dal popolo, un contadino
dalla gabbia esclamò: _signor Presidente, i nostri fucili ammazzano!_ E
non uno dei _tredici_ soldati fu ammazzato...
[LA FEROCIA DEL POPOLO]
E della ferocia e delle cattive intenzioni del popolo si ebbe altra
prova luminosa. Il maresciallo quando non ebbe più cartucce, credette
bene di ricoverarsi in una casa che vide aperta; ivi una trentina di
contadini eransi ricoverati per isfuggire al massacro. Lo ebbero in mano
inerme, trenta contro uno, e non gli torsero un capello e l'accolsero!
A Benedetto Salemi, che all'indomani della strage lo interrogò su questo
particolare, il maresciallo rispose: _Erano tanto impauriti!_
«Fosse stato anche vero, osservò il Salemi, che una trentina di uomini
pravi, feroci (come venivano designati) avessero avuto paura di uno
disarmato..., ma era quella la risposta di un soldato italiano? dire
vili a degli onesti, che virilmente gli avevano regalato la vita!»
Il Salemi, nel _Siciliano_, de' 9 e 10 gennaio 1894, fece un'esatta e
commovente descrizione dei casi di Santa Caterina. Dalla quale, mi piace
di riportare il luogo seguente, dove egli narra la sua visita al
cimitero.
[AL CIMITERO]
«Si va al cimitero per una via che sale leggermente ad un colle.
«Nel piccolo campo dei morti, a sinistra, stavano schierate le casse che
serrano i poveri uccisi. Ce n'era una, grande: una vecchia barella tinta
di grigio con due larghe fasce di nero che s'incrociavano.
«Il custode, levato una grossa pietra da su il coperchio, lo sollevò.
«Nella vecchia barella avevano messo due cadaveri: uno su l'altro: uno
con la faccia sotto i piedi dell'altro! Sopra, stava un ragazzo; era
morto dopo una lunga agonia e aveva gli occhi a pena socchiusi, e sul
viso profilato ancora un'espressione di angoscia. L'altro era un uomo,
con un po' di barba sotto il mento. Aveva i grandi occhi neri sbarrati:
era morto nel vigor della vita, fulminato, e quegli occhi vitrei che dal
corpo supino guardavano il cielo, pareva invocassero, ancora morti, il
Cielo: pareva che quello sguardo, con una serenità lunga di eroe,
dicesse: «O Signore, Signore! vedete....»
«Dopo altre casse, fatte di tavole bianche, ce n'era una, piccola,
foderata di roba celeste; povera roba ma immacolata.
«Io volli vedere l'innocente piccola vittima che forse non aveva nemmeno
gridato! e pregai il custode di schiodare la cassa.
«La bambina era grande per i suoi nove anni. Giaceva, con la testina un
po' volta da un lato e le braccia distese lungo i fianchi. Non aveva
ancora la rigidità della morte e la sua faccia era rossa, e sulla bocca,
coperta di bava, colava dal naso una schiuma sanguigna che gorgogliava
ancora, a intervalli che pareva avessero la regolarità del respiro.
«--Ma è viva!--esclamai.
«Il custode sorrise.
«--Viva?...--e ripose il coperchio.
«Oh era morta davvero, povera bimba ricciuta! Era morta davvero, misera
madre derelitta, ora! povera madre straziata che nella disperazione
della sua pena ebbe pure la forza di rivestire il cadavere della sua
creatura; di chiudere gli occhi alla sua bimba morta; di foderare di
roba celeste la cassa nella quale dovevano chiudere, per sempre, la
figlia sua uccisa; nella quale dovevano portarle via, per sempre, la
figlia sua perduta!»
All'indomani della strage, come dappertutto, la forza arrivò numerosa,
si procedette a centinaia di arresti, altre centinaia di contadini
presero il largo e la simpatica cittadina rimase squallida e
terrorizzata.
Ed ora riassumiamo. Durante il 1893 e i primi giorni del 1894, nei
tumulti e nelle dimostrazioni di Sicilia cadde--ucciso dal popolo--un
solo soldato: lo Sculli.
