_sinistra_ inaugurò in Sicilia il proprio regime applicando le leggi e i
provvedimenti _eccezionali_ che aveva negato sdegnosamente alla prima
in Parlamento. Li applica nel 1876 l'on. Nicotera--suoi strumenti il
Prefetto Malusardi e l'ispettore Lucchese, destinato dalla sorte a
brillare nell'isola--e se ne vanta alla Camera (tornata del 29 novembre
1876). Eppure all'inizio dell'opera del _gran partito_ siamo ancora ben
lontani dalla _perfezione_ nell'applicazione di provvedimenti
eccezionali raggiunta da chi crede di essere la quintessenza della
democrazia parlamentare: l'on. Crispi!
[LA RIVOLUZIONE PARLAMENTARE DEL '76]
Fu grande, perciò in Sicilia, la delusione provata coll'arrivo al potere
della _sinistra_, dalla quale si sperava un radicale mutamento
d'indirizzo e la riparazione di tante ingiustizie e dalla quale nulla si
ottenne. Sotto un certo aspetto, anzi, ci fu un peggioramento, poichè i
deputati dell'isola che in maggioranza erano di _sinistra_, colla
cosidetta rivoluzione parlamentare del 18 Marzo 1876 ebbero le grazie e
i favori del potere a benefizio delle clientele e delle consorterie
locali che dichiaravano di aderire al proprio _partito_. Il governo così
servì a ribadire nei Comuni, nelle Provincie, nelle opere pie la
oppressione antica a beneficio dei grandi elettori e delle classi
dirigenti; a danno dei vinti e delle classi lavoratrici.
Di che riporta molti esempî lo Zini, uno dei pochi prefetti che insieme
al Rasponi, al Gerra e a pochi altri, vennero in Sicilia con rette
intenzioni e fa onore al Nicotera l'avervelo mandato, quanto gli fa
torto l'averlo costretto a dimettersi per non avere voluto seguire una
condotta biecamente partigiana.
I deputati, d'allora in poi più che pel passato, tutto sacrificarono al
criterio elettorale, e i ministri al criterio parlamentare; gli uni per
avere la maggioranza nel collegio chiesero ciò che spesso era disonesto
o dannoso, e gli altri per conservarsela nella Camera concessero. Così
furono approvati mutui disastrosi, concessioni e favori scandalosi,
strade private costruite col denaro pubblico, approvati i bilanci
irragionevoli e rinviati e mutilati quelli che contenevansi entro gli
stretti limiti del necessario, sciolti i Consigli dei Comuni meglio
amministrati anche quando le ispezioni, ordinate partigianamente e
seviziosamente eseguite, tali li dimostravano; e mantenuti in piedi
quelli violatori di tutte le leggi, odiati dai comunisti. Concesse le
licenze per porto d'armi--specialmente nei momenti di elezioni:
informino le campagne di Palermo--ai facinorosi, cui potevano servire
solo a malfare e negate ai cittadini onesti che ne avevano bisogno a
difesa personale, ma che avevano la disgrazia di militare in un partito
opposto.
Così infine prefetti, delegati e pur troppo anche i magistrati furono
messi a disposizione dei deputati ministeriali e questi nei rispettivi
collegi divennero tanti proconsoli in cinquantesimo!
[IL MINISTERO GIOLITTI]
Questi mali preesistevano al ministero del Giolitti: questi li acuì in
modo superlativo raggiungendo, però, un risultato insperato e
insperabile per altri titoli: una fedeltà a tutta prova dei
rappresentanti dell'isola, che coprivano e legittimavamo ogni loro voto
di fiducia in nome della sacrosanta ricostituzione dei partiti e della
risurrezione della _sinistra_, fatta da uomini che erano stati i
promotori e i campioni del _trasformismo_!
