A Caltavuturo non c'era _Fascio_, ma una semplice cooperativa di consumo

invisa ai galantuomini perchè utile ai contadini: nè c'era mai stata

l'ombra della propaganda socialista. Sorse il _Fascio_ all'indomani

della strage come reazione contro il governo e contro i suoi complici

locali.

L'anno 1893 cominciò colla strage di Caltavuturo--auspicii

tristissimi!--e la eco di tanta iniquità si ripercosse in tutte le valli

della Sicilia, destando il risentimento e il desiderio della vendetta

tra gli oppressi contadini. Il sangue versato forse feconderà la terra

meglio che non l'abbia fecondato sinora il sudore dei suoi lavoratori!

Pareva che non potesse darsi maggiore provocazione di questa da parte

del governo italiano contro le popolazioni dell'isola; e tuttavia

Caltavuturo non fu che il principio di una serie di provocazioni, ora

piccole, ora grandi; ora sanguinose, ora incruente; le quali

continuarono con un crescendo spaventevole.

A Caltavuturo dopo breve tempo segue Serradifalco, dove la causa dei

fatti dolorosi è diversa, ma riesce ugualmente a mettere in evidenza il

disprezzo delle leggi nel governo e nelle classi dirigenti. I

popolani--come sempre--ci vanno di mezzo.

[SERRADIFALCO]

In _Marzo_--giorno 6--ha luogo la votazione di ballottaggio a

Serradifalco, preceduta da brogli, da pressioni, da vergogne inaudite da

parte dei funzionarii del governo, che volevano imporre, e riuscirono ad

imporre, un candidato prediletto all'on. Giolitti, il Riolo. Il popolo

protesta contro le sfacciate adulterazioni della volontà elettorale e

chiede che venga rispettata la legge. Grande reato in verità! I

rappresentanti della legge puniscono questi curiosi delinquenti

ferendoli o uccidendoli. E gli uccisori rimangono in libertà, ad

assicurare una elezione che disonora la Giunta che la convalidò, mentre

i popolani vengono arrestati e processati in numero di ventitrè. Meno

male che il Tribunale di Caltanissetta dopo tre mesi fece una parziale

giustizia rimandandone assolti una ventina. Lo stesso Tribunale, con

altre sentenze, che ricordo a suo onore, bollò per quello che erano

alcuni delegati di Pubblica Sicurezza per abusi relativi alla stessa

elezione commessi in altre sezioni del collegio. Serradifalco rimase ad

ammonire in Sicilia gl'ingenui i quali credono ancora che nelle elezioni

possa passare liberamente e onestamente la volontà del paese.

[CATENANUOVA]

A Catenanuova la miseria è più spaventevole che altrove nella provincia

di Catania: gli abitanti sono quasi tutti proletarî agricoli, che si

dibattono tra le strette del latifondo privato (del principe di

Satriano) e del latifondo pubblico (l'ex feudo Buzzone di proprietà del

demanio). La fame sinistra si fa sentire ed i poveri contadini si

riuniscono in _Fascio_ colla fiducia di ottenere qualche cosa colle vie

legali. Rispettosi della proprietà privata nulla chiedono al Principe di

Satriano; qualchecosa, cui credono di avere diritto, domandano al

governo e per mezzo dell'on. De Felice e mio, esprimono l'onesto

desiderio di vedere censito a piccoli lotti l'ex feudo Buzzone. De

Felice ed io ci rivolgiamo ripetutamente all'on. Rosano e al ministro di

agricoltura e commercio, che promettono di _studiare_ la proposta.

Trasmettiamo la poco incoraggiante risposta, ma che non cancella le

speranze, e nell'attesa i lavoratori credono lecito di commemorare G.

Garibaldi. La forza se ne immischia e spara e ferisce, arresta e

maltratta i popolani.

[ALCAMO--CASALE FLORESTA]

Ad Alcamo in agosto la popolazione protesta con una pacifica

dimostrazione contro i dazî comunali. C'era un _Fascio_, ma diretto da

persona intelligente--il farmacista Fazio. Il _Fascio_ prevede che su di

esso, malvisto com'era dalle autorità, si sarebbe riversata la

responsabilità di quanto poteva avvenire; protesta anticipatamente con

una pubblica dichiarazione, che alla dimostrazione non avrebbe

partecipato. E non vi partecipa; ma non per questo l'esito è meno

tragico, perchè interviene la forza, spara ed ammazza.

