[31] L'on. Cordova ricordò che in un Comune delle provincie meridionali

la locale Congregazione di Carità impiegò le rendite di cinque opere pie

destinate a messe, processioni ecc. nella fondazione di ospedali, ecc.

In Sicilia non ostante la vantata legge Crispi sulle opere pie

moltissimi comuni hanno molte messe e molte processioni e mancano di

ospedali, e di ricoveri, di asili, ecc. In tale disgraziata condizione

si trova Castrogiovanni, ad esempio. Ivi Municipio e Congregazione di

carità sono di accordo per la fondazione di un ospedale invertendo le

rendite di alcune opere pie, che servono a pochi individui; ma indarno

lottano da alcuni anni, perchè la pedante e farisaica burocrazia la dà

vinta agli interessi di pochi contro gli interessi di tutti e contro

l'umanità. La burocrazia ha stabilito questo circolo vizioso

_edificante_: non si può elevare ad ente morale l'ospedale perchè non

ha rendite; non si possono assegnare all'ospedale le rendite delle opere

pie perchè non è elevato ad ente morale!

Ciò mentre governa Crispi.....

[32] Nelle discussioni sulla Sicilia del 1863 e del 1875 i suoi deputati

di _sinistra_ parlarono come parlò tutta la _estrema sinistra_ nel 1894.

Ma la verità sulle condizioni dell'isola sino al 1866 risulta alla

evidenza, quando il giudizio di un ex ministro di destra, il Cordova,

collima perfettamente con quello di un ex ministro di _sinistra_, il

Taiani.

[33] Ho consultato su questo periodo le discussioni parlamentari, la

requisitoria del procuratore generale presso la Corte di Palermo

(Taiani) contro il questore Albanese e Compagni (10 ottobre 1871) nonchè

diversi opuscoli, compresi alcuni in difesa dell'Albanese.

[34] Lo Biundo comandante di questa eccellente guardia nazionale disse

un giorno al pretore Barraco:

_Pretore, quando sentite che si tira qualche schioppettata non dovete

allarmarvi, chè ciò avviene pel pubblico servizio!...._

[35] In quanto a scioglimenti di Consigli voglio citare, fra tante

centinaia a mia disposizione, un casetto tipico: il municipio di Riesi

venuto in mano dei _radicali_ colle elezioni generali del 1889 fu sempre

inviso ai Prefetti di Caltanissetta (uno dei quali mi confessò che il

municipio gli era inviso solo perchè in mano di _radicali_) che

mandarono ispettori, che nulla mai trovarono d'irregolare. Il ministro

Giolitti finalmente sciolse arbitrariamente il consiglio. Si vuol sapere

chi vi mandò come Regio Commissario? Un ricco signore della stessa

città, ch'era uno dei capi del partito avverso ai _radicali_!

In quanto al pretesto dello scioglimento fu presto trovato: s'imbastì

contro il sindaco un processo per un reato comune. Il sindaco ad evitare

lo scioglimento si dimise; ma non giovò. Raggiunto l'intento il processo

sfumò per _inesistenza di reato_.

In quanto ai capricciosi mutamenti delle autorità governative per

compiacenza verso i deputati o per interessi elettorali del governo

ricorderò la provincia di Caltanissetta dove c'è stata una vera ridda di

Prefetti: dal 1886 in poi ce ne sono stati una decina tra titolari e

reggenti. Molti vi sono mandati in _esperimento_, come se quella

provincia si potesse prestare a farla da _corpus vile_.

Non riferisco le osservazioni del Comandini nel _Corriere della Sera_ e

del _Giornale di Sicilia_ che erano riportate nella 1ª edizione, perchè

gl'inconvenienti deplorati oramai sono ammessi da tutti: anche da coloro

che ne sono gli autori!

