La coltura si mantiene estensiva e la terra produce poco, perchè il

grande proprietario non è stimolato dal bisogno a fare miglioramenti e

trasformazioni e per un lungo periodo ha visto anche aumentare

fortemente le sue rendite per la concorrenza tra _gabellotti_, che ha

elevato i fitti; nè i miglioramenti di qualsiasi genere potevano e

possono farli i _gabellotti_, che coltivano il latifondo per un

brevissimo tempo--la durata dei fitti è al massimo di nove anni, ma più

di frequente di quattro o di sei; e molto meno i contadini che vi

lavorano a giornata o l'hanno a mezzadria o a terratico solamente per

uno o due anni.[21]

[LA TERRA È DESERTA]

Il latifondo che per mancanza di caseggiati tiene lontani i contadini

dalla terra e mantiene questa deserta e priva del tutto di alberi,

costringe i primi a vivere in grandi centri producendo queste altre non

meno esiziali risultanze: 1. il contadino perde molto tempo nel recarsi

ogni giorno dalle città nella campagna e quando vi pernotta, nei pagliai

o all'aperto, di estate, vi prende le febbri intermittenti, 2. la

solitudine delle campagne e la grande distanza tra i centri abitati

favorisce il furto campestre, l'_abigeato_, il malandrinaggio e il

brigantaggio; 3. la coabitazione di contadini e di elementi industriali

e commerciali nelle città fa gravare sui primi dei pesi che non

dovrebbero sentire--specialmente il dazio di consumo--e mantiene le

città o i grossi centri abitati in condizioni igieniche deplorevoli.

L'organizzazione sociale, che fa capo al latifondo dal Baer viene

riassunta, infine, così: «un'aristocrazia lontana dalle terre, che

possiede e che non conosce, una classe media costituita da pochi

esercenti le professioni liberali e da potenti fittajuoli in grande e da

coloro, che vivono speculando sulla miseria altrui, ed un numeroso

stuolo di poveri coloni e braccianti, è questa l'organizzazione sociale

delle regioni dove prevale il latifondo; e non è dessa quella in cui le

istituzioni politiche e amministrative della società odierna possano

funzionare a pubblico vantaggio, in cui possa trovarsi cooperazione

assidua, indipendente, giusta ed efficace agli ufficî del governo

nell'amministrazione dei comuni, delle provincie, delle opere pie e fino

della giustizia.»

[PERCHÈ SUSSISTE IL LATIFONDO?]

Se il latifondo è in Sicilia ora com'è stato sempre e in ogni luogo

pernicioso sorge spontanea la domanda: perchè esso dura da secoli e non

scompare mentre è condannato dalla scienza, dal sentimento di giustizia,

dall'umanità?

Fu notato che il latifondo dura in Sicilia da moltissimi secoli e

preesisteva alla nascita del feudalismo sotto i Normanni. Il barone

Benevantano lo fa rimontare ai tempi di Verre nel territorio di Lentini;

e il Genovese sull'autorità di Diego Orlando, di Ludovico Bianchini, di

Birri, di Palmieri, di Monsignor Lancia di Brolo, di Amari lo riporta

non solo ai Romani, ma anche ai Cartaginesi.

Dal fatto di questa lunga durata se n'è voluto argomentare, che il

latifondo in Sicilia è qualche cosa di fatale, che si connette alle

condizioni fisiche e climatologiche dell'isola. Se ciò fosse vero le

disgraziate popolazioni agricole della Sicilia sarebbero condannate

eternamente al dolore. Ma vero non è, e lo ha dimostrato il Baer con

poche acute osservazioni di fatto.

[I MIRACOLI DELL'AGRICOLTURA]

