li trattano bene e li carezzano, e io conosco lavoratori che da anni
stanno in relazioni intime e affettuose, come ne conoscono tutti coloro
che hanno coltivato miniere di zolfo.
[SENZA CASE E SENZA SCUOLE]
_Picconieri_ e _carusi_, e tutti i lavoratori delle miniere come quelli
della terra in generale in Sicilia soffrono molto per le abitazioni, che
sono anguste e luride o mancano del tutto.
A questo la legge deve e può provvedere; come dovrebbe provvedere alla
istruzione di tanti ragazzi. Proposi nella penultima discussione del
bilancio della pubblica istruzione, l'impianto di scuole elementari
nelle miniere di zolfo e ricordai che la Spagna ci ha preceduti. Ma
l'on. Martini mi rispose che l'idea era buona... però mancavano i
quattrini per attuarla,--quattrini che poi si trovarono per il famoso
ispettorato!
E qui mi piace, a titolo d'onore, far menzione della scuola elementare
serale che il signor Trewhella a sue spese ha impiantato nella grande
miniera di Grottacalda. L'esempio potrebbe essere imitato da altri
coltivatori di grandi miniere e servirebbe di aspro rimprovero allo
Stato.
Infine mi tocca a far menzione di una grave quistione: quella della
degenerazione nel lavoro duro e precoce dei _carusi_.
[LA DEGENERAZIONE DEI CARUSI]
Altra volta scrissi che dai resoconti del generale Torre non si poteva
assodare se il lavoro delle miniere deformasse i _carusi_. Non se ne può
giudicare dalle esenzioni in blocco dal servizio militare per difetto
di statura, perchè la statura è uno dei dati antropometrici più
strettamente connesso alla razza. Varî circondarî del continente offrono
un contingente di riformati uguale o superiore a quello dei circondarî
minerarî della Sicilia, senza che abbiano miniere. _A priori_, però, si
può ammettere che il lavoro delle miniere noccia molto alla salute e
allo sviluppo fisico dei _carusi_; e ciò con indagini dirette ha cercato
dimostrare l'egregio dottor Giordano da Lercara. Questi, su 539 _carusi_
ne trovò 170 difettosi. Il Mosso nel suo libro sulla _Fatica_ dice che
dal 1881 al 1884 nella provincia di Caltanissetta, sopra 3672 lavoranti
delle zolfare che si presentarono allo esame di leva, soltanto 253
furono dichiarati abili, cioè appena il 6,87%! L'errore e l'esagerazione
in questi dati sono evidenti; e di ciò convinto volli fare ulteriori
ricerche comparative tra contadini e zolfatari. Le intrapresi su queste
due sole classi di lavoratori, perchè non si può ammettere che le
conseguenze del lavoro duro e precoce nell'una classe vengano compensate
dalla migliore nutrizione e dalla più igienica abitazione.
[COMPARAZIONI STATISTICHE]
La comparazione era necessaria, poichè, presi in blocco, i risultati
della leva non dimostrano affatto che nelle zone zolfifere vi sia una
particolare degenerazione prodotta dallo speciale lavoro delle miniere,
come si può rilevare da questo quadro dei riformati dalla leva del 1870
in alcune provincie d'Italia:
_Per difetto_ _Per tutti gli altri difetti_
_di statura_ _Compreso il difetto di statura._
Sondrio 12,67 % 36,62 %
Foggia 9,45 18,75
Potenza 12,06 19,27
Catanzaro 13,07 22,35
Reggio-Calabria 12,45 22,26
Caltanissetta 14,55 21,24
Girgenti 10,24 18,08
Cagliari 14,92 25,74
Sassari 13,48 24,36
Si può dire che Girgenti e Caltanissetta danno la immensa maggioranza
dei coscritti-_carusi_: pure la degenerazione è minore che in altre
provincie nelle quali non vi sono miniere.
Questo risultato indusse anche me in errore pel passato; ma mi sono
corretto dinanzi alla eloquenza di queste altre cifre relative al
circondario di Piazza Armerina, che si presta benissimo allo studio
appartenendo la grande maggioranza dei suoi lavoratori alla classe dei
contadini e degli zolfatari.