[36] Nella prima edizione riprodussi varî brani delle corrispondenze del

Rossi, che nonostante le inesattezze e le esagerazioni, rimangono tra le

più belle e le più veritiere. Non le riproduco in questa 2ª Ed. perchè i

lettori, che volessero conoscere i _Fasci_ in azione, devono leggerle

tutte nel volume pubblicato or ora del Max Kantorowix: _L'agitazione in

Sicilia_ di A. Rossi. Milano 1894. Presso Remo Sandron L. 1,50.

[37] È evidente che qui _lo scrittore s'inganna_.

XIV.

FACILI PRESAGI

Ciò che doveva avvenire in Sicilia un giorno o l'altro era facile

prevederlo a chi ne conosceva le condizioni, a chi viveva in mezzo al

proletariato, a chi specialmente non giudicava dagli orpelli e dagli

artifici delle grandi città, ma dalla vita che si vive nei piccoli

centri, nelle campagne, nelle miniere. Chi poteva prevedere aveva il

dovere di avvertire; e molti, come si è visto, tra gli studiosi di cose

sociali, tra gli uomini politici e tra i magistrati, ottemperarono a

tale dovere.

[GLI AVVERTIMENTI DI DUE GENERALI]

Sin dal 1863 il Cordova nel citato discorso a proposito della

trascuranza criminosa del governo nelle quistioni demaniali, narrò

questo episodio che vale a spiegare Caltavuturo: «Due onorevoli persone

venute in Torino per sollecitare uno di questi affari, non avendo

trovato quelle facilità con cui (bisogna rendere questa giustizia

all'amministrazione napoletana) erano accolti in questo genere i reclami

delle popolazioni, queste due onorevoli persone scoraggiate,

presentatesi a me mi dissero: e adunque, signore, bisogna aspettare

l'_altra_? L'altra, diss'io, che cosa è?» Risposero: «_L'altra

rivoluzione!_»

E Cordova che non conosceva _Fasci e sobillatori_, nel 1863 soggiunse:

«Signori, quando le popolazioni non si trovano soddisfatte di un ordine

di cose, resta sempre un germe di movimenti, che possono produrre gravi

pericoli!»

Uno storico eminente ed uomo politico a un tempo, il generale Marselli,

risguardando l'insieme delle condizioni del continente meridionale e

dell'isola, formulò il presagio in questi termini precisi: «se la

sordida noncuranza di certi proprietari lascerà in pari tempo aumentarsi

_l'odio già condensato e feroce_ dei contadini, _trattati come bestie_,

non è improbabile che un furioso uragano si scateni dalla bassa Italia

sul resto della penisola e che l'insurrezione delle classi inferiori,

_schiave dell'avarizia e della prepotenza baronale_, ritrovi un più

astuto Masaniello od uno Spartaco più fortunato.»

Qui l'avvertimento per quanto tassativo è generico. Per la Sicilia in

ispecie, e in vista dei possibili eventi che poscia si verificarono, si

affermò ripetutamente--senza che _chi_ doveva abbia smentito--che

l'illustre generale Corsi, comandante il 12º corpo di armata, abbia

mandato un preciso e allarmante rapporto al governo nello scorso anno

sulle condizioni dell'isola denunziando gli imminenti pericoli[38].

[LA RELAZIONE DI F. CRISPI]

Certo è che l'on. Crispi, nella relazione al Re, la quale precede il

decreto sullo stato di assedio, volge la grave accusa al suo

predecessore on. Giolitti, di avere saputo dalle competenti autorità dei

gravi avvenimenti che si preparavano in Sicilia e di non aver

provveduto. Dell'accusa l'ex Presidente del Consiglio non si giustificò

mai e lasciò passare tutta la lunga discussione parlamentare sulle cose

di Sicilia in un mutismo inesplicabile.