Caddero--uccisi dai soldati:
tredici popolani a Caltavuturo,
due a Serradifalco,
uno ad Alcamo,
undici a Giardinello,
undici a Lercara,
otto a Pietraperzia,
quattordici a Gibellina,
diciotto a Marineo,
quattordici a Santa Caterina Villarmosa;
in tutto furono uccisi novantadue liberi cittadini per un solo soldato.
[EPILOGO TRISTE]
Questo lugubre riassunto dev'essere completato da altri tristi
episodî. Il governo italiano che non seppe prevenire, che non si dette
il menomo pensiero di una situazione tragica, dispiegò tutta la sua
sapienza nel ricompensare i disgraziati--voglio essere benevolo nel
qualificarli--protagonisti della repressione. Premiò il delegato di
Pubblica Sicurezza che fece uccidere in Serradifalco due operai che
invocavano il rispetto della legge elettorale; premiò il delegato di P.
S. di Racalmuto per la _prudenza_ mostrata nel nascondersi il 1.
novembre; premiò il delegato di P. S. di Gibellina! per la splendida
attitudine ai travestimenti rivelata nei sottrarsi ai pericoli creati
per colpa sua; premiò il tenente Colleoni--e lo lasciò per sei lunghi
mesi sul luogo delle sue gesta eroiche--per la vista lincea mercè la
quale _intravide_ le armi sotto i vestiti dei contadini di Santa
Caterina Villarmosa!
Di fronte a tali e tante ricompense come non esser compresi di
ammirazione per Matteo Imbriani, che in un momento di santa indignazione
si sente disonorato dalle medaglie guadagnatesi in battaglia contro gli
austriaci, e in piena Camera dichiara di volerle buttare in faccia al
governo italiano?
Egli dovette certo, in quel momento, ricordarsi che Roma negò il trionfo
a Pompeo, vincitore di Spartaco, perchè i ribelli non erano nemici
stranieri.
[QUEL CHE USCÌ DI BOCCA AL GENERALE MORRA]
E tutto quello non basta; il giorno 8 Febbraio il generale Morra di
Lavriano riunì le truppe di Palermo in Piazza Ucciardone e rivolse loro
un discorso in cui: rammenta da prima con grande compiacimento alcuni
degli ultimi tumulti, specialmente Valguarnera, Belmonte e Santa
Caterina, rilevando che _da per tutto la folla assalì le truppe e sparò
su di esse, (!?)_ esalta i soldati premiati per gli ultimi avvenimenti e
ricorda con onore il _valore (!?)_ dimostrato dai soldati a Santa
Caterina; fa l'apoteosi del povero soldato Sculli ucciso a Marineo e
glorifica l'opera dei subalterni _mirabilmente guidati dai capi dovunque
contro di loro si addensava la rivolta_!
[GLI CHASSEPOTS E I FUCILI VITALI]
Il generale Morra di Lavriano terminò la sua _eloquente, patriottica e
veritiera_ concione facendo un parallelo tra le vittorie ottenute in
Sicilia dai soldati italiani e quella, allora recentissima, ottenuta in
Africa ad Agordat, non senza esprimere il rammarico che essi dovevano
provare combattendo contro uomini che parlano la stessa loro lingua... E
dopo il solito volo lirico all'_unità_ ed a _Casa Savoia_, al suono
della marcia reale, le truppe sfilarono dinanzi al generale ed ai
premiati, che erano il Tenente Serra del 27º Fanteria, il caporale
Puttini dello stesso reggimento e il carabiniere Profita.
Non mi permetterò alcun commento sulla opportunità politica del
parallelo tra le vittorie ottenute in Africa e... in Sicilia; nè sulla
convenienza di premiare i _valorosi_ che uccidono inermi italiani.
NOTE:
[45] L'on. Saporito nella tornata del 27 Febbraio 1894 disse alla Camera
dei Deputati che il generale Corsi in una sua circolare raccomandava
alle truppe di non usare mai armi, _contro nessuno e in nessuna
occasione_. Se questa circolare è vera farebbe fede dell'animo mite
dell'antico comandante del XII Corpo di armata e dimostrerebbe che gli
eccidî non furono premeditati.