«Quando si dice che le terre dei latifondi non sono atte ad altra

produzione che a quella dei cereali e che al loro spossamento per le

replicate colture non possa altrimenti rimediarsi che col lasciarle a

pascolo naturale per più anni, si dimenticano tutti i prodigi della

coltura intensiva mediante gli avvicendamenti e gl'ingrassi. Le terre

sabbiose e pantanose della Prussia orientale sotto un cielo inclemente,

sono senza dubbio più sterili di ogni peggior angolo della Sicilia,

eppure se ne cava grande profitto. L'agricoltura fiamminga, una delle

più perfette del mondo si esercita su terre, che sono il peggior suolo

dell'Europa. Il clima ed il terreno presso le città e borgate nelle

provincie siciliane ove sono i latifondi non sono per certo diversi da

quelli delle terre circostanti, ed intanto le terre prossime alle città

sono coltivate con altri sistemi e con eccellenti risultati. Di più in

alcuni latifondi, che appartenevano alle corporazioni religiose col

censimento si spezzarono e si trasformarono in meglio come attorno a

Mazzara e in gran parte della provincia di Trapani: l'osservazione è del

Prof. Corleo. Viceversa secondo le diligenti ricerche dell'Amari

ventidue grosse città ch'esistevano a' tempi dei Mussulmani nelle

provincie di Girgenti, di Trapani e di Palermo sono sparite così che di

moltissimi nomi di castelli e ville ricordati negli scrittori di

quell'epoca non si ha più traccia; e l'antico territorio di Giato, ora

diviso in tre comuni con circa 18 mila abitanti conteneva ai tempi di

Guglielmo il Buono una popolazione di 60 mila abitanti con 40 e più

villaggi.»

Ecco come negli stessi siti, nonostante la permanenza delle cause

fisiche, compare e scompare il deserto rattristante del latifondo

coll'alternarsi delle cause sociali.

[LE CAUSE SOCIALI E IL LATIFONDO]

Gli esempî relativi alla Sicilia sono tassativi e sufficienti a provare

il predominio delle cause sociali sulle cause fisiche e climatologiche;

ma se occorresse, molti altri di altrove se ne potrebbero trovare, ed

altrettanto convincenti, nei libri del compianto De Laveleye e nella

grande opera del Reclus sulla geografia.

Se questa fosse una trattazione storica mi dilungherei nello esporre

quali furono le cause sociali, che in Sicilia determinarono la creazione

e il mantenimento del latifondo; chi vuol conoscerle ricorra al Palmieri

e allo stesso Baer bastando al mio assunto l'avere dimostrato

l'inesistenza delle cause fisiche, che furono invocate anche da recente

da interessati difensori del latifondo. E questa dimostrazione impone al

governo l'obbligo di studiare i mezzi per rompere il giogo del latifondo

e per avviarlo a benefica trasformazione, e deve infondere altresì nei

lavoratori l'energia e la costanza di chiederla colla coscienza che può

venire dalla conosciuta possibilità di conseguire il fine che si

propongono.

NOTE:

[20] Credo che sia caduto in errore il prof. Salvioli, quando sulla

scorta del Caruso ha affermato che dalle L. 450 di prodotto di una salma

di terra si devono dedurre L. 288 come spese. Il calcolo è sbagliato per

questo: il raccolto del frumento non si ha in ogni anno ma in ogni tre

anni o almeno in un anno sì e in un altro no. Perciò delle L. 162 di

residuo netto si devono almeno dedurre L. 76,50 somma equivalente al

fitto dell'anno in cui la terra si prepara a maggese.

[21] I grandi proprietarî siciliani, che non conoscono i loro latifondi

e ne godono le rendite ben lontani dal luogo di produzione sono nemici

giurati di fare qualunque spesa. So di un ricco _gabellotto_ di

Castrogiovanni, il sig. Gaetano Restivo, che propose ad un signore di

Palermo, di cui aveva preso le terre in gabella, che avrebbe anticipato

lui L. 5000 per costruire uno stallone e se ne sarebbe rimborsato

nell'ultimo anno di fitto. Ebbe un reciso rifiuto. Così si potrebbe dire

di molti altri.

IX.

RAPIDA DEPRESSIONE ECONOMICA.

Fatta la descrizione delle condizioni economiche della Sicilia si

presenta spontanea una domanda: sono esse peggiori, uguali o migliori di

quelle del resto d'Italia?

[ALTROVE E IN SICILIA]

Chi ha studiato le altre regioni della penisola o la Sardegna ha il

dovere di riconoscere, che nel beato italo regno in molti punti si sta

peggio che in Sicilia--per quanto ciò possa sembrare impossibile.

Taccio della disgraziatissima Sardegna, dove soltanto i privilegiati

azionisti delle sue ferrovie se la godono allegramente, e ch'è stata

ricompensata della lunga fedeltà a Casa Savoia con una dimenticanza

veramente fenomenale. In molte altre provincie del mezzogiorno

continentale perdurano quelle condizioni tristissime, che da Giuseppe

Ferrari furono riconosciute come le cause efficienti del brigantaggio.

