Ma i _picconieri_ intelligenti, se trovano _carusi_ buoni e laboriosi,

li trattano bene e li carezzano, e io conosco lavoratori che da anni

stanno in relazioni intime e affettuose, come ne conoscono tutti coloro

che hanno coltivato miniere di zolfo.

[SENZA CASE E SENZA SCUOLE]

_Picconieri_ e _carusi_, e tutti i lavoratori delle miniere come quelli

della terra in generale in Sicilia soffrono molto per le abitazioni, che

sono anguste e luride o mancano del tutto.

A questo la legge deve e può provvedere; come dovrebbe provvedere alla

istruzione di tanti ragazzi. Proposi nella penultima discussione del

bilancio della pubblica istruzione, l'impianto di scuole elementari

nelle miniere di zolfo e ricordai che la Spagna ci ha preceduti. Ma

l'on. Martini mi rispose che l'idea era buona... però mancavano i

quattrini per attuarla,--quattrini che poi si trovarono per il famoso

ispettorato!

E qui mi piace, a titolo d'onore, far menzione della scuola elementare

serale che il signor Trewhella a sue spese ha impiantato nella grande

miniera di Grottacalda. L'esempio potrebbe essere imitato da altri

coltivatori di grandi miniere e servirebbe di aspro rimprovero allo

Stato.

Infine mi tocca a far menzione di una grave quistione: quella della

degenerazione nel lavoro duro e precoce dei _carusi_.

[LA DEGENERAZIONE DEI CARUSI]

Altra volta scrissi che dai resoconti del generale Torre non si poteva

assodare se il lavoro delle miniere deformasse i _carusi_. Non se ne può

giudicare dalle esenzioni in blocco dal servizio militare per difetto

di statura, perchè la statura è uno dei dati antropometrici più

strettamente connesso alla razza. Varî circondarî del continente offrono

un contingente di riformati uguale o superiore a quello dei circondarî

minerarî della Sicilia, senza che abbiano miniere. _A priori_, però, si

può ammettere che il lavoro delle miniere noccia molto alla salute e

allo sviluppo fisico dei _carusi_; e ciò con indagini dirette ha cercato

dimostrare l'egregio dottor Giordano da Lercara. Questi, su 539 _carusi_

ne trovò 170 difettosi. Il Mosso nel suo libro sulla _Fatica_ dice che

dal 1881 al 1884 nella provincia di Caltanissetta, sopra 3672 lavoranti

delle zolfare che si presentarono allo esame di leva, soltanto 253

furono dichiarati abili, cioè appena il 6,87%! L'errore e l'esagerazione

in questi dati sono evidenti; e di ciò convinto volli fare ulteriori

ricerche comparative tra contadini e zolfatari. Le intrapresi su queste

due sole classi di lavoratori, perchè non si può ammettere che le

conseguenze del lavoro duro e precoce nell'una classe vengano compensate

dalla migliore nutrizione e dalla più igienica abitazione.

[COMPARAZIONI STATISTICHE]

La comparazione era necessaria, poichè, presi in blocco, i risultati

della leva non dimostrano affatto che nelle zone zolfifere vi sia una

particolare degenerazione prodotta dallo speciale lavoro delle miniere,

come si può rilevare da questo quadro dei riformati dalla leva del 1870

in alcune provincie d'Italia:

_Per difetto_ _Per tutti gli altri difetti_

_di statura_ _Compreso il difetto di statura._

Sondrio 12,67 % 36,62 %

Foggia 9,45 18,75

Potenza 12,06 19,27

Catanzaro 13,07 22,35

Reggio-Calabria 12,45 22,26

Caltanissetta 14,55 21,24

Girgenti 10,24 18,08

Cagliari 14,92 25,74

Sassari 13,48 24,36

Si può dire che Girgenti e Caltanissetta danno la immensa maggioranza

dei coscritti-_carusi_: pure la degenerazione è minore che in altre

provincie nelle quali non vi sono miniere.

Questo risultato indusse anche me in errore pel passato; ma mi sono

corretto dinanzi alla eloquenza di queste altre cifre relative al

circondario di Piazza Armerina, che si presta benissimo allo studio

appartenendo la grande maggioranza dei suoi lavoratori alla classe dei

contadini e degli zolfatari.

