Esse, in generale--che non mancarono le nobili e lodevoli

eccezioni--furono fortunate dell'indirizzo preso dal governo; ed

angariarono, denunziarono, derisero i _Fasci_ e i loro socî. In qualche

punto si organizzò un vero _boicotaggio_ alla rovescia; non si dette

lavoro o lo si retribuì di meno, ai soci de' _Fasci_. Fecero di peggio:

misero in circolazione, specialmente nella provincia di Girgenti, delle

petizioni al Sensales ed al Presidente della Camera,--redatte in

termini calunniosi, infami contro i sodalizî e le classi

popolari,--colle quali s'invocavano leggi eccezionali, repressione

energica e pronta per ispegnere quello che essi chiamavano il moto

sovversivo!

[I LAVORATORI DISPERANO DELLA GIUSTIZIA]

Si può immaginare piuttosto che descrivere la irritazione e il

risentimento che si destò negli animi dei lavoratori per l'attitudine

del governo e delle classi dirigenti. I lavoratori intuirono che essi

erano le vittime designate di una imminente repressione, stata

annunziata e minacciata tutti i giorni e in tutti i luoghi e che doveva

essere iniziata col generale scioglimento dei _Fasci_, onde l'odio di

classe ch'era vivo ingigantì; e ad ingigantirlo contribuivano le notizie

trasmesse oralmente o per mezzo dei giornali da paese a paese, talora

false, tal'altra esagerate, inesatte sempre; ed ingigantì sopratutto pel

fatto non mai abbastanza deplorato che giammai si vide un prepotente ed

un violatore della legge punito; sicchè negli animi dei popolani si

ribadì incrollabilmente la credenza, che non si poteva e non si doveva

sperare giustizia dal governo.

E in questo stato di animi, che costituiva una vera anarchia politica e

morale, si pervenne al mese di dicembre, quando tutto ciò che si era

seminato dette i suoi frutti; quando la passione prese il sopravvento;

quando la paura del peggio, la speranza di miglioramenti, la sicurezza

di ottenerli mostrando i denti fecero confondere tutti i criteri, fecero

adoperare i mezzi leciti e quelli illegali. Ma tutto questo avveniva con

tanta incoscienza, con tanto insensibile passaggio dal giusto

all'ingiusto, con tanto fatale concatenamento di episodî, di

provocazioni e di reazioni, che poca colpa vera si può dare alla

parte popolare anche là dove trascese, a Partinico, a Monreale, a

Castelvetrano, a Mazzara del Vallo, a Valguarnera, ecc. ecc.

[VALGUARNERA]

E mi fermo alle scene di Valguarnera, perchè furono caratteristiche. Ivi

non c'era _Fascio_; chi si era adoperato a farlo sorgere aveva dovuto

rinunziarvi per mancanza assoluta di elementi adatti, per il _lealismo_

monarchico ed anche conservatore di cui facevano mostra a gara i partiti

amministrativi in aspro antagonismo tra loro.

Il malessere economico, però, per la crisi zolfifera ed agraria vi era

profondo e generale; il fermento nel popolo e la indignazione contro le

autorità raggiunsero le proporzioni più alte per la inettitudine, per la

imprudenza e per la prepotenza mostrata dal locale delegato di Pubblica

sicurezza il giorno 4 dicembre nella miniera di Grottacalda, in

occasione della festa di Santa Barbara organizzata dalla

amministrazione--composta da persone temperatissime--e alla quale

avevano preso parte parecchie migliaia di pacifici lavoratori di Piazza

Armerina, di Castrogiovanni e di Valguarnera.

[LA SOMMOSSA]

In questo stato di animi e con tali autorità il giorno 25 un zolfataro,

un certo Di Dio--sopranominato _Cottonaro_--assai malvisto, comincia ad

arringare il popolo esponendo propositi sovversivi, come li

qualificarono gli avversari. Il delegato, che non aveva ai suoi ordini

se non due carabinieri volle arrestare l'improvvisato tribuno in mezzo

ad una folla di alcune migliaia di persone. Non solo: quando la folla ne

chiede la liberazione, un carabiniere spara un colpo di rivoltella.

Allora si scatena il furore dei dimostranti...

