Comunque, mezzadri, piccoli fittajuoli, che prendono a _terratico_ o in

altre forme di fitto un pezzo di terra dai tre ai quindici ettari, e che

sinora vivevano in condizione relativamente buona, si risentono del

contraccolpo della crisi generale e sono i più risoluti a non soccombere

senza fare sentire la loro voce ed all'occorrenza senza ricorrere alla

doppietta o al vecchio fucile della guardia nazionale, che conservano

gelosamente.

Quando visitai l'ameno villaggio di Milocca, rimasi colpito dalla

pulitezza e dall'aspetto lieto delle case a due piani--rarissime tra i

nostri contadini--e dai numerosi muli, che cavalcavano i contadini

venutimi incontro.

Seppi che bestie e case appartenevano a loro: _dunque,_ chiesi, _voi

altri non state tanto male al paragone degli altri lavoratori del resto

della Sicilia!_

[LA MISERIA]

_È vero,_ mi risposero; _ma pur troppo ciò che ora possediamo non è

nostro che in apparenza. La casa è gravata d'ipoteca e i debitucci

diversi non possono essere soddisfatti neppure colla vendita del mulo!_

M'informai ed ebbi a constatare che quei gagliardi lavoratori non

mentivano.

[IL RICORDO DEL TEMPO FELICE]

Essi al ricordo del benessere antico non si sapevano acconciare alla

miseria presente e invocavano provvedimenti e modificazioni dei vigenti

contratti agrari. Questa circostanza mi confermò sempre più in una idea,

che ho sostenuto altrove e cioè: che la miseria vera prostra e non

prepara le necessarie reazioni, mentre il passaggio rapido dal benessere

alla miseria è il più efficace elemento in prò delle insurrezioni.

Questa osservazione si può applicare ai casi di Partinico, di Monreale e

di altri paesi della provincia di Trapani.

NOTE:

[16] Il Sonnino dice che in diversi luoghi, e specialmente nel

Siracusano, i gabellotti e i proprietari mettono spesso come condizione

espressa nei patti di metateria e di terratico che il contadino non

debba rivolgersi ad altri che a loro per ottenere soccorsi (_I contadini

in Sicilia_, p. 179). Ad onore del vero si deve dire che questa

preveggenza usuraia è quasi scomparsa. L'angheria dei prelevamenti viene

constatata con singolare unanimità da tutti gli scrittori dell'isola e

del continente ed anche da stranieri; dal Sonnino al Baer, al Cavalieri,

al Caruso, al Basile, al Combes de Lestrade, ecc. ecc.

[17] La _salma_ di frumento nella provincia di Caltanissetta corrisponde

in peso da 260 sino a 270 chilogrammi, secondo la qualità.

VII.

I PARIA DELLA TERRA.

Quando dalla classe dei mezzadri e dei contadini-proprietarî--rarissimi

in Sicilia--si passa all'esame delle condizioni degli altri lavoratori,

in questa terra tanto decantata per la sua fertilità e per ogni sorta di

ricchezze, si riscontrano i veri paria.

I proletarî dediti ai lavori agricoli ed alla pastorizia non sono

dappertutto ugualmente infelici, e si suddividono ancora. Ci sono quelli

che lavorano ad anno o a mese; e ci sono quelli che vengono adibiti alla

giornata.

[I PASTORI]

Tra i primi è veramente dura la sorte di coloro che custodiscono gli

armenti e le greggi. I _bovari_, come si chiamano quelli addetti alla

custodia dei bovi, raramente dormono al coperto. D'inverno, ricoperti da

pelli di montone che danno loro sembianze di uomini primitivi, stanno

esposti alle pioggie e alle tempeste; d'estate, durante le lunghe ed

afose giornate, sono fortunati quando trovano un albero, od una

disuguaglianza di terreno, che procuri loro un poco di ombra per

sonnecchiare o per mangiare un tozzo di pane asciutto ed un poco di

ricotta. Fanno uso più di frequente di latte e qualche volta, se muore

un animale, si cibano di carne.

Si può dire che non conoscono la pasta, mentre spessissimo mangiano erbe

cotte e senza condimento di olio.

Uomini di ogni età fanno da _bovari_ e se l'armento è poco numeroso più

spesso sono sotto i venti anni.