Infatti la classe dei contadini dette riformati nella leva

del 1872: e del 1873:

riformati per difetto di statura il 14.45 % 14.41 %

e per altre imperfezioni fisiche 6,88 6,79

mentre nelle stesse leve e per gli stessi motivi nella classe dei

zolfatari si ebbero rispettivamente nel 1872: 32, 72 e 7,72% e nel 1873:

38, 28 e 6,25% di riformati. Sicchè per gli altri difetti fisici la

proporzione dei riformati è quasi uguale tra contadini e zolfatari; tra

gli ultimi è invece più che doppia per difetto di statura. Qui è

evidente l'azione esercitata dal trasporto sulle spalle di un peso che

varia dai 30 agli 80 chilogrammi, sempre superiore alle forze del

_caruso_, che a quel lavoro viene sottoposto in tenera età, sin dagli

anni 8 e talvolta--ma ora assai più raramente--sin dai 6 anni. Questo

stato di cose se perdurasse ridurrebbe le due Provincie di Caltanissetta

e di Girgenti ad un vero semenzaio di nani e di gobbi. Ho richiamato

l'attenzione del ministro e agricoltura e commercio su di ciò e ne ho

avuto formale promessa, che nella discussione del nuovo disegno di legge

sul _lavoro dei fanciulli_ accetterà qualche emendamento sul lavoro dei

_carusi_ nelle zolfare di Sicilia.

[LE MACCHINE NON SONO UN VANTAGGIO]

Sarebbe un rimedio efficace la generalizzazione degli apparecchi

meccanici per la estrazione dello zolfo? In molte miniere questa

applicazione delle macchine è assolutamente impossibile e lo riconosce

la stessa illustre Jessie White Mario, che pur tanto s'interessa alla

sorte dei miseri fanciulli delle zolfare (_Le miniere di zolfo in

Sicilia._ Roma 1894); dove è avvenuta spesso sono peggiorati i salari

dei lavoratori. Ciò che prova sempre più come coll'attuale

organizzazione capitalistica i progressi della scienza, che

diminuirebbero le sofferenze fisiche dei lavoratori non si possono

applicare per ragioni economiche. Si sa: la macchina è la nemica del

lavoratore, dato il regime economico attuale,--perchè dovunque avviene

l'impianto meccanico aumenta la produzione e diminuisce il salario,

conseguenza fatale della sostituzione dell'uomo di ferro all'uomo di

carne.

[LE LEGGI E LA FAME]

L'applicazione rigorosa della legge sul lavoro dei fanciulli può e deve

riuscire utile dal punto di vista igienico ed antropologico; ma è

giocoforza riconoscere che le limitazioni imposte dalla legge incontrano

opposizioni gravi nelle stesse famiglie dei lavoratori. E a parere mio,

lo Stato fa bene intervenendo per impedire che degeneri e si abbrutisca

la razza umana: ma intervenendo ha il dovere di assicurare se non altro

un _minimum_ di alimentazione a quei _carusi_, ai quali impedisce di

guadagnarsi il pane col proprio lavoro; deve assicurarlo a loro almeno,

se non alle famiglie, altrimenti per quanto le sue intenzioni siano

filantropiche, umane, esse verranno giudicate sempre crudeli.

Ma oltre le sofferenze fisiche dei _carusi_ c'è da considerare la

condizione economica dei _picconieri_ divenuta oramai intollerabile.

Essi nella maggior parte delle contrade zolfifere vivono col vero

_salario della fame_, relativamente a quello goduto una volta; poichè

pel duro lavoro, ordinariamente a cottimo, di sei ad otto ore per cinque

giorni della settimana, essi ricevono ora un salario che oscilla,

secondo i luoghi, da L. 1 a L. 2 mentre pel passato guadagnavano da L. 3

a L. 6 al giorno.

Questo salario deve considerarsi insufficiente non solo nel senso

assoluto: ma perchè è il corrispettivo d'un mestiere, che espone

continuamente a pericolo di vita per lo sviluppo di gas irrespirabili,

per incendî, per franamenti, ecc. Se il lavoro dei _picconieri_ delle

miniere di zolfo è pericoloso, non è, però, tanto duro per quanto lo si

dice, e non è poi affatto lungo, come dissi.

Non è affatto esagerato, invece, quanto si è scritto--ed io da molti

anni prima nella stampa e poi nella Camera ho denunziato il

male--sull'usura enorme, dal 25 al 100 per cento, che assottiglia il

salario nominale dei lavoratori delle miniere di zolfo; usura esercitata

col _truck-system_, colla somministrazione dei generi nelle così dette

_botteghe_ delle miniere; alle quali botteghe sono costretti a ricorrere

perchè la paga in danaro viene ritardata di molto.