[UN'APOLOGIA SMACCATA]
L'insieme di questi fatti, proprî della destra e della _sinistra_ sotto
la dinastia Sabauda--e le considerazioni che suggeriscono--non mi
permettono di consentire col Baer, che all'opera deleteria del regime
borbonico contrappose quella «di una dinastia leale e conscia dei proprî
doveri, sotto la quale la Sicilia ha veduto raffermate ed estese le
franchigie politiche, che tanto le erano a cuore; il che ha dato al
governo una forza ed una autorità morale che invano potevano sperare i
Borboni. E con questa autorità lo Stato ha potuto senza contrasti
crearsi nuove risorse finanziarie, stabilendo le tasse di registro, il
monopolio dei tabacchi, cosa che non avrebbe mai osato il governo
precedente. E si è fino estesa alla Sicilia la leva pel servizio
militare.» Ora in tutta questa apologia smaccata, che si estende, con
evidente contraddizione dell'egregio scrittore, al censimento dei beni
della manomorta ecclesiastica, non c'è di vero che questo: il governo
italiano colla forza brutale e non coll'autorità morale, ha saputo
imporre alla Sicilia la leva, i balzelli nuovi e la distruzione di
alcune industrie. E precisamente per questo in basso, ed oramai anche in
alto, si fanno paragoni tra il governo borbonico e il governo italiano,
i quali non riescono sempre lusinghieri pel secondo.
Se il governo italiano mancò alla sua funzione rigeneratrice nella parte
vera politica e nella economica, non si mostrò d'altra parte migliore
nella amministrativa e nei suoi rapporti coi Comuni, colle Provincie,
colle opere pie.
[LA LEGGE COMUNALE E PROVINCIALE DEL 1865]
Se si pon mente ai maggiori poteri che la legge comunale e provinciale
del 1865 accordava ai Prefetti nello esercizio della tutela si
riconoscerà che la responsabilità del governo fu immensa nella cattiva
amministrazione dei corpi locali, nello sperpero del pubblico denaro,
nello sfacciato favoritismo verso gli _amici_ ed a danno degli
_avversarî_ del partito dominante, negli imbrogli elettorali multiformi,
nella iniqua ripartizione delle imposte, nella oppressione dei vinti e
dei lavoratori. E questa grande responsabilità del governo, specialmente
sotto l'aspetto tributario, a proposito di ciò che avvenne nei comuni di
Santa Margherita, di Campobello di Licata, venne esplicitamente assodata
dal Cavalieri, ch'è uomo di governo, da Sonnino e Franchetti, da
Bonfadini per altri casi e per altri luoghi a centinaia. Si deve
aggiungere, anzi, che per la tolleranza o connivenza del governo, i
gravi inconvenienti e la cattiva amministrazione, come ne' comuni e
nelle provincie, si ripeterono nelle Congregazioni di Carità e in altre
opere pie, coi posti gratuiti nei convitti, cogli impieghi dati ai
favoriti o addirittura creati per essi, e financo col pagamento
camorristico delle donne che allevano i trovatelli e che sono qualche
volta le drude degli amici degli amministratori locali.
In quanto ai tributi, ad onore del vero, si dica che talvolta il governo
ebbe il pensiero di fare rispettare la legge, ma solo quando la
osservanza della medesima era odiosamente farisaica. Così più volte
furono minacciati alcuni municipî (Caltagirone, Castrogiovanni, ecc.)
della risoluzione del contratto di appalto col governo pel dazio di
consumo, perchè non tutte le voci tassabili erano tassate e sopratutto
perchè non si esigeva il dazio _sulla farina e sul pane_! Ed a questi
municipî, per tale grave colpa, non si consentì di eccedere sul limite
legale della sovrimposta fondiaria.
[GLI INGENUI...]
Quando gl'ingenui domandano: ma le autorità governative non vedevano,
non riferivano, non provvedevano? si può rispondere: Sì! esse ci stavano
e ci stanno per vedere, per riferire e per provvedere, ma non nel senso
della giustizia e dell'interesse del popolo, sebbene nell'interesse del
deputato, del candidato, del grande elettore, della persona influente; e
in nome di tale interesse si nominano e si destituiscono i sindaci, si
sciolgono i Consigli comunali, si manipolano le liste, si mutilano, si
respingono o si approvano i bilanci, si traslocano i delegati di P. S.,
i Prefetti e i magistrati.[35]
È superfluo aggiungere che quella tale incompleta riforma della legge
comunale e provinciale fatta votare dall'on. Crispi non riuscì a mutare
in meglio le cose; e non lo poteva. Spesso anzi le peggiorò per
l'aggravante della scemata responsabilità delle autorità governative,
mentre continuò l'esercizio della loro perniciosa influenza; poichè in
realtà nella _Giunta Amministrativa_--che dovrebbe essere la suprema
moderatrice delle amministrazioni locali--il Prefetto prepondera sempre,
e prepondera poi in particolar modo cospirando e intrigando per fare
eleggere a membri delle medesime uomini quasi sempre inetti, e sempre
servili, partigiani.
