altre forme di fitto un pezzo di terra dai tre ai quindici ettari, e che
sinora vivevano in condizione relativamente buona, si risentono del
contraccolpo della crisi generale e sono i più risoluti a non soccombere
senza fare sentire la loro voce ed all'occorrenza senza ricorrere alla
doppietta o al vecchio fucile della guardia nazionale, che conservano
gelosamente.
Quando visitai l'ameno villaggio di Milocca, rimasi colpito dalla
pulitezza e dall'aspetto lieto delle case a due piani--rarissime tra i
nostri contadini--e dai numerosi muli, che cavalcavano i contadini
venutimi incontro.
Seppi che bestie e case appartenevano a loro: _dunque,_ chiesi, _voi
altri non state tanto male al paragone degli altri lavoratori del resto
della Sicilia!_
[LA MISERIA]
_È vero,_ mi risposero; _ma pur troppo ciò che ora possediamo non è
nostro che in apparenza. La casa è gravata d'ipoteca e i debitucci
diversi non possono essere soddisfatti neppure colla vendita del mulo!_
M'informai ed ebbi a constatare che quei gagliardi lavoratori non
mentivano.
[IL RICORDO DEL TEMPO FELICE]
Essi al ricordo del benessere antico non si sapevano acconciare alla
miseria presente e invocavano provvedimenti e modificazioni dei vigenti
contratti agrari. Questa circostanza mi confermò sempre più in una idea,
che ho sostenuto altrove e cioè: che la miseria vera prostra e non
prepara le necessarie reazioni, mentre il passaggio rapido dal benessere
alla miseria è il più efficace elemento in prò delle insurrezioni.
Questa osservazione si può applicare ai casi di Partinico, di Monreale e
di altri paesi della provincia di Trapani.
NOTE:
[16] Il Sonnino dice che in diversi luoghi, e specialmente nel
Siracusano, i gabellotti e i proprietari mettono spesso come condizione
espressa nei patti di metateria e di terratico che il contadino non
debba rivolgersi ad altri che a loro per ottenere soccorsi (_I contadini
in Sicilia_, p. 179). Ad onore del vero si deve dire che questa
preveggenza usuraia è quasi scomparsa. L'angheria dei prelevamenti viene
constatata con singolare unanimità da tutti gli scrittori dell'isola e
del continente ed anche da stranieri; dal Sonnino al Baer, al Cavalieri,
al Caruso, al Basile, al Combes de Lestrade, ecc. ecc.
[17] La _salma_ di frumento nella provincia di Caltanissetta corrisponde
in peso da 260 sino a 270 chilogrammi, secondo la qualità.
VII.
I PARIA DELLA TERRA.
Quando dalla classe dei mezzadri e dei contadini-proprietarî--rarissimi
in Sicilia--si passa all'esame delle condizioni degli altri lavoratori,
in questa terra tanto decantata per la sua fertilità e per ogni sorta di
ricchezze, si riscontrano i veri paria.
I proletarî dediti ai lavori agricoli ed alla pastorizia non sono
dappertutto ugualmente infelici, e si suddividono ancora. Ci sono quelli
che lavorano ad anno o a mese; e ci sono quelli che vengono adibiti alla
giornata.
[I PASTORI]
Tra i primi è veramente dura la sorte di coloro che custodiscono gli
armenti e le greggi. I _bovari_, come si chiamano quelli addetti alla
custodia dei bovi, raramente dormono al coperto. D'inverno, ricoperti da
pelli di montone che danno loro sembianze di uomini primitivi, stanno
esposti alle pioggie e alle tempeste; d'estate, durante le lunghe ed
afose giornate, sono fortunati quando trovano un albero, od una
disuguaglianza di terreno, che procuri loro un poco di ombra per
sonnecchiare o per mangiare un tozzo di pane asciutto ed un poco di
ricotta. Fanno uso più di frequente di latte e qualche volta, se muore
un animale, si cibano di carne.
Si può dire che non conoscono la pasta, mentre spessissimo mangiano erbe
cotte e senza condimento di olio.
Uomini di ogni età fanno da _bovari_ e se l'armento è poco numeroso più
spesso sono sotto i venti anni.