Chi scrive, come siciliano, come pubblicista e come deputato, aveva più

che altri il dovere di avvertire che dolorosi avvenimenti si preparavano

nel suo paese natio; ed a tale dovere non venne meno.[39]

Nel 1892 nell'_Isola_ (N. 144) avvertii genericamente la gravità delle

condizioni dei municipii e le possibili dolorose conseguenze, come si

può rilevare da questo brano: «I governanti e i politicanti italiani

preoccupati sinora quasi esclusivamente delle Finanze dello Stato hanno

troppo trascurato la misera condizione economica delle amministrazioni

comunali e provinciali; dimentichi che il dissesto dei comuni e delle

provincie e il carico tributario imposto dai corpi locali gravita

maggiormente sui contribuenti, _perchè più direttamente e palpabilmente

sentito; perchè rappresenta la goccia che fa traboccare il liquido dal

vaso_!

«Che sia così, se altro non ci fosse, lo proverebbe il fatto,

che le _maggiori odiosità le raccolgono i municipî_, che meno

dovrebbero raccoglierne, poichè le spese e le tasse, che fan capo ad

essi, alla fine, mirano alla soddisfazione dei bisogni locali più

urgenti e sono sorgente di benefizî incalcolabili. Gl'incendi dei

registri, delle case comunali pur troppo sono frequenti in Italia; e i

casi dolorosissimi--per citare i più noti--di Calatabiano e di San Luri

sono il prodotto del malcontento profondo e generale contro i municipî.»

[IL PERICOLO DI RIBELLIONI IN SICILIA]

Fui più preciso, quasi matematico, il giorno 30 Gennaio 1893 nello

svolgimento della interpellanza sull'eccidio di Caltavuturo. Allora un

doloroso presagio di ciò che fatalmente si maturava mi fece esclamare:

«Io non so se la Sicilia potrà ripresentare il fenomeno di una _guerra

servile_; so però che _l'odio dei contadini_ contro i cosidetti

_galantuomini_ è vivissimo; dovunque esiste il latifondo quest'odio è

profondo. In Sicilia il _pericolo delle ribellioni agrarie è permanente_

e, se non provvederemo, dovremo assistere a qualche risveglio veramente

doloroso!» (_Atti parlamentari._ Tornata del 30 Gennajo 1893 p. 992).

Non basta. In giugno dello stesso anno mi pervennero notizie

allarmantissime e quando tutti coloro, che dovevano conoscere la

situazione tacevano, io--spintovi anche da due cari amici

socialisti--scrissi una lettera al direttore della _Tribuna_, ch'era un

vero grido di allarme e che venne reso più significante dai commenti

dell'on. A. Luzzatto. In quella lettera, tra le altre, scrissi queste

parole che gli ultimi fatti hanno sinistramente illustrato:

[UN ALTRO GRIDO DI ALLARME]

«In Sicilia i segni precursori di qualche esplosione di carattere

sociale non sono rari. Vi sono scioperi di contadini e di zolfatari; vi

sono sommosse, vi sono lamenti generali e proteste contro uno stato di

cose, che si giudica intollerabile; vi sono reati caratteristici e

simili a quelli agrarî d'Irlanda; vi è, infine, un sordo rumore, che si

leva, da per tutto rinforzato dalla voce irata o lamentevole dei

fanciulli e delle donne, che fa mestamente pensare quanti hanno orecchie

per sentirlo e cuore per comprenderlo. E in verità alle cause, per così

dire naturali e molteplici del disagio--che tanto più si avverte in

quanto che segue ad un periodo a rapido svolgimento di prosperità--si

aggiunge la soma insopportabile dei balzelli governativi, provinciali e

comunali.»

È bene notare, che i due socialisti, che mi consigliarono a dire una

parola di calma ai lavoratori e a dare un avvertimento al governo,

messosi sulla via della più dissennata provocazione, furono l'avvocato

Gaetano Rao di Canicattì--arrestato appena venne proclamato lo stato di

assedio come promotore di disordini, rilasciato dopo alcuni mesi di

prigionia, poscia ricercato di nuovo ed ora latitante--e Garibaldi

Bosco. E non è inutile aggiungere che l'onor. De Felice quando conobbe

il contenuto di quella lettera, voleva firmarla, associandosi a me.