[DENUNZIE E FUGHE]

Il delegato ed il sindaco scappano e si nascondono; i carabinieri si

chiudono nella caserma e i tumultanti rimangono padroni del campo:

interrompono le comunicazioni telegrafiche, liberano i detenuti,

devastano e incendiano la casa del sindaco, la pretura, gli uffizî

pubblici, saccheggiano diverse case e negozî. I danni prodotti

sorpassano il milione di lire--ma credo che la cifra sia stata molto

esagerata. Nei tumulti di Valguarnera si ebbero a deplorare parecchie

rapine che--sia detto ad onore del popolo--non si ripeterono in nessun

altro luogo. Spesso anzi ci fu fanatismo nel mostrarsi onesti; e nella

stessa Valguarnera, quasi a compenso, si ricorda che i tumultanti posero

in cimento la propria vita per salvare alcuni fanciulli in una casa cui

avevano appiccato l'incendio. Le rapine si spiegano col fatto che

passato il primo momento non restarono a spadroneggiare se non una

trentina di malviventi, che non miravano ad altro se non a rubare. Non

ci furono morti; e ci fu un solo ferito per un colpo tirato da un

carabiniere. All'indomani, all'arrivo della forza e del Prefetto si

fecero circa 300 arresti, tra cui molte donne; la massima parte dei

liberati dal carcere andarono a costituirsi. Non si riuscì, però, a

riprendere il Cottonaro, promotore primo dei disordini; solo dopo

parecchi mesi esso si presentò spontaneamente e si afferma da un altro

canto, che molti che furono maggiormente responsabili delle rapine e

degli incendî si assicurarono la impunità facendola da delatori e

mettendosi ai servigî delle autorità politiche e amministrative,

denunziando cittadini onestissimi, facendoli arrestare o costringendoli

a fuggire. E i latitanti, infatti, furono a centinaia.

Valguarnera rappresenta il prodotto di una serie di cause molteplici, di

una lenta preparazione, e della scintilla data dalla provocazione

poliziesca.[44]

NOTE:

[41] Avvertii sempre e raccomandai con tutte le mie forze e in tutte le

occasioni la istruzione agli operai. Questi miei sforzi ha riconosciuto

il generale Corsi (_Sicilia_ p. 298) e gliene sono grato come del

migliore elogio che poteva farmi.

[42] Conosco aneddoti piccanti su questa richiesta dello elenco dei soci

dei _Fasci_. Eccone uno: il sotto prefetto di X... voleva ad ogni costo

quello di un paese del suo circondario. Il presidente del Fascio lo negò

al delegato di P. S. e questi per non fare cattiva figura presso il

superiore ne creò uno di sana pianta comprendendovi molti avversari del

_Fascio_! In quanto ad esattezza d'informazioni su persone sospette il

colmo del ridicolo e dell'infamia nello stesso tempo si ha avuto dopo

l'attentato del Lega contro l'on. Crispi. Il ministero ha chiesto alle

autorità locali la biografia e la fotografia degli anarchici e dei

socialisti _pericolosi_; e nello elenco di questi individui _pericolosi_

la maggioranza è rappresentata da persone non solo onestissime, ma che

non sono nè anarchiche, nè socialiste, nè repubblicane, ma semplicemente

invise per ragioni personali ai sindaci, ai delegati di pubblica

sicurezza ed ai prefetti. Gli elenchi della provincia di Caltanisetta,

compilati dal famigerato Prefetto De Rosa sono un capolavoro d'infamia.

[43] A proposito della resistenza energica opposta sempre alle

prepotenze governative mi sembrano opportune queste parole pronunziate

da Cordova nel 1863: «I Siciliani sono avvezzi da lungo tempo a

considerare il Governo come tenuto a rispettare la legge, ed anche

quando essi per avventura non la rispettano, pretendono che il governo

la rispetti. È un'abitudine acquistata dalle loro antiche istituzioni e

consacrata dal patto del 1812, in cui un articolo esplicito diceva:

_Ogni cittadino ha il diritto di far resistenza all'autorità pubblica,

se questa non opera in conseguenza della legge_.» Questo ricordo vale se

non altro a dimostrare come certe costituzioni consacrassero in Italia

sul cominciare del secolo principi assai più liberali di quelli

contenuti nello Statuto del _magnanimo_ Carlo Alberto.»