I _pecorari_, coloro che custodiscono le pecore, su per giù si trovano
nelle identiche condizioni dei primi; hanno il vantaggio di dormire al
coperto; quasi sempre alla sera mangiano le lasagne e la ricotta e
bevono latte; ma ricevono un minore salario.
Il pane che mangiano _bovari_ e _pecorari_ è il più nero, il meno cotto
e il più cattivo, che si mangi in Sicilia; è sempre fatto, però, con
farina di frumento.
Tutti questi uomini addetti alla pastorizia vanno alle rispettive case
una volta il mese ed anche ogni tre mesi, certamente con grave
detrimento dei rapporti di famiglia e della morale.
Gli stipendî, oltre l'alimentazione nella misura suaccennata, variano da
lire 75 a lire 200 all'anno. _Pecorari_ e _bovari_, però, in mezzo agli
animali del padrone hanno diritto di mantenerne gratuitamente qualcuno
per loro conto. Ciò che aumenta il salario annuo in media di una
trentina di lire.
Si comprende che con questi salarî irrisorî una famiglia nè onestamente,
nè tollerabilmente può andare innanzi; ma di sovente gl'_incerti_
vengono in aiuto. E pur troppo gl'_incerti_ lucri vengono guadagnati
dalle mogli e dalle figlie e dagli uomini sopratutto coll'_abigeato_ e
col manutengolismo.
I pastori sono quasi sempre amici o complici dei ladri di animali e dei
briganti. C'è da sorprendersene?
[I GIORNALIERI]
Oltre i pastori lavorano ad anno o a mese i cosidetti _garzoni_ e dietro
a questi ultimi viene la grande massa dei giornalieri, la cui esistenza
è assai più precaria e che sono degni di commiserazione profonda.
Secondo le colture e le stagioni essi guadagnano da centesimi quaranta a
una lira al giorno; e i contadini che ricevono una lira sono i
fortunati, e per qualche mese soltanto: durante la semina e durante il
raccolto. In generale sono più elevati di questi i salarî indicati da
Enrico La Loggia nel suo diligente studio sui _Moti di Sicilia_
(_Giornale degli Economisti_, marzo 1894) e dal Prof. Salvioli; ma la
differenza deriva dall'avere essi calcolato in denaro la parte che
ricevono in generi. Comunque, entrambi convengono che fatto il bilancio
della entrata di un contadino se ne deduce che il suo tenore di vita
(_standard of life_) non può essere che bassissimo e che alla miseria
più squallida è condannata la sua famiglia se sopraggiunge qualche caso
di malattia o uno sciopero forzato per piogge continuate o per altre
ragioni, poichè il risparmio di qualsiasi somma è impossibile durante
l'anno.
In generale i salarî sono più elevati dove la coltura è intensiva. Per
la mietitura i salarî si elevavano pel passato a L. 2,50 oltre una buona
e copiosa alimentazione ed un litro e mezzo di vino al giorno. Ma da
due anni in qua i salarî ribassano terribilmente e c'è una triste
concorrenza nel lavoro che i mietitori di una contrada vanno a fare a
quelli di un'altra; concorrenza, che ha determinato non poche sanguinose
risse e delle _caccie_, che nulla hanno da invidiare alla _caccia_ che
si fa all'italiano in Francia, in America, in Australia e dovunque esso
va a fare concorrenza al lavoratore indigeno.
[I SALARII]
La concorrenza, il ribasso nei prezzi dei cereali, la elevatezza dei
fitti delle terre hanno ridotto al _minimum_ il salario anche dei
mietitori, che in altri tempi si poteva considerare come abbastanza
alto.
Essi oramai lavorano per lunghe sedici ore, sotto la sferza cocente del
sole, quasi africano, della Sicilia per un franco ed anche per 75
centesimi al giorno! Quando ritornano alle lontane loro case, dopo venti
o trenta giorni di assenza, si reputano fortunati se portano un gruzzolo
di lire 20!
Il salario è insufficiente, è un vero salario della fame come lo
chiamerebbero in Inghilterra; ma il guaio maggiore è questo: il
contadino non è sicuro di averlo per tutto l'anno. È fortuna, se in
media esso lavora per 200 giorni all'anno; la lira, quindi, o i sessanta
centesimi al giorno devono essere ridotti alla metà circa, considerati
come mezzi di sostentamento della disgraziata famiglia del contadino
giornaliero, le cui donne guadagnano pochi altri centesimi al giorno,
filando, cucendo, lavando, vendendo le uova che fa la loro gallina, la
quale ha tutte le loro cure.