Ebbene: dopo tanti avvertimenti precisi sulle cause di probabili

dolorosi avvenimenti, e sulla possibilità di vederli svolgere a breve

scadenza, che cosa fece il governo? Nulla.

Quali opportuni e savi provvedimenti preventivi escogitò?

[IL GOVERNO PROVVEDE...]

Questo solo: l'invio della flotta dinanzi a Palermo, che mai aveva dato

segni di volere tumultuare. L'on. Giolitti poi non fu superato, che

dall'on. Crispi, il quale come provvedimento curativo non seppe proporre

ed attuare che lo Stato di assedio.

La significazione e la gravità degli avvertimenti non furono tenute in

conto a tempo debito, onde accadde quello che è a tutti noto e di cui

dovrò continuare ad occuparmi.

Questi stessi avvenimenti di Sicilia costituiscono pel resto d'Italia un

ammonimento grande, e su di essi così scrive un onesto ed avveduto

senatore del regno:

«Il grido venuto sul continente da qualche luogo della Sicilia, se grido

del popolo che insorge contro le ingiustizie, io l'amo, come scrive il

Burcke, perchè segnale d'incendio, che ci salva dalle fiamme, ed io

voglio per l'immensa maggioranza, ravvisarlo tale; ed in questo caso

sarà da dire della Sicilia, che dopo di essere stato un primo fattore

della _unità della Patria_ ne abbia col grido di allarme forse

scongiurato lo sfasciamento.»[40]

Andrà dispersa al vento anche questa savia parola ammonitrice?....

NOTE:

[38] Nel libro _Sicilia_ scrisse:

«Ma i Prefetti, e più specialmente quelli di Palermo, Girgenti, Catania,

continuavano a chiamare l'attenzione del Governo su quel minaccioso e

sempre crescente sconvolgimento delle plebi campagnuole; _e lo stesso è

da credere che facesse dal canto suo il Comandante generale militare

dell'Isola_.»

[39] Non per vanità, ma in risposta a chi in difesa dell'on. Giolitti

stoltamente mi accusò di non avere parlato in tempo; e per la parte

modesta presa da me negli ultimi avvenimenti; e per giustificare la

severità dei miei giudizî contro il governo, ho creduto mio diritto e

mio dovere d'insistere su ciò che ho detto intorno alle cose di Sicilia.

[40] C. Faraldo, senatore, già prefetto: _Alcuni riflessi_ ecc., Torino

1894 p. 17.

XV.

PROVOCAZIONE E PREPARAZIONE AI TUMULTI

La storia ed una lunga serie di avvenimenti avevano creato in Sicilia la

situazione scabrosa, che mi sono sforzato di descrivere senza passione e

senza partito preso, affidandomi sempre all'autorità altrui non

sospetta, nei punti dove facilmente avrei potuto vedere e giudicare male

per ragioni di parte. Il rapido peggioramento economico, il malcontento

generale per cause complesse e il moto dei _Fasci_,--che da queste cause

aveva ricevuto impulso e che alla sua volta lo dava alle masse--fecero

arrivare le cose al momento critico, in cui gli uomini avrebbero dovuto

mostrarsi pari alle circostanze.

Caltavuturo avrebbe dovuto agire come un vero segnale di allarme di un

osservatorio sociale, più utilmente e tanto sicuramente quanto un

osservatorio che avverta una città dell'imminente pericolo della

inondazione. Il succedersi delle agitazioni e delle dimostrazioni, che

dopo Caltavuturo, divenivano più frequenti, più unanimi e più imponenti,

con un prodigioso _crescendo_, avrebbe dovuto scuotere gl'inerti,

risvegliare i dormienti: era il tempo di agire e pel governo e per le

classi dirigenti.

