I proprietarî si lamentano acremente per la gravezza delle imposte

erariali, provinciali e comunali, e in parte si lamentano a torto i

grandi proprietarî, che se molto pagano non possono e non devono negare

che dal 1860 in poi hanno visto aumentare vistosamente i loro redditi.

Il prof. Salvioli afferma che nel circondario di Mistretta i fitti

raddoppiarono: in provincia di Catania aumentarono di circa un terzo ed

in qualche zona del doppio, fino al 1881. Così in quella di Siracusa e

di Caltanissetta. In provincia di Trapani l'aumento variò dal 30 al

100%. (_Gabellotti e contadini in Sicilia_ ecc. nella _Riforma Sociale_

del Nitti 10-25 marzo 1894). Le ricerche di altri agronomi e le mie

confermano questo aumento straordinario nei fitti: e in questo come in

tanti altri casi continua la rassomiglianza tra la Sicilia e

l'Irlanda.[9] Inoltre il prodotto delle imposte di ogni genere in

maggior parte venne speso a vantaggio degli stessi proprietarî. Molte

strade comunali e provinciali, che hanno rovinato i corpi locali sono

state costruite a loro esclusivo beneficio: e su di alcune si narrano

intrighi e imposizioni scandalose per farle votare ed eseguire. Le

imposte e le spese così riuscirono spesso ad aumentare la ricchezza dei

proprietarî.

[CENSIMENTO DELL'ASSE ECCLESIASTICO]

In Sicilia, eziandio, a produrre una speciale perturbazione economica ha

contribuito un fattore, che avrebbe dovuto essere benefico e che sotto

certi punti di vista tale realmente è riuscito. Alludo al censimento dei

beni demaniali e dell'asse ecclesiastico.

[GARIBALDI E IL GOVERNO ITALIANO]

Qui da dieci secoli le corporazioni religiose, le confraternite ecc.

avevano ricevuto doni dai fedeli ed accumulato ricchezze enormi. Nel

1860 si può ritenere che esse possedevano oltre 190,000 ettari della

migliore terra malamente coltivata sì, ma il cui prodotto veniva

consumato localmente. Il generale Garibaldi vide il pericolo che

derivava dalla esistenza di tale vasta manomorta ed il vantaggio che si

poteva ricavarne distribuendola in piccoli lotti ai lavoratori; ma il

suo ottimo pensiero fu svisato completamente poco dopo.

Il governo italiano, che successe alla Dittatura, ad un elevato fine

economico-sociale ne sostituì uno puramente fiscale: e col censimento,

che seguì alla soppressione delle corporazioni religiose, si costituì

una risorsa finanziaria compiendo una vera spogliazione a danno dei

Comuni, cui accordò in teoria un quarto della rendita dei beni delle

suddette corporazioni--assottigliata da imposte e prelevazioni di ogni

sorta--ma in fatto la negò con ogni sorta di tergiversazioni e di

litigi.[10]

[SI MANCA IL FINE]

Coll'incameramento e col censimento eseguito con criterî fiscali, dal

punto di vista sociale il progresso fu poco, perchè alle corporazioni

nelle proprietà della terra si sostituì a poco a poco il grande

proprietario, checchè ne abbia pensato il Prof. Corleo, ch'era un poco

interessato a difendere il modo come s'era praticato il censimento; il

competente Prof. Basile, anzi, arriva a dire, «che si sono vendute tutte

le terre appartenenti una volta alle _manimorte_ e sono state acquistate

da proprietarî oziosi, da far comparire _manivive_ i monasteri di una

volta.» (_La quistione dei contadini in Italia._ Messina 1894).

[L'ASSENTEISMO]

Dal punto di vista economico l'isola subì tutte le conseguenze

dell'_assenteismo_; poichè il prodotto della terra e del lavoro--in gran

parte sotto forma di _canone_--emigrò tutti gli anni al di là dello

stretto per essere consumato a Roma e nell'alta Italia, dove per ragioni

geografiche, politiche e militari lo Stato spende una somma maggiore di

quella che vi esige.