[LA RISORSA DI FAMIGLIA]
Per talune di queste donne è una grande risorsa l'allevamento di un
porchetto, che viene alimentato coi brodetti, colle buccie, e colle
frutta guaste ricevute in elemosina dai vicini agiati. E bisogna vedere
con quale tenerezza--che suscita l'indegnazione e lo scherno di chi non
sa valutare la ragione del fatto--la buona moglie del contadino guarda a
quell'animale immondo, che dorme sotto il suo misero lettuccio, e che
sinanco gratta colle proprie mani e quasi accarezza a preferenza dei
figli!
Egli è che il giorno in cui quel fido compagno della contadina viene
ammazzato, nella sua casa c'è gran festa: se ne mangia la testa, se ne
mangia il fegato, se ne mangiano i piedi bolliti e il sangue coagulato e
se ne regala anche ai vicini; e ciò non capita che una volta all'anno.
Di più colla vendita del resto la buona donna vede ricompensate le cure
e le fatiche sue di un anno ricevendo dal macellaio, le trenta, le
quaranta lire, che costituiscono la grande risorsa della famiglia, e
colle quali provvede quasi sempre ai vestiti.
Ma la scienza, la civiltà, l'igiene cominciano già a privare molte di
queste povere famiglie di contadini della risorsa, per loro grande,
dello allevamento del maiale! Gli agenti del municipio danno la caccia a
questi compagni di Sant'Antonio, che altra volta passeggiavano
liberamente per tanti paeselli della Sicilia. L'igiene e la decenza vi
guadagnano di sicuro; ma nel bilancio del disgraziato contadino spunta
il _deficit_. Così la civiltà gli si affaccia come una sventura e le
guardie municipali, che adempiono al proprio dovere, gli divengono
invise e gli riescono addirittura odiose se sono costrette a
multarlo.[18]
Nelle zone zolfifere, il proletariato agricolo aveva una grande risorsa
nei figli: un paio, gli procuravano circa due lire al giorno lavorando
da _carusi_ nella miniera, oltre lo anticipo da 50 a 150 lire, che
ricevevano per una volta sola come si sa. Ora questa risorsa viene meno
per la depressione dell'industria zolfifera.
[SEMPRE LA MISERIA]
La misera condizione dei lavoratori della terra non è una constatazione
da sentimentalisti; ma venne riconosciuta da persone insospettabili di
esagerazione pel partito in cui militano, per le cariche che occupano,
per la loro condizione sociale e per l'antagonismo in cui taluni si
trovano coi capi del movimento socialista. Tale misera condizione non
venne attenuata in alcun modo al Rossi della _Tribuna_ dal Cav. Masi,
consigliere provinciale di Piana dei Greci, dal Baronello Bartoccelli e
dal Cav. V. Falcone, sindaco di Canicattì--entrambi ricchissimi
proprietarî--e da altri ricchi proprietarî a Casteltermini e altrove. È
importante il giudizio del Masi e del Falcone perchè entrambi sono al
potere e non sono mossi da una qualsiasi ambizione da soddisfare. La
condizione dei lavoratori della terra venne riconosciuta tristissima,
qual'è, da quanti visitarono la Sicilia negli ultimi tempi e fu
efficacemente descritta dagli onorevoli Comandini, Farina, Plebano e dal
Borelli del _Popolo Romano_, che pur militano in partiti politici
diversi e non sono mossi nè da passioni, nè da interessi locali. L'on.
Plebano, in ispecie, rimase impressionatissimo dalla miseria di Piana di
Greci e per miracolo non incoraggiò i fieri contadini alla rivolta. Non
pochi ufficiali dell'esercito al Rossi, della _Tribuna_, a me stesso e
ad altri dichiararono, che si sentivano assai a disagio trovandosi
distaccati in certi paesi per prestare manoforte ai prepotenti iniqui
contro i poveri oppressi! Tanta ineffabile miseria dei lavoratori della
terra, infine, in occasione degli ultimi moti, oltre che dai cennati
uomini politici e pubblicisti, che poi, per qualche ragione potrebbero
anche essere giudicati sospetti, venne riconfermata da scrittori, che
vivono al di fuori della politica e dalle tendenze diverse; tra i quali
mi piace ricordare il più volte citato Cavalieri e Monsignor Isidoro
Carini, l'illustre Bibliotecario del Vaticano che tanto ama la sua isola
natìa e ch'è legato da particolare amicizia coll'on. Crispi. E adesso
qualche parola sulle abitudini e sul carattere morale dei contadini.