_Le lettere meridionali_ del senatore Villari, gli scritti del Pani

Rossi, di Renato Fucini, della Jessie White Mario, ecc.--che sono

illustrazioni monografiche della miseria delle classi lavoratrici di

Napoli e di altre contrade del napoletano--datano da molti anni, ma

sono ancora di attualità. La _Inchiesta agraria_ per queste regioni in

generale è stata parzialissima in favore dei proprietarî e delle classi

dirigenti, poichè è innegabile che le sofferenze dei lavoratori, la loro

abbiezione intellettuale, pari soltanto alla miseria economica--e le due

danno come necessario risultato l'altissima delinquenza--in Calabria e

in Basilicata sono grandissime.[22] I rapporti sociali non sono

dissimili a quelli descritti per altri tempi da Nicola Santamaria nel

suo pregiato studio sui _Feudi nelle provincie meridionali_.

Risalendo verso le Alpi s'incontra l'agro Romano, che non rimane

indietro alla Sicilia in quanto a malessere dei suoi abitatori; ma verso

l'estremo lembo d'Italia c'è ancora qualche angolo di terra dove gli

uomini stanno peggio che nell'isola che attualmente richiama su di sè

l'attenzione dell'Europa. Il volume dell'_Inchiesta agraria_ consacrato

dal compianto Morpurgo ai _Contadini del Veneto_ attesta che nel mio

giudizio non c'è alcuna esagerazione. Del Mantovano e di qualche altra

zona della bassa Lombardia si potrebbe dire altrettanto.

Perchè, dunque, soltanto in Sicilia c'è stata la esplosione del

malessere; vi sono stati i tumulti, gl'incendî, le distruzioni, che

preludono alle rivoluzioni e che tanta analogia presentano con quelli

descritti dal Tocqueville e dal Taine in Francia sotto l'_Ancien

Regime_?

[CAUSE DELLE RISULTANZE DIVERSE]

Le cause di questa diversità di risultanze sono parecchie e meritano

tutte di essere ricordate. Rimanendo per ora sul terreno economico si

deve osservare che in Sicilia dopo il 1860 ci fu un rapido sviluppo di

ricchezza; tale da indurre il Prof. Maffeo Pantaleoni in un suo pregiato

studio pubblicato nel _Giornale degli Economisti_ a giudicare, che

l'unificazione d'Italia, aveva contribuito in Sicilia più che altrove a

determinare un notevole incremento della ricchezza.

Venne la depressione; venne altrettanto intensa e rapida, anzi fulminea,

e venne ad un tempo per colpa di governanti e di eventi, che si

sottraggono all'azione della volontà umana.

Ecco alcuni dati eloquenti di questa depressione. La produzione del

grano da Ettolitri 7,744,981 nel 1891 discese a 4,363,696 nel 1892, a

4,365,300 nel 1893, e il prezzo contemporaneamente è disceso a L. 19,48

per ettolitro nel 1891, a L. 18,91 nel 1893.

La produzione dell'orzo è discesa da ettolitri 1,511,699 nel 1891 a

1,169,061 nel 1893 mentre il prezzo è rimasto stazionario.

La filossera, in breve tempo, ha distrutto numerosi vigneti occupanti

un'estensione complessiva di ettari 53,977; perciò la produzione del

vino da ettolitri 6,855,555 nel 1891 è discesa a 4,111,331 nel 1893; la

discesa dei prezzi dal 1887 in poi--ultimo anno in cui fu aperto il

mercato francese--è semplicemente spaventevole: dalle 40 e 50 lire

l'ettolitro si arrivò alle 10 ed alle 20 del 1890 al 1893, e solo in

questo primo semestre del 1894, si accenna a risalire alquanto.

Notevole la diminuizione nella produzione degli agrumi e spaventevole il

ribasso dei prezzi. In quanto all'agricoltura l'on. Di San Giuliano

osservò che, complessivamente, il 1892 è l'anno della massima

depressione, perchè si ebbe una produzione di L. 206,071,012 in meno del

1891 e di L. 137,888,808 meno della media quinquennale.

[DATI SCONSOLANTI]

Più sconsolanti sono i dati per l'industria zolfifera: poichè il prezzo

di quel minerale da L. 112,57 per tonnellata nel 1891 discese a L. 65

nel 1893 e a L. 55 circa nel primo semestre del 1894.