Infatti la classe dei contadini dette riformati nella leva
del 1872: e del 1873:
riformati per difetto di statura il 14.45 % 14.41 %
e per altre imperfezioni fisiche 6,88 6,79
mentre nelle stesse leve e per gli stessi motivi nella classe dei
zolfatari si ebbero rispettivamente nel 1872: 32, 72 e 7,72% e nel 1873:
38, 28 e 6,25% di riformati. Sicchè per gli altri difetti fisici la
proporzione dei riformati è quasi uguale tra contadini e zolfatari; tra
gli ultimi è invece più che doppia per difetto di statura. Qui è
evidente l'azione esercitata dal trasporto sulle spalle di un peso che
varia dai 30 agli 80 chilogrammi, sempre superiore alle forze del
_caruso_, che a quel lavoro viene sottoposto in tenera età, sin dagli
anni 8 e talvolta--ma ora assai più raramente--sin dai 6 anni. Questo
stato di cose se perdurasse ridurrebbe le due Provincie di Caltanissetta
e di Girgenti ad un vero semenzaio di nani e di gobbi. Ho richiamato
l'attenzione del ministro e agricoltura e commercio su di ciò e ne ho
avuto formale promessa, che nella discussione del nuovo disegno di legge
sul _lavoro dei fanciulli_ accetterà qualche emendamento sul lavoro dei
_carusi_ nelle zolfare di Sicilia.
[LE MACCHINE NON SONO UN VANTAGGIO]
Sarebbe un rimedio efficace la generalizzazione degli apparecchi
meccanici per la estrazione dello zolfo? In molte miniere questa
applicazione delle macchine è assolutamente impossibile e lo riconosce
la stessa illustre Jessie White Mario, che pur tanto s'interessa alla
sorte dei miseri fanciulli delle zolfare (_Le miniere di zolfo in
Sicilia._ Roma 1894); dove è avvenuta spesso sono peggiorati i salari
dei lavoratori. Ciò che prova sempre più come coll'attuale
organizzazione capitalistica i progressi della scienza, che
diminuirebbero le sofferenze fisiche dei lavoratori non si possono
applicare per ragioni economiche. Si sa: la macchina è la nemica del
lavoratore, dato il regime economico attuale,--perchè dovunque avviene
l'impianto meccanico aumenta la produzione e diminuisce il salario,
conseguenza fatale della sostituzione dell'uomo di ferro all'uomo di
carne.
[LE LEGGI E LA FAME]
L'applicazione rigorosa della legge sul lavoro dei fanciulli può e deve
riuscire utile dal punto di vista igienico ed antropologico; ma è
giocoforza riconoscere che le limitazioni imposte dalla legge incontrano
opposizioni gravi nelle stesse famiglie dei lavoratori. E a parere mio,
lo Stato fa bene intervenendo per impedire che degeneri e si abbrutisca
la razza umana: ma intervenendo ha il dovere di assicurare se non altro
un _minimum_ di alimentazione a quei _carusi_, ai quali impedisce di
guadagnarsi il pane col proprio lavoro; deve assicurarlo a loro almeno,
se non alle famiglie, altrimenti per quanto le sue intenzioni siano
filantropiche, umane, esse verranno giudicate sempre crudeli.
Ma oltre le sofferenze fisiche dei _carusi_ c'è da considerare la
condizione economica dei _picconieri_ divenuta oramai intollerabile.
Essi nella maggior parte delle contrade zolfifere vivono col vero
_salario della fame_, relativamente a quello goduto una volta; poichè
pel duro lavoro, ordinariamente a cottimo, di sei ad otto ore per cinque
giorni della settimana, essi ricevono ora un salario che oscilla,
secondo i luoghi, da L. 1 a L. 2 mentre pel passato guadagnavano da L. 3
a L. 6 al giorno.
Questo salario deve considerarsi insufficiente non solo nel senso
assoluto: ma perchè è il corrispettivo d'un mestiere, che espone
continuamente a pericolo di vita per lo sviluppo di gas irrespirabili,
per incendî, per franamenti, ecc. Se il lavoro dei _picconieri_ delle
miniere di zolfo è pericoloso, non è, però, tanto duro per quanto lo si
dice, e non è poi affatto lungo, come dissi.
Non è affatto esagerato, invece, quanto si è scritto--ed io da molti
anni prima nella stampa e poi nella Camera ho denunziato il
male--sull'usura enorme, dal 25 al 100 per cento, che assottiglia il
salario nominale dei lavoratori delle miniere di zolfo; usura esercitata
col _truck-system_, colla somministrazione dei generi nelle così dette
_botteghe_ delle miniere; alle quali botteghe sono costretti a ricorrere
perchè la paga in danaro viene ritardata di molto.