[LE CONDIZIONI DELL'INDUSTRIA]

Disgraziatamente, date le attuali condizioni dell'industria zolfifera,

quelli che possono sperare meno sono i lavoratori delle miniere di

zolfo. La loro agitazione potrebbe riuscire proficua soltanto nel caso

in cui essi ottenessero che scomparisse il coltivatore della miniera e

rimanessero di fronte al proprietario, che oggi prende dal 20 al 30% del

_prodotto_ lordo senza nemmeno darsi la pena di pagare la imposta

fondiaria, che per condizione espressa nell'atto di fitto rimane a

carico dei coltivatori! Quest'ultimi dal ribasso continuo dei prezzi

dello zolfo, che si deplora da circa quindici anni, con piccole

oscillazioni al rialzo, sono ridotti in condizioni tristissime. Molti

sono falliti e coloro che resistono considerano lo sciopero come un

alleviamento, perchè li dispensa dall'obbligo di dare lavoro. E se lo

sciopero dei zolfatari potesse prolungarsi per alcuni mesi, come durò in

Inghilterra quello dei minatori, sarebbe per qualche tempo efficacissimo

rimedio, perchè colla diminuzione della produzione sicuramente

rialzerebbero i prezzi dello zolfo, non essendo da temere la concorrenza

estera. Uno sciopero siffatto intanto è impossibile, poichè la massa dei

zolfatari si trova nella miseria, non è organizzata, non ha fondi e non

può resistere neppure per una settimana.

[IL MALCONTENTO DEI ZOLFATARI]

Dato questo stato di cose si comprende che i _Fasci_ hanno dovuto

attecchire nelle zone zolfifere: provincie di Girgenti e di

Caltanissetta in massima parte ed in una assai minore in quelle di

Catania e di Palermo, ma non sono i meglio organizzati e i più compatti.

Però anche dove _Fasci_ non sono esistiti il malcontento serpeggia

minaccioso ed esplode per ogni minimo pretesto in forma selvaggia,

anarchica, come avvenne a Valguarnera. E questa esplosione in un luogo

dove l'azione dei cosidetti sobillatori non può invocarsi a spiegarla,

dovrebbe rendere meglio avvisati coloro cui sfugge la genesi esatta dei

fenomeni sociali.

A Grotte, a Racalmuto, a Favara, a Riesi ecc.--paesi zolfiferi per

eccellenza,--dov'erano _Fasci_ discretamente organizzati non si ebbe a

deplorare il menomo disordine; ma la crisi che attraversa la industria

zolfifera sta mettendo a durissima prova la pazienza dei coraggiosissimi

lavoratori delle miniere. Guai se essi, spintivi dalla disperazione,

vorranno imitare i contadini! Meglio disciplinati, più compatti, più

arditi, più coscienti dei propri diritti e della propria forza che non

siano le classi rurali, essi potrebbero rinnovare gli orrori delle

_guerre servili_... E la ragione starebbe dalla loro parte, poichè

governo e classi dirigenti di fronte alle loro miserie mostrano tanta

cinica indifferenza da giustificare qualunque eccesso! Perchè si

comprenda tutta la gravità dal pericolo, che denunzio, farò un breve

schizzo del carattere morale e intellettuale degli operai addetti alla

coltivazione delle miniere.

_Picconieri_, _carusi_, _calcheronai_, ecc. sono quasi tutti analfabeti;

la _mafia_ recluta tra loro i più coraggiosi campioni e sin dalla più

tenera età essi ostentano la più scrupolosa osservanza delle leggi, che

costituiscono il codice dell'_omertà_. Data la loro vita e la loro

condizione intellettuale si spiega l'altissimo contingente che i

zolfatai danno ai reati di sangue od a quelli contro il buon costume.

[LORO DIFETTI E LORO PREGI]

La responsabilità maggiore di questi loro difetti ricade sull'ambiente,

sul governo e sulle classi dirigenti, che mai pensarono ad elevarli, ad

educarli; ma quegli operai hanno pregi reali e non pochi, che preferisco

riferire colle parole di un chiarissimo scienziato, l'ing. R. Travaglia,

che li conosce appieno e che non è affatto sentimentale o socialista.