[LE VIE DA SEGUIRE]

Due vie, due metodi, si presentavano all'uno e alle altre; ed al governo

maggiormente correva l'obbligo di scegliere la via da battere, il metodo

da seguire nella soluzione del poderoso problema, perchè sua era la

responsabilità immediata e diretta di ciò che si andava maturando.

Il governo poteva mostrarsi energico, e ricorrere alla prevenzione nel

senso strettamente poliziesco e che confina o si confonde sempre colla

reazione; poteva, invece, mostrarsi forte nel fare rispettare le leggi,

ma rispettando esso stesso tutte le pubbliche libertà; affidandosi in

pari tempo all'alta prevenzione sociale; mostrando almeno! la decisa

intenzione di affidarvisi. Questa specie di dilemma, sebbene nella forma

non così strettamente antinomico, lo pose pure il generale Corsi, che al

governo lasciava la scelta tra queste due soluzioni: «o decretare senza

indugio lo scioglimento dei _Fasci_, come società pericolose per

l'ordine pubblico; oppure, se ciò non pareva legale o conveniente, per

motivi d'alta o bassa politica, infrenarli, segnar bene l'orbita al loro

moto, i limiti entro cui potevano dibattersi, procurare, se possibile,

di mettervi le mani dentro, farsene istrumento ed arme, cattivarsi la

plebe, prendendo a sostenerne la causa. Un campo immenso tra quei due

estremi.» (_Sicilia_ p. 335).

La scelta tra i due metodi non poteva esser dubbia per quanti vogliono

che dalla storia si traggano ammaestramenti; e dalla storia si sa, che

un secolo di reazione e di violenza non ha risolto il problema

irlandese; ma colla forza però, come lo ha mostrato l'on. Crispi, si

può ottenere il ristabilimento dell'ordine materiale lasciando immutato

il problema stesso, allontanandone la soluzione, e perciò stesso

aggravandolo.

[IL MINISTERO GIOLITTI]

Or bene, pare impossibile, ma è pur vero che il ministero dell'on.

Giolitti--col quale nacque o si accentuò il moto dei _Fasci_ e si fece

strada il sentimento di riscossa delle classi agricole--«o non seppe o

non volle veder chiaro nel buio, insomma non vide o non curò; e il

Parlamento, nonostante che la Sicilia vi fosse rappresentata alla

stregua delle altre parti d'Italia, il Parlamento credette bene di

occuparsi d'altro.» (_Corsi_)

L'inazione era pericolosa e dannosa; ma il governo dell'on. Giolitti

seppe scegliere un metodo peggiore della inazione; e senza saper essere

energicamente reazionario, senza mostrarsi socialmente provvido, seppe

soltanto assicurare all'opera sua tutti i danni che venivano dalla

reazione, ma con una fiacchezza che incoraggiava tutti ad osare e con

tanto poco rispetto delle leggi e delle pubbliche libertà, con tanta

fiducia in una polizia inetta, arrogante e guidata da criteri borbonici,

che riuscì a provocare, ad eccitare, a stimolare le masse, a cementare

così organismi fiacchi, che abbandonati a loro stessi, si sarebbero

squagliati, disciolti, colla stessa rapidità colla quale erano venuti

su.

[CIÒ CHE INSEGNA LA STORIA DEI SODALIZII]

Chiarisco questo giudizio. La storia dei sodalizî operai di tutti i

paesi insegna che ad essi sono necessarie la solidarietà tra i soci e la

perseveranza nel perseguire i fini propostisi, illuminate entrambe se

non interamente derivate, da una certa coltura. Mancando l'una

prevalgono le utilità individuali immediate, promosse spesso da coloro

che sono interessati a farle penetrare come un cuneo nella compagine

delle minacciose associazioni; mancando l'altra ai primi passi dati con

entusiasmo segue lo scoraggiamento e la sfiducia per la mancanza di

sensibili risultati immediati. Perciò alla iscrizione a migliaia dei

soci e alle prime numerosissime riunioni succede il fenomeno non bello

dei morosi, che si rifiutano a pagare le quote di contributo, lasciando

grandi quadri sulla carta senza un reale corrispondente numero di soci

attivi.