I _pecorari_, coloro che custodiscono le pecore, su per giù si trovano

nelle identiche condizioni dei primi; hanno il vantaggio di dormire al

coperto; quasi sempre alla sera mangiano le lasagne e la ricotta e

bevono latte; ma ricevono un minore salario.

Il pane che mangiano _bovari_ e _pecorari_ è il più nero, il meno cotto

e il più cattivo, che si mangi in Sicilia; è sempre fatto, però, con

farina di frumento.

Tutti questi uomini addetti alla pastorizia vanno alle rispettive case

una volta il mese ed anche ogni tre mesi, certamente con grave

detrimento dei rapporti di famiglia e della morale.

Gli stipendî, oltre l'alimentazione nella misura suaccennata, variano da

lire 75 a lire 200 all'anno. _Pecorari_ e _bovari_, però, in mezzo agli

animali del padrone hanno diritto di mantenerne gratuitamente qualcuno

per loro conto. Ciò che aumenta il salario annuo in media di una

trentina di lire.

Si comprende che con questi salarî irrisorî una famiglia nè onestamente,

nè tollerabilmente può andare innanzi; ma di sovente gl'_incerti_

vengono in aiuto. E pur troppo gl'_incerti_ lucri vengono guadagnati

dalle mogli e dalle figlie e dagli uomini sopratutto coll'_abigeato_ e

col manutengolismo.

I pastori sono quasi sempre amici o complici dei ladri di animali e dei

briganti. C'è da sorprendersene?

[I GIORNALIERI]

Oltre i pastori lavorano ad anno o a mese i cosidetti _garzoni_ e dietro

a questi ultimi viene la grande massa dei giornalieri, la cui esistenza

è assai più precaria e che sono degni di commiserazione profonda.

Secondo le colture e le stagioni essi guadagnano da centesimi quaranta a

una lira al giorno; e i contadini che ricevono una lira sono i

fortunati, e per qualche mese soltanto: durante la semina e durante il

raccolto. In generale sono più elevati di questi i salarî indicati da

Enrico La Loggia nel suo diligente studio sui _Moti di Sicilia_

(_Giornale degli Economisti_, marzo 1894) e dal Prof. Salvioli; ma la

differenza deriva dall'avere essi calcolato in denaro la parte che

ricevono in generi. Comunque, entrambi convengono che fatto il bilancio

della entrata di un contadino se ne deduce che il suo tenore di vita

(_standard of life_) non può essere che bassissimo e che alla miseria

più squallida è condannata la sua famiglia se sopraggiunge qualche caso

di malattia o uno sciopero forzato per piogge continuate o per altre

ragioni, poichè il risparmio di qualsiasi somma è impossibile durante

l'anno.

In generale i salarî sono più elevati dove la coltura è intensiva. Per

la mietitura i salarî si elevavano pel passato a L. 2,50 oltre una buona

e copiosa alimentazione ed un litro e mezzo di vino al giorno. Ma da

due anni in qua i salarî ribassano terribilmente e c'è una triste

concorrenza nel lavoro che i mietitori di una contrada vanno a fare a

quelli di un'altra; concorrenza, che ha determinato non poche sanguinose

risse e delle _caccie_, che nulla hanno da invidiare alla _caccia_ che

si fa all'italiano in Francia, in America, in Australia e dovunque esso

va a fare concorrenza al lavoratore indigeno.

[I SALARII]

La concorrenza, il ribasso nei prezzi dei cereali, la elevatezza dei

fitti delle terre hanno ridotto al _minimum_ il salario anche dei

mietitori, che in altri tempi si poteva considerare come abbastanza

alto.

Essi oramai lavorano per lunghe sedici ore, sotto la sferza cocente del

sole, quasi africano, della Sicilia per un franco ed anche per 75

centesimi al giorno! Quando ritornano alle lontane loro case, dopo venti

o trenta giorni di assenza, si reputano fortunati se portano un gruzzolo

di lire 20!

Il salario è insufficiente, è un vero salario della fame come lo

chiamerebbero in Inghilterra; ma il guaio maggiore è questo: il

contadino non è sicuro di averlo per tutto l'anno. È fortuna, se in

media esso lavora per 200 giorni all'anno; la lira, quindi, o i sessanta

centesimi al giorno devono essere ridotti alla metà circa, considerati

come mezzi di sostentamento della disgraziata famiglia del contadino

giornaliero, le cui donne guadagnano pochi altri centesimi al giorno,

filando, cucendo, lavando, vendendo le uova che fa la loro gallina, la

quale ha tutte le loro cure.