[CHI NE DICE MALE NON LI CONOSCE]

«Dedito ad una vita di sacrificio e di fatica,--scrive l'antico

Direttore della scuola mineraria di Caltanissetta--isolato per intere

settimane dal mondo, separato per più giorni dalla sua famiglia,

l'operajo delle miniere in Sicilia vuole ad ogni costo i suoi giorni di

riposo e le sue feste; talora in queste è troppo spendereccio e cerca di

compensare le durezze della vita di operajo, nella settimana, con un

certo benessere e coi piaceri, che più ama nei giorni ch'è al paese....

Noncurante dei pericoli, ai quali è continuamente esposta la sua vita,

conta poco questa per sè e per gli altri, anche quando è fuori della

miniera, e malauguratamente spesso si lascia trascinare dagli impeti

dell'animo a sacrificarla. Ma è per sua natura generoso, mai vile;

affronta a viso alto dieci avversarî, non soverchia col numero i deboli.

Trattato bene si affeziona a chi lo rispetta, a chi lo stima, ed è

capace di ogni atto di coraggio; trattato con sprezzo e con durezza, si

ribella e si vendica. Riconosce la superiorità di chi vale più di lui, e

pur coi suoi difetti, che l'istruzione mitiga, è un operaio di cui si

può fare quello che si vuole, sapendolo trattare. Chi ne dice male, non

lo conosce.» (_I giacimenti di zolfo in Sicilia._ Padova 1889).

Ed io che li conosco da vicino, e che in mezzo a loro e in continuo

contatto con loro ho vissuto per oltre dieci anni, mi associo pienamente

al giudizio che dà il Travaglia sulle buone qualità dei lavoratori delle

miniere di zolfo della Sicilia.

NOTE:

[14] Si avrà una idea delle condizioni dei piccoli proprietarî da questo

dato. In Chiaramonte Gulfi, cittadina di 10 mila abitanti nella

provincia di Siracusa pel giorno 26 Dicembre 1893 era fissata la vendita

d'immobili di _centoventinove_ individui, che non avevano potuto pagare

le imposte. La quota d'imposta non pagata raramente sorpassava le L. 20;

moltissime non arrivavano a L. 10 e sette erano al disotto di L. 5.

[15] In questi ultimi tempi _picconieri_ e _carusi_ hanno cominciato a

lavorare di più per rimediare al diminuito prezzo dello zolfo: così il

rinvilio crescente e veramente spaventevole nel prezzo del minerale

anzichè ridurne la produzione in certe miniere l'ha aumentata poichè

_picconieri_ e _carusi_, che--prima della crisi--vivevano umanamente

estraendo due _casse_ di minerale zolfifero, ora per ricevere un

salario, del resto sempre molto inferiore all'antico, sono costretti ad

estirparne almeno tre. Con ciò la produzione aumenta e i prezzi

continuano a ribassare per opera fatale degli stessi lavoratori, che

sono le prime vittime di questo tristissimo circolo vizioso! L'industria

zolfifera in Sicilia presenta alcuni paradossi economici, che raccomando

all'attenzione degli economisti liberali, che con incredibile cecità si

ostinano ad aspettare il rimedio alla crisi dal funzionamento delle

cosidette _Leggi naturali_. Dell'industria zolfifera mi sono occupato

lungamente in due articoli pubblicati nel 4º e nel 7º-8º numero della

_Riforma sociale_ del Nitti. Ne pubblicherò un terzo ed ultimo e dopo li

raccoglierò in un opuscolo a parte.

VI.

LE CLASSI RURALI

La crisi zolfifera, che produce miserie e sofferenze inaudite, travaglia

le due provincie di Caltanissetta e di Girgenti ed alcune zone di quelle

di Catania e di Palermo, la crisi agraria invece colpisce tutta l'isola,

e siccome non c'è un solo dei suoi prodotti--dal vino ai sommacchi, dai

cereali alle mandorle all'olio, ai pistacchi ecc.--che non abbia subito

da qualche anno un forte ribasso, si può dire ch'essa non risparmia un

sol palmo di terreno, nè un solo individuo che lo calpesti. In una

regione dedita con grandissima prevalenza, se non esclusivamente

all'agricoltura e alla pastorizia si può immaginare agevolmente quali

tristi conseguenze arrechi una tale crisi.

Però tra i lavoratori addetti all'agricoltura non è uguale dappertutto

il malessere, perchè normalmente diverse sono le loro condizioni.