[LA RIFORMA DEL 1889 ALLA LEGGE COMUNALE]
Perciò dal 1889 in poi continuarono le vecchie iniquità nella natura e
nella distribuzione delle imposte, continuarono le spese pazze e le
cortigianerie degradanti, crebbero le imposte e i debiti, che si
risolvono in imposte rimandate coll'aggiunta degli interessi e delle
provvigioni ai mediatori; e il governo continuò a non vedere nelle
amministrazioni dei corpi locali che agenzie elettorali organizzate, e
sempre pronte ai suoi cenni!
Una magra soddisfazione alle vittime di un tale stato di cose rimane: il
sapere che ne fu fatta la constatazione da inchieste private ed
ufficiali in termini su per giù identici da anni ed anni. La fece
Ferdinando II nel 1838, la ripeterono nel 1875 da privati gli on.
Sonnino, Franchetti e Cavalieri e in forma ufficiale la _Giunta
Parlamentare_ di cui fu relatore l'on. Bonfadini; fu riprodotta
dall'onor. Damiani nel volume dell'_Inchiesta agraria_; fu riassunta da
me nel 1885 nello scritto sulla _Delinquenza della Sicilia e le sue
cause_; e tante _Inchieste_ e tanti rapporti sono stati fatti che in
dicembre scorso, nel periodo più acuto delle turbolenze il compianto on.
Cuccia in nome di un comitato composto dei più fidi amici dell'on.
Crispi malinconicamente conchiudeva: «Più inchieste sono state fatte,
cento relazioni dai corpi più conservatori sono state mandate, mille
rapporti sono stati scritti da tutti i funzionarî che si sono succeduti
in Sicilia. E tutti, _unanimi_, hanno presentito i fatti d'oggi e quelli
di domani, e tutti hanno fatto proposte, hanno reclamato provvedimenti,
che sono restati lettera morta, come se il governo fosse l'ente più
_misoneico_ della società....»
[CRIMINOSA NONCURANZA DEL GOVERNO ITALIANO]
Di tante inchieste, di tante relazioni, di tanti rapporti rimangono
giudizî e descrizioni di una esattezza meravigliosa, che sembrano
scritti all'indomani dei tumulti per giustificare i tumultuanti; giudizî
e descrizioni che costituiscono ad un tempo le pietre miliari della
constatazione delle miserie del proletariato siciliano e la condanna più
severa della criminosa noncuranza degli uomini di governo di ieri e di
oggi. Di tali giudizî e di tali descrizioni bisogna riprodurne alcuni,
che datano da momenti diversi e vengono da persone avverse ad ogni idea
di socialismo, le quali hanno la missione ufficiale d'interpreti della
pubblica opinione e di tutelatori dell'ordine pubblico.
L'on. Sonnino venti anni or sono scriveva:
[OGGI COME VENTI ANNI OR SONO!]
«Quel che trovammo nel 1860, dura tuttora. La Sicilia lasciata a sè
troverebbe il rimedio: stanno a dimostrarlo molti fatti particolari e
ce ne assicurano l'intelligenza e l'energia della sua popolazione, e
l'immensa ricchezza delle sue risorse. Una trasformazione sociale
accadrebbe necessariamente, sia col prudente concorso della classe
agiata, sia per effetto di una violenta rivoluzione. Ma noi, italiani
delle altre provincie, impediamo che tutto ciò avvenga, abbiamo
legalizzato l'oppressione esistente; ed assicuriamo l'impunità
all'oppressore.»