L'_assenteismo_--quest'altro male caratteristico dell'Irlanda--generato

dal governo in Sicilia, si complica per dato e fatto di alcuni privati,

che vi hanno grandi possessioni--Duca d'Aumale, duca di Ferrandina, duca

di Monteleone, Principe di Trabia, Principe di S. Elia, Principe di

Belmonte, ecc.--e che vivono, i più, nel continente italiano, in Francia

o in Ispagna. I danni enormi economico-sociali dell'_assenteismo_

vennero riconosciuti da tempo dal Sonnino, dal Baer (nel suo eccellente

studio sul _Latifondo in Sicilia_ nella _Nuova Antologia_ del 15 aprile

1883) e di recente dal Cavalieri, da Monsignor Carini, dal De Rosa,

ex-prefetto di Caltanissetta, dal senatore Faraldo, ex prefetto in

Sicilia (_Alcuni riflessi sui casi succeduti in Sicilia_) ecc. ecc.

Questa causa di depressione economica, che agiva lentamente, da recente

fu resa più energica colle facilitazioni allettatrici, che accordò lo

Stato per lo affrancamento dei censi sui beni dell'asse ecclesiastico;

i cui possessori assunsero impegni superiori alle loro forze,

s'indebitarono--e contribuirono ad accrescere le immobilizzazioni

bancarie--e mandarono al centro, non il reddito annuo ma l'importo delle

terre censite e sottrassero alla vita economica del paese un ingente

capitale.

In questo modo si crede, ed a me pare che la credenza sia giustificata,

che l'isola abbia dato all'Italia più di quanto ha ricevuto; ed ha

sicuramente ricevuto meno di quanto le si doveva sotto forma di strade,

che sarebbe stata la più utile delle restituzioni sotto tutti gli

aspetti. Lo Stato, altresì, a cagione della sua organizzazione

centralizzatrice sino all'assurdo, agisce sulla periferia come una pompa

aspirante, che restituisce solo in minima parte ciò che ne assorbe.

[LE CONDIZIONI DI PUBBLICA SICUREZZA]

Oltre questi fatti d'indole economica, vi è un'altra causa di

malcontento, che si è resa intensa da recente per i proprietarî in

generale ed è rappresentata dal peggioramento nelle condizioni della

pubblica sicurezza. Sintanto che in Sicilia si ammazzava più che

altrove, essi non si preoccupavano molto del fenomeno morale: questa

forma di delinquenza di ordinario non li colpiva. Quando aumentarono i

reati contro la proprietà e sopratutto l'_abigeato_, o furto di animali

bovini e da trasporto, i sequestri di persona, i ricatti ecc. allora

essi furono toccati direttamente, furono presi da paura, si rinchiusero

nelle loro case, videro andare in malora i loro interessi, furono

privati dei godimenti della vita campestre e venne meno la funzione

dello Stato da loro più apprezzata: quella che compie lo

stato-gendarme. Si può comprendere come e quanto protestassero!

[IL LATIFONDO FACILITA ALCUNI REATI]

È bene si dica che i furti in Sicilia se sono alquanto maggiori alla

media del regno e dell'alta Italia, sono però molto al disotto che in

Sardegna, nel Lazio, in Basilicata e negli Abruzzi[11]. Ma in Sicilia le

forme speciali del reato contro la proprietà sopraccennate,--cioè:

_abigeato_, sequestro di persona, ricatto, ecc.--se aumentano destano un

grande allarme. E le gesta della banda Maurina, la taglia pagata dalla

Baronessa vedova Sisto, i sequestri Coniglio, Terresena e del

disgraziato cav. Billotti, che fu ucciso e bruciato in una grotta,

destarono e mantengono lo spavento in tutti; spavento accresciuto talora

dalle notizie false che spargono i contadini e gl'impiegati, che hanno

interesse a tenere lontani dalle campagne i padroni. E il malandrinaggio

e le altre cennate forme di reato contro la proprietà in Sicilia sono

facili e frequenti per la esistenza del latifondo (che costringe alla

cattiva distribuzione della popolazione, riunita in grossi centri,

lontanissimi gli uni dagli altri, e circondati da campagne deserte e

brulle) e per la mancanza di strade, per l'analfabetismo, e per le

prepotenze feudali, che in qualche punto perdurarono più che altrove e

generarono largo risentimento. I malandrini assurgono gradatamente alla

trista altezza di briganti, e sanno tenere impunemente la campagna colla

buona tattica: rispettano i piccoli, sanno procacciarsi il rispetto o

la solidarietà dei contadini, dei bovari, dei pastori, degli zolfatari,

o con terribili esempî incutono loro timore, quando in loro non trovano

le ragioni--che mancano di rado--di odio contro i padroni.