[VARIETÀ DELLE CONDIZIONI AGRICOLE]

Infatti sono svariatissime le condizioni dei lavoratori della terra in

Sicilia: variano da provincia a provincia; da circondario a circondario,

da comune a comune. Errano, quindi, coloro che generalizzano con

leggerezza dai casi singoli; ed errerebbe chiunque credesse che quel

campione di pane inviatomi da Campofelice (provincia di Palermo), e di

cui si occupò la _Tribuna_, sia mangiato dappertutto. Miserie, e grandi,

non mancano tra i contadini, ma in generale essi mangiano del buon pane

di frumento, che potrebbe essere invidiato dai lavoratori della Calabria

e di alcune contrade del Veneto e della Lombardia.

La varietà delle condizioni non sfuggì al Sonnino, che la descrisse nel

suo libro, ancora eccellente, sui _Contadini della Sicilia_ e venne

constatata pure dall'on. Damiani nel volume della _Inchiesta agraria_

consacrato all'isola.

C'è una zona litorale, che da Marsala per Palermo, Termini, Milazzo,

Messina scende a Catania e da Catania gira attorno all'Etna, e poi forma

alcune oasi nell'interno dell'isola e delle provincie di Caltanissetta,

di Girgenti e di Siracusa, in cui prevale l'agricoltura intensiva, la

piccola proprietà, la mezzadria; nel resto domina la grande proprietà,

la coltura estensiva a cereali e la pastorizia.

Nella prima zona, che disgraziatamente è la meno estesa, quale che sia

la forma di contratto agrario in uso, le classi rurali stanno molto

meglio, o meno peggio che nella seconda; ma per apprezzare al giusto

questa varietà di condizioni bisogna dire partitamente dei lavoratori

che vivono nelle diverse zone e sotto le diverse forme di coltura e di

contratto.

[LE MEZZADRIE]

La coltura a mezzadria è diffusa principalmente nella provincia di

Messina e siccome si dividono anche i prodotti degli uliveti e dei

vigneti, i lavoratori vi godono di una certa agiatezza. In questa zona

contemporaneamente al minore sviluppo dei _Fasci_ si osserva minore

analfabetismo e minore delinquenza. La coesistenza di questi fenomeni

sociali non somministra indizî preziosi sulla genesi loro e sui

possibili ed efficaci rimedî per alleviare certi mali?

Ha ragione il Salvioli, quando osserva che la mezzadria non presenta la

soluzione definitiva del problema sociale (_Rivista popolare_, 1º

Dicembre 1893). Ma non deve negarsi che essa sia un temperamento

opportuno per migliorare la sorte dei lavoratori della terra; e lo prova

ciò che si osserva nella provincia di Messina, a Castrogiovanni e

altrove in Sicilia, oltre l'esperimento benefico che se n'è fatto in

Toscana e in altri punti del continente.

Del resto bisogna distinguere tra mezzadria e mezzadria. Talvolta questa

è parziale, non si estende alla coltura delle vigne e degli uliveti; e

si comprende che il contadino in questo caso ha minori risorse,

quantunque sia per lui un grande vantaggio avere contigua alla terra da

lui coltivata a cereali ed a mezzadria, delle vigne, che coltiva a

_fattura_ cioè a _forfait_ e dove per lo meno trova, lavoro quando non

ne ha per conto proprio nella coltivazione dei cereali.

[PRELEVAMENTI INIQUI]

La mezzadria limitata alla coltivazione di cereali ch'è la più comune

nell'isola, anche dove non è resa iniqua da numerosi e angarici

prelevamenti, può riuscire irrisoria e dare solo un magrissimo compenso

alle fatiche di un anno del contadino, se la terra produce poco perchè

esaurita o di cattiva qualità.

Dissi che la mezzadria è iniqua dove esistono prelevamenti a vantaggio

del proprietario o dei suoi rappresentanti. Vero è che i prodotti si

dividono a metà tra proprietario e coltivatore; ma la divisione si

pratica dopo che dalla massa si è prelevata la semente; e poi la così

detta _strazzatura_, il tumolo per la _lampada_, il tumolo pel

_campiere_ e talora anche il tumolo per la _madonna_, per _San Francesco

di Paola_ o per qualche altro patrono del luogo.

Questi prelevamenti non sono dappertutto uguali per la quantità e per il

numero; ma dove c'è la mezzadria è quasi dapertutto esistente l'usura

sulla semente e sui soccorsi anticipati dal proprietario durante l'anno.

