invisa ai galantuomini perchè utile ai contadini: nè c'era mai stata
l'ombra della propaganda socialista. Sorse il _Fascio_ all'indomani
della strage come reazione contro il governo e contro i suoi complici
locali.
L'anno 1893 cominciò colla strage di Caltavuturo--auspicii
tristissimi!--e la eco di tanta iniquità si ripercosse in tutte le valli
della Sicilia, destando il risentimento e il desiderio della vendetta
tra gli oppressi contadini. Il sangue versato forse feconderà la terra
meglio che non l'abbia fecondato sinora il sudore dei suoi lavoratori!
Pareva che non potesse darsi maggiore provocazione di questa da parte
del governo italiano contro le popolazioni dell'isola; e tuttavia
Caltavuturo non fu che il principio di una serie di provocazioni, ora
piccole, ora grandi; ora sanguinose, ora incruente; le quali
continuarono con un crescendo spaventevole.
A Caltavuturo dopo breve tempo segue Serradifalco, dove la causa dei
fatti dolorosi è diversa, ma riesce ugualmente a mettere in evidenza il
disprezzo delle leggi nel governo e nelle classi dirigenti. I
popolani--come sempre--ci vanno di mezzo.
[SERRADIFALCO]
In _Marzo_--giorno 6--ha luogo la votazione di ballottaggio a
Serradifalco, preceduta da brogli, da pressioni, da vergogne inaudite da
parte dei funzionarii del governo, che volevano imporre, e riuscirono ad
imporre, un candidato prediletto all'on. Giolitti, il Riolo. Il popolo
protesta contro le sfacciate adulterazioni della volontà elettorale e
chiede che venga rispettata la legge. Grande reato in verità! I
rappresentanti della legge puniscono questi curiosi delinquenti
ferendoli o uccidendoli. E gli uccisori rimangono in libertà, ad
assicurare una elezione che disonora la Giunta che la convalidò, mentre
i popolani vengono arrestati e processati in numero di ventitrè. Meno
male che il Tribunale di Caltanissetta dopo tre mesi fece una parziale
giustizia rimandandone assolti una ventina. Lo stesso Tribunale, con
altre sentenze, che ricordo a suo onore, bollò per quello che erano
alcuni delegati di Pubblica Sicurezza per abusi relativi alla stessa
elezione commessi in altre sezioni del collegio. Serradifalco rimase ad
ammonire in Sicilia gl'ingenui i quali credono ancora che nelle elezioni
possa passare liberamente e onestamente la volontà del paese.
[CATENANUOVA]
A Catenanuova la miseria è più spaventevole che altrove nella provincia
di Catania: gli abitanti sono quasi tutti proletarî agricoli, che si
dibattono tra le strette del latifondo privato (del principe di
Satriano) e del latifondo pubblico (l'ex feudo Buzzone di proprietà del
demanio). La fame sinistra si fa sentire ed i poveri contadini si
riuniscono in _Fascio_ colla fiducia di ottenere qualche cosa colle vie
legali. Rispettosi della proprietà privata nulla chiedono al Principe di
Satriano; qualchecosa, cui credono di avere diritto, domandano al
governo e per mezzo dell'on. De Felice e mio, esprimono l'onesto
desiderio di vedere censito a piccoli lotti l'ex feudo Buzzone. De
Felice ed io ci rivolgiamo ripetutamente all'on. Rosano e al ministro di
agricoltura e commercio, che promettono di _studiare_ la proposta.
Trasmettiamo la poco incoraggiante risposta, ma che non cancella le
speranze, e nell'attesa i lavoratori credono lecito di commemorare G.
Garibaldi. La forza se ne immischia e spara e ferisce, arresta e
maltratta i popolani.
[ALCAMO--CASALE FLORESTA]
Ad Alcamo in agosto la popolazione protesta con una pacifica
dimostrazione contro i dazî comunali. C'era un _Fascio_, ma diretto da
persona intelligente--il farmacista Fazio. Il _Fascio_ prevede che su di
esso, malvisto com'era dalle autorità, si sarebbe riversata la
responsabilità di quanto poteva avvenire; protesta anticipatamente con
una pubblica dichiarazione, che alla dimostrazione non avrebbe
partecipato. E non vi partecipa; ma non per questo l'esito è meno
tragico, perchè interviene la forza, spara ed ammazza.