XVII.
LE RESPONSABILITÀ
_a)_
IL CLERO
Esposti gli avvenimenti siciliani dell'anno 1893 e del principio del
1894 si devono esporre le responsabilità degli attori: del clero--cui si
volle attribuire un'azione, che non ha esercitato e che è stata diversa
da quella, che gli venne attribuita--del popolo, e del governo
principalmente.
Comincio dal clero.
Sin da quando l'attenzione pubblica sul continente si fermò sulle cose
di Sicilia, prima ancora che si arrivasse al periodo acuto dei mesi di
dicembre 1893 e gennaio 1894, da una certa stampa con soverchia
insistenza s'insinuò che il clero soffiava nel fuoco. L'insinuazione era
abile, perchè mirava a discreditare il movimento ed a renderlo inviso
alla maggioranza liberale del popolo italiano, che beve grosso e si
lascia facilmente ingannare da un patriottismo quarantottesco, ogni
volta che gli si parla del _nemico_ che si annida nel Vaticano. Giovava
ricorrervi, perchè era riuscita pei moti del 1866 ed era servita come
comoda arma alla polizia, poco dopo, nell'imbastire i grotteschi
processi politici ricordati dall'on. Tajani nel famoso discorso
pronunziato nella Camera dei deputati nella tornata dell'11 giugno 1875;
ma era iniqua, calunniosa, poichè era del tutto falso che il clero si
fosse immischiato nei moti di Sicilia; e quando su di essi disse la sua
parola, fu tale, che ad esso fa torto sicuramente, però lo rivela ligio
alla _causa dell'ordine_--dell'ordine, dico, quale lo intendono il
governo e le classi dirigenti.
[UN'ACCUSA DESTITUITA DI FONDAMENTO]
L'accusa contro il clero di Sicilia è siffattamente destituita di
fondamento, che non varrebbe la pena di occuparsene se non l'avesse
fatta sua una donna illustre,--la vedova di Alberto Mario--che ama
sinceramente l'Italia e l'isola nostra in ispecie e se non vi avesse
accennato lo stesso Presidente del Consiglio, che ripetendo un favorito
ritornello--sempre apportatore di applausi in Parlamento e fuori--il 28
febbraio, dopo aver fatto l'apologia della borghesia, le rimproverò solo
di avere abbandonato le _plebi_ alle sette ed ai _preti_.
Meglio avvisato, perchè non dominato da alcun preconcetto, il sig.
Adolfo Rossi nelle sue corrispondenze alla _Tribuna_, nel mese di
ottobre 1893 aveva notato che il clericalismo non ci aveva che vedere
nel movimento dei _Fasci_ e che anzi in molti di questi c'era una
spiccata tendenza anticlericale.
Padre Lorenzo,--il frate eremita che la fa da cappellano nella Chiesa
della Madonna del Balzo di Bisacquino,--soprannominato _il Socialista_,
costituisce una rara eccezione e del linguaggio da lui tenuto al
valoroso _reporter_ del giornale di Roma si argomenta già da qual parte
stiano i _superiori_.--«Eh! se non fosse per i superiori, diceva fra'
Lorenzo, io andrei a predicare il socialismo così, con la mia tonaca».
Egli rispetto al movimento sociale avrebbe fatto ciò che Ugo Bassi e
Pantaleo fecero pel moto politico.
[IL CLERO MERITÒ LE DIFFIDENZE DEI LAVORATORI]
Dopo, altri giornalisti venati in Sicilia riconobbero la insussistenza
dell'accusa e più esplicitamente ancora l'on. Comandini, nella Camera
dei Deputati, osservò che «parlando in Sicilia con prelati degnissimi e
colti, con sacerdoti professori, con sacerdoti di culto greco e con
sacerdoti di culto latino, io ho domandato quale poteva essere stata la
parte presa dal clero nelle agitazioni siciliane, e mi sono sentito
rispondere che il clero aveva trovato nella classe dei lavoratori le più
profonde diffidenze, perchè questi erano convinti che essi stessero
dalla parte dei proprietarî e dei borghesi.» (Tornata del 2 marzo 1894).