In qualche punto il proprietario dà il frumento per la semente e pei

soccorsi col tumolo da 13 litri e se lo fa restituire con uno da 17; in

altri punti dà la semente bagnata colla soluzione di solfato di rame

(per evitare certe malattie del grano) e se la fa restituire asciutta;

sulla semente e sul soccorso, infine, i più onesti prendono per lo meno

un interesse del 20% a ragione d'anno![16]

Si può immaginare quello che resta al povero mezzadro all'epoca del

raccolto, specialmente dove padroni inumani non lasciano più a loro il

così detto _solame_--cioè--il po' di grano commisto a paglia e a terra

che nella trebbiatura rimane sull'aia--e negano loro la facoltà di

spigolare! E di questa mezzadria, infine, scrive l'Alongi: «Che cosa sia

questo contratto si sa oramai fino alla nausea; il nome di mezzadria, se

non è una crudele ironia, è certo una insigne menzogna, un nome legale

per far passare di contrabbando le più flagranti violazioni delle leggi

morali e giuridiche (loc. cit. p. 9)».

La mezzadria talvolta si riduce a _terzeria_, forma di contratto

agrario, nella quale il proprietario prende due terzi del prodotto ed il

contadino uno. Ma in questo caso il proprietario dà la terra preparata a

maggese coi suoi bovi, e sulla quale non ha esatto nulla per un anno.

[IL CONTRATTO A TERRATICO]

La mezzadria in tutte le sue forme, prevale dove c'è la piccola ed anche

la media proprietà; ed allora può anche alternarsi o coesistere col

contratto a terratico, il quale varia pure da contrada a contrada e che

nei paesi da me conosciuti non corrisponde a quello descritto

dall'egregio Prof. Salvioli nel citato articolo della _Rivista

popolare_. Il _terratico_, da me conosciuto e che so prevalere in molti

luoghi, è un puro e semplice fitto pagato in prodotti, anzichè in danaro

contante. Secondo la qualità delle terre il coltivatore dà al

proprietario o al gabellotto da tre a sei ettolitri di frumento all'anno

per ogni ettaro di terra. Il _terratico_ è forma di contratto preferito

da molti contadini perchè assicura loro una certa indipendenza, pagata

però molto cara negli anni di cattivo raccolto.

[L'INQUILINAGGIO]

Meritano una particolare menzione i lavoratori della terra che

stabiliscono coi proprietari l'_inquilinaggio_ per le vigne, forma

particolare di colonia parziaria, che dura dai 15 ai 29 anni. Il

contadino in questo caso pianta la vite e la coltiva e ne divide il

prodotto, in varia misura, col proprietario della terra. Trascorso il

termine del contratto la vigna rimane intera proprietà del secondo. I

contadini, che prendevano la terra ad inquilinaggio ebbero un periodo di

prosperità, ch'è stata distrutta dalla filossera nella provincia di

Siracusa e minaccia di distruggerla in quella di Catania. Nella zona

Etnea della seconda, molti contadini si può dire che vedono distrutte le

loro speranze prima di avere avuto un qualsiasi prodotto dal lavoro e

dal capitaluccio impiegato. Per loro è una vera rovina.

I lavoratori della terra che vivono sotto il regime della mezzadria e

del terratico, e nelle contrade a piccola e media proprietà, si possono

considerare come fortunati rispetto a quelli che lavorano a giornata, e

nelle regioni disgraziate del latifondo di cui dirò in appresso.

Orbene, quella frazione--che rappresenterebbe in Sicilia una specie di

aristocrazia delle classi rurali,--secondo i calcoli stabiliti da un

agronomo competentissimo, il Prof. Caruso (_Industria dei cereali in

Sicilia_), nel 1870, tempo in cui non c'era traccia nell'isola di alcuna

agitazione socialista e vi si godeva di una relativa prosperità--non

poteva passarsela allegra se si tiene conto del lavoro proprio e degli

interessi dovuti al piccolo capitale impiegato nella mezzadria, nel

terratico ecc. Il bilancio del mezzadro, del terratichiere

ecc.--calcolando che il grano sia stato venduto a L. 51 per salma[17],

con una produzione di 11 volte la semente--si chiudeva con un _deficit_.

Questi calcoli rifatti, dopo oltre venti anni, da Rao per Canicattì, dal

Dr. Barbato per Piana di Greci, da Verro per Corleone, concordano

perfettamente con quelli del Caruso; e la circostanza, con senso di

opportunità, la rileva oggi il Cavalieri, ch'è un avversario del

socialismo.

Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause · 第 3 / 35 段