Ad Alcamo, come a Catenanuova, come a Serradifalco, come a Caltavuturo
chi spara ferisce ed uccide non viene punito. Quale maggiore
provocazione? Potevasi più efficacemente agire per togliere ogni fiducia
nel governo e nei suoi rappresentanti?
A Casale Floresta (prov. di Messina) non c'è _Fascio_; ma le condizioni
generali sono orribili; non c'è medico, non farmacista, non levatrice,
non mezzi di viabilità. Pure da quattro anni si paga il focatico perchè
si sopperisca a tanti bisogni e non si riesce che a costruire una strada
interna nel quartiere dei _galantuomini_ e a pagare L. 500 all'anno ad
un medico di un vicino paese, che dovrebbe visitare il paese due volte
la settimana, e che adempie al suo dovere assai più raramente. Il 22
ottobre, a causa di nuove tasse comunali, i contadini si ribellano
chiedendo la revisione dei conti passati e lo sgravio di una nuova
tassa. Disarmano alcuni dei carabinieri sopraggiunti e li costringono a
rinchiudersi nella caserma perchè il loro furore non ha limiti dopo il
ferimento--forse accidentale--di un popolano. Nominano sul campo un
nuovo sindaco. L'indomani arrivano soldati e si fanno oltre trenta
arresti, seguiti da relativo processo e da lunga detenzione dei poveri
contadini.
[MILOCCA]
Milocca e Racalmuto nella cronaca della provocazione occupano un posto
assai importante per l'indole dei fatti che vi si svolsero, in parte
alla mia presenza, e pel suggello che ebbero dalla magistratura:
suggello che elimina il sospetto di partigiana ed interessata
esagerazione. A Milocca, a Sutera, ad Acquaviva, a Campofranco, zona
esclusivamente agricola della provincia di Caltanissetta, i contadini si
erano riuniti in _Fasci_. Le autorità e i maggiorenti fecero di tutto
per farli sciogliere: più volte ne violarono il domicilio, ne
minacciarono i membri, ne arrestarono i capi coi pretesti più futili; li
processarono e nei processi furon assolti o per inesistenza di reato o
per mancanza di prove.
I contadini tennero duro, specialmente a Milocca dove colla loro unione
costrinsero quasi tutti i proprietarî a concedere più equi contratti
agrarî. I proprietarî toccati nell'interesse se la legarono al dito e si
proposero di riprendere con mezzi scellerati ciò ch'erano stati
costretti a concedere colle vie legali--coll'applicazione più schietta
della famosa libertà del contratto.
Un brutto giorno dell'ottobre si va a denunziare al brigadiere dei
carabinieri un curioso reato: un mucchio di concime, il cui valore non
arrivava alle L. 20, di proprietà di un certo Cipolla, era stato sparso
nelle sue stesse terre. Si premetta che il Cipolla era stato tra i pochi
proprietarî di terre a Milocca--viveva altrove--che non era venuto a
patti coi contadini del _Fascio_; chi poteva, dunque, commettere quel
grave reato per vendicarsi del proprietario renitente?
Il _Fascio_! In forza di questa strana logica le autorità procedono
all'arresto del Cannella, Presidente e di tutto il Consiglio direttivo
del sodalizio e li sottomettono a processo per associazione a
delinquere... E si parla misteriosamente di liste di proscrizione
rinvenute presso i socî del _Fascio_, di pugnali, di formule terribili
di giuramento, di preparate spartizioni di terre....
[UN'INSURREZIONE FEMMINILE]
Le donne di quell'ameno villaggio, le quali non sono meno gagliarde
degli uomini, indignate di quella che a loro sembrava infame prepotenza,
insorgono in numero di 500, assaltano la caserma dei carabinieri, ne
sfondano le porte e liberano i cinque arrestati della vigilia. Non un
solo uomo si unì alle donne; e di fronte a questo esercito infuriato, ma
inerme, i carabinieri non ebbero cuore di far fuoco e perciò non si
deplorarono morti o feriti. Delle intenzioni delle donne, che non si
seppero rassegnare a vedere arrestati ingiustamente i mariti e i figli
se ne ha la prova in questa circostanza: ebbre di gioia per la
liberazione dei prigionieri, s'impadronirono delle armi dei carabinieri,
non per adoperarle, ma per condurle in trionfo; e in trionfo condussero
sulle loro braccia, baciandolo in volto, un carabiniere che si era
mostrato più umano e pietoso verso di loro.