E queste dichiarazioni collimano perfettamente colla deposizione del
Cabiati,--maggiore dei Bersaglieri--nel processo De Felice (Udienza del
21 marzo).
Il clero meritò le diffidenze dei lavoratori!
[IL CLERO E I CASI DI SICILIA]
Vennero i processi dinanzi ai _Tribunali di guerra_ e dileguaronsi i più
lontani sospetti. Prete D'Urso fu arrestato per quarantottesco capriccio
del senatore Sensales; e dell'arresto ho motivo di pensare che non fu
contento lo stesso on. Crispi. Fu assolto da ogni accusa. Non pertanto
lo stesso on. Presidente del Consiglio, cui giovava nella discussione
sui casi di Sicilia evocare lo spettro del clericalismo per aggravare la
mano sugli arrestati e impressionare meglio la Camera in proprio favore
e farsi considerare come il difensore dell'idea italica, asserì che i
capi del movimento socialista (alludeva al De Felice) si erano messi in
relazione coi clericali del continente. Ma neppure sul continente dove
nel Benzi si era andato a scovare un complice, si potè colpire un
clericale o un prete e in tanta libidine di arresti e di processi non si
arrestò e non si processò quell'avv. D'Agata, da Catania, che--secondo
la polizia--era servito da pericoloso intermediario tra il De Felice e i
clericali del continente! Nei processi, adunque, non si trovò e non
rimase traccia dell'azione dei preti e del clericalismo nei moti di
Sicilia. Quando la polizia accenna a sospetti su qualche prete, come sul
Di Lorenzo di Gibellina, in essi vede uomini senza il menomo colore
politico ed impegolati sino alle ciglia nelle ire e nelle contese dei
partiti locali. E se qualche prete viene innanzi i tribunali militari,
come l'Evola di Balestrate nel processo De Felice, depone contro i
_Fasci_.
Con questa ultima e decisiva constatazione si potrebbe por termine ad
ogni discorso sull'azione e sulla responsabilità del clero. Il clero,
però, manifestò apertamente il proprio pensiero sui casi di Sicilia e
giova in questa occasione e in questo punto, esaminarlo per una doppia
ragione. Una è particolare: per vedere ciò che esso dice sulle
condizioni dei lavoratori dell'isola e sulle cause che l'indussero a
tumultuare; l'altra è generale: per conoscere quali sono le sue vedute
sul socialismo e se esso segue l'indirizzo, che altri sacerdoti
cattolici e protestanti hanno preso in altri paesi di Europa e di
America.
Tra le manifestazioni pubbliche del basso clero siciliano non ho
conoscenza, che di una sola, dell'opuscolo di un modesto prete di
Contessa Entellina, già citato, il Genovese (_La quistione agraria in
Sicilia_). Nel suo breve scritto c'è equità e c'è conoscenza esatta
delle condizioni economiche delle varie classi dell'isola; ma non c'è
pretensione alcuna, non assurge a considerazioni di ordine generale, nè
si lascia trascinare ad inveire contro i vinti.
[L'ATTITUDINE DELL'EPISCOPATO SICILIANO]
Lodo sinceramente, e constato che il sacerdote Genovese è una eccezione.
Ben diversa è l'attitudine dell'episcopato siciliano e di quei prelati,
che delle cose di Sicilia si sono occupati, non escluso Monsignor
Isidoro Carini, l'illustre bibliotecario della Vaticana, il cui scritto
per altro (_La quistione sociale in Sicilia._ Roma 1894) è pregevole per
tanti motivi ed è inspirato da sincero amore per l'isola natía.
Anzitutto cosa dicono i Vescovi nelle pastorali rivolte ai loro fedeli
sulle condizioni dei lavoratori e sulle cause che determinarono gli
ultimi tumulti? Cosa ne pensa Monsignor Carini, il cui giudizio ha tanta
importanza perchè è quello di un siciliano di cuore e di mente e che
occupa un posto così elevato nelle regioni del Vaticano?
[UNA PASTORALE DEL VESCOVO DI CALTANISETTA]