In Sicilia nelle masse mancavano lo spirito di solidarietà--scarso in

tutta Italia per ragioni storiche, bene svolte in parecchie

pubblicazioni dall'ex-deputato Cagnola--la perseveranza e la coltura,

anche rudimentale che l'una e l'altra sostiene e svolge.[41]

Dato questo ambiente tra i lavoratori era prevedibile a breve scadenza

la morte per anemia dei _Fasci_; e i prodromi in quelli delle città

erano evidenti ed incalzanti. Invece mantenevansi sani e vigorosi

quelli delle campagne, non solo per virtù dei promotori (e specialmente

di Barbato e di Verro), ma perchè i loro primi sforzi quasi dappertutto

erano stati coronati dal successo: agli scioperi e ad una specie di

_boicotaggio_ verso i proprietarî delle terre erano seguiti

miglioramenti nei salarî e nei contratti agrari.

L'opera dell'on. Giolitti contribuì sopratutto a mantenere uniti i

_Fasci_, perchè li sovraeccitò, e il sovraeccitamento, aiutato anche da

un certo sentimento regionale, che rendeva antipatico chi ha tutti i

difetti del forte Piemonte, senza possederne i pregi numerosi, fece le

veci della solidarietà e della perseveranza; ma era evidente che se

questo eccitamento anormale, la cui azione rassomigliava a

quell'improvviso vigore e senso di benessere che viene da una iniezione

di etere o di caffeina, fosse venuto a cessare, quelli sarebbero morti

di marasmo e se fosse continuato e si fosse inasprito sarebbe stata

possibile una violenta levata di scudi.

[RIVOLTA O DISSOLUZIONE]

Conscio di questi due pericoli, a Messina prima, in una visita al

_Fascio_--dove ebbi consenzienti Petrina e Noè--e poscia a Marsala in un

pubblico discorso col plauso consenziente dei convenuti e di molti che

sono stati poscia condannati iniquamente come promotori di disordini

(tra i quali il Montalto) avvertii i pericoli, che minacciavano il moto

dei _Fasci_, il quale paragonai ad un pendolo che, oscillando corresse

pericolo di infrangersi, ad un estremo, in uno scoglio su cui stesse

scritto: _rivolta_ e all'altro, in un altro su cui stesse scritto:

_dissoluzione_, e caldamente raccomandai a coloro che guidavano il

moto di sapere scongiurare tali due opposti pericoli. E nel senso su

esposto dissi che l'on. Giolitti erasi reso benemerito colla sua azione

delle nascenti associazioni dei lavoratori; la qual cosa a un suo

paladino--l'on. Nasi--parve un paradosso o una contraddizione mia,

perchè già avevo accusato il Giolitti quale loro persecutore e

provocatore.

[CALTAVUTURO]

Dopo Caltavuturo sarebbe stato sapienza vera di governo provvedere ai

bisogni delle classi agricole siciliane; dopo il mese di giugno e più

ancora dopo il mese di settembre, quando nell'aria si sentiva qualche

cosa di minaccioso, la più elementare prudenza imponeva con urgenza

l'adozione di opportuni provvedimenti. Che cosa fece l'on. Giolitti? Si

abbandonò con vece alterna ad una mussulmana inazione e alla

provocazione; e nell'una e nell'altra si sentiva sempre «che per natura,

per abitudine e per necessità derivanti dal parlamentarismo, il governo

propendeva per l'una più che per l'altra delle due potenze in lotta, per

quella cioè che ha maggior peso in Parlamento ch'è quella dei

_galantuomini_.» (_Corsi._)

La stessa propensione, anzi più accentuata, ha sinora mostrato l'on.