Quando il De Rosa, degno strumento di qualsiasi governo ferocemente
reazionario, seppe in Caltanissetta della terribile rivolta femminile,
mandò sul luogo truppa, carabinieri, delegati e giudici. Si sparge in un
baleno la notizia della imminente repressione: gli uomini a cavallo e
armati di fucili prendono il largo decisi a vendere cara la loro
libertà. Le autorità arrestano a casaccio sette uomini e trentadue
donne, che traducono ammanettate--alcune gestanti, altre coi loro bimbi
lattanti sulle braccia!--nelle carceri di Mussomeli.
[OPERA PACIFICATRICE]
Il Cannella, Presidente del _Fascio_, intelligente ed energico quanto
mai, vide tutta la desolazione dello abbandono delle case e tutto il
pericolo di tanti uomini armati e risoluti, che avevano preso la
campagna e conscio com'era della loro innocenza li consigliò a ridursi
nel villaggio. Non fu ascoltato, perchè gli altri contadini volevano la
promessa di qualcuno il quale avesse potuto difenderli all'occorrenza,
che non sarebbero stati arrestati rientrando pacificamente nelle
rispettive abitazioni. Pensarono che quella persona potevo essere io
onde il Cannella accompagnato da altri tre venne in Castrogiovanni ad
invitarmi perchè andassi a Milocca. Accettai e insieme al sig. E.
Fontanazza, al signor Castiglione e al sig. Garofalo, Presidenti dei
_Fasci_ di Castrogiovanni, di Grotte e di Siculiana, riuscii ad indurre
i contadini, che a schiere si presentarono a me lungo la via da Grotte
al villaggio, a rientrare nelle loro case e persuasi anche i liberati
del giorno innanzi a costituirsi alle carceri. L'opera mia e dei miei
amici e del Presidente del _Fascio_ di Milocca fu da veri uomini di
ordine, che mostravano fede nella magistratura; e ad onor del vero devo
confessare, che in questa occasione essa meritò la fiducia.
[BRUTALITÀ CAPRICCIOSA DI DUE CARABINIERI]
Eravamo al 1º Novembre, giorno dei _Morti_, che si rispetta dai
contadini e dagli zolfatari coll'astensione dal lavoro e ripartimmo nel
meriggio da Milocca per Grotte per riprendere il treno, che doveva
restituirci alle nostre case. I contadini di Milocca in massa, con
l'avv. Vella presidente del _Fascio_ di Racalmuto, ci accompagnano sino
a mezza strada; dove per fare più presto ed arrivare in tempo a non
mancare il treno si mutò itinerario ed invece che a Grotte
c'indirizzammo a Racalmuto. Qualcuno per iscorciatoie scabrose, ci
precorse ed avvisò la cittadinanza del nostro imminente arrivo; una
imponente dimostrazione fu improvvisata che ci venne incontro preceduta
del rosso gonfalone e dalla fanfara del _Fascio_, e, percorso
tranquillamente il paese per lungo e per largo, ci accompagnò alla
stazione. Non un grido sovversivo fu emesso, non il menomo disordine fu
deplorato, come poscia unanimemente deposero innanzi al Tribunale di
Girgenti gl'impiegati ferroviarî e parecchi altri cittadini nè
_radicali_ nè socialisti; eppure nel momento in cui arriva il treno e ci
scambiavamo affettuose strette di mano, senza intimazione, senza avvisi,
senza il benchè menomo pretesto, un carabiniere ed un maresciallo si
scagliano all'improvviso sul portabandiera e gli strappano il gonfalone.
Il popolo sbalordito e indeciso per un istante, reagisce, riprende lo
stendardo ch'è fatto in mille pezzi, mentre i carabinieri impugnano le
rivoltelle e sono trattenuti dal tirare da molte braccia di nerboruti
lavoratori.
Il maresciallo mira su di me replicatamente e mi costringe a gettarmi
nella mischia per legittima difesa e per contribuire a disarmare quei
due forsennati. Riusciamo nell'intento e si restituiscono le rivoltelle
al carabiniere e al maresciallo entro la stanza del capo stazione dopo
avere ottenuto promessa formale che non le avrebbero più adoperate;
raccomando calorosamente ai lavoratori di sciogliersi e di evitare ogni
possibile pretesto a nuovi abusi della forza, e ripartiamo.
