deplorarsi vivamente sotto _l'Ancien régime_ in Francia, dove produsse
gli stessi effetti che in Sicilia. In un vecchio opuscolo intitolato:
_Abrégé de l'histoire des taxes en France_ pubblicato nel 1694 sotto il
regno di Luigi XIV si parla e dei _favori accordati agli amici_ nella
applicazione della _taglia_, e delle ingiustizie che si commettevano a
danno dell'ingegno e del lavoro ed a benefizio della proprietà e del
capitale. Nella _Decima regale_ del grande Vauban vengono illustrati gli
stessi favori e le stesse ingiustizie che tanto contribuirono più tardi
a fare sollevare un popolo, che era stato ritenuto _taillable et
corveable à la merci_ dei signori!
[CHE OSSERVATORI PROFONDI!]
I disgraziati difensori del governo e i disonesti giudici dei moti
siciliani del 1893 e 1894 hanno osservato: «o perchè le minoranze e i
lavoratori non si agitavano, non esercitavano i loro diritti, non
reagivano nelle vie legali contro le prepotenze e le iniquità delle
amministrazioni locali?»
Non lo potevano: la frode, la corruzione, la violenza nella compilazione
delle liste, nelle votazioni, in tutto, assicuravano il trionfo di chi
sapeva asservirsi al governo o al deputato, i quali ogni loro opera
spendevano a proteggere i vincitori, che spesso erano la minoranza
reale. Il voto e la _legalità_ da trent'anni si chiariscono impotenti a
ottenere qualcosa, a correggere.
NOTE:
[24] N. Colajanni: _Le istituzioni municipali._ Un vol. di 334 pag. L.
3--presso REMO SANDRON--Palermo.
[25] Valguarnera, dove avvennero incendî e rapine, si rovinò colla
costruzione di una strada intercomunale con Raddusa, che costò L.
250,000. Essa paga al solo governo L. 36,000 per abbonamento al dazio
consumo e non conta che diecimila abitanti.
[26] Il Sonnino a p. 188 del suo libro, in una nota, parla di una
fondazione pia del principe di Castelnuovo pessimamente amministrata. In
parte i fatti da lui esposti sono veri; ma è stato tratto in errore sui
rimedî adoperati dal governo per riparare ai mali. «Ci volle un vero
colpo di mano per portar via dalle casse del Comune,» egli dice, «sei
anni addietro, i valori che rimanevano, per cominciare finalmente ad
impiegarli al fine voluto dal testatore.» Il fatto è questo: il Prefetto
di Caltanissetta, Polidori, nel 1869 fece _il colpo di mano_, ma fu una
vera spogliazione a danno del Comune di Santa Caterina Villarmosa--ch'è
il comune dove fu fondato il luogo pio--che indarno sinora ha reclamato.
L'on. Sonnino ora ch'è ministro farebbe bene ad informarsi meglio ed a
provvedere efficacemente.
[27] Su questa tassa pervennero direttamente a me alcune enormi notizie
dalla provincia di Siracusa, che non riproduco dettagliatamente perchè
non ebbi modo e tempo di verificarne l'esattezza.
XII.
L'ODIO DI CLASSE
La prepotenza feudale, la iniquità sistematica in ogni momento ed in
ogni lato della vita e della amministrazione comunale, che si esplicano
sotto l'egida delle autorità governative--prefetti, delegati,
carabinieri--spiegano più che sufficientemente come l'odio delle classi
lavoratrici contro i _galantuomini_ debba essere profondo e generale, e
tanto più pericolosa la sua esplosione violenta inquanto che lungamente
represso e non attenuato da alcuno sfogo nelle vie legali, a loro non
consentito dalle stesse leggi, che del diritto elettorale hanno fatto un
privilegio di alcune classi.
[VECCHIE E DOLOROSE CONSTATAZIONI]
Tutto il passato remoto e tutto il presente non ha fatto che generare e
alimentare quest'odio dei lavoratori,--specialmente delle campagne,
contro le _classi dirigenti_,--che un giorno o l'altro doveva esplodere.
Si dirà: «all'indomani delle sommosse e delle rivolte la invocazione
della preesistenza dell'_odio di classe_ è un comodo espediente per
ispiegare, se non per giustificare, i moti inconsulti o criminosi.»