Questi dati vengono illustrati e completati dalla sensibile diminuzione

dei depositi presso i diversi Istituti di credito, cominciata nel 1891 e

non ancora arrestatasi.

La situazione economica si fece tale negli ultimi anni che il visconte

Combes De Lestrade esaminandola dal punto di vista dei proprietarî--ed è

proprietario anche lui in Sicilia, quantunque francese, e vive al di là

delle Alpi--ne argomenta che oggi sia peggio che nel 1860. «In

quell'epoca, egli osserva, le sue rendite e le sue spese, un po' più un

po' meno, si equilibravano. Se la tradizionale parsimonia siciliana

riusciva a mettere da parte qualche cosa, il risparmio non alterava gran

fatto l'equilibrio poc'anzi accennato. Istantaneamente i pesi aumentano

e ognuno sa con quale rapidità. Il confronto tra il bilancio dell'antico

regno delle due Sicilie e quello del regno d'Italia basta per

dimostrarlo. Per converso i prezzi delle cose che egli deve comprare

sono accresciuti e quelli di cui deve farne la vendita sono diminuiti. I

perturbamenti economici che il governo non ha mai saputo evitare

uccidono la coltivazione del cotone e del tabacco; e così i risparmi,

dato che ve ne fossero, spariscono ben presto. Di capitale mobile non è

il caso di parlare, imperciocchè all'epoca in cui furono messi in

vendita i beni del clero tutti si affrettarono di accrescere la

proprietà impiegandovi ciascuno la rispettiva disponibilità. Frattanto

perdura l'aumento delle tasse e il ribasso dei prodotti...»

E qui è bene aggiungere, che nel determinare tale stato di cose la

responsabilità del governo è grande per la politica doganale seguita:

politica tutta a beneficio dell'industrie e degli industriali dell'alta

Italia e a danno dell'agricoltura del mezzogiorno e delle isole. Ciò

dissi rudemente nel 1891 alla Camera dei Deputati e le mie parole furono

accolte da vivi rumori e da proteste dei deputati del settentrione; ma

le mie parole furono poco dopo luminosamente giustificate dalla

confessione onesta e leale dell'on. Ellena fatta prima in un articolo

della _Nuova Antologia_ e dopo nella stessa Camera in occasione della

discussione dei trattati di Commercio coll'Austria-Ungheria e colla

Germania.

[IL DISAGIO E I SALARII]

Il peggioramento nelle condizioni economiche dei proprietarî

naturalmente si ripercosse nei salarî dei lavoratori, ai quali con ogni

studio si cercò di far sentire maggiormente la gravità della crisi;

sicchè tali salarî, anche nominali, sono ritornati quali erano nel 1860,

come osservò il Salvioli.

Il disagio, adunque, fu generale, intenso e rapido. Esso, se nel

paragone con altri tempi può dirsi che non fu assoluto, certamente fu

immenso relativamente ai bisogni cresciuti, alle nuove abitudini

contratte, e agli obblighi imposti dalle leggi dello Stato ai comuni e

agli individui--prescrizioni igieniche, istruzione obbligatoria, ecc.

ecc.

[I CONGEDATI E LO STANDARD OF LIFE]

Su questo riguardo mi pare che non sia stato abbastanza avvertito il

perturbamento apportato nelle abitudini e nelle famiglie dei contadini

dal ritorno dei congedati. Si è detto che la leva è stato un cemento

unificatore quantunque io creda pochissimo alla efficacia di tale mezzo

ed alla utilità del preteso risultato; pur concedendo che quest'ultimo

si sia ottenuto, si è dimenticato che si è fatto sorgere nelle classi

lavoratrici il desiderio ardente di soddisfare certi bisogni per lo

passato sconosciuti e di adottare uno _standard of life_ superiore e

inadeguato allo sviluppo economico ed intellettuale. Ciò ha agito ed

agisce come un vero lievito che fa fermentare delle masse, inerti

precedentemente, che non si scuoterebbero sotto la influenza di altri

moventi e di elevate idealità. Intanto rimane assodato, per chiunque

abbia studiato da vicino i _Fasci_, che i reduci dall'esercito, mentre

in Sicilia hanno scosso la rigida disciplina patriarcale delle famiglie,

hanno portato invece la disciplina in molte delle associazioni dei

lavoratori sorte da recente.

Il risultato, certamente, è inatteso e spiacevole pei sostenitori

dell'esercito permanente. La parte democratica e socialista non può che

rallegrarsene.