Perchè si comprenda quanta sia stata la capricciosa brutalità dei due
carabinieri che mostrarono un coraggio grandissimo, malamente speso,
devo aggiungere che il gonfalone rosso non solo era stato portato
liberamente per le strade in quella occasione e in cento altre in tutta
la provincia, ma che poche ore dopo un'altra dimostrazione ci venne
incontro a Canicattì, preceduta dal gonfalone rosso del _Fascio_ alla
presenza dei carabinieri e del delegato di pubblica sicurezza, senza che
le autorità avessero fatto la benchè menoma osservazione.
[OTTANTA VITTIME D'UNA PROVOCAZIONE]
Ciò che avvenne in Racalmuto la notte successiva--proprio durante la
notte!--per opera del delegato--che si era vilmente ecclissato durante
il tafferuglio--e dei carabinieri, ricorda i fasti peggiori della
polizia austriaca e borbonica. Ma non è mio intendimento narrarli quali
elementi comprovanti la provocazione; questa in tutta la sua brutalità
risulta dal seguente dato: per un mucchio di concime non rubato, ma
sparso nelle terre del padrone si arrestano cinque cittadini sotto
l'accusa di _associazione a delinquere_; questo arresto determina la
sollevazione delle donne di Milocca seguita dall'arresto di altri 39
individui, tra i quali 32 donne, coi loro bambini; e quest'altro fatto
alla sua volta genera il tafferuglio di Racalmuto che dette luogo ad
un'altra quarantina di arresti. Si vuol sapere ciò che c'era di vero nel
reato primitivo, che costò la prigione da quattro ad otto mesi ad
_ottanta_ cittadini del regno? Il tribunale di Caltanissetta--che va
lodato per parecchie oneste sentenze emesse anche durante lo stato di
assedio, tra le quali quella cui mi riferisco qui--mandò assolti i
_malfattori_ perchè il Pubblico ministero all'udienza e in seguito alle
risultanze del processo orale ritirò l'accusa per _inesistenza di
reato_. E lo stesso brigadiere dei carabinieri confessò che lo
spargimento del concime fu denunziato dai proprietarî, senza che fosse
avvenuto, nello intendimento di nuocere ai capi del _Fascio_ e di
sbarazzarsene facendoli arrestare! Non si ha ragione, dunque, di
esclamare che questa prodezza degli agenti del Prefetto De Rosa
costituisce la più enorme e imprudente provocazione?
Io che a Milocca mi ero informato della verità con una rapida inchiesta,
interrogando il delegato del sindaco di Sutera--cui è aggregato
Milocca--il brigadiere dei carabinieri e il luogotenente che comandava
il distaccamento di fanteria, indignato scrissi e telegrafai in quella
occasione alla _Tribuna_, che l'on. Giolitti in Sicilia faceva più male
della banda maurina.
[QUARANTOTTO VITTIME D'UNA CALUNNIOSA DENUNZIA]
A Gibellina pigliando pretesto da una pacifica dimostrazione, il
delegato entrò violentemente nella società agricola, e ne scacciò i
soci, arrestandone alcuni; furono strappate violentemente le bandiere e
furono sparati diversi colpi in aria dai carabinieri. L'intromissione di
alcuni influenti cittadini del luogo e dell'avv. Scaminaci di Santa
Margherita evitò scene di sangue, che, date le provocazioni e le
violenze della forza pubblica, sembravano imminenti; il delegato ebbe
salva la vita per uno stratagemma dello Scaminaci, il quale--sempre in
punizione dell'opera pacificatrice--dopo qualche giorno, allo arrivo
della forza, venne arrestato, ammanettato, tradotto nelle carceri di
Trapani, processato e condannato. Si noti: oltre lo Scaminaci, ben
_quarantotto_ persone furono arrestate e processate dietro una
calunniosa denunzia del funzionante da Sindaco; ma vennero tutte
assolte dal Tribunale e la condotta del denunziatore venne severamente
stigmatizzata dal Regio Procuratore. A Gibellina non c'era _Fascio dei
Lavoratori_: ma si costituì subito come reazione contro la condotta
dell'autorità di pubblica sicurezza e vi s'inscrissero tutti gli uomini
validi. Ivi erano vivissime le gare amministrative. I fatti di novembre
lasciarono una profonda agitazione ch'ebbe più tardi un sanguinoso
epilogo.