Epperò giova dimostrare, che quanti si occuparono delle condizioni della
Sicilia constatarono _in ogni tempo_--nei momenti di tranquillità, come
in quelli di agitazione e di perturbamento--il doloroso fenomeno.
Uno scrittore più volte citato, l'Alongi, parecchi anni or sono scriveva
che per i motivi precedentemente esposti «il contadino diffida e vede
nei funzionari tanti alleati dei _galantuomini_, che lo tengono in una
grossolana e ferrea servitù economica, e ignorante, incretinito dalla
miseria, dal lavoro improbo, sfugge i contatti, vede ovunque ingiustizie
ed oppressioni, e nei provvedimenti più utili tante trappole per
immiserirlo di più. Nasce quindi tra i contadini un istinto di riunirsi
tra loro contro i nemici comuni (_galantuomini_ e governo; d'onde il
proverbio: _galantomu e malu passu dinni beni e stanni arrassu_), di
fare una lega spontanea, inconscia contro di essi, opponendo una inerzia
assoluta a tutti i movimenti del nemico personificato nel funzionario e
quando la pazienza scappa, farsela da sè, poichè pel povero non c'è
giustizia (dice un altro proverbio: _la furca è pri li puvureddi_)».
Quest'_odio di classe_ venne constatato da Sonnino, da Franchetti, da
Bonfadini, da Damiani in varie epoche; ma si vogliono pareri di persone
ancora più autorevoli e insospettabili? Eccoli.
[LA PAROLA AI MAGISTRATI]
L'_odio contro i ricchi_, accanto alla esistenza del _latifondo_, viene
esplicitamente denunziato dal Procuratore Generale Caruso, nella sua
relazione innanzi alla Corte di Appello di Palermo sul movimento della
criminalità pel 1880, come la cagione principale dei caratteristici
reati dei contadini.
Cinque anni dopo un altro Procuratore generale, il De Meo, in una
analoga occasione nella stessa Palermo osservava: «i poveri agricoltori
e coloni, mezzadri o fittaiuoli non vedono e spesso non conoscono i
padroni dei fondi che coltivano e ne risentono il peso e l'oppressione
per quelli agenti intermedî che fattori o campieri si domandano; dai
quali non pure sono tribolati con vessazioni, usure e prepotenze di ogni
sorta, ma spinti a _disamare_ i proprietarî; onde tra loro si _mantiene
un abisso_ e si forma un _cumulo di animosità, di rancori, di odî
inveterati, che diventano temperamento e abito dell'animo..._»
Io credo che ce ne sia abbastanza per una dimostrazione obbiettiva,
spassionata di un vero odio di classe in Sicilia preesistente agli
ultimi moti; odio di classe generato dalle cause che sono state esposte
e che ha costituito un pericolo permanente per l'ordine sociale.
[UNA DESCRIZIONE DI G. VERGA]
Quest'odio di classe che, per quanto giustificato, in me produsse sempre
un senso di sgomento per le sue possibili esplosioni, ispirò ad uno
scrittore conservatore uno dei bozzetti suoi più indovinati e
caratteristici, che ritraggono la vita e le passioni del popolo in
Sicilia. G. Verga infatti tra le sue _Novelle rusticane_ ne ha una
intitolata _Libertà_, che tutta intera dovrebbe essere riprodotta a
dimostrazione completa del come senza i _Fasci_ e senza il socialismo,
nell'isola potessero verificarsi fatti identici nella natura e più gravi
negli episodî di quelli del 1893 e 1894, ma basterà ai lettori l'esordio
eloquente.
«Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le
campane a stormo e cominciarono a gridare in piazza: «_Viva la
libertà!_»
«Come il mare in tempesta, la folla spumeggiava e ondeggiava davanti al
casino dei _galantuomini_, davanti al Municipio, sugli scalini della
chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che
luccicavano. Poi irruppe in una stradicciola.»
«A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi
campieri!--Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti
sul capo, armata soltanto delle unghie.--A te, prete del diavolo! che ci
hai succhiato l'anima!--A te, ricco epulone, che non puoi scappare
nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero!--A te, sbirro! che hai
fatto la giustizia solo per chi non aveva niente!--A te, guardaboschi!
che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tarì al
giorno!»
«E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i
sassi, tutto rosso di sangue!--Ai _galantuomini_. Ai _cappelli_!