[44] I luoghi nei quali durante il 1893 avvennero provocazioni,

dimostrazioni e abusi di ogni sorta sono numerosi. Dai giornali sono

riuscito a comporre questo elenco ch'è incompleto:

Palermo, Serradifalco, Campobello di Licata, Prizzi, S. Giuseppe Jato,

Piana di Greci, Floridia, Borgetto, Scicli, Ravanusa, Mazzara del Vallo,

Catenanuova, Partinico, Bisacquino, Corleone, Sancipirrello, Chiusa

Sclafani, Sommatino, Villafranca, Termini Imerese, Canicattì, Terranova

di Sicilia, Santa Croce Camerina, Naro, Grotte, San Cataldo,

Campofiorito, Mezzomonreale, Campofranco, Pioppo, Palazzo Adriano,

Lentini, Milocca, Belmonte-Mezzagno, Parco, Acquaviva Platani, Sutera,

Lercara, Siracusa, Casteltermini, Villafrati, Siculiana, Casale

Floresta, Montelepre, Cattolica Eraclea, Villarosa, Aragona,

Caltabellotta, Paceco, Contessa Entellina, Montemaggiore Belsito,

Alcamo, Valledolmo, S. Ninfa, Castronovo, Bambina, Ciminna, Mezzojuso,

Cerda, Cefalù, Rosolini, Castelvetrano, Racalmuto, Santa Caterina

Villarmosa, Balestrate, Trappeto, Caltanissetta, Spaccaforno, Modica,

Francofonte, Piazza Armerina, Gibellina, Lucca Sicula, Butera, Bivona,

Burgio, Roccadifalco, Pietragliata, Rocca, Petralia Soprana, Comitini,

Terrasini, Misilmeri, Ragusa, Partanna, Salemi, Salaparuta, Trapani,

Camporeale, ecc., ecc.

XVI.

LA REPRESSIONE

La serie interminabile delle provocazioni e delle dimostrazioni,

illuminata qua e là dal sinistro bagliore degli incendî, ebbe i suoi

episodî sanguinosi che meritano una speciale trattazione. Questi episodî

rappresentano l'epilogo di una situazione tesa e scabrosa e l'inizio di

una repressione, che, a dire il vero, fu quasi sempre incosciente e non

preparata direttamente, ma che scattò improvvisa e spontanea, quale

risultanza però delle istruzioni generali date, della imprevidenza nello

eseguirle, dello eccitamento degli animi di tutti, della paura di essere

sopraffatti negli uni, della coscienza del proprio diritto negli altri.

Sangue, e in che misura! era stato versato a Caltavuturo in principio

del 1893; sangue si continuò a versare a Serradifalco, a Catenanuova, ad

Alcamo; ma dopo alcuni mesi di sosta nello svolgersi della triste

cronaca, nessuno si attendeva che si dovesse ricominciarla e continuarla

più luttuosa che pel passato!

[LA CRONACA TRISTE CONTINUA]

Ricomincia a Giardinello. Giardinello è un piccolo paese di 800

abitanti. Sul conto dell'amministrazione comunale e del sindaco Caruso

le più contraddittorie notizie corsero. Io sento il dovere di dire che

persona degna di fede a me assicurò che il Caruso amministrasse

paternamente; ed egli stesso in una lettera al Direttore della _Tribuna_

si scagionò con apparenza di verità di molte accuse lanciate contro di

lui.

D'altra parte persona non sospetta di tenerezze per la causa dei

lavoratori rivelò allo stesso corrispondente della _Tribuna_ che il

municipio di Giardinello era una vera e propria _Marcita_,--termine

lombardo adoperato dall'interlocutore--un feudo del Sindaco. Il

_Fascio_, presieduto dal sig. Piazza, aveva chiesto da tempo delle

riduzioni di tasse: sul focatico, sulle vetture, sui dazî di consumo; il

sindaco aveva promesso di provvedere almeno in parte, ma invece nei

nuovi ruoli vi fu maggior rigore e minore equità che nei primi.

La stessa lettera del Sindaco, del resto, suggerisce al temperatissimo

Cavalieri osservazioni che suonano biasimo aperto pei criterî

amministrativi che si seguono in Sicilia e che vengono addotti a difesa

propria dal Sindaco di Giardinello (I _Fasci_ ecc., pagine 30 e 31).

Quali che siano le ragioni dell'una parte e dell'altra, la catastrofe,

che ne seguì e che commosse l'Italia rimane ingiustificabile ed è

tuttora inesplicata.