Ad Alcamo, come a Catenanuova, come a Serradifalco, come a Caltavuturo

chi spara ferisce ed uccide non viene punito. Quale maggiore

provocazione? Potevasi più efficacemente agire per togliere ogni fiducia

nel governo e nei suoi rappresentanti?

A Casale Floresta (prov. di Messina) non c'è _Fascio_; ma le condizioni

generali sono orribili; non c'è medico, non farmacista, non levatrice,

non mezzi di viabilità. Pure da quattro anni si paga il focatico perchè

si sopperisca a tanti bisogni e non si riesce che a costruire una strada

interna nel quartiere dei _galantuomini_ e a pagare L. 500 all'anno ad

un medico di un vicino paese, che dovrebbe visitare il paese due volte

la settimana, e che adempie al suo dovere assai più raramente. Il 22

ottobre, a causa di nuove tasse comunali, i contadini si ribellano

chiedendo la revisione dei conti passati e lo sgravio di una nuova

tassa. Disarmano alcuni dei carabinieri sopraggiunti e li costringono a

rinchiudersi nella caserma perchè il loro furore non ha limiti dopo il

ferimento--forse accidentale--di un popolano. Nominano sul campo un

nuovo sindaco. L'indomani arrivano soldati e si fanno oltre trenta

arresti, seguiti da relativo processo e da lunga detenzione dei poveri

contadini.

[MILOCCA]

Milocca e Racalmuto nella cronaca della provocazione occupano un posto

assai importante per l'indole dei fatti che vi si svolsero, in parte

alla mia presenza, e pel suggello che ebbero dalla magistratura:

suggello che elimina il sospetto di partigiana ed interessata

esagerazione. A Milocca, a Sutera, ad Acquaviva, a Campofranco, zona

esclusivamente agricola della provincia di Caltanissetta, i contadini si

erano riuniti in _Fasci_. Le autorità e i maggiorenti fecero di tutto

per farli sciogliere: più volte ne violarono il domicilio, ne

minacciarono i membri, ne arrestarono i capi coi pretesti più futili; li

processarono e nei processi furon assolti o per inesistenza di reato o

per mancanza di prove.

I contadini tennero duro, specialmente a Milocca dove colla loro unione

costrinsero quasi tutti i proprietarî a concedere più equi contratti

agrarî. I proprietarî toccati nell'interesse se la legarono al dito e si

proposero di riprendere con mezzi scellerati ciò ch'erano stati

costretti a concedere colle vie legali--coll'applicazione più schietta

della famosa libertà del contratto.

Un brutto giorno dell'ottobre si va a denunziare al brigadiere dei

carabinieri un curioso reato: un mucchio di concime, il cui valore non

arrivava alle L. 20, di proprietà di un certo Cipolla, era stato sparso

nelle sue stesse terre. Si premetta che il Cipolla era stato tra i pochi

proprietarî di terre a Milocca--viveva altrove--che non era venuto a

patti coi contadini del _Fascio_; chi poteva, dunque, commettere quel

grave reato per vendicarsi del proprietario renitente?

Il _Fascio_! In forza di questa strana logica le autorità procedono

all'arresto del Cannella, Presidente e di tutto il Consiglio direttivo

del sodalizio e li sottomettono a processo per associazione a

delinquere... E si parla misteriosamente di liste di proscrizione

rinvenute presso i socî del _Fascio_, di pugnali, di formule terribili

di giuramento, di preparate spartizioni di terre....

[UN'INSURREZIONE FEMMINILE]

Le donne di quell'ameno villaggio, le quali non sono meno gagliarde

degli uomini, indignate di quella che a loro sembrava infame prepotenza,

insorgono in numero di 500, assaltano la caserma dei carabinieri, ne

sfondano le porte e liberano i cinque arrestati della vigilia. Non un

solo uomo si unì alle donne; e di fronte a questo esercito infuriato, ma

inerme, i carabinieri non ebbero cuore di far fuoco e perciò non si

deplorarono morti o feriti. Delle intenzioni delle donne, che non si

seppero rassegnare a vedere arrestati ingiustamente i mariti e i figli

se ne ha la prova in questa circostanza: ebbre di gioia per la

liberazione dei prigionieri, s'impadronirono delle armi dei carabinieri,

non per adoperarle, ma per condurle in trionfo; e in trionfo condussero

sulle loro braccia, baciandolo in volto, un carabiniere che si era

mostrato più umano e pietoso verso di loro.