Ammazza! ammazza! Addosso ai _cappelli_!»[28]
L'arte non poteva meglio riassumere gli odî generati da secolari
ingiustizie esplodenti quando al grido di _Viva la libertà!_ gli
oppressi credevano che fosse arrivata l'ora della vendetta e della
riparazione.
NOTE:
[28] Il Verga pubblicò questa novella nella _Domenica letteraria_ del
Martini, nel Marzo 1882. Fu riprodotta nelle _Novelle rusticane_ edite
dal Casanova di Torino nel 1883.
XIII.
NULLA È MUTATO!
Più volte s'è già accennato al carattere di permanenza delle descritte
condizioni della Sicilia. Ma nell'animo di molti potrà esser rimasto
qualche avanzo di ottimismo, il quale avrà potuto indurlo a credere che
i più dolorosi tra i mali da cui è afflitta l'isola nostra siano eredità
del passato--per quanto prossimo--e che qualche miglioramento riparatore
si sia ottenuto per opera del governo, o dei maggiorenti meglio avvisati
de' pericoli a' quali viene esposto l'organismo sociale dal perdurare di
condizioni di fatto divenute assolutamente anacronistiche, oggi, in
mezzo all'Europa che, più o meno, s'è venuta trasformando.
Ebbene! ogni illusione deve essere bandita, e bisogna confessare con
vergogna, che i mutamenti in meglio, in rapporto alle classi lavoratrici
sono tale povera cosa, che si possono considerare come non avvenuti. Ma
con ciò non s'intende negare che negli strati superiori siano avvenute
sensibili modificazioni.
[L'OPERA DEL GOVERNO BORBONICO]
Il Baer con equanimità assegna la parte di responsabilità ch'è dovuta al
governo borbonico nel mantenimento di un regime feudale che sarebbe
stato suo interesse far scomparire per vederlo sostituito da un forte
ceto medio, perchè in fondo le opposizioni più pericolose e più
continuate gli vennero dall'aristocrazia che voleva conservare o
riprendere interi tutti i suoi privilegi economici e politici. Ma esso
pur avendo mostrato la intenzione di abbattere le istituzioni feudali--e
glielo suggeriva la propria convenienza--volle seguire metodi proprî,
che riuscirono impotenti, essendo frenati e paralizzati tutti i buoni
tentativi dal soverchio timore dello innalzamento della parte popolare.
«Perciò la dinastia borbonica si chiarì impotente a fare il bene, debole
nel pigliare ogni provvedimento d'interesse generale, solo violenta e
perfino crudele ogni qualvolta temeva pel suo potere.» (_Baer_).
Degli intendimenti lodevoli e dei tentativi del governo borbonico per
mutare e migliorare rimangono numerosi documenti ufficiali a farne fede.
Colla legge dell'11 ottobre 1817, coi decreti del 2 Agosto 1818, del 20
maggio 1820 col reale rescritto del 18 ottobre 1821, con altri decreti
del 30 luglio 1823, del 10 febbraio 1824, coi regolamenti del 24 ottobre
e del 22 dicembre 1825, 3 gennajo 1836 e 20 ottobre 1834, 12 novembre
1838, si ordinarono inchieste e s'imposero scioglimenti di diritti
promiscui, si cercò di dipanare l'arruffata matassa delle
_soggiogazioni_, si tentò di porre riparo alle dilapidazioni e alle
usurpazioni perpetrate a danno delle opere pie, si tentò d'infrenare
l'usura; ma tutto riuscì sempre vano, perchè baroni, magistrati e
funzionari di ogni genere, stretti in mostruosa lega, resero ognora
lettera morta leggi, regolamenti e decreti opportuni e benefici, ed il
governo non seppe contrapporre la propria forza attiva alla resistenza
dell'inerzia.
[LA PERMANENZA DEL FEUDALESIMO]
Del male intanto si aveva conoscenza esatta; chè in un decreto del 12
ottobre 1838, all'indomani del viaggio di Ferdinando II in Sicilia, si
legge: «le vaste contrade nude, deserte, mal coltivate, che s'incontrano
in Sicilia, non ostante la loro feracità naturale ed il favore del
clima, non potranno essere migliorate finchè durerà l'esistenza di più
padroni sullo stesso fondo. Volendo accelerare la esecuzione delle
leggi, che da _epoche remote hanno proscritta_ la indicata condizione
della proprietà, perniciosa a tutti ecc. ecc.» In un altro decreto dello
stesso anno 1838 è detto che «il languire dell'agricoltura e della
pastorizia, e la miseria d'intere popolazioni, debbono attribuirsi in
gran parte _alla esistenza degli abusi feudali, delle promiscuità e
delle liti degli ex-baroni coi Comuni_, ecc.»