[LO STATUTO MUTATO IN TRANELLO]
Le provocazioni e i fatti analoghi furono a centinaia ed ebbero sempre
risultati identici. Dal gennaio 1893 al gennajo 1894 le dimostrazioni
pacifiche, gli scioperi legali si seguono e si ripetono in ogni angolo
dell'isola e si alternano e provocano violenze e abusi della polizia; e
non di rado queste violenze e questi abusi precedono e provocano le
dimostrazioni, che in molti punti si ripetono e si alternano con quelle
provocate dall'esorbitare dei dazî comunali. L'esercizio dei diritti
consentiti dallo Statuto parve tramutato in un tranello teso alla buona
fede dei cittadini che finiva sempre colla violazione di tutte le leggi
da parte delle autorità. Gli arbitrî e le violenze sono di ogni genere e
vengono perpetrati nei momenti acuti e in quelli di calma col proposito
deliberato di scompaginare e dissolvere quelle forze popolari che per la
prima volta si erano seriamente organizzate in Sicilia, col fine di
conseguire il proprio miglioramento economico.
[LE VIOLENZE DELLA POLIZIA]
E la polizia strappa le bandiere, abbatte porte e finestre per violare
il domicilio dei _Fasci_ e dei singoli soci, li arresta, li processa, li
ammonisce, li manda a domicilio coatto. Questa stessa polizia--forte
delle sue pessime tradizioni, della impunità ed anche degli
incoraggiamenti dei poteri superiori--sin dal primo accenno al moto
sociale dei _Fasci_ mostrò aperta la intenzione di avversarlo in tutti i
modi. Esplicazione generale di questa intenzione furono innumerevoli ed
arbitrarie perquisizioni domiciliari, inviti altrettanto arbitrarî a
cittadini egregi di portarsi in questura o negli uffici della pubblica
sicurezza per sentire consigli non richiesti e intemerate villane;
contravvenzioni continuate, legali forse, perchè la reazionaria legge di
pubblica sicurezza somministra il pretesto per renderle sempre angariche
ed odiose; ritiri capricciosi di licenze di minuta vendita; partigiane
denegazioni del permesso di portare armi, anche a chi per proprio
ufficio non può farne a meno; richieste insistenti e tentativi per avere
gli elenchi dei soci dei _Fasci_, per intraprendere il minuto lavorio di
disgregamento mercè le lusinghe, le promesse, le minacce, tra le quali
quella efficacissima e terribile dell'ammonizione.[42]
[I RISULTATI]
I risultati di questi procedimenti sono dappertutto uguali e di doppio
ordine: da un lato la gagliarda fibra isolana, reagisce, come sempre, e
rende simpatici i _Fasci_ anche a coloro che primitivamente li
avversavano, li fa moltiplicare e consolidare; dall'altro le notizie di
tante prodezze poliziesche si sparge dappertutto e distrugge l'ultimo
avanzo di fiducia che si aveva nelle autorità, infondendo in tutti la
convinzione che era vano sperare giustizia da coloro ch'erano preposti a
renderla[43].
E quando la magistratura rendeva i suoi verdetti questi non servivano
che a rinforzare l'abborrimento contro il governo, le cui male arti
erano state bollate dalle autorità competenti. Furono infatti numerose
le assoluzioni in particolare presso i tribunali penali di
Caltanissetta, di Girgenti, di Trapani, di Palermo ecc., nei tanti
processi capricciosamente promossi dalla polizia (Milocca, Acquaviva,
Gibellina, Siculiana, Piana dei Greci ecc. ecc.), tanto che il Generale
Corsi malinconicamente osserva:
«Col Codice penale alla mano (?), le autorità politiche facevano
arrestare gl'istigatori allo sciopero o i colpevoli delle violenze che
avvenivano; ma in base allo stesso Codice ed a criterî, come dicono, o
ragioni di giustizia od altre, che non istarò ad esaminare, i Tribunali
ne mandavano la maggior parte colla piena assoluzione o colla
dichiarazione del _non farsi luogo a procedere_. E questi se ne
tornavano al loro paese a ridere in faccia a chi si era preso l'incomodo
di arrestarli.» (Sicilia, p. 334).