Quando il De Rosa, degno strumento di qualsiasi governo ferocemente

reazionario, seppe in Caltanissetta della terribile rivolta femminile,

mandò sul luogo truppa, carabinieri, delegati e giudici. Si sparge in un

baleno la notizia della imminente repressione: gli uomini a cavallo e

armati di fucili prendono il largo decisi a vendere cara la loro

libertà. Le autorità arrestano a casaccio sette uomini e trentadue

donne, che traducono ammanettate--alcune gestanti, altre coi loro bimbi

lattanti sulle braccia!--nelle carceri di Mussomeli.

[OPERA PACIFICATRICE]

Il Cannella, Presidente del _Fascio_, intelligente ed energico quanto

mai, vide tutta la desolazione dello abbandono delle case e tutto il

pericolo di tanti uomini armati e risoluti, che avevano preso la

campagna e conscio com'era della loro innocenza li consigliò a ridursi

nel villaggio. Non fu ascoltato, perchè gli altri contadini volevano la

promessa di qualcuno il quale avesse potuto difenderli all'occorrenza,

che non sarebbero stati arrestati rientrando pacificamente nelle

rispettive abitazioni. Pensarono che quella persona potevo essere io

onde il Cannella accompagnato da altri tre venne in Castrogiovanni ad

invitarmi perchè andassi a Milocca. Accettai e insieme al sig. E.

Fontanazza, al signor Castiglione e al sig. Garofalo, Presidenti dei

_Fasci_ di Castrogiovanni, di Grotte e di Siculiana, riuscii ad indurre

i contadini, che a schiere si presentarono a me lungo la via da Grotte

al villaggio, a rientrare nelle loro case e persuasi anche i liberati

del giorno innanzi a costituirsi alle carceri. L'opera mia e dei miei

amici e del Presidente del _Fascio_ di Milocca fu da veri uomini di

ordine, che mostravano fede nella magistratura; e ad onor del vero devo

confessare, che in questa occasione essa meritò la fiducia.

[BRUTALITÀ CAPRICCIOSA DI DUE CARABINIERI]

Eravamo al 1º Novembre, giorno dei _Morti_, che si rispetta dai

contadini e dagli zolfatari coll'astensione dal lavoro e ripartimmo nel

meriggio da Milocca per Grotte per riprendere il treno, che doveva

restituirci alle nostre case. I contadini di Milocca in massa, con

l'avv. Vella presidente del _Fascio_ di Racalmuto, ci accompagnano sino

a mezza strada; dove per fare più presto ed arrivare in tempo a non

mancare il treno si mutò itinerario ed invece che a Grotte

c'indirizzammo a Racalmuto. Qualcuno per iscorciatoie scabrose, ci

precorse ed avvisò la cittadinanza del nostro imminente arrivo; una

imponente dimostrazione fu improvvisata che ci venne incontro preceduta

del rosso gonfalone e dalla fanfara del _Fascio_, e, percorso

tranquillamente il paese per lungo e per largo, ci accompagnò alla

stazione. Non un grido sovversivo fu emesso, non il menomo disordine fu

deplorato, come poscia unanimemente deposero innanzi al Tribunale di

Girgenti gl'impiegati ferroviarî e parecchi altri cittadini nè

_radicali_ nè socialisti; eppure nel momento in cui arriva il treno e ci

scambiavamo affettuose strette di mano, senza intimazione, senza avvisi,

senza il benchè menomo pretesto, un carabiniere ed un maresciallo si

scagliano all'improvviso sul portabandiera e gli strappano il gonfalone.

Il popolo sbalordito e indeciso per un istante, reagisce, riprende lo

stendardo ch'è fatto in mille pezzi, mentre i carabinieri impugnano le

rivoltelle e sono trattenuti dal tirare da molte braccia di nerboruti

lavoratori.

Il maresciallo mira su di me replicatamente e mi costringe a gettarmi

nella mischia per legittima difesa e per contribuire a disarmare quei

due forsennati. Riusciamo nell'intento e si restituiscono le rivoltelle

al carabiniere e al maresciallo entro la stanza del capo stazione dopo

avere ottenuto promessa formale che non le avrebbero più adoperate;

raccomando calorosamente ai lavoratori di sciogliersi e di evitare ogni

possibile pretesto a nuovi abusi della forza, e ripartiamo.