[LA RISORSA DI FAMIGLIA]

Per talune di queste donne è una grande risorsa l'allevamento di un

porchetto, che viene alimentato coi brodetti, colle buccie, e colle

frutta guaste ricevute in elemosina dai vicini agiati. E bisogna vedere

con quale tenerezza--che suscita l'indegnazione e lo scherno di chi non

sa valutare la ragione del fatto--la buona moglie del contadino guarda a

quell'animale immondo, che dorme sotto il suo misero lettuccio, e che

sinanco gratta colle proprie mani e quasi accarezza a preferenza dei

figli!

Egli è che il giorno in cui quel fido compagno della contadina viene

ammazzato, nella sua casa c'è gran festa: se ne mangia la testa, se ne

mangia il fegato, se ne mangiano i piedi bolliti e il sangue coagulato e

se ne regala anche ai vicini; e ciò non capita che una volta all'anno.

Di più colla vendita del resto la buona donna vede ricompensate le cure

e le fatiche sue di un anno ricevendo dal macellaio, le trenta, le

quaranta lire, che costituiscono la grande risorsa della famiglia, e

colle quali provvede quasi sempre ai vestiti.

Ma la scienza, la civiltà, l'igiene cominciano già a privare molte di

queste povere famiglie di contadini della risorsa, per loro grande,

dello allevamento del maiale! Gli agenti del municipio danno la caccia a

questi compagni di Sant'Antonio, che altra volta passeggiavano

liberamente per tanti paeselli della Sicilia. L'igiene e la decenza vi

guadagnano di sicuro; ma nel bilancio del disgraziato contadino spunta

il _deficit_. Così la civiltà gli si affaccia come una sventura e le

guardie municipali, che adempiono al proprio dovere, gli divengono

invise e gli riescono addirittura odiose se sono costrette a

multarlo.[18]

Nelle zone zolfifere, il proletariato agricolo aveva una grande risorsa

nei figli: un paio, gli procuravano circa due lire al giorno lavorando

da _carusi_ nella miniera, oltre lo anticipo da 50 a 150 lire, che

ricevevano per una volta sola come si sa. Ora questa risorsa viene meno

per la depressione dell'industria zolfifera.

[SEMPRE LA MISERIA]

La misera condizione dei lavoratori della terra non è una constatazione

da sentimentalisti; ma venne riconosciuta da persone insospettabili di

esagerazione pel partito in cui militano, per le cariche che occupano,

per la loro condizione sociale e per l'antagonismo in cui taluni si

trovano coi capi del movimento socialista. Tale misera condizione non

venne attenuata in alcun modo al Rossi della _Tribuna_ dal Cav. Masi,

consigliere provinciale di Piana dei Greci, dal Baronello Bartoccelli e

dal Cav. V. Falcone, sindaco di Canicattì--entrambi ricchissimi

proprietarî--e da altri ricchi proprietarî a Casteltermini e altrove. È

importante il giudizio del Masi e del Falcone perchè entrambi sono al

potere e non sono mossi da una qualsiasi ambizione da soddisfare. La

condizione dei lavoratori della terra venne riconosciuta tristissima,

qual'è, da quanti visitarono la Sicilia negli ultimi tempi e fu

efficacemente descritta dagli onorevoli Comandini, Farina, Plebano e dal

Borelli del _Popolo Romano_, che pur militano in partiti politici

diversi e non sono mossi nè da passioni, nè da interessi locali. L'on.

Plebano, in ispecie, rimase impressionatissimo dalla miseria di Piana di

Greci e per miracolo non incoraggiò i fieri contadini alla rivolta. Non

pochi ufficiali dell'esercito al Rossi, della _Tribuna_, a me stesso e

ad altri dichiararono, che si sentivano assai a disagio trovandosi

distaccati in certi paesi per prestare manoforte ai prepotenti iniqui

contro i poveri oppressi! Tanta ineffabile miseria dei lavoratori della

terra, infine, in occasione degli ultimi moti, oltre che dai cennati

uomini politici e pubblicisti, che poi, per qualche ragione potrebbero

anche essere giudicati sospetti, venne riconfermata da scrittori, che

vivono al di fuori della politica e dalle tendenze diverse; tra i quali

mi piace ricordare il più volte citato Cavalieri e Monsignor Isidoro

Carini, l'illustre Bibliotecario del Vaticano che tanto ama la sua isola

natìa e ch'è legato da particolare amicizia coll'on. Crispi. E adesso

qualche parola sulle abitudini e sul carattere morale dei contadini.