[I TUMULTI DI GIARDINELLO]

Il giorno 10 dicembre, domenica, all'uscire dalla messa, nella piazza

della chiesa si formò una dimostrazione al grido: _Abbasso le tasse e il

Municipio_, quindi alcuni socî del Fascio andarono dal sindaco per

cercare di comporre la faccenda e lo trovarono dinanzi la porta di casa

sua; alla richiesta dei dimostranti egli rispose che non _ci avevo

colpa, che se ne lavava le mani_, _che la colpa era tutta dei

consiglieri_ e che _potevano fare il diavolo a quattro, lui non si

sarebbe disturbato per questo_.

E dopo avere così consigliato la calma ed evitato un grave pericolo, il

sindaco montò le scale che conducevano nel suo studio, e vi rimase

lungamente. I dimostranti seguitavano a gridare sotto i balconi del

sindaco, il quale a calmare gli _spiriti bollenti_ applicò loro una cura

idroterapica buttando molta acqua e fresca su tutte quelle teste

riscaldate.

L'effetto della cura fu immediato: la folla non si ribella al brutale

trattamento e corre invece--trascinata certo da qualche mestatore--al

palazzo municipale, dove, eccitata certo da chi aveva interesse che

documenti compromettenti fossero distrutti, comincia la devastazione,

l'incendio; e tutti gli armadi, le sedie, i registri sono posti l'uno su

l'altro e le fiamme avide, distruggono ogni cosa.

Dopo, i tumultuanti continuarono a percorrere le vie del paese seguendo

una donna che portava in alto il ritratto del Re e della Regina.

Appena cominciati i primi disordini, un carabiniere partì per Montelepre

a chiamare dei rinforzi ed è falso che contro costui siano stati tirati

quattro colpi di fucile andati a vuoto.

Conosciutasi la notizia a Montelepre partivano 5 o 6 carabinieri e 22

bersaglieri comandati dal sottotenente Cimino, alla volta di Giardinello

e quivi giunti si disposero a traverso la strada principale tra la casa

del sindaco e il Municipio.

[L'ECCIDIO]

La folla impavida, forte forse del talismano che portava, andò incontro

ai soldati sempre con lo stesso grido: _abbasso le tasse_,...... Il

sottotenente tenta invano di calmare i dimostranti i quali per

l'avanzarsi di quelli che stavan dietro minacciavano di rompere il

cordone della truppa.--Fu allora che il sottotenente esclamò:

«Allontanatevi o sarò costretto a dare ordine di caricare le armi». I

più vicini tornarono indietro, il presidente del Fascio alla contadina

che portava il ritratto del re disse: _Suruzza, jamuninni vasinnò nni

sparanu_ (sorella, andiamo se no ci sparano). E quando tutto volgeva pel

bene, una fucilata sinistramente risuonò. Fu questo il segno

dell'eccidio, sparano i soldati, sparano i carabinieri e le grida

disperate e i lamenti dei feriti, il pianto di tutti resero lo

spettacolo selvaggio e commovente. Anche i poveri soldati spaventati

corsero come forsennati per la campagna.

Allora, seminata la via di feriti, la folla uccide il messo comunale

che, sogghignando, mostrava il suo compiacimento per tanti caduti.

Chi ordinò il fuoco? donde partì la prima fucilata? Le voci più

disparate corsero in proposito, ma il mistero non fu svelato. Il

generale Corsi che solo di questa strage fa cenno--forse perchè il suo

animo mite rifugge dalle scene di orrore--narra seccamente: «Fu caso, fu

disgrazia. Una massa di gente di un _pacifico_ paesello, rumoreggiante,

inebbriata della sua audacia medesima, si serra addosso ad un piccolo

drappello di soldati, spinta da tergo da chi non vede il pericolo;

nessuno comanda il fuoco; ma il fuoco scoppia perchè i soldati stanno

per essere travolti. La stampa ne fa gran rumore in Sicilia, in tutta

Italia; si scrive che la truppa ha tirato freddamente sopra un popolo

festante; non si vuole vedervi altro che una strage d'innocenti. Il

governo n'è spaventato.» (_Sicilia_, p. 322)[45].

I morti furono 11, dei 12 feriti portati all'ospedale di Palermo 9

furono dichiarati in pericolo di vita. 5 solamente furono colpiti con

palle a mitraglia e gli altri da palle non tirate da militari, vi furono

pure uomini feriti da _quadretti e migliarini_.

A Giardinello, precisamente come a Caltavuturo, le autorità non seppero

trovare un colpevole tra coloro che spararono. Ne trovarono bensì a

decine tra i poveri contadini che avevano partecipato alla dimostrazione

e che si ebbero in pena dal Tribunale militare anni ed anni di

reclusione!