Perchè si comprenda quanta sia stata la capricciosa brutalità dei due

carabinieri che mostrarono un coraggio grandissimo, malamente speso,

devo aggiungere che il gonfalone rosso non solo era stato portato

liberamente per le strade in quella occasione e in cento altre in tutta

la provincia, ma che poche ore dopo un'altra dimostrazione ci venne

incontro a Canicattì, preceduta dal gonfalone rosso del _Fascio_ alla

presenza dei carabinieri e del delegato di pubblica sicurezza, senza che

le autorità avessero fatto la benchè menoma osservazione.

[OTTANTA VITTIME D'UNA PROVOCAZIONE]

Ciò che avvenne in Racalmuto la notte successiva--proprio durante la

notte!--per opera del delegato--che si era vilmente ecclissato durante

il tafferuglio--e dei carabinieri, ricorda i fasti peggiori della

polizia austriaca e borbonica. Ma non è mio intendimento narrarli quali

elementi comprovanti la provocazione; questa in tutta la sua brutalità

risulta dal seguente dato: per un mucchio di concime non rubato, ma

sparso nelle terre del padrone si arrestano cinque cittadini sotto

l'accusa di _associazione a delinquere_; questo arresto determina la

sollevazione delle donne di Milocca seguita dall'arresto di altri 39

individui, tra i quali 32 donne, coi loro bambini; e quest'altro fatto

alla sua volta genera il tafferuglio di Racalmuto che dette luogo ad

un'altra quarantina di arresti. Si vuol sapere ciò che c'era di vero nel

reato primitivo, che costò la prigione da quattro ad otto mesi ad

_ottanta_ cittadini del regno? Il tribunale di Caltanissetta--che va

lodato per parecchie oneste sentenze emesse anche durante lo stato di

assedio, tra le quali quella cui mi riferisco qui--mandò assolti i

_malfattori_ perchè il Pubblico ministero all'udienza e in seguito alle

risultanze del processo orale ritirò l'accusa per _inesistenza di

reato_. E lo stesso brigadiere dei carabinieri confessò che lo

spargimento del concime fu denunziato dai proprietarî, senza che fosse

avvenuto, nello intendimento di nuocere ai capi del _Fascio_ e di

sbarazzarsene facendoli arrestare! Non si ha ragione, dunque, di

esclamare che questa prodezza degli agenti del Prefetto De Rosa

costituisce la più enorme e imprudente provocazione?

Io che a Milocca mi ero informato della verità con una rapida inchiesta,

interrogando il delegato del sindaco di Sutera--cui è aggregato

Milocca--il brigadiere dei carabinieri e il luogotenente che comandava

il distaccamento di fanteria, indignato scrissi e telegrafai in quella

occasione alla _Tribuna_, che l'on. Giolitti in Sicilia faceva più male

della banda maurina.

[QUARANTOTTO VITTIME D'UNA CALUNNIOSA DENUNZIA]

A Gibellina pigliando pretesto da una pacifica dimostrazione, il

delegato entrò violentemente nella società agricola, e ne scacciò i

soci, arrestandone alcuni; furono strappate violentemente le bandiere e

furono sparati diversi colpi in aria dai carabinieri. L'intromissione di

alcuni influenti cittadini del luogo e dell'avv. Scaminaci di Santa

Margherita evitò scene di sangue, che, date le provocazioni e le

violenze della forza pubblica, sembravano imminenti; il delegato ebbe

salva la vita per uno stratagemma dello Scaminaci, il quale--sempre in

punizione dell'opera pacificatrice--dopo qualche giorno, allo arrivo

della forza, venne arrestato, ammanettato, tradotto nelle carceri di

Trapani, processato e condannato. Si noti: oltre lo Scaminaci, ben

_quarantotto_ persone furono arrestate e processate dietro una

calunniosa denunzia del funzionante da Sindaco; ma vennero tutte

assolte dal Tribunale e la condotta del denunziatore venne severamente

stigmatizzata dal Regio Procuratore. A Gibellina non c'era _Fascio dei

Lavoratori_: ma si costituì subito come reazione contro la condotta

dell'autorità di pubblica sicurezza e vi s'inscrissero tutti gli uomini

validi. Ivi erano vivissime le gare amministrative. I fatti di novembre

lasciarono una profonda agitazione ch'ebbe più tardi un sanguinoso

epilogo.