Dopo, nei momenti della peggiore reazione, nel 1849 e nel 1852, il
principe di Satriano emanò decreti contro l'usura, e per favorire lo
spezzamento dei latifondi; sempre inutilmente.
Se il governo borbonico fu impotente al bene, come si disse, potè colle
persecuzioni politiche, coi favoritismi, colle protezioni far scomparire
del tutto dagli animi la confidenza nella giustizia e far sorgere la
_mafia_, i _campieri_ e i _compagni d'armi_, che avevano in appalto la
sicurezza pubblica delle campagne, e che, in generale, erano
pregiudicati e briganti in ritiro, che conservavano i migliori rapporti
coi briganti in attività.
[L'ANNESSIONE]
Lo sbarco di Marsala e la successiva liberazione dell'isola dal giogo
borbonico avrebbero dovuto iniziare un'êra nuova. Alcuni sapienti
decreti di Garibaldi lo fecero sperare; e i propositi manifestati da lui
sul censimento dei beni ecclesiastici, se attuati, da soli sarebbero
forse bastati a produrre un vero rinnovamento economico-sociale: ma si
sa che ai criterî sociali nella distribuzione di quei beni furono
sostituiti i criterî esclusivamente fiscali ed un'opera che avrebbe
potuto riuscire altamente civile non fu feconda che di mali e di amare
delusioni frammiste a qualche poco di utile. Lo stesso dicasi
dell'editto del 19 settembre 1861 emanato dal Luogotenente del Re in
Sicilia, generale Pettinengo _relativo alle obbligazioni dette di
semenza e soccorsi e di mercanti a massari per agevolare la semina e la
cultura della terra_, inteso ad infrenare l'inveterata e perniciosa
usura: rimase lettera morta.
[METODI E CRITERII DI GOVERNO]
E i metodi e i criterî di governo seguiti in Sicilia dopo l'annessione,
e l'atteggiamento di molti uomini e giornali del continente, che li
inasprirono produssero malintesi, risentimenti, rancori regionali
che--accresciuti dalla malefica e affrettata unificazione
centralizzatrice--generarono profondo malcontento in tutti e delusioni
sconfortanti.
Contro la verità storica, contro il buon senso, contro le esplicite e
reiterate dichiarazioni di Garibaldi e dei suoi più intimi, fu offeso
l'amor proprio degli isolani col proclamarli _conquistati_ dai Mille e
col dichiararli _barbari_ per bocca del generale Govone: insulto a
distanza di molti anni stoltamente ripetuto dal generale Corvetto. E da
_barbari_ furono trattati, e si tentò d'_incivilirli_ cogli stessi
metodi _umani_ adoperati... da Livraghi in Africa.
Aspromonte e Fantina certamente non furono avvenimenti che poterono
crescere stima al governo in Sicilia; ma gli animi nelle classi
lavoratrici sopratutto si esasperarono colla introduzione della leva
militare, «carico nuovissimo--scrive il generale Corsi--odioso oltre
ogni dire» e colle misure odiosissime per arrestare i renitenti. Il
militarismo allora col martirio del sordo-muto Cappello, coi fatti
crudeli di Petralia ad opera del tenente Dupuy mostrò di che cosa poteva
esser capace.[29] Tutte le libertà, scrissi altra volta, furono violate
replicatamente; ond'era generale il chiedersi: il nuovo governo non vale
l'antico?
[IL PROGRAMMA DI FILIPPO CORDOVA]
A questo periodo precisamente si riferisce, e da tali avvenimenti e
giudizî insani fu provocato, il celebre discorso pronunziato da Filippo
Cordova nella Camera dei Deputati il 9 dicembre 1893. L'illustre
statista siciliano allora non solo ricacciò in gola ai calunniatori
dell'isola le loro sciocche insolenze, ma a coloro che ne facevano
malgoverno indicò tutto un programma da seguire, i mali da rimuovere e
il bene da promuovere.