[I CONTADINI DI SICILIA]
Ai contadini della Sicilia si può applicare benissimo ciò che scienziati
e romanzieri hanno scritto di quelli degli altri paesi. L'abate Roux
dice: «il campagnuolo è troppo fanciullo per non essere mentitore; vive
ancora sotto la legge del timore e la legge di amore è per lui lettera
morta; non ama le cose e le persone che per l'uso, che può farne.»
(_Pensèes._ Parigi 1885). Il Prof. Lacassagne paragonando la criminalità
delle città e delle campagne aggiunge: «il contadino è egoista,
diffidente, vendicativo, perchè egli ha poche relazioni sociali; le sue
occupazioni monotone e ripetute gli creano un certo stato di
automatismo; d'onde il suo spirito lento e stretto.» E le passioni, i
difetti, i pregi del contadino descritto da Zola nella _Terre_ si
potrebbero attribuire a quello di Sicilia.
[LA MAFIA]
[I BRAVI]
Ciò che caratterizza maggiormente il lavoratore della terra nell'isola è
la sobrietà. «Il Siciliano--dice il generale Corsi--è molto sobrio nel
mangiare e nel bere; lo sono allo estremo i contadini che si nutrono di
vegetali e bevono acqua» (_Sicilia_, pag. 266). Infatti, di raro assai
mangiano carne; il pane e le verdure cotte sono i loro cibi ordinarî,
non frequentano caffè o bettole, non bevono vino se non quando lo
ricevono lavorando come parte del salario (almeno dove prevale il
latifondo); vestono dimessi e con abiti dal taglio speciale, molto vario
da contrada a contrada, caratteristico; amano moltissimo le feste
religiose, nelle quali le scene di superstizione e di fanatismo dipinte
nel _Voto_ del Michetti si alternano con veri baccanali. Il contadino,
casalingo, ospitale, geloso della sua donna, che spesso gli prepara i
tessuti, che servono per i suoi vestiti (specialmente la tela di lino o
di cotone e il tessuto di lana nera, chiamato _abbracia_--albagio--un
poco più grossolano di quello che si fabbrica in Sardegna) si rassegna
facilmente alle sofferenze materiali e la miseria sola, come bene
osserva il La Loggia, non avrebbe potuto farlo muovere! L'analfabetismo
domina nelle campagne della Sicilia, i cui abitatori--meno quelli della
Conca d'oro--non commettono in generale frequenti reati di sangue e sono
dediti invece ai furti campestri ed all'_abigeato_. La _mafia_ trova
numerosi e pericolosi affiliati nelle campagne dei dintorni di Palermo;
ben rari altrove. Quelli, però, tra i contadini, che si elevano al
grado di _campiere_ o di _soprastante_ e che hanno l'ufficio di
garantire gl'interessi del grande proprietario nel latifondo divengono
di ordinario la quintessenza dei _mafiosi_ pel loro coraggio, per la
rigorosa osservanza del codice dell'_omertà_, per l'assenza completa di
scrupoli nel prestar mano a briganti e malandrini, nel farla da
manutengoli, nel tirare una schiopettata ad un nemico, ad un
disgraziato, che ne ha offesa la suscettibilità morbosa. Insomma
_campieri_ e _soprastanti_ spesso sono una edizione riveduta e
peggiorata degli antichi _bravi_. Non fecero mai parte dei _Fasci_ anzi
rimasero sempre ai servizî dei loro più accaniti nemici, i quali
scandalizzati, denunziavano i _Fasci_, come covi di malfattori perchè
avevano accettato come socio qualche ammonito, più vittima dell'ambiente
sociale, che vero delinquente come la massima parte dei più pregiati tra
i loro fidi![19].
NOTE:
[18] La importanza dello allevamento del majale nelle misere famiglie
dei contadini non isfugge al Sonnino. (_I contadini in Sicilia_, p.
187).