[LE CRISI]

Queste cause che generano e mantengono la particolare delinquenza della

Sicilia in modo permanente, negli ultimi tempi sono state rese più

intense dalla crisi agricola e dalla crisi zolfifera. Della prima si è

scritto abbastanza ed è conosciuta: il rinvilimento del prezzo dei

cereali e dei vini e degli altri prodotti dell'isola--rinvilimento

cagionato dalla rottura delle buone relazioni commerciali colla Francia

e dalla depressione del mercato interno, impoverito dall'alta quota

delle imposte pagate e da altre cause--ha arrecato gravi perdite ai

proprietarî e per ripercussione ai lavoratori. La crisi ha talvolta

forme e cause strettamente locali: così a Monreale, a Partinico e in

altri punti della provincia di Palermo, dove sono avvenute dimostrazioni

e torbidi, sebbene la proprietà sia ben divisa, in questi ultimi anni la

miseria è grande, tanto più intollerabile in quanto che è del tutto

insolita, poichè eccezionalmente generata dal ribasso fortissimo nel

prezzo degli agrumi che rappresentano il prodotto esclusivo di quella

ferace contrada[12].

[LE CRISI E IL MALCONTENTO]

Della crisi zolfifera dirò brevemente più oltre; qui mi basta

conchiudere osservando che le due crisi, l'agricola e la mineraria,

hanno direttamente aumentato il malcontento della classe dirigente per

le ragioni economiche; e l'hanno indirettamente accresciuto in quanto

che contribuirono in forte misura a peggiorare le condizioni della

pubblica sicurezza.[13]

NOTE:

[7] G. Alongi, intelligentissimo funzionario di pubblica sicurezza, in

uno studio sui _Fasci dei Lavoratori_ estratto del _Manuale_ del Comm.

Astengo, ha raccolto talune odiose calunnie sopra alcuni Presidenti dei

_Fasci_, che tolgono valore al suo studio nel resto abbastanza buono.

[8] In Sicilia, secondo i dati statistici recenti comunicatimi

gentilmente dal D.r A. Bosco (della Direzione della statistica del

regno), nel 1891 c'erano tra gli sposi e le spose 71% di analfabeti e

63% tra i coscritti, in Piemonte invece vi sono analfabeti nella

proporzione del 12 e del 16%. In quanto a reati per 100,000 abitanti in

Sicilia si ebbero nel 1891 denunzie 28 per omicidio, 359 per lesioni

violente e 392 per furti; in Piemonte per le rispettive categorie si

ebbero queste cifre; 4, 103, 223. Quanti insegnamenti in questo

confronto!

[9] Chi vuole formarsi un'idea adeguata della somiglianza tra le due

isole, in quanto a condizioni economico-sociali legga il libro

dell'individualista Fournier: _La question agraire en Irlande_ e

l'opuscolo del socialista Kautsky: _Irland. kultur-historische Skizze_,

Leipzig 1880.

Il parallelo riesce utilissimo per le indicazioni che i casi d'Irlanda

somministrano per la soluzione del problema siciliano.

[10] Nel rapporto dei _grandi proprietarî_ di Sicilia a pagine 4 e 5 si

legge:

«La Sicilia è entrata nella grande famiglia italiana con un debito

pubblico di appena ottantacinque milioni in capitale, e con un lieve

bilancio di sole lire 21.792,585. E a dippiù dessa vi ha arrecato il suo

tesoro, accumulato da lunghi secoli, dei beni ecclesiastici e demaniali.

Però dessa vi è entrata al tempo stesso povera di opere pubbliche, cioè

di mezzi di viabilità di ogni genere, di lavori portuali, e di bonifiche

di qualunque natura.

«La censuazione dei beni ecclesiastici, e la vendita di quelli demaniali

ha avuto luogo, non a _scopo sociale_, non a sollievo delle classi

agricole, ma a fine di _lucro_, e di finanza, e quest'Isola ha dovuto

ricomprare le sue terre chiesastiche e demaniali, e allibertare le sue

altre proprietà immobiliari, erogandovi la colossale somma di quasi 700

milioni, che sono stati sottratti alla bonifica delle altre sue terre.