[I CONTADINI DI SICILIA]

Ai contadini della Sicilia si può applicare benissimo ciò che scienziati

e romanzieri hanno scritto di quelli degli altri paesi. L'abate Roux

dice: «il campagnuolo è troppo fanciullo per non essere mentitore; vive

ancora sotto la legge del timore e la legge di amore è per lui lettera

morta; non ama le cose e le persone che per l'uso, che può farne.»

(_Pensèes._ Parigi 1885). Il Prof. Lacassagne paragonando la criminalità

delle città e delle campagne aggiunge: «il contadino è egoista,

diffidente, vendicativo, perchè egli ha poche relazioni sociali; le sue

occupazioni monotone e ripetute gli creano un certo stato di

automatismo; d'onde il suo spirito lento e stretto.» E le passioni, i

difetti, i pregi del contadino descritto da Zola nella _Terre_ si

potrebbero attribuire a quello di Sicilia.

[LA MAFIA]

[I BRAVI]

Ciò che caratterizza maggiormente il lavoratore della terra nell'isola è

la sobrietà. «Il Siciliano--dice il generale Corsi--è molto sobrio nel

mangiare e nel bere; lo sono allo estremo i contadini che si nutrono di

vegetali e bevono acqua» (_Sicilia_, pag. 266). Infatti, di raro assai

mangiano carne; il pane e le verdure cotte sono i loro cibi ordinarî,

non frequentano caffè o bettole, non bevono vino se non quando lo

ricevono lavorando come parte del salario (almeno dove prevale il

latifondo); vestono dimessi e con abiti dal taglio speciale, molto vario

da contrada a contrada, caratteristico; amano moltissimo le feste

religiose, nelle quali le scene di superstizione e di fanatismo dipinte

nel _Voto_ del Michetti si alternano con veri baccanali. Il contadino,

casalingo, ospitale, geloso della sua donna, che spesso gli prepara i

tessuti, che servono per i suoi vestiti (specialmente la tela di lino o

di cotone e il tessuto di lana nera, chiamato _abbracia_--albagio--un

poco più grossolano di quello che si fabbrica in Sardegna) si rassegna

facilmente alle sofferenze materiali e la miseria sola, come bene

osserva il La Loggia, non avrebbe potuto farlo muovere! L'analfabetismo

domina nelle campagne della Sicilia, i cui abitatori--meno quelli della

Conca d'oro--non commettono in generale frequenti reati di sangue e sono

dediti invece ai furti campestri ed all'_abigeato_. La _mafia_ trova

numerosi e pericolosi affiliati nelle campagne dei dintorni di Palermo;

ben rari altrove. Quelli, però, tra i contadini, che si elevano al

grado di _campiere_ o di _soprastante_ e che hanno l'ufficio di

garantire gl'interessi del grande proprietario nel latifondo divengono

di ordinario la quintessenza dei _mafiosi_ pel loro coraggio, per la

rigorosa osservanza del codice dell'_omertà_, per l'assenza completa di

scrupoli nel prestar mano a briganti e malandrini, nel farla da

manutengoli, nel tirare una schiopettata ad un nemico, ad un

disgraziato, che ne ha offesa la suscettibilità morbosa. Insomma

_campieri_ e _soprastanti_ spesso sono una edizione riveduta e

peggiorata degli antichi _bravi_. Non fecero mai parte dei _Fasci_ anzi

rimasero sempre ai servizî dei loro più accaniti nemici, i quali

scandalizzati, denunziavano i _Fasci_, come covi di malfattori perchè

avevano accettato come socio qualche ammonito, più vittima dell'ambiente

sociale, che vero delinquente come la massima parte dei più pregiati tra

i loro fidi![19].

NOTE:

[18] La importanza dello allevamento del majale nelle misere famiglie

dei contadini non isfugge al Sonnino. (_I contadini in Sicilia_, p.

187).