[19] «Il Signore ha i suoi _campieri_, ma non può tenerne una grossa
squadra, e molte volte, perchè siano uomini di stocco, da servirlo come
vuol lui, è costretto a chiudere un occhio, e magari anche tutti e due
nello sceglierli, e prenderli della stessa pasta di cui si fanno i
briganti». Così scrive il generale Corsi. (_Sicilia_ p. 303).
Mi piace qui rilevare che il Generale Corsi ha segnalato come
meritevolissime di attenzione tre opere recenti sulla Sicilia: quelle di
Schneegans, di Bazine e di Gustavo Chiesi riconoscendo che la migliore è
_La Sicilia Illustrata_ dell'ultimo. Godo moltissimo di questo giudizio
perchè mi conferma in quello dato da me due anni or sono nell'Isola e
che temevo fosse troppo benevolo per la grande amicizia, che mi lega
allo scrittore milanese. Nel Chiesi lo stato morale, intellettuale e
sociale dei Siciliani è meglio descritto che in qualunque altro autore.
Lo Schneegans ci dà la Sicilia di 50 anni fa.
VIII.
IL LATIFONDO
La condizione economica dei lavoratori della terra in Sicilia, come
dappertutto, è intimamente connessa colla divisione della proprietà
rurale e col genere di coltura. Nota la prima, s'intuisce--e del resto
vi si accennò--che debba prevalere la grande proprietà e la coltura
estensiva; e questa coltura persistente è, poi, la conseguenza della
grande proprietà, del latifondo, esistente un po' per ogni dove in
Italia, assolutamente prevalente e caratteristico nell'isola. Merita
menzione speciale, ma breve perchè l'argomento è già stato trattato da
tutti gli scrittori, che si sono occupati delle cose siciliane dal punto
di vista economico e sociale.
[LA PROPRIETÀ POCO DIVISA]
L'on. Sonnino sulle orme di altri osservatori locali e sulla base di
dati statistici--incompleti ed inesatti--sin dal 1876 riconobbe che la
proprietà è pochissimo divisa, specialmente nella parte interna e
meridionale dell'Isola dove «manca una vera classe di proprietarî
piccoli o medi e si salta invece d'un tratto, dal grande proprietario
che possiede migliaia di ettari, al piccolo censuario di poche are di
terra. La censuazione dell'asse ecclesiastico ha modificato pochissimo
queste condizioni della proprietà giacchè la immensa maggioranza di
quelle terre è passata tale e quale nelle mani dei grossi proprietari.»
(_I contadini ecc._, pagine 174 e 175).
Il Prof. Basile molti anni or sono constatò che dal 1852 al 1871 il
numero dei proprietarî era disceso da 608,601 a 549,957; c'era dunque
diminuzione, nonostante il censimento dei beni dell'asse ecclesiastico,
da cui si sperava un aumento notevole; e lo stesso Basile riconfermò il
fatto doloroso nel 1894.
Il sacerdote Genovese la osservazione generica volle dettagliare per un
sito da lui esattamente conosciuto. Egli scrive: «Il comune di Contessa
Entellina, in provincia di Palermo, ha un agro di circa 9000 salme di
terra (la salma di Contessa corrisponde ad ettari 2,67). Ebbene, quante
ne possiede la generalità dei suoi _tremila_ abitanti? Appena 300 salme:
precisamente il 3 % di tutto il vasto territorio! E le altre 8700 salme?
Non è d'uopo dirlo: eccetto una minimissima porzione spettante a pochi
altri piccoli proprietarî, sono tutte possedute da non più che _venti_
benestanti, tra principi, conti, baroni e cavalieri!» (_La quistione
agraria in Sicilia_, Milano 1894).
Il caso di Entella è quello di cento altri comuni; e in qualcuno--ad
esempio Terranova, Siculiana, ecc., ecc.--la concentrazione della
proprietà in poche mani è maggiore.
Si avverta altresì che la qualifica di _proprietario_ in Sicilia come
in Sardegna spesse volte non è che una ironia. Si tratta di proprietà
polverizzate o si limita alla proprietà di un lurido tugurio, che serve
di abitazione e che non ajuta a vivere. I più di questi proprietarii,
osservò l'on. Damiani nel volume dell'_Inchiesta agraria_ dedicato alla
Sicilia, sono da considerarsi piuttosto come proletarî.