[LERCARA]

Dopo Giardinello, Lercara. Anche qui c'è miseria grande derivante in

gran parte dalla crisi zolfifera, anche qui ci sono odî inveterati e

feroci tra alcune famiglie che si disputano con tutti i mezzi

l'amministrazione comunale, qualcuna delle quali si afferma che abbia

soffiato nel fuoco. E il fuoco divampò il 20 Dicembre in una

dimostrazione coi ritratti del Re e della Regina al grido di: _Abbasso

le tasse! Abbasso il Sindaco!_ Si viene a colluttazione colla forza e

rimangono feriti o contusi alcuni uomini della forza, tra i quali il

delegato di pubblica sicurezza ed un tenente delle truppe. Durante la

notte e all'indomani arrivano altre truppe.--Il sotto prefetto di

Termini-Imerese--che arringa il popolo da un balcone durante una nuova

dimostrazione seguita da incendi dei posti daziari, da devastazioni e da

saccheggi--è male accolto e costretto a scappare. Avviene un'altra

colluttazione nella quale vengono uccisi undici cittadini e feriti molti

altri! Contro i soldati la folla non adoperò che sassi e bastoni.

[PIETRAPERZIA]

A Pietraperzia il 1º gennajo 1894 si ripetono gli stessi fatti di

Giardinello e di Lercara; le cause sono le stesse: la miseria e il

malumore contro il municipio, per le tasse e specialmente pel fuocatico.

I partiti locali che si combattono da anni con accanimento si

accordarono soltanto nell'accusare i poveri contadini dei quali si osò

negare la miseria!

In queste denegazioni fu audacissimo il sindaco Nicoletti, che innanzi

al Tribunale militare affermò inesistenti le tasse odiose nel suo paese,

e l'amministrazione esemplare, e provvida per i bisogni di tutti.

«Sì!--gli rispose con amara ironia un difensore, il capitano

Schioppo--tasse non ve ne sono, perchè il fuocatico e il dazio sulla

farina non pesano sul popolo; e l'amministrazione comunale è tale

modello, che a Pietraperzia si può credere, che si sia avverato il

famoso motto di Enrico IV!»

Ivi, come dappertutto, i lavoratori si riuniscono e cominciano a

gridare: _Viva il Re! abbasso il Sindaco! abbasso le tasse!_

Si dice che il Delegato di P. S. e il maresciallo dei carabinieri

abbiano invitato la folla a sciogliersi e che siano state fatte le

regolari intimazioni, ma che la folla invece di sciogliersi abbia tirato

delle fucilate contro i soldati, i quali per legittima difesa risposero

facendo fuoco.

Da tutte le mie informazioni, però, mi risultano infondate o alterate

tali asserzioni; se i contadini avessero fatto fuoco, tra i soldati ci

sarebbe stato qualche morto.

[GLI ECCESSI DOPO LA STRAGE]

Invece otto contadini rimasero uccisi e quindici gravemente feriti.

Compiuta la strage, i soldati si rinchiusero nella Chiesa di Santa Maria

e il popolo esasperato si dette agli incendi e alla devastazione del

Casino dei Galantuomini, del municipio e di altri uffizî pubblici.

Questi eccessi della folla, è bene rilevarlo, seguirono e non

precedettero la strage.

Il Consiglio, nella massima parte inviso, si dimise. Non mancarono i

soliti numerosi arresti. Si afferma che a Pietraperzia il _Fascio_, di

recente formazione e composto di analfabeti, abbia preso parte attiva ai

tumulti; ma la verità non si può sapere facilmente perchè non si potè

sinora sentire che una sola campana, quella dei più ricchi proprietari.

Non ha sonato ancora quella dei lavoratori. Il terrore regnò per

parecchio tempo a Pietraperzia e non fu possibile avere esatte notizie.

Settantatre disgraziati furono trascinati al Tribunale militare di

Caltanissetta e di essi soli 20 furono assolti; gli altri furono

condannati a pene che variano dai 3 ai 21 anni di reclusione. La

sentenza fece dolorosissima impressione e fu notato che un colonnello

dell'esercito dava pietosamente parole di conforto alle desolate

famiglie dei condannati.

[GIBELLINA]

Il giorno 2 gennaio è la volta dell'eccidio di Gibellina. Ha qualche

cosa di specialmente lugubre; e di esso si avvalsero gli uomini del

governo per denigrare il popolo, che in un momento di furore cieco

uccise il pretore Casapinta. Ma perchè? quando?