[19] «Il Signore ha i suoi _campieri_, ma non può tenerne una grossa

squadra, e molte volte, perchè siano uomini di stocco, da servirlo come

vuol lui, è costretto a chiudere un occhio, e magari anche tutti e due

nello sceglierli, e prenderli della stessa pasta di cui si fanno i

briganti». Così scrive il generale Corsi. (_Sicilia_ p. 303).

Mi piace qui rilevare che il Generale Corsi ha segnalato come

meritevolissime di attenzione tre opere recenti sulla Sicilia: quelle di

Schneegans, di Bazine e di Gustavo Chiesi riconoscendo che la migliore è

_La Sicilia Illustrata_ dell'ultimo. Godo moltissimo di questo giudizio

perchè mi conferma in quello dato da me due anni or sono nell'Isola e

che temevo fosse troppo benevolo per la grande amicizia, che mi lega

allo scrittore milanese. Nel Chiesi lo stato morale, intellettuale e

sociale dei Siciliani è meglio descritto che in qualunque altro autore.

Lo Schneegans ci dà la Sicilia di 50 anni fa.

VIII.

IL LATIFONDO

La condizione economica dei lavoratori della terra in Sicilia, come

dappertutto, è intimamente connessa colla divisione della proprietà

rurale e col genere di coltura. Nota la prima, s'intuisce--e del resto

vi si accennò--che debba prevalere la grande proprietà e la coltura

estensiva; e questa coltura persistente è, poi, la conseguenza della

grande proprietà, del latifondo, esistente un po' per ogni dove in

Italia, assolutamente prevalente e caratteristico nell'isola. Merita

menzione speciale, ma breve perchè l'argomento è già stato trattato da

tutti gli scrittori, che si sono occupati delle cose siciliane dal punto

di vista economico e sociale.

[LA PROPRIETÀ POCO DIVISA]

L'on. Sonnino sulle orme di altri osservatori locali e sulla base di

dati statistici--incompleti ed inesatti--sin dal 1876 riconobbe che la

proprietà è pochissimo divisa, specialmente nella parte interna e

meridionale dell'Isola dove «manca una vera classe di proprietarî

piccoli o medi e si salta invece d'un tratto, dal grande proprietario

che possiede migliaia di ettari, al piccolo censuario di poche are di

terra. La censuazione dell'asse ecclesiastico ha modificato pochissimo

queste condizioni della proprietà giacchè la immensa maggioranza di

quelle terre è passata tale e quale nelle mani dei grossi proprietari.»

(_I contadini ecc._, pagine 174 e 175).

Il Prof. Basile molti anni or sono constatò che dal 1852 al 1871 il

numero dei proprietarî era disceso da 608,601 a 549,957; c'era dunque

diminuzione, nonostante il censimento dei beni dell'asse ecclesiastico,

da cui si sperava un aumento notevole; e lo stesso Basile riconfermò il

fatto doloroso nel 1894.

Il sacerdote Genovese la osservazione generica volle dettagliare per un

sito da lui esattamente conosciuto. Egli scrive: «Il comune di Contessa

Entellina, in provincia di Palermo, ha un agro di circa 9000 salme di

terra (la salma di Contessa corrisponde ad ettari 2,67). Ebbene, quante

ne possiede la generalità dei suoi _tremila_ abitanti? Appena 300 salme:

precisamente il 3 % di tutto il vasto territorio! E le altre 8700 salme?

Non è d'uopo dirlo: eccetto una minimissima porzione spettante a pochi

altri piccoli proprietarî, sono tutte possedute da non più che _venti_

benestanti, tra principi, conti, baroni e cavalieri!» (_La quistione

agraria in Sicilia_, Milano 1894).

Il caso di Entella è quello di cento altri comuni; e in qualcuno--ad

esempio Terranova, Siculiana, ecc., ecc.--la concentrazione della

proprietà in poche mani è maggiore.

Si avverta altresì che la qualifica di _proprietario_ in Sicilia come

in Sardegna spesse volte non è che una ironia. Si tratta di proprietà

polverizzate o si limita alla proprietà di un lurido tugurio, che serve

di abitazione e che non ajuta a vivere. I più di questi proprietarii,

osservò l'on. Damiani nel volume dell'_Inchiesta agraria_ dedicato alla

Sicilia, sono da considerarsi piuttosto come proletarî.