[LE CONDIZIONI DELL'INDUSTRIA]
Disgraziatamente, date le attuali condizioni dell'industria zolfifera,
quelli che possono sperare meno sono i lavoratori delle miniere di
zolfo. La loro agitazione potrebbe riuscire proficua soltanto nel caso
in cui essi ottenessero che scomparisse il coltivatore della miniera e
rimanessero di fronte al proprietario, che oggi prende dal 20 al 30% del
_prodotto_ lordo senza nemmeno darsi la pena di pagare la imposta
fondiaria, che per condizione espressa nell'atto di fitto rimane a
carico dei coltivatori! Quest'ultimi dal ribasso continuo dei prezzi
dello zolfo, che si deplora da circa quindici anni, con piccole
oscillazioni al rialzo, sono ridotti in condizioni tristissime. Molti
sono falliti e coloro che resistono considerano lo sciopero come un
alleviamento, perchè li dispensa dall'obbligo di dare lavoro. E se lo
sciopero dei zolfatari potesse prolungarsi per alcuni mesi, come durò in
Inghilterra quello dei minatori, sarebbe per qualche tempo efficacissimo
rimedio, perchè colla diminuzione della produzione sicuramente
rialzerebbero i prezzi dello zolfo, non essendo da temere la concorrenza
estera. Uno sciopero siffatto intanto è impossibile, poichè la massa dei
zolfatari si trova nella miseria, non è organizzata, non ha fondi e non
può resistere neppure per una settimana.
[IL MALCONTENTO DEI ZOLFATARI]
Dato questo stato di cose si comprende che i _Fasci_ hanno dovuto
attecchire nelle zone zolfifere: provincie di Girgenti e di
Caltanissetta in massima parte ed in una assai minore in quelle di
Catania e di Palermo, ma non sono i meglio organizzati e i più compatti.
Però anche dove _Fasci_ non sono esistiti il malcontento serpeggia
minaccioso ed esplode per ogni minimo pretesto in forma selvaggia,
anarchica, come avvenne a Valguarnera. E questa esplosione in un luogo
dove l'azione dei cosidetti sobillatori non può invocarsi a spiegarla,
dovrebbe rendere meglio avvisati coloro cui sfugge la genesi esatta dei
fenomeni sociali.
A Grotte, a Racalmuto, a Favara, a Riesi ecc.--paesi zolfiferi per
eccellenza,--dov'erano _Fasci_ discretamente organizzati non si ebbe a
deplorare il menomo disordine; ma la crisi che attraversa la industria
zolfifera sta mettendo a durissima prova la pazienza dei coraggiosissimi
lavoratori delle miniere. Guai se essi, spintivi dalla disperazione,
vorranno imitare i contadini! Meglio disciplinati, più compatti, più
arditi, più coscienti dei propri diritti e della propria forza che non
siano le classi rurali, essi potrebbero rinnovare gli orrori delle
_guerre servili_... E la ragione starebbe dalla loro parte, poichè
governo e classi dirigenti di fronte alle loro miserie mostrano tanta
cinica indifferenza da giustificare qualunque eccesso! Perchè si
comprenda tutta la gravità dal pericolo, che denunzio, farò un breve
schizzo del carattere morale e intellettuale degli operai addetti alla
coltivazione delle miniere.
_Picconieri_, _carusi_, _calcheronai_, ecc. sono quasi tutti analfabeti;
la _mafia_ recluta tra loro i più coraggiosi campioni e sin dalla più
tenera età essi ostentano la più scrupolosa osservanza delle leggi, che
costituiscono il codice dell'_omertà_. Data la loro vita e la loro
condizione intellettuale si spiega l'altissimo contingente che i
zolfatai danno ai reati di sangue od a quelli contro il buon costume.
[LORO DIFETTI E LORO PREGI]
La responsabilità maggiore di questi loro difetti ricade sull'ambiente,
sul governo e sulle classi dirigenti, che mai pensarono ad elevarli, ad
educarli; ma quegli operai hanno pregi reali e non pochi, che preferisco
riferire colle parole di un chiarissimo scienziato, l'ing. R. Travaglia,
che li conosce appieno e che non è affatto sentimentale o socialista.