Narriamo. Gibellina conta circa 10,000 abitanti ed è dedita

esclusivamente all'agricoltura. Si afferma da molti che vera miseria non

vi sia e che vi siano numerosi i piccoli proprietarî--di quella

categoria però, che l'on. Damiani paragonò ai proletarî perchè la

proprietà di una catapecchia o di un campicello non basta a sfamare.

Certo è che la emigrazione vi si accrebbe notevolmente negli ultimi

anni; e questo è indizio sicuro di malessere economico. È certo del pari

che le tasse comunali, specialmente quella sugli animali e il focatico,

vi erano pesanti ed invise e che era grande il risentimento contro le

autorità politiche--rappresentate dal delegato di P. S.--per i fatti del

4 novembre narrati avanti. Vi sono i soliti partiti locali, i cui

caporioni si odiano reciprocamente; quello al potere, protetto dalla

Prefettura di Trapani, qualificato addirittura tirannico, si dice abbia

considerato la cassa comunale come lo sfamatoio della propria famiglia e

dei propri adepti. Gli oppositori, ricchissimi, si vuole che abbiano

soffiato nel fuoco; regalarono una bandiera al _Fascio_--essi che in

fondo sono conservatori--e si rimproverò loro--stranissimo

rimprovero!--che dessero agli operai un salario più elevato degli altri.

Questo l'ambiente dove si svolsero i fatti del 2 gennaio.

Da parecchi giorni si buccinava che si doveva fare una dimostrazione

contro il municipio: corsero trattative di conciliazione tra i partiti;

si cercò dare soddisfazione alla opinione pubblica dal sindaco,

accettando alcune delle proposte messe avanti dal _Fascio_, il cui

presidente sig. Palermo si cooperò sempre per mantenere la calma e

l'ordine; a quasi tutte le trattative presero parte attiva il capitano

Macchi del 37º fanteria, e il pretore Casapinta e la loro fu azione

lodevole. Ma ciò che chiedevasi con maggiore insistenza erano le

dimissioni del sindaco e del consiglio; cosa che non potevasi ottenere,

come disse il capitano, perchè il sindaco di dimissioni non voleva

assolutamente saperne!

[L'ECCIDIO]

Nel giorno dell'eccidio il municipio era occupato militarmente e il

capitano trovavasi nella sala del Consiglio, mentre la folla

appressavasi gridando come sempre: _Abbasso il Sindaco! abbasso le

tasse! abbasso il consiglio comunale!_ Erano circa tre mila persone con

alla testa la bandiera del _Fascio_, che fu issata al balcone della casa

municipale dov'erano riuniti il Capitano Macchi, il sindaco e molti

altri che discutevano sui provvedimenti da prendere.

Ad un tratto comincia il fuoco contro la popolazione inerme: quattordici

caddero morti immediatamente. Non vi furono squilli di tromba e i

soldati spararono sulla folla a bruciapelo. Il numero dei feriti fu

grandissimo e non potè esser mai esattamente constatato perchè tutti si

nascosero, sapendosi che anche i feriti gravi venivano arrestati e

condotti a Trapani: ad un certo Tramonte fu amputato il braccio nelle

prigioni di Trapani e gli si negò di poter rimanere a casa guardato a

vista.

Compiuta la strage i soldati--per ordine del Capitano Macchi, che

rapidamente discese dalla casa comunale appena sentì le fucilate--si

ritirarono, e Gibellina rimase in balía del popolo giustamente

esasperato. Fu allora che venne ucciso a sassate ed a bastonate il

povero pretore Casapinta, ch'era stimato da tutti e che si era cooperato

ad impedire la catastrofe; ma ciò avvenne per isbaglio, gli addebitarono

il comando del fuoco, essendo stato scambiato pel delegato di Pubblica

Sicurezza, Vincenzo Trani, che alle antiche aveva aggiunto nuove ragioni

di odio contro di sè.

Costui fu generosamente ricoverato da un farmacista, e si salvò,

fuggendo travestito, dall'ira di quel popolo il quale contro di lui

sarebbe forse stato implacabile.

Per alcuni giorni Gibellina rimase assolutamente senza forza e senza

autorità; eppure non vennero molestati coloro, che erano considerati

come i veri promotori dell'eccidio!

[LA RESPONSABILITÀ]

Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause · 第 11 / 35 段