[LE CONSEGUENZE DEL LATIFONDO]
Sono invero una realtà indiscutibile tutte le tristi conseguenze della
esistenza della grande proprietà, del latifondo; conseguenze varie e
complesse politiche, economiche, morali, e intellettuali.
«Il latifondo, osserva il Baer, mantiene e conserva una deplorabile
dissonanza fra le istituzioni politiche ed amministrative e fra la
legislazione civile, che la Sicilia ha comuni al resto d'Italia e le
condizioni reali di quella società e della proprietà territoriale. Ed è
risaputo che quando siavi tale dissonanza gli effetti delle istituzioni
e delle leggi sono alcuna volta nulli, il più soventi perniciosi.» (_Il
latifondo in Sicilia_ nella _Nuova Antologia_, 15 aprile 1883). E la
dissonanza nasce dalla mancanza di un numero sufficiente di piccoli e
medii proprietarî.
La esistenza della grande proprietà presuppone la correlativa
preponderanza numerica di proletariato agricolo: il quale è più infelice
dove l'ex feudo, il latifondo è coltivato dal fittabile; peggio ancora
se quest'ultimo lo suddivide ad altri gabellotti minori. Allora il
salariato è in condizioni peggiori dello schiavo: ed esso mangia quel
pane, di cui dalla provincia di Palermo mi si mandarono due campioni,
che suscitarono la indignazione di quanti lo videro nella Camera dei
deputati e fuori. La sua non è più vita, che oggi possa considerarsi
come umana. Non deve sorprendere se insorge e cerca ripetere le
_Jacqueries_; ma deve soltanto far meraviglia che tanto tempo abbia
aspettato per ribellarsi!
[IL FITTO]
Il latifondo favorisce il sistema del fitto e genera il _gabellotto_ la
cui funzione è tanto esiziale quanto lo è in Irlanda il _middleman_, che
sta tra il _landlord_ e il contadino coltivatore. Intanto dalla
scomparsa del gabelloto, acutamente osserva il Salvioli, se il grande
proprietario dovesse dare direttamente le terre in fitto ai contadini
poco giovamento questi ne trarrebbero per l'aspra concorrenza, che tra
loro si farebbero per ottenere gli spezzoni di migliore qualità e più
vicini all'abitato.
Se il sistema del fitto riesce di grave nocumento ai lavoratori e
produsse pel passato l'agiatezza ed anche la ricchezza dei _gabellotti_,
che finirono col costituire la parte più forte della borghesia isolana,
adesso rovina questa classe di sfruttatori.
Checchè ne dicano e ne pensino alcuni, nella divisione dei prodotti oggi
non sono più i fittabili coloro che se la passano più allegramente,
poichè in generale il fitto delle terre in Sicilia dal 1860 aumentò del
40 % mentre diminuì sensibilmente il prezzo del frumento, ch'è il
prodotto principale. I fittabili, dunque, stanno male.[20]
Non possono che stare peggio i sub-fittabili, ma coloro che conducono
vita veramente inumana sono i contadini o mezzadri, che ricevono la
terra di terza mano.
[LA COLTURA]
Il _gabellotto_ alla sua volta suddivide il latifondo, ch'è spesso un ex
feudo, ad altri; e i sub-gabellotti finalmente danno la terra a
mezzadria o la fanno coltivare in economia dai cosidetti
_jurnatara_,--lavoratori alla giornata. Ora la terra, generalmente, non
può produrre tanto da mantenere, oltre il fisco che attualmente la fa da
leone, il proprietario, il gabellotto, il sub-gabellotto e il contadino;
produce ancora meno in Sicilia dove nel latifondo vige la coltura
primitiva, estensiva: dove l'aratura è superficiale e la concimazione o
manca o è deficientissima per la qualità e per la quantità: dove
d'irrigazione non è a discorrere e gli avvicendamenti vi sono
irrazionali e il suolo viene sfruttato colla vera agricoltura ladra,
come la chiamò il Liebig: dove mancano stalle, case coloniche e financo
l'acqua potabile. Molti dunque si devono risentire della deficienza
della produzione, rilevata testè dal Combes de Lestrade nel _Journal des
Economistes_, che deve essere ripartita tra tanti consumatori--taluni
dei quali prendono più di quanto dovrebbero nello stesso presente regime
economico; e più di tutti se ne risentono i contadini ai quali non
rimangono, che le briciole.