[CHI NE DICE MALE NON LI CONOSCE]
«Dedito ad una vita di sacrificio e di fatica,--scrive l'antico
Direttore della scuola mineraria di Caltanissetta--isolato per intere
settimane dal mondo, separato per più giorni dalla sua famiglia,
l'operajo delle miniere in Sicilia vuole ad ogni costo i suoi giorni di
riposo e le sue feste; talora in queste è troppo spendereccio e cerca di
compensare le durezze della vita di operajo, nella settimana, con un
certo benessere e coi piaceri, che più ama nei giorni ch'è al paese....
Noncurante dei pericoli, ai quali è continuamente esposta la sua vita,
conta poco questa per sè e per gli altri, anche quando è fuori della
miniera, e malauguratamente spesso si lascia trascinare dagli impeti
dell'animo a sacrificarla. Ma è per sua natura generoso, mai vile;
affronta a viso alto dieci avversarî, non soverchia col numero i deboli.
Trattato bene si affeziona a chi lo rispetta, a chi lo stima, ed è
capace di ogni atto di coraggio; trattato con sprezzo e con durezza, si
ribella e si vendica. Riconosce la superiorità di chi vale più di lui, e
pur coi suoi difetti, che l'istruzione mitiga, è un operaio di cui si
può fare quello che si vuole, sapendolo trattare. Chi ne dice male, non
lo conosce.» (_I giacimenti di zolfo in Sicilia._ Padova 1889).
Ed io che li conosco da vicino, e che in mezzo a loro e in continuo
contatto con loro ho vissuto per oltre dieci anni, mi associo pienamente
al giudizio che dà il Travaglia sulle buone qualità dei lavoratori delle
miniere di zolfo della Sicilia.
NOTE:
[14] Si avrà una idea delle condizioni dei piccoli proprietarî da questo
dato. In Chiaramonte Gulfi, cittadina di 10 mila abitanti nella
provincia di Siracusa pel giorno 26 Dicembre 1893 era fissata la vendita
d'immobili di _centoventinove_ individui, che non avevano potuto pagare
le imposte. La quota d'imposta non pagata raramente sorpassava le L. 20;
moltissime non arrivavano a L. 10 e sette erano al disotto di L. 5.
[15] In questi ultimi tempi _picconieri_ e _carusi_ hanno cominciato a
lavorare di più per rimediare al diminuito prezzo dello zolfo: così il
rinvilio crescente e veramente spaventevole nel prezzo del minerale
anzichè ridurne la produzione in certe miniere l'ha aumentata poichè
_picconieri_ e _carusi_, che--prima della crisi--vivevano umanamente
estraendo due _casse_ di minerale zolfifero, ora per ricevere un
salario, del resto sempre molto inferiore all'antico, sono costretti ad
estirparne almeno tre. Con ciò la produzione aumenta e i prezzi
continuano a ribassare per opera fatale degli stessi lavoratori, che
sono le prime vittime di questo tristissimo circolo vizioso! L'industria
zolfifera in Sicilia presenta alcuni paradossi economici, che raccomando
all'attenzione degli economisti liberali, che con incredibile cecità si
ostinano ad aspettare il rimedio alla crisi dal funzionamento delle
cosidette _Leggi naturali_. Dell'industria zolfifera mi sono occupato
lungamente in due articoli pubblicati nel 4º e nel 7º-8º numero della
_Riforma sociale_ del Nitti. Ne pubblicherò un terzo ed ultimo e dopo li
raccoglierò in un opuscolo a parte.
VI.
LE CLASSI RURALI
La crisi zolfifera, che produce miserie e sofferenze inaudite, travaglia
le due provincie di Caltanissetta e di Girgenti ed alcune zone di quelle
di Catania e di Palermo, la crisi agraria invece colpisce tutta l'isola,
e siccome non c'è un solo dei suoi prodotti--dal vino ai sommacchi, dai
cereali alle mandorle all'olio, ai pistacchi ecc.--che non abbia subito
da qualche anno un forte ribasso, si può dire ch'essa non risparmia un
sol palmo di terreno, nè un solo individuo che lo calpesti. In una
regione dedita con grandissima prevalenza, se non esclusivamente
all'agricoltura e alla pastorizia si può immaginare agevolmente quali
tristi conseguenze arrechi una tale crisi.
Però tra i lavoratori addetti all'agricoltura non è uguale dappertutto
il malessere, perchè normalmente diverse sono le loro condizioni.