Chiunque conosce un po' da vicino la nostra magistratura sa che se una
colpa grave le si può rimproverare è la soverchia deferenza, se non
voglia chiamarsi abbietto servilismo, verso le autorità politiche; se
essa assolveva, adunque, è segno certo che il diritto era palesamente
dal lato dei cittadini e che non era possibile salvare i rappresentanti
del governo dal biasimo, che su loro ricadeva da quelle sentenze
assolutorie.
[DUREZZA DELLE CLASSI DIRIGENTI]
L'opera nefasta del governo centrale e dei suoi rappresentanti locali
venne compiuta ed aggravata dalle _classi dirigenti_. «I
possidenti--dice il generale Corsi--stettero duri al loro interesse e lo
vollero intatto nella loro pienezza, come lo intendono loro, cioè col
maggiore possibile profitto per essi, conservando ciò che è, respingendo
le novazioni... I possidenti e gli affittatori avevano visto avvicinarsi
la procella, ne avevano presentito gli effetti. In quelle situazioni in
cui si trovavano per consuetudine antica di fronte ai lavoratori, più
che sorpresi o stupiti, n'erano stati impauriti o irritati...» Un
accordo avrebbe potuto e dovuto tentarsi; «ma le difficoltà da una parte
e dall'altra avevano troppo profonde radici: lo stacco era troppo grande
e durava da tempi immemorabili; e da un lato vi era odio, dall'altro
paura. I signori dunque credettero del loro interesse e della loro
dignità di non dipartirsi dallo antico costume, divenuto connaturale in
loro: stettero fermi o si ritrassero o fecero appena un piccolo passo
avanti secondo i luoghi, secondo gli umori, e, direttamente o per mezzo
dei loro accoliti, accesero la stampa, assediarono i Prefetti, gridando
minacciato gravissimamente l'ordine pubblico, peggiorate enormemente le
condizioni della pubblica sicurezza, dando per flagrante tutto il male
possibile, e chiedendo, come l'affamato il pane, carabinieri e soldati.
A conto fatto, non sarebbe bastato tutto l'esercito italiano--nel
periodo della forza minima--per rassicurarli tutti. Molti municipî erano
a capo di questa che dobbiamo dire _reazione_, quelli, s'intende, nei
quali prevalevano i proprietarî.» (_Sicilia_, p. 328, 331, 332).
[L'INTROMISSIONE DEGLI UFFICIALI]
In qualche punto questi accordi desiderati e invocati sono tentati e
specialmente per opera dei comandanti dei distaccamenti di truppa; e se
si vuol sapere con quanta sincerità ed onestà erano condotte le
trattative si può apprenderlo dallo stesso generale Corsi, a cui un
Comandante fa una lunga narrazione di tali accordi tentati e condotti a
buon punto in un paese e conchiude così: «La situazione lasciava quindi
sperare la tranquillità la più assoluta ed il ristabilimento della calma
negli animi di tutti, quando ieri sera... alle 11 giunge al Vice
ispettore un espresso da... coll'ingiunzione di procedere all'arresto di
cinque fra i capi del Fascio, compreso il Presidente.» (p. 340).
[LA POLIZIA MUTA LE TRATTATIVE IN INGANNO]
Non continuo nella riproduzione delle relazioni di quel Comandante ch'è
un osservatore diligente, nè commento il fatto, perchè esso è di una
eloquenza irresistibile; avverto solo che i fatti consimili sono
innumerevoli; le trattative quasi sempre non hanno che uno scopo:
scongiurare una dimostrazione in attesa di rinforzi e arrivati questi si
procede all'arresto di coloro ai quali si strinse la mano con effusione
e si promisero concessioni eque, ragionevoli.
Questo non è tutto. È grande la colpa delle classi dirigenti per la loro
fanatica resistenza alle riforme e alle concessioni, per l'ostinata
persistenza nell'antica usura, pel disprezzo verso i lavoratori e verso
le idee nuove, per lo stolto proponimento di farsi arma in certi luoghi
degli uni e delle altre--che presero a favoreggiare inopinatamente e
_more Rabagas_--onde sfogarsi contro i nemici ch'erano al potere; e per
tutto questo non esito a dire che la responsabilità loro non è minore di
quella del governo.