[LE CONSEGUENZE DEL LATIFONDO]

Sono invero una realtà indiscutibile tutte le tristi conseguenze della

esistenza della grande proprietà, del latifondo; conseguenze varie e

complesse politiche, economiche, morali, e intellettuali.

«Il latifondo, osserva il Baer, mantiene e conserva una deplorabile

dissonanza fra le istituzioni politiche ed amministrative e fra la

legislazione civile, che la Sicilia ha comuni al resto d'Italia e le

condizioni reali di quella società e della proprietà territoriale. Ed è

risaputo che quando siavi tale dissonanza gli effetti delle istituzioni

e delle leggi sono alcuna volta nulli, il più soventi perniciosi.» (_Il

latifondo in Sicilia_ nella _Nuova Antologia_, 15 aprile 1883). E la

dissonanza nasce dalla mancanza di un numero sufficiente di piccoli e

medii proprietarî.

La esistenza della grande proprietà presuppone la correlativa

preponderanza numerica di proletariato agricolo: il quale è più infelice

dove l'ex feudo, il latifondo è coltivato dal fittabile; peggio ancora

se quest'ultimo lo suddivide ad altri gabellotti minori. Allora il

salariato è in condizioni peggiori dello schiavo: ed esso mangia quel

pane, di cui dalla provincia di Palermo mi si mandarono due campioni,

che suscitarono la indignazione di quanti lo videro nella Camera dei

deputati e fuori. La sua non è più vita, che oggi possa considerarsi

come umana. Non deve sorprendere se insorge e cerca ripetere le

_Jacqueries_; ma deve soltanto far meraviglia che tanto tempo abbia

aspettato per ribellarsi!

[IL FITTO]

Il latifondo favorisce il sistema del fitto e genera il _gabellotto_ la

cui funzione è tanto esiziale quanto lo è in Irlanda il _middleman_, che

sta tra il _landlord_ e il contadino coltivatore. Intanto dalla

scomparsa del gabelloto, acutamente osserva il Salvioli, se il grande

proprietario dovesse dare direttamente le terre in fitto ai contadini

poco giovamento questi ne trarrebbero per l'aspra concorrenza, che tra

loro si farebbero per ottenere gli spezzoni di migliore qualità e più

vicini all'abitato.

Se il sistema del fitto riesce di grave nocumento ai lavoratori e

produsse pel passato l'agiatezza ed anche la ricchezza dei _gabellotti_,

che finirono col costituire la parte più forte della borghesia isolana,

adesso rovina questa classe di sfruttatori.

Checchè ne dicano e ne pensino alcuni, nella divisione dei prodotti oggi

non sono più i fittabili coloro che se la passano più allegramente,

poichè in generale il fitto delle terre in Sicilia dal 1860 aumentò del

40 % mentre diminuì sensibilmente il prezzo del frumento, ch'è il

prodotto principale. I fittabili, dunque, stanno male.[20]

Non possono che stare peggio i sub-fittabili, ma coloro che conducono

vita veramente inumana sono i contadini o mezzadri, che ricevono la

terra di terza mano.

[LA COLTURA]

Il _gabellotto_ alla sua volta suddivide il latifondo, ch'è spesso un ex

feudo, ad altri; e i sub-gabellotti finalmente danno la terra a

mezzadria o la fanno coltivare in economia dai cosidetti

_jurnatara_,--lavoratori alla giornata. Ora la terra, generalmente, non

può produrre tanto da mantenere, oltre il fisco che attualmente la fa da

leone, il proprietario, il gabellotto, il sub-gabellotto e il contadino;

produce ancora meno in Sicilia dove nel latifondo vige la coltura

primitiva, estensiva: dove l'aratura è superficiale e la concimazione o

manca o è deficientissima per la qualità e per la quantità: dove

d'irrigazione non è a discorrere e gli avvicendamenti vi sono

irrazionali e il suolo viene sfruttato colla vera agricoltura ladra,

come la chiamò il Liebig: dove mancano stalle, case coloniche e financo

l'acqua potabile. Molti dunque si devono risentire della deficienza

della produzione, rilevata testè dal Combes de Lestrade nel _Journal des

Economistes_, che deve essere ripartita tra tanti consumatori--taluni

dei quali prendono più di quanto dovrebbero nello stesso presente regime

economico; e più di tutti se ne risentono i contadini ai quali non

rimangono, che le briciole.

Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause · 第 4 / 35 段