«Ed il quarto dei beni ecclesiastici, attribuito dalla legge del 7

luglio 1866 ai comuni dell'Isola, è stato davvero derisorio, giacchè

(incredibile a dirsi, ma pure vero) il _valore_ di questi beni a

riguardo dei detti comuni, è stato calcolato in base alle vilissime

dichiarazioni del clero di Sicilia, per il soddisfo della tassa di

manomorta del 4%. E da questo _nominale_ valore sono stati dedotti il

30% attribuito allo Stato giusta la legge del 15 agosto 1867, e dippiù

il 4%, di tassa di manomorta, ed un altro 5% per ispese di

amministrazione. Però tutte queste deduzioni sono stato ragionate sul

_valore effettivo_ dei cennati beni; e sottratte in oltre le pensioni

dovute ai membri degli Enti soppressi. Sicchè nulla, o quasi nulla, han

percepito sin oggi dopo più che un quarto di secolo, i Comuni del

cennato quarto di beni. Anzi il Demanio ha richiesta la restituzione

delle poche somme, per tale causa, pagate a qualche Comune.

«Or dietro tanti sacrifici che quest'Isola ha, per virtù di

patriottismo, accettati, dessa avea bene il diritto di vedersi

equiparata alle altre regioni d'Italia nelle condizioni di viabilità, o

di miglioramento di ogni genere.»

Mi associo di tutto cuore alla osservazione del Comitato promotore, che

vorrei vedere tenuta nel dovuto conto da coloro che credono nella

_generosità_ del governo italiano verso la Sicilia. Però devo notare che

la valutazione dei beni dell'asse ecclesiastico fatta dalla relazione

dei grandi proprietarî--secondo i dati fornitimi gentilmente dal Comm.

Simeone, direttore generale del Demanio--è troppo esagerata.

[11] La media del regno pel 1891 per 100,000 abitanti è di 348 furti, in

Sardegna di 846, nel Lazio di 667, in Basilicata di 638, negli Abruzzi

di 518, in Sicilia di 398.

[12] Degli effetti del fiscalismo e dell'usura, che producono il grave

malcontento dei piccoli e medî proprietarî se ne avrà una idea da questi

desolanti dati statistici. Nella provincia sola di Caltanissetta dal

1883 al 1893 si fecero le seguenti espropriazioni: Caltanissetta 3151,

Piazza Armerina 2033, Riesi 1648, Butera 1388, Santa Caterina Villarmosa

731, Mazzarino 604, _Castrogiovanni_ 463, Montedoro 500, Valguarnera

432, Resuttano 449, Sommatino 399, Delia 392, Serradifalco 322, Aidone

252, San Cataldo 228, Villalba 228, Niscemi 158, Barrafranca 140, Sutera

136, Vallelunga 116, Acquaviva 46, Pietraperzia 28, Villarosa 29,

Marianopoli 10, Campofranco 6. La lista non è completa eppure le

espropriazioni del decennio arrivano a 16662! (Dalla _Rivista popolare_

del 31 Dicembre 1893). Nel solo comune di Chiaramonte Gulfi (paese di

circa 10000 abitanti nella provincia di Siracusa) nel mese di Dicembre

1893 per conto dell'esattore andarono all'asta 129 piccolissime e medie

proprietà. Ho sottolineato la città di Castrogiovanni perchè nonostante

il suo vastissimo territorio e i suoi 22000 abitanti, ha avuto, un

numero relativamente esiguo di espropriazioni, perchè c'è un certo

benessere. _Fu mantenuta sempre la calma e l'ordine._

[13] L'on. Marchese di San Giuliano da _vero uomo di Governo_, nel senso

comunemente attribuito a questa frase in Italia, e che sente la

responsabilità della politica disastrosa da lui appoggiata dal 1882 al

giorno d'oggi, ha tentato scagionare il governo dalle accuse rivoltegli,

sostenendo che della depressione economica della Sicilia la colpa del

governo è poca o almeno non è quanta glie ne viene attribuita. (_Le

condizioni presenti della Sicilia_). La difesa non merita di essere

discussa. Alle sue affermazioni, veramente audaci, rispondono i fasti

della politica finanziaria, militare e doganale--strettamente connesse

alla dinastica politica estera--che trovarono estimatori assai più equi

anche tra i più eminenti uomini di governo; tra i quali cito soli i

senatori Jacini e Finali, perchè credo, che bastino a controbilanciare

l'autorità dell'ex-sottosegretario di Stato per l'agricoltura e

commercio.