[LO STATUTO MUTATO IN TRANELLO]

Le provocazioni e i fatti analoghi furono a centinaia ed ebbero sempre

risultati identici. Dal gennaio 1893 al gennajo 1894 le dimostrazioni

pacifiche, gli scioperi legali si seguono e si ripetono in ogni angolo

dell'isola e si alternano e provocano violenze e abusi della polizia; e

non di rado queste violenze e questi abusi precedono e provocano le

dimostrazioni, che in molti punti si ripetono e si alternano con quelle

provocate dall'esorbitare dei dazî comunali. L'esercizio dei diritti

consentiti dallo Statuto parve tramutato in un tranello teso alla buona

fede dei cittadini che finiva sempre colla violazione di tutte le leggi

da parte delle autorità. Gli arbitrî e le violenze sono di ogni genere e

vengono perpetrati nei momenti acuti e in quelli di calma col proposito

deliberato di scompaginare e dissolvere quelle forze popolari che per la

prima volta si erano seriamente organizzate in Sicilia, col fine di

conseguire il proprio miglioramento economico.

[LE VIOLENZE DELLA POLIZIA]

E la polizia strappa le bandiere, abbatte porte e finestre per violare

il domicilio dei _Fasci_ e dei singoli soci, li arresta, li processa, li

ammonisce, li manda a domicilio coatto. Questa stessa polizia--forte

delle sue pessime tradizioni, della impunità ed anche degli

incoraggiamenti dei poteri superiori--sin dal primo accenno al moto

sociale dei _Fasci_ mostrò aperta la intenzione di avversarlo in tutti i

modi. Esplicazione generale di questa intenzione furono innumerevoli ed

arbitrarie perquisizioni domiciliari, inviti altrettanto arbitrarî a

cittadini egregi di portarsi in questura o negli uffici della pubblica

sicurezza per sentire consigli non richiesti e intemerate villane;

contravvenzioni continuate, legali forse, perchè la reazionaria legge di

pubblica sicurezza somministra il pretesto per renderle sempre angariche

ed odiose; ritiri capricciosi di licenze di minuta vendita; partigiane

denegazioni del permesso di portare armi, anche a chi per proprio

ufficio non può farne a meno; richieste insistenti e tentativi per avere

gli elenchi dei soci dei _Fasci_, per intraprendere il minuto lavorio di

disgregamento mercè le lusinghe, le promesse, le minacce, tra le quali

quella efficacissima e terribile dell'ammonizione.[42]

[I RISULTATI]

I risultati di questi procedimenti sono dappertutto uguali e di doppio

ordine: da un lato la gagliarda fibra isolana, reagisce, come sempre, e

rende simpatici i _Fasci_ anche a coloro che primitivamente li

avversavano, li fa moltiplicare e consolidare; dall'altro le notizie di

tante prodezze poliziesche si sparge dappertutto e distrugge l'ultimo

avanzo di fiducia che si aveva nelle autorità, infondendo in tutti la

convinzione che era vano sperare giustizia da coloro ch'erano preposti a

renderla[43].

E quando la magistratura rendeva i suoi verdetti questi non servivano

che a rinforzare l'abborrimento contro il governo, le cui male arti

erano state bollate dalle autorità competenti. Furono infatti numerose

le assoluzioni in particolare presso i tribunali penali di

Caltanissetta, di Girgenti, di Trapani, di Palermo ecc., nei tanti

processi capricciosamente promossi dalla polizia (Milocca, Acquaviva,

Gibellina, Siculiana, Piana dei Greci ecc. ecc.), tanto che il Generale

Corsi malinconicamente osserva:

«Col Codice penale alla mano (?), le autorità politiche facevano

arrestare gl'istigatori allo sciopero o i colpevoli delle violenze che

avvenivano; ma in base allo stesso Codice ed a criterî, come dicono, o

ragioni di giustizia od altre, che non istarò ad esaminare, i Tribunali

ne mandavano la maggior parte colla piena assoluzione o colla

dichiarazione del _non farsi luogo a procedere_. E questi se ne

tornavano al loro paese a ridere in faccia a chi si era preso l'incomodo

di arrestarli.» (Sicilia, p. 334).