«Nelle società moderne ogni tirannia della legalità è contenuta dal
timore di una reazione all'infuori delle vie legali. Orbene, in Sicilia,
colle nostre istituzioni, modellate spesso sopra un formalismo liberale
anzichè informate ad un vero spirito di libertà, noi abbiamo fornito un
mezzo alla classe opprimente per meglio rivestire di forme legali
l'oppressione di fatto che già prima esisteva, coll'accaparrarsi tutti i
poteri mediante l'uso e l'abuso della forza, che tutta era ed è in mano
sua; ed ora le prestiamo mano forte per assicurarla che, a qualunque
eccesso spinga la sua oppressione, noi non permetteremo alcuna specie di
reazione illegale, mentre di reazione legale non ve ne può essere,
poichè la legalità l'ha in mano la classe che domina.»
Queste parole dell'attuale ministro del tesoro gli devono essere
continuamente ricordate, perchè riassumono in modo mirabile l'azione
sociale esercitata dal governo italiano in Sicilia; azione veramente
perniciosa! Tenterà egli di cancellarla ora che è al potere?
Ciò che fu scritto nel 1875 da chi ora è ministro del Regno d'Italia è
perfettamente adatto a dare una idea delle condizioni odierne dell'isola
coll'aggravamento delle varie crisi--enologica, agrumaria, mineraria
ecc.
E per chi sa leggere e comprendere troverà la conferma del serio
giudizio nella inchiesta fatta da Adolfo Rossi per conto del giornale
_La Tribuna_[36].
[I NOSTRI LAVORATORI]
Proprio alla vigilia dei tumulti nel novembre scorso, da Palermo in un
rapporto ufficiale si scriveva al governo di Roma che aveva occhi per
non vedere e orecchie per non sentire: «Qui i nostri frugali lavoratori
soffrono la fame, non hanno desiderî disordinati, non bramano la fortuna
altrui, non sentono l'odio di classe[37], ma vogliono lavoro e pane,
solamente per vivere; chè d'altro ad essi non cale.»
«Chi voglia far credere che questi operai abbiano degli ideali politici
non dice la verità e s'inganna. Ma questi ideali potranno entrare nella
loro mente, avvivati dagli effetti morbosi del digiuno; ed allora, guai
se fuori l'ordine vedranno gli ultimi segni della loro speranza, _chè in
quel caso neppure le repressioni sanguinose varranno ad arrestare la
china del loro incosciente furore_».
«Il Governo che vuole sempre il suo dai dazi di consumo, non ha avuto
mai cura di temperare le esigenze dei Comuni, i quali imitando altri
esempî di spreco, anche per sollecitudini non necessarie, nè proprie, i
loro mezzi domandano al consumo delle più umili ed universali derrate e
tanto ne traggono, da renderle o difficili o impossibili a quelli che
unicamente se ne sostentano con una frugalità, che fa ammirazione e
paura.»
«In alcuni Comuni di questa circoscrizione, dal pane che la rivoluzione
aveva redento dalla grave ed odiata tassa del macinato, si traggono
quasi dieci centesimi il chilogramma, e questa tassa, che dà milioni,
neppur provvede ai bisogni della popolare igiene, ma si distrae in
godimenti voluttuarî ai quali le classi lavoratrici non prendono parte.»
[UN RAPPORTO UFFICIALE]
È questo forse un brano dell'auto-difesa dell'on. De Felice? No: è il
brano di un rapporto, che, richiesto da Roma, mandò il Presidente della
Camera di Commercio di Palermo, on. Amato-Pojero, senatore del Regno,
milionario e _grande proprietario_ di Sicilia!
[QUEL CHE SCRIVE UN FUNZIONARIO DI P.S.]
Se questo si scriveva alla vigilia dei tumulti, quando essi scoppiarono
e n'erano meglio note le cause, altri aggiungeva:
«Tolte le grandi città, ove la moralità e la capacità degli
amministratori sono men basse, e dove il maggiore sviluppo psichico
della popolazione e la stampa sono freni alle oligarchie locali e
favoriscono la permeabilità degli strati sociali, il 90% dei Comuni è
amministrato con criteri e forme tali, _che fanno desiderare il tipo
dell'antico governo paterno_, perchè allora si aveva almeno il diritto
d'inchiodar sulla gogna i tirannelli locali, il conforto e la speranza
di un avvenire migliore e, di tanto in tanto, l'intervento violento, ma
pur sempre riparatore, del governo centrale»..... I tirannelli locali
ora «sentono e sanno che i funzionari del governo non hanno nè
convenienza nè interesse a secondarli, ed allora con la logica spiccia e
primitiva di cui si servono, concludono: Chi non è con noi, è contro di
noi; e attaccano con sotterfugi, ricorsi, cospirazioni e anonimi tutti i
funzionari governativi, dalla guardia di pubblica sicurezza al Prefetto.