V.

IL MALCONTENTO TRA I LAVORATORI DELLE MINIERE.

Dei piccoli proprietarî non occorre tener parola. La loro condizione,

che peggiora dappertutto, non è diversa in Sicilia di quella che è

altrove; essi che hanno minore resistenza da opporre alle cause di

depressione economica, sentono che muoiono, che gradatamente vengono

gettati tra le file del proletariato. Perciò giustamente cominciano ad

essere accessibili alla propaganda socialista, che tra loro riuscirebbe

più efficace se il concetto della _lotta di classe_--facilmente

frainteso--non li spaventasse, perchè temono che in un momento decisivo

i proletarî, non saprebbero fare distinzioni sottili tra grandi e

piccoli proprietarî e li voterebbero tutti alla morte[14].

[AZIONE MODERATRICE DEI SOCIALISTI]

Nè occorre intrattenersi del proletariato urbano, poco dissimile per le

condizioni economiche da quello del resto d'Italia; inferiore al

medesimo nella istruzione, nella coltura, nella compartecipazione alla

vita pubblica. I _Fasci dei lavoratori_ delle città,--eccettuato quello

di Catania--perciò offrono una minore solidità ed attività di quelli

delle campagne, e poco fanno parlare di loro. Così Palermo rimane

tranquilla, mentre alle sue porte, a Partinico, a Monreale, a

Girardinello è forte l'agitazione; si arresta, si ferisce, si ammazza.

Con che non s'intende disconoscere che in questa attitudine non abbia

seriamente contribuito la influenza moderatrice che i capi del partito

socialista esercitano sulle masse, consci come sono dei danni che

verrebbero da un movimento inconsulto: azione altamente moderatrice e

non mai abbastanza lodata--sebbene dal Governo del tutto

disconosciuta--esercitata pure dal dott. Barbato a Piana dei Greci e dal

Verro nelle contrade di Corleone: paesi che senza di questa azione

moderatrice avrebbero potuto dare un forte e pericoloso contingente agli

ultimi sanguinosi tumulti.

Tristissima è la sorte delle cinquantamila famiglie, che vivono

direttamente del lavoro nelle miniere di zolfo. I _reporters_ che hanno

visitato l'isola in generale si sono dati alle commoventi descrizioni

dei così detti _carusi_, cioè dei giovani dagli 8 ai 20 anni, che sulle

loro spalle traggono fuori dalle viscere della terra il minerale da cui

si estrae lo zolfo; e lo trasportano attorno ai _calcheroni_, nei quali

viene fuso e ridotto in pani; descrizioni, che fanno rassomigliare una

zolfara ad una bolgia dantesca coi suoi disgraziati abitatori e che di

poco si scostano dal vero.

[I CARUSI]

I _carusi_ hanno formato oggetto di vive discussioni a varie riprese in

Italia.

La stampa del continente se ne occupò con interessamento dopo la

pubblicazione del libro di Sonnino sui _Contadini in Sicilia_, il quale

ne trattò nell'appendice. Quando si cominciò a parlare di legislazione

sociale tornarono di moda; e finalmente nel settembre scorso ci fu di

nuovo una esplosione di sdegno per le sofferenze di questi lavoratori

delle miniere dopo la descrizione fattane dal Rossi della _Tribuna_.

Se sono molte le inesattezze scritte e divulgate sulla durezza del

lavoro dei minatori di zolfo, sono assai minori quelle sui _carusi_.

Tra tutte le descrizioni sul lavoro aspro, durissimo, cui sono

condannati i _carusi_, rimane, a mio giudizio, più esatta, per quanto

elegante e sentimentale, quella datane da Gustavo Chiesi nella _Sicilia

Illustrata_. Non mi arrischio di rifarla o di ripeterla perchè a me

manca quella vivacità dello stile ch'è necessaria per farne un bozzetto,

che per quanto impressionante rimane sempre verista. Mi limito, perciò,

ad occuparmi di quella parte delle loro condizioni, che si presta ad

essere trattata con l'aridità che mi è abituale.