Chiunque conosce un po' da vicino la nostra magistratura sa che se una

colpa grave le si può rimproverare è la soverchia deferenza, se non

voglia chiamarsi abbietto servilismo, verso le autorità politiche; se

essa assolveva, adunque, è segno certo che il diritto era palesamente

dal lato dei cittadini e che non era possibile salvare i rappresentanti

del governo dal biasimo, che su loro ricadeva da quelle sentenze

assolutorie.

[DUREZZA DELLE CLASSI DIRIGENTI]

L'opera nefasta del governo centrale e dei suoi rappresentanti locali

venne compiuta ed aggravata dalle _classi dirigenti_. «I

possidenti--dice il generale Corsi--stettero duri al loro interesse e lo

vollero intatto nella loro pienezza, come lo intendono loro, cioè col

maggiore possibile profitto per essi, conservando ciò che è, respingendo

le novazioni... I possidenti e gli affittatori avevano visto avvicinarsi

la procella, ne avevano presentito gli effetti. In quelle situazioni in

cui si trovavano per consuetudine antica di fronte ai lavoratori, più

che sorpresi o stupiti, n'erano stati impauriti o irritati...» Un

accordo avrebbe potuto e dovuto tentarsi; «ma le difficoltà da una parte

e dall'altra avevano troppo profonde radici: lo stacco era troppo grande

e durava da tempi immemorabili; e da un lato vi era odio, dall'altro

paura. I signori dunque credettero del loro interesse e della loro

dignità di non dipartirsi dallo antico costume, divenuto connaturale in

loro: stettero fermi o si ritrassero o fecero appena un piccolo passo

avanti secondo i luoghi, secondo gli umori, e, direttamente o per mezzo

dei loro accoliti, accesero la stampa, assediarono i Prefetti, gridando

minacciato gravissimamente l'ordine pubblico, peggiorate enormemente le

condizioni della pubblica sicurezza, dando per flagrante tutto il male

possibile, e chiedendo, come l'affamato il pane, carabinieri e soldati.

A conto fatto, non sarebbe bastato tutto l'esercito italiano--nel

periodo della forza minima--per rassicurarli tutti. Molti municipî erano

a capo di questa che dobbiamo dire _reazione_, quelli, s'intende, nei

quali prevalevano i proprietarî.» (_Sicilia_, p. 328, 331, 332).

[L'INTROMISSIONE DEGLI UFFICIALI]

In qualche punto questi accordi desiderati e invocati sono tentati e

specialmente per opera dei comandanti dei distaccamenti di truppa; e se

si vuol sapere con quanta sincerità ed onestà erano condotte le

trattative si può apprenderlo dallo stesso generale Corsi, a cui un

Comandante fa una lunga narrazione di tali accordi tentati e condotti a

buon punto in un paese e conchiude così: «La situazione lasciava quindi

sperare la tranquillità la più assoluta ed il ristabilimento della calma

negli animi di tutti, quando ieri sera... alle 11 giunge al Vice

ispettore un espresso da... coll'ingiunzione di procedere all'arresto di

cinque fra i capi del Fascio, compreso il Presidente.» (p. 340).

[LA POLIZIA MUTA LE TRATTATIVE IN INGANNO]

Non continuo nella riproduzione delle relazioni di quel Comandante ch'è

un osservatore diligente, nè commento il fatto, perchè esso è di una

eloquenza irresistibile; avverto solo che i fatti consimili sono

innumerevoli; le trattative quasi sempre non hanno che uno scopo:

scongiurare una dimostrazione in attesa di rinforzi e arrivati questi si

procede all'arresto di coloro ai quali si strinse la mano con effusione

e si promisero concessioni eque, ragionevoli.

Questo non è tutto. È grande la colpa delle classi dirigenti per la loro

fanatica resistenza alle riforme e alle concessioni, per l'ostinata

persistenza nell'antica usura, pel disprezzo verso i lavoratori e verso

le idee nuove, per lo stolto proponimento di farsi arma in certi luoghi

degli uni e delle altre--che presero a favoreggiare inopinatamente e

_more Rabagas_--onde sfogarsi contro i nemici ch'erano al potere; e per

tutto questo non esito a dire che la responsabilità loro non è minore di

quella del governo.

Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause · 第 10 / 35 段