Della legge e della legalità hanno un concetto esclusivamente
unilaterale; le riconoscono e vi fanno ricorso solo in quanto sanzionano
il loro potere; per tutto il resto o non esistono o le si possono
violare impunemente. Per sostenersi e per combattere gli avversarî si
profondono favori, impieghi, esenzioni da tasse e protezioni d'ogni
specie e d'ogni portata agli aderenti, e si fa l'opposto con gli
avversari. Si transige con facinorosi e con violenti, ai quali è serbato
sempre un impiego sul bilancio comunale, protezione illimitata fino al
Tribunale; e però appena un partito sale al palazzo comunale fa _tabula
rasa_ di tutti gli stipendiati e li sostituisce coi propri fidi. Per gli
avversari invece s'imprende una persecuzione continua, evidente, spesso
sfacciata e feroce, fino al delitto, fino all'omicidio. E si pretende
che i funzionari del governo seguano questo indirizzo. Per gli amici il
permesso d'armi, il proscioglimento dall'ammonizione, l'impunità nel
delitto: pei nemici il rifiuto costante di tutto quanto è devoluto alla
Autorità amministrativa, la denunzia per l'ammonizione e perfino
l'accusa dei reati che invece sono stati commessi dagli aderenti degli
stessi denunzianti. Il delegato, il pretore, il sottoprefetto non
seguono questo indirizzo? Ed allora spuntano le testimonianze ad _usum
delphini_ a discolpa del reo amico, a carico per l'avversario innocente;
pullulano ricorsi anonimi che dipingono il funzionario coi più foschi
colori: secondo il bisogno e l'opportunità egli è stupido o maligno,
ignorante o corrotto, prepotente o partigiano, venale o servile, e chi
più ne ha, più ne metta...»
«Nei comuni certo è che vi dominano l'incompetenza più goffa e la
prepotenza più sfacciata, che per contraccolpo vi producono la paura, la
sofferenza, i rancori sordi delle masse, il disgusto e l'astensione dei
buoni: fatto quest'ultimo che rende più sicura e sfrenata la prepotenza
delle cricche imperanti.»
Si crederà forse che questa filippica faccia parte di una concitata
concione di Garibaldi Bosco? Niente affatto: fu scritta dall'Alongi,
capo di gabinetto del famigerato questore Lucchese, per combattere i
_Fasci_ nel _Manuale della Pubblica sicurezza_ del chiarissimo
consigliere di Stato Commendatore Astengo.
[CHE COSA SI CONSTATA ANCHE DOPO I TUMULTI]
Certo era facile ingannarsi o esagerare; era facile manifestare simpatia
pei sofferenti prima e durante i tumulti; ma dopo? Ebbene, dopo, si
constata:
1) Che le condizioni dell'oggi _non sono_ la conseguenza di fenomeni del
tutto recenti; ma hanno la loro origine in un complesso di fatti e di
tradizioni e di avvenimenti che rimontano ad epoche non vicine.
2) Che sono ormai la bellezza di diciotto anni che un'inchiesta
parlamentare constatò inutilmente lo stato vero dei contadini in
Sicilia.
3) Che il contadino siciliano, è _perseverante, sobrio, laborioso_, ma
nello stesso tempo lo si è tenuto in un stato di _semibarbarie_.
4) Che il contadino siciliano anche dopo conquistata la libertà e la
redenzione, _rimase nella condizione di servo ed oppresso_ e la
posizione sua verso il padrone è quella di _vassallo a feudatario_.
5) Che _gli enormi latifondi, l'accentramento di vastissimi terreni in
mano di pochi e le oligarchie comunali che non sempre s'inspirano a
giustizia, e sovra tutto i contratti agricoli aggravano questo stato di
cose_.
6) Che è opera altamente meritoria cercare in tutti i modi di mettere le
classi agricole in condizione _di resistere alle prepotenze dei
padroni_.