[VARIETÀ DELLE CONDIZIONI AGRICOLE]
Infatti sono svariatissime le condizioni dei lavoratori della terra in
Sicilia: variano da provincia a provincia; da circondario a circondario,
da comune a comune. Errano, quindi, coloro che generalizzano con
leggerezza dai casi singoli; ed errerebbe chiunque credesse che quel
campione di pane inviatomi da Campofelice (provincia di Palermo), e di
cui si occupò la _Tribuna_, sia mangiato dappertutto. Miserie, e grandi,
non mancano tra i contadini, ma in generale essi mangiano del buon pane
di frumento, che potrebbe essere invidiato dai lavoratori della Calabria
e di alcune contrade del Veneto e della Lombardia.
La varietà delle condizioni non sfuggì al Sonnino, che la descrisse nel
suo libro, ancora eccellente, sui _Contadini della Sicilia_ e venne
constatata pure dall'on. Damiani nel volume della _Inchiesta agraria_
consacrato all'isola.
C'è una zona litorale, che da Marsala per Palermo, Termini, Milazzo,
Messina scende a Catania e da Catania gira attorno all'Etna, e poi forma
alcune oasi nell'interno dell'isola e delle provincie di Caltanissetta,
di Girgenti e di Siracusa, in cui prevale l'agricoltura intensiva, la
piccola proprietà, la mezzadria; nel resto domina la grande proprietà,
la coltura estensiva a cereali e la pastorizia.
Nella prima zona, che disgraziatamente è la meno estesa, quale che sia
la forma di contratto agrario in uso, le classi rurali stanno molto
meglio, o meno peggio che nella seconda; ma per apprezzare al giusto
questa varietà di condizioni bisogna dire partitamente dei lavoratori
che vivono nelle diverse zone e sotto le diverse forme di coltura e di
contratto.
[LE MEZZADRIE]
La coltura a mezzadria è diffusa principalmente nella provincia di
Messina e siccome si dividono anche i prodotti degli uliveti e dei
vigneti, i lavoratori vi godono di una certa agiatezza. In questa zona
contemporaneamente al minore sviluppo dei _Fasci_ si osserva minore
analfabetismo e minore delinquenza. La coesistenza di questi fenomeni
sociali non somministra indizî preziosi sulla genesi loro e sui
possibili ed efficaci rimedî per alleviare certi mali?
Ha ragione il Salvioli, quando osserva che la mezzadria non presenta la
soluzione definitiva del problema sociale (_Rivista popolare_, 1º
Dicembre 1893). Ma non deve negarsi che essa sia un temperamento
opportuno per migliorare la sorte dei lavoratori della terra; e lo prova
ciò che si osserva nella provincia di Messina, a Castrogiovanni e
altrove in Sicilia, oltre l'esperimento benefico che se n'è fatto in
Toscana e in altri punti del continente.
Del resto bisogna distinguere tra mezzadria e mezzadria. Talvolta questa
è parziale, non si estende alla coltura delle vigne e degli uliveti; e
si comprende che il contadino in questo caso ha minori risorse,
quantunque sia per lui un grande vantaggio avere contigua alla terra da
lui coltivata a cereali ed a mezzadria, delle vigne, che coltiva a
_fattura_ cioè a _forfait_ e dove per lo meno trova, lavoro quando non
ne ha per conto proprio nella coltivazione dei cereali.
[PRELEVAMENTI INIQUI]
La mezzadria limitata alla coltivazione di cereali ch'è la più comune
nell'isola, anche dove non è resa iniqua da numerosi e angarici
prelevamenti, può riuscire irrisoria e dare solo un magrissimo compenso
alle fatiche di un anno del contadino, se la terra produce poco perchè
esaurita o di cattiva qualità.
Dissi che la mezzadria è iniqua dove esistono prelevamenti a vantaggio
del proprietario o dei suoi rappresentanti. Vero è che i prodotti si
dividono a metà tra proprietario e coltivatore; ma la divisione si
pratica dopo che dalla massa si è prelevata la semente; e poi la così
detta _strazzatura_, il tumolo per la _lampada_, il tumolo pel
_campiere_ e talora anche il tumolo per la _madonna_, per _San Francesco
di Paola_ o per qualche altro patrono del luogo.
Questi prelevamenti non sono dappertutto uguali per la quantità e per il
numero; ma dove c'è la mezzadria è quasi dapertutto esistente l'usura
sulla semente e sui soccorsi anticipati dal proprietario durante l'anno.