Egli tra le approvazioni insolite della _sinistra_ disse: «Io credo che
un governo, allorquando riceve un paese non dalla conquista, ma dalle
mani della rivoluzione debba domandare a sè stesso _per quali bisogni
questa rivoluzione si è fatta_, che cosa voleva il popolo che si è
sollevato e pensare in tutti i modi a soddisfare questi bisogni. Questo
era il solo modo di ristabilire l'ordine, il solo modo di contentare
completamente le popolazioni.»
[RIVELAZIONI EDIFICANTI]
«.... L'azione di un governo può essere promotrice della prosperità
futura dei popoli e riparatrice degli abusi che si sono introdotti per
il passato;.... e considero azione riparatrice quella che consiste nel
rimuovere i tristi effetti delle passate legislazioni, dei monopoli, dei
privilegi, nel distruggere gli abusi, che ancora possono esistervi.» E
l'opera del governo doveva esplicarsi, secondo l'on. Cordova colla
riforma del regime delle acque, colla pubblica istruzione, colle
bonifiche, colla abolizione delle decime[30], colle nuove comunicazioni,
colla sistemazione dei demanî comunali, colla trasformazione delle opere
pie[31]....
«Questo programma era modestissimo, non ledeva i diritti giuritarii di
privati, eppure non seppe accennare ad adottarlo il governo, il quale
invece, secondo lo stesso on. Cordova, crede di potere reggersi colla
violenza, cingendo di cordoni militari le città, _privandole dell'acqua,
vietando l'uso libero dei diritti dei cittadini, assicurando sempre
l'impunità ai carabinieri che commettevano reati: impunità che produceva
reazioni_.» Queste le testuali parole del Cordova ex ministro e
_moderato_ di quattro cotte...
[IL PIEMONTISMO]
A questo stato di cose non poteva apportare rimedio il cosidetto
_Piemontismo_ in forza del quale fra l'altro si mandarono in Sicilia gli
scarti della burocrazia, e vi si mandarono in punizione. Ne nacquero
antipatie, liti, duelli, scene disgustose, che contribuirono a generare
la sanguinosa insurrezione di Palermo nel 1866 che chiuse un primo
periodo della dolorosa storia del governo Italiano in Sicilia.
E che c'era da aspettarsi qualche avvenimento doloroso come quello del
1866 lo fece comprendere chiaramente in una celebre discussione
parlamentare un altro uomo eminente, che aveva studiato e conosciuto la
Sicilia da magistrato. Alludo all'on. Tajani che nella seduta della
Camera dei deputati degli 11 giugno 1875 constatava che dal 1860 al 1866
il governo fu ora fiacco, ora violento; che corresse la fiacchezza colla
violenza, per ritornare sempre alla violenza; che si offese la Sicilia
adoperandovi i _modi peggiori_ e negandole sempre la _giustizia_; e che
ciò che le fu dato, se si guarda a ciò che le fu negato assume le
proporzioni dell'_ironia_.»[32]
[LA PREFETTURA MEDICI]
Dal 1866 in poi qualche miglioramento ci fu; ma non grande. E grande non
poteva essere se si pensa che ai mali esistenti la sapienza governativa,
pensò di provvedere, per esempio, colla prefettura militare del Generale
Medici, quando alla _mafia_ privata si aggiunse la _mafia_ più potente
ai servizî del Prefetto-generale.
E questo nefastissimo periodo dev'essere illustrato perchè lo si è
dimenticato con troppa facilità: e dev'essere ricordato perchè facendo
conoscere quali tristi conseguenze lasciò il militarismo nel 1866 e
negli anni successivi, farà intravedere quali li lascerà nel 1894.
Si osservi anzitutto «che dopo la rivolta del 1866 vi fu un diluvio di
disposizioni cozzanti fra loro.... e che vennero i _tribunali militari_,
i quali fecero _sterminato numero di processi_ e quando la posizione era
compromessa, e che la giustizia dei tribunali civili doveva riuscire
difficilissima, se non impossibile, si annullarono ad un tratto i
tribunali militari, ed i tribunali civili rimasero imbarazzati e così ne
rimase esautorata la giustizia militare e la giustizia civile.»
(_Taiani_)[33].
Ciò che rese celebre e caratteristico questo periodo furono la
organizzazione della polizia, la sua opera e i criterî adottati dal
generale Medici e dal suo _alter ego_ il questore Albanese per il
ristabilimento dell'ordine e della giustizia.