[FIATO SPRECATO]
Queste si crederebbero opinioni calunniose dell'anarchico Gulì e invece
sono le convinzioni del Comm. Sighele, Procuratore Generale presso la
Corte di Appello di Palermo, manifestate nella inaugurazione dell'anno
giuridico 1894.
Un'ultima testimonianza: Il 4 gennaio 1894 contemporaneamente alla
proclamazione dello stato di assedio, e quasi a severa condanna
dell'insana misura, vi fu chi disse in Palermo sotto gli occhi del
Generale Morra di Lavriano e della Montà: «In questo nostro paese
eminentemente agricolo, la classe dei contadini in particolare, difetta
dei mezzi più necessarî alla vita; è la classe più bistrattata, la meno
compassionata, la più misera, la più ignorante e la più degna quindi di
speciale considerazione da parte degli uomini di cuore!»
[UNA VERITÀ DOLOROSA]
Oh no! Non è Nicola Barbato, l'uomo dalla logica spietata, che così
parla; ma è il procuratore Generale presso la Corte di Cassazione di
Palermo, Giuseppe Malato Fardella, che col primo non ha di comune che la
sua qualità di Siciliano, e che dà ragione dello insorgere dei
contadini, e somministra l'ultima prova di questa dolorosa verità: in
Sicilia dal 1812 in poi nulla è mutato _in quanto alle condizioni
economico-sociali della classe dei lavoratori_!
E allora?....
NOTE:
[29] Alcuni, non hanno bene compreso l'accenno fatto nella 1ª edizione
al sordo-muto Cappello e al tenente Dupuy. Sono due dolorosi episodi
della introduzione della leva in Sicilia, la quale suscitava la più viva
antipatia. Le autorità governative vedevano inganni e finzioni in tutti
e dappertutto; perciò quando in Palermo si presentò all'esame di leva un
certo Cappello non si prestò fede al suo reale sordo-mutismo e lo si
voleva costringere a parlare applicandogli i bottoni di fuoco sulle
carni. Il suo corpo fu reso una vasta piaga e quando finalmente fu
mandato via venne fotografato ignudo ad iniziativa di parecchi--tra i
quali era l'avv. Morvillo--che vollero stigmatizzare i metodi
_civilizzatori_ del governo italiano.
Per arrestare i numerosi renitenti della leva il governo organizzò delle
colonne volanti che percorrevano le campagne. Le gesta militaresche di
quell'epoca susciterebbero anche ora, a tanta distanza, la indignazione
dei più calmi; e molte ne compì la colonna comandata da un rinnegato,
dall'ungherese colonnello Eberhardt, che venne la prima volta in Sicilia
con Garibaldi e che fu tra i suoi fucilatori ad Aspromonte. Un tenente
Dupuy, Savojardo, comandando una colonna nel territorio delle Petralie
si presentò di notte coi suoi uomini in una casina i cui abitatori
temendo dei briganti non vollero aprire. Allora il prode militare la
circondò di fascine, vi appiccò fuoco e fece morire soffocati i
disgraziati, che legittimamente resistettero ai suoi ordini. Con modi
uguali i Francesi _civilizzarono_ quelli della Kabilia!
[30] A proposito delle _decime_ suscitando l'ilarità della Camera
l'oratore osservò: «Nella provincia di Girgenti, a cui si attribuiscono
tanti reati, le terre sono in gran parte soggette ancora alle decime e
in virtù di queste decime vi sono dei canonici, dei semplici canonici i
quali percepiscono dei redditi da 10 a 12 mila lire; e sapete voi da che
questi ecclesiastici fanno scaturire i loro titoli di possesso?
«Da un passo di Cicerone il quale dice nelle Verrine: _Omnis ager
siculus decumanus est!_ Perchè adunque per l'addietro queste terre
pagavano le decime a Roma, i canonici si credono eredi dei Cesari e si
costituiscono proprietari di quelle prestazioni.» Or bene chi lo
crederebbe? La quistione delle decime, che è grave anche in altri punti
della Sicilia, nell'anno 1894 non è ancora risoluta e invano si sforza
l'on. Gallo per farla risolvere equamente!»