Crispi.

La provocazione, denunziata ripetutamente, ha bisogno di essere

dimostrata: l'accusa è grave e la dimostrazione è facile.

Non rifarò la cronaca dettagliata della provocazione come si trova nella

prima edizione di questo libro: riassumerò i suoi fasti di un anno e mi

fermerò su pochi fatti che ebbero particolare importanza e suscitarono

maggiore rumore eccitando gli animi degli uni, destando la paura, la

diffidenza e l'ardente desiderio della rivincita in altri.

Diamo una data certa allo inizio della provocazione, sebbene si potrebbe

risalire più in alto: cominciamo il triste periodo dalla strage di

Caltavuturo.

A Caltavuturo, piccolo paese agricolo della provincia di Palermo, la

miseria era ed è grande. Vi sono nel paese beni patrimoniali del Comune

ed un demanio comunale, che gli amministratori danno in affitto.

Il popolo pensava e diceva che in questi affitti avvengono disoneste

partigianerie; pensava e diceva che gli amministratori della cosa

pubblica e i maggiorenti usurpavano impunemente le terre del popolo;

onde non men grande della miseria era il malumore contro

l'amministrazione comunale e i maggiorenti.

Ci furono inchieste e processi e se le accuse risultarono esagerate, non

furono però dimostrate infondate. Ne convenne l'on. Giolitti rispondendo

il 30 gennaio alla mia interpellanza.

[IL DELITTO DEI POPOLANI!]

Il popolo esasperato decise di rendersi da sè quella giustizia invano

chiesta e da tempo attesa, e il 20 Gennaio va nelle terre demaniali,

come a festa, per prenderne possesso e zapparle. E zappano la terra,

senza sapere se potranno seminarla e molto meno se potranno raccogliere

il prodotto dopo averla bagnata coi propri sudori, e tornano sereni e

contenti al paese colla intenzione di andare a zappare altra tenuta del

Comune all'estremo opposto; ma giunti nella piazza vicino al Municipio

trovano la via sbarrata da soldati, carabinieri e guardie campestri: in

tutto una ventina di uomini di fronte ad oltre mille contadini armati di

zappe. Non intimazioni, non squilli di tromba, nulla che possa dar

parvenza di legalità alla condotta della forza pubblica, la quale,

chiamata a fare le vendette degli usurpatori, minacciati dal popolo che

voleva rivendicare i propri diritti,--i diritti della collettività--fece

una scarica micidiale lasciando sul terreno contadini morti e feriti,

mentre non _un solo_ tra gl'iniqui aggressori venne ferito o contuso;

ed erano 20 gli aggressori contro 1000 aggrediti! Ciò stia a prova delle

intenzioni dei poveri contadini...

L'on. Giolitti, Ministro dell'interno e Presidente del Consiglio, da me

e da altri interpellato, riconobbe la gravità del fatto del 20 Gennaio;

promise che i colpevoli sarebbero stati puniti, disse che un processo

era stato iniziato, che giustizia sarebbe stata fatta!

[IL GOVERNO COMPLICE DEGLI USURPATORI]

Giammai ministro dinanzi ad un Parlamento pronunziò tante menzogne e con

tanto cinismo. Se ne giudichi: Non fu sottoposto a processo, nè

destituito chi ordinò il fuoco senza alcun bisogno; chi l'ordinò senza

farlo precedere dagli squilli di tromba; non fu iniziato processo contro

chi vilmente tirò un colpo di revolver al contadino Moscarella, che, già

ferito! erasi rannicchiato dietro una porta; non si processarono gli

usurpatori del demanio comunale. No! Si arrestarono e si processarono,

invece, alcuni disgraziati lavoratori della terra, che ebbero la fortuna

di sfuggire al massacro. E meno male che furono assolti.

Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause · 第 9 / 35 段