NOTE:

[22] Della Basilicata me ne parlò più volte con parole di fuoco e con

intendimenti onestissimi l'amico carissimo Giustino Fortunato. I suoi

giudizi sono insospettabili per la lealtà somma e per la condizione

sociale di chi li ha emessi.

X.

ORGANIZZAZIONE SOCIALE E RAPPORTI TRA LE VARIE CLASSI.

Questo malessere e questo rapido e profondo perturbamento economico--i

quali da soli sarebbero stati capaci di determinare sommosse e rivolte

ancora più gravi di quelle che si ebbero a deplorare in

Sicilia--spiegavano la loro influenza in un ambiente anormale e

anacronistico in cui i conflitti potevano sorgere per altre cause

occasionali.

Sin dal 1885, nella _Delinquenza della Sicilia e le sue cause_,

riassunsi i concordi pareri emessi da pensatori di ogni parte politica

sulla organizzazione sociale di fatto esistente in Sicilia. Il

feudalismo, abolito spontaneamente dai rappresentanti dell'aristocrazia

nel 1812, in realtà rimase in pieno vigore nei rapporti politico-sociali

tra le varie classi. Si può anche, senza temerità, asserire che

quell'abdicazione di diritti, che forse fu il prodotto di un nobile

sentimento, giovò soltanto a coloro che avevano creduto di fare un atto

di abnegazione.

Invero colla organizzazione feudale di diritto, la proprietà

feudale--dice il Baer--aveva tutto il carattere di un ente morale; il

diritto di proprietà era impersonale e il proprietario _pro tempore_ era

un usufruttuario, un amministratore.

[I PROPRIETARII E L'ABOLIZIONE DEL FEUDALESIMO]

Di più: su quella proprietà feudale c'erano degli oneri a benefizio

delle collettività. L'abolizione legale del feudalismo tolse gli oneri e

lasciò ai proprietarî i soli vantaggi: la storia dei varî

proscioglimenti dei diritti promiscui e le liti relative--alcune delle

quali durano ancora--non potrebbero che raffermare tale modo di vedere.

Questo perdurare di un regime feudale, di fatto persistente sino al

1860, si spiegò colla mancanza del soffio della rivoluzione francese,

che non arrivò in Sicilia aggiogata al dominio borbonico dalle armi

inglesi, anche quando le armate della repubblica, dell'impero e di Murat

erano pervenute sino allo stretto di Messina nel continente. Più

esattamente dovrebbe dirsi che a spiegare il fenomeno bisogna rimontare

ancora più in alto: la maggiore durata del dominio feudale nei rapporti

sociali informati alle istituzioni feudali non fu esclusiva della

Sicilia, ma più o meno si constatò anche nel continente meridionale,

dove la reazione contro lo spirito della rivoluzione francese fu cosa

davvero spontanea e popolare. I fasti delle orde del Cardinale Ruffo e

la resistenza vigorosa delle Calabrie sono noti. Il vero è che il soffio

della rivoluzione in Italia fu vivificatore dove il terreno era

preparato; e lo era in tutto il settentrione e nel centro e non nel

mezzogiorno e in Sicilia ch'erano rimasti sotto il giogo monarchico e

feudale, mentre il resto della penisola aveva avuto la splendida

efflorescenza repubblicana del medio-evo.

Dopo il 1860 la situazione non venne mutata gran fatto e se ne hanno

testimonianze numerose di osservatori spassionati e autorevoli, tra le

quali credo bastevole ricordare quella dell'on. Sonnino, e pel merito

intrinseco del libro in cui venne registrata e per l'autorità che viene

allo scrittore dal posto che occupa attualmente.

[I RAPPORTI TRA CONTADINO E PROPRIETARIO]

L'attuale ministro del Tesoro riferendosi ai rapporti tra contadini e

proprietarî (che si possono intendere anche esistenti tra industriali ed

operai, tra coltivatori, _picconieri_ e _carusi_ delle miniere, tra

_galantuomini_--come chiamansi generalmente i membri dell'aristocrazia e

della borghesia--e artigiani e lavoratori di ogni sorta) così scriveva

nel 1876:

«Nelle relazioni tra il contadino e il proprietario molto è rimasto

ancora dei costumi feudali; e non è da sorprendersene ove si pensi che

il feudalismo in Sicilia fioriva ancora in tutta la sua pienezza al

principio di questo secolo, e che la sua abolizione legale nel 1812,

completata colle due leggi del 2 e 3 agosto 1818, non fu nè provocata,

nè accompagnata, nè seguita da alcuna rivoluzione, da alcun movimento

generale che mutasse d'un tratto le condizioni di fatto della società

siciliana. Quella che era stata fino allora potenza legale, rimase come

potenza o prepotenza di fatto, e il contadino, dichiarato cittadino

dalla legge, rimase servo ed oppresso. Il latifondista restò sempre

barone e non soltanto di nome: e nel sentimento generale la posizione

del proprietario di fronte al contadino, restò quella di feudatario di

fronte a vassallo. (_I contadini_ ecc., p. 175).

[LA BORGHESIA TERRIERA]

Dal 1812 in poi, e sopratutto dal 1860, prese maggiore sviluppo la

borghesia, che reclutò i suoi membri più potenti nella classe dei

gabellotti; ma in Sicilia generalmente questa borghesia non rappresentò

un elemento antagonistico dell'aristocrazia, e invece--priva delle alte

idealità e delle benemerenze di quell'altra borghesia che illustrò le

rivoluzioni medioevali nel settentrione e nel centro d'Italia, e la

grande rivoluzione del 1789--essa pose ogni studio nell'imparentarsi

coll'aristocrazia, nel rendersi degna della sua stima e della sua

considerazione: in fondo la borghesia terriera siciliana si rivelò una

specie di sorella minore dell'aristocrazia, e l'una e l'altra

gareggiarono nell'opprimere le classi inferiori.

Quali furono e quali sono intellettualmente e moralmente i

rappresentanti dell'aristocrazia e della borghesia, che costituiscono in

complesso le _classi dirigenti_ della Sicilia? È presto detto e bisogna

dirlo colle parole di chi non può essere sospettato di livore o di odio

partigiano contro di esse: perciò ricorro all'autorità dell'on. Marchese

Di Sangiuliano--che delle _classi dirigenti_ siciliane può dirsi

attualmente uno dei più autorevoli rampolli.--Egli si riferisce a quelle

di oggidì, che sono certamente migliori, sotto l'aspetto intellettuale,

almeno, di quelle di una volta[23].

[LE CLASSI DIRIGENTI]

Secondo l'on. deputato di Catania, adunque, le _classi dirigenti_ «non

si sa se vogliano la guerra risolutiva o la politica di raccoglimento

colle economie e col disarmo, se aspirino ad ordini politici reputati a

torto più liberi, o ad un più vigoroso intervento d'un alto potere, se

invochino una politica doganale più protezionista o più liberista, se

desiderino un'azione più inframmettente ed attiva dello Stato o una

maggiore autonomia locale e scioltezza d'iniziativa individuale; si sa

solo che dello stato odierno delle cose i più non sono contenti, che

molti credono o dicono che i beneficî dell'unità italiana,

dell'indipendenza e della libertà costino troppo gravi ed insopportabili

sagrifizî, che nel cuore di molti il sentimento nazionale, è

sensibilmente raffreddato, che la fiamma della patriottica abnegazione è

affievolita e il culto dei più nobili ideali politici e civili cede il

posto alla cura esclusiva del proprio interesse materiale... E,

sopratutto di fronte all'agitazione dei _Fasci_, privi di fiducia nella

libertà, nella politica conciliativa, nei provvedimenti sociali ed

economici, non veggono altra ancora di salute che nel rigore della

repressione, nel potere arbitrario del governo o de' suoi funzionari,

nella limitazione, non solo temporanea, ma duratura, delle garanzie che

tutelano la libertà personale dei cittadini, e quella non meno preziosa

e benefica, della stampa periodica.... Queste classi infine diconsi

_dirigenti_ sovente come.... _lucus a non lucendo_!»

Queste parole in bocca di un altro potrebbero sembrare calunniose; ma

non in quella di colui, che scriveva le _Condizioni presenti della

Sicilia_. Al qual libro, dopo alcuni mesi della sua pubblicazione, non

si deve fare che una modificazione, poichè dopo la riunione dei _grandi

proprietarî_ nella Sala Ragona di Palermo si sa bene che cosa vogliono

le _classi dirigenti_: la difesa della grande proprietà e la reazione.

[I SIGNORI]

Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause · 第 5 / 35 段