[LA MAFIA E LA POLIZIA]
«Il processo contro Ciotti Sebastiano, graduato delle guardie di
Pubblica sicurezza, applicato al gabinetto del Questore e presso il
quale si sequestrarono molti oggetti rubati; le gesta di un delegato di
pubblica sicurezza che in un mandamento impianta la mafia, si unisce e
si lega in relazioni amichevoli con noti ladri _e li manda a rubare per
suo conto_ e che si ripete in un altro mandamento _guadagnandosi la
promozione_; le prodezze della guardia nazionale suburbana di Monreale
composta tutta di mafiosi, colla complicità o col permesso dei quali si
commettevano tutti i misfatti del mandamento, tanto da autorizzare un
Magistrato a dire: _qui si ruba, si uccide, si grassa in nome del reale
governo_:[34] l'alternativa posta da un questore di Palermo ad un
notissimo facinoroso di entrare nel corpo delle guardie di pubblica
sicurezza o di partire pel domicilio coatto--alternativa alla quale il
mafioso cercò sottrarsi tentando di pugnalare il questore; il processo
contro il questore Albanese e compagni, accusati di omicidii, di
falsità, di corruzione, di truffa, di soppressione dolosa di documenti;
le pressioni indecenti esercitate dal generale Medici e dal governo di
Roma, per ottenere l'assoluzione di questi alti delinquenti, e che
determinarono le dimissioni dal Procuratore generale Taiani e
raggiunsero il deplorevole intento, dicono di più che molti volumi,
sulla stima e sul rispetto e sulla fiducia che potevano ispirare i
rappresentanti del governo, che i mali antichi economici lasciava
intatti aggravando quelli politici e morali.»
Siffatta polizia e siffatte autorità governative impotenti a reprimere
il malandrinaggio e la _mafia_, della propria inettitudine e malvagità
si rifacevano inventando di sana pianta processi politici, che
sembrerebbero calunnie e diffamazioni ventilate dai _sobillatori_--non
ancora inventati--se non fossero stati denunziati dal magistrato che li
sgonfiò e liquidò, in pubblica seduta della Camera dei Deputati!
Ahimè! Il 1894 non vide più un magistrato che ricordasse i Lelli, i
Borgnini, i Tajani....
[LA SICILIA NEL 1875]
Con siffatti uomini e con siffatti metodi e criterî di governo si arrivò
in Sicilia al 1875 nelle condizioni descritte da questo brano sintetico
e chiaro: Noi abbiamo colà: le leggi ordinarie derise, le istituzioni
un'ironia, la corruzione dappertutto, il favore la regola, la giustizia
l'eccezione, il delitto intronizzato nel luogo della pubblica tutela, i
rei fatti giudici, i giudici fatti rei ed una corte _di mali
interessati_ fatti arbitri della libertà, dell'onore, della vita dei
cittadini. Dio immortale!
«Che cosa è mai questo se non il caos? Che cosa è mai questo se non il
peggiore dei mali: la _anarchia di governo_, innanzi alla quale cento
briganti di più, e cento crimini di più sono un nonnulla e si
scolorano?» (_Tajani._ Discorso alla Camera dei deputati del 12 giugno
1875).
Queste condizioni furono il prodotto di quindici anni di malgoverno
della _destra; e la destra_, quantunque ancora non fossero inventati _i
sobillatori e i Fasci_, vedendosi impotente a rimediare collo Statuto
che aveva violato, e colle leggi ordinarie che non aveva mai applicate e
rispettate, domandò provvedimenti e leggi eccezionali.
Siamo giusti, però; la _destra_ li domandò a chi aveva le apparenze del
diritto a concederle: al Parlamento. Inchiniamoci riverenti innanzi a
questo partito che sta per cadere, che conserva ancora del pudore e che
mantiene un _minimum_ di rispettabilità! Indarno li cercheremo nella
_sinistra_, che sta per arrivare....
[IL GRAN PARTITO DELLA RIPARAZIONE!]
La _sinistra_! Cos'era il _gran partito_ della riparazione? «una
confederazione di condottieri stretti al patto di rovesciare comunque la
_destra_ e toglierle di mano il reggimento, salvo poi d'intendersi (od
anche di non intendersi) non tanto per concordare il da farsi--che
questo pareva a tutti ovvio a comporre, facile a praticare; perocchè, ei
dicevano, bisognasse fare tutto il contrario di quello che aveva operato
la _destra_!--ma per ripartirsi gli uffici e.... via... anche un poco i
benefici» (_Zini_ p. 24).