In qualche punto il proprietario dà il frumento per la semente e pei
soccorsi col tumolo da 13 litri e se lo fa restituire con uno da 17; in
altri punti dà la semente bagnata colla soluzione di solfato di rame
(per evitare certe malattie del grano) e se la fa restituire asciutta;
sulla semente e sul soccorso, infine, i più onesti prendono per lo meno
un interesse del 20% a ragione d'anno![16]
Si può immaginare quello che resta al povero mezzadro all'epoca del
raccolto, specialmente dove padroni inumani non lasciano più a loro il
così detto _solame_--cioè--il po' di grano commisto a paglia e a terra
che nella trebbiatura rimane sull'aia--e negano loro la facoltà di
spigolare! E di questa mezzadria, infine, scrive l'Alongi: «Che cosa sia
questo contratto si sa oramai fino alla nausea; il nome di mezzadria, se
non è una crudele ironia, è certo una insigne menzogna, un nome legale
per far passare di contrabbando le più flagranti violazioni delle leggi
morali e giuridiche (loc. cit. p. 9)».
La mezzadria talvolta si riduce a _terzeria_, forma di contratto
agrario, nella quale il proprietario prende due terzi del prodotto ed il
contadino uno. Ma in questo caso il proprietario dà la terra preparata a
maggese coi suoi bovi, e sulla quale non ha esatto nulla per un anno.
[IL CONTRATTO A TERRATICO]
La mezzadria in tutte le sue forme, prevale dove c'è la piccola ed anche
la media proprietà; ed allora può anche alternarsi o coesistere col
contratto a terratico, il quale varia pure da contrada a contrada e che
nei paesi da me conosciuti non corrisponde a quello descritto
dall'egregio Prof. Salvioli nel citato articolo della _Rivista
popolare_. Il _terratico_, da me conosciuto e che so prevalere in molti
luoghi, è un puro e semplice fitto pagato in prodotti, anzichè in danaro
contante. Secondo la qualità delle terre il coltivatore dà al
proprietario o al gabellotto da tre a sei ettolitri di frumento all'anno
per ogni ettaro di terra. Il _terratico_ è forma di contratto preferito
da molti contadini perchè assicura loro una certa indipendenza, pagata
però molto cara negli anni di cattivo raccolto.
[L'INQUILINAGGIO]
Meritano una particolare menzione i lavoratori della terra che
stabiliscono coi proprietari l'_inquilinaggio_ per le vigne, forma
particolare di colonia parziaria, che dura dai 15 ai 29 anni. Il
contadino in questo caso pianta la vite e la coltiva e ne divide il
prodotto, in varia misura, col proprietario della terra. Trascorso il
termine del contratto la vigna rimane intera proprietà del secondo. I
contadini, che prendevano la terra ad inquilinaggio ebbero un periodo di
prosperità, ch'è stata distrutta dalla filossera nella provincia di
Siracusa e minaccia di distruggerla in quella di Catania. Nella zona
Etnea della seconda, molti contadini si può dire che vedono distrutte le
loro speranze prima di avere avuto un qualsiasi prodotto dal lavoro e
dal capitaluccio impiegato. Per loro è una vera rovina.
I lavoratori della terra che vivono sotto il regime della mezzadria e
del terratico, e nelle contrade a piccola e media proprietà, si possono
considerare come fortunati rispetto a quelli che lavorano a giornata, e
nelle regioni disgraziate del latifondo di cui dirò in appresso.
Orbene, quella frazione--che rappresenterebbe in Sicilia una specie di
aristocrazia delle classi rurali,--secondo i calcoli stabiliti da un
agronomo competentissimo, il Prof. Caruso (_Industria dei cereali in
Sicilia_), nel 1870, tempo in cui non c'era traccia nell'isola di alcuna
agitazione socialista e vi si godeva di una relativa prosperità--non
poteva passarsela allegra se si tiene conto del lavoro proprio e degli
interessi dovuti al piccolo capitale impiegato nella mezzadria, nel
terratico ecc. Il bilancio del mezzadro, del terratichiere
ecc.--calcolando che il grano sia stato venduto a L. 51 per salma[17],
con una produzione di 11 volte la semente--si chiudeva con un _deficit_.
Questi calcoli rifatti, dopo oltre venti anni, da Rao per Canicattì, dal
Dr. Barbato per Piana di Greci, da Verro per Corleone, concordano
perfettamente con quelli del Caruso; e la circostanza, con senso di
opportunità, la rileva oggi il Cavalieri, ch'è un avversario del
socialismo.