[LA DURATA DEL LAVORO]

Comincio dalla durata del lavoro. Raramente la giornata di lavoro dei

_carusi_ sorpassa le otto ore, come raramente rimane al disotto, mentre

quasi mai il _picconiere_ lavora per otto ore, e la sua settimana di

lavoro è di quaranta ore.[15]

Quindi sotto questo punto di vista la legge delle otto ore nelle miniere

della Sicilia non avrebbe sensibile applicazione e non darebbe gli

sperati utili risultati.

I _carusi_, come i _picconieri_, lavorano a cottimo e ricevono una parte

maggiore o minore dell'importo della _cassa_ di zolfo, secondo la

maggiore o minore distanza dal cantiere della lavorazione al piano

d'impostamento presso il _calcherone_, e secondo pure la lunghezza e

ripidità della scala. Da queste due condizioni, infatti, dipende il

numero dei _viaggi_, che può fare il _caruso_ e la quantità di minerale,

che può essere trasportata fuori in una giornata.

[IL SALARIO E L'USURA]

Il salario varia in questo momento dai 40 centesimi alla lira al giorno

secondo l'età; ma si avverta, che oggi non che al salario dello

_sweating system_ sono ridotti al doloroso sciopero forzato.

L'usura pesa sui _carusi_, come pesa sui _picconieri_, e non è esatto

che questi ultimi riversino sui primi la parte che a loro spetta; almeno

questo è un caso del tutto eccezionale e che si verifica quando il

picconiere è agiato, ha un piccolo capitaluccio e fa lui stesso le

anticipazioni in generi al _caruso_. Ma in questo caso, per essere

giusti, si deve riconoscere che il picconiere non esercita l'usura in

proporzioni superiori a quelle, cui si dovrebbe sottostare ricorrendo

alla _bottega_ del padrone-coltivatore.

Si sono esagerate di molto le crudeltà del _picconiere_ contro il

_caruso_, che si è voluto dipingere come se fosse assolutamente lo

schiavo del primo e su cui avrebbe una specie di diritto di vita e di

morte. I rapporti tra _picconieri_ e _carusi_ sono improntati

generalmente a quel carattere di durezza, che prevale nelle classi

inferiori, specialmente della Sicilia.

Il contadino si crede nel diritto di bastonare la propria moglie e i

propri figli; e lo stesso diritto crede di avere il _picconiere_ verso

il _caruso_. Non sono rari i casi, poi, in cui il primo mostra una

eccezionale dolcezza verso il secondo; e lo liscia, lo carezza, gli

regala qualche sigaro e lo porta a bere un bicchiere di vino nei giorni

festivi e di domenica. E ciò fa più per convenienza, che per bontà di

animo; lo fa per quell'_anticipo_ che gli ha dato e che è stato

erroneamente interpretato e dal Sonnino e dal Rossi e da molti altri,

che ne hanno scritto.

[RAPPORTI TRA CARUSO E PICCONIERE]

Quando un _caruso_ s'impegna a lavorare con un _picconiere_ riceve da

questo una somma, che varia dalle 50 alle 150 lire, secondo l'età e la

ricerca che c'è di _carusi_. Questa somma si chiama _anticipo morto_,

che non sempre si sconta gradatamente col lavoro quotidiano, ma si

restituisce quando il _caruso_ vuole andare a lavorare con un altro

picconiere o vuole cambiare mestiere.

Le famiglie di contadini e anche di operai dei centri urbani hanno una

grande risorsa nello _anticipo_, che intascano per uno o due figli, che

mandano a lavorare nelle miniere; ma si sbaglia grossolanamente quando

si crede che questo _anticipo_, che spesso nè il _caruso_, nè la sua

famiglia sono in condizione di restituire, costituisca un legame

economico rassomigliante alla servitù. Il vero è che il _caruso_, se è

nullatenente e poco onesto, o se tale è la sua famiglia, un bel giorno

lascia con un palmo di naso il _picconiere_, e va a lavorare con un

altro _picconiere_, intascando un altro _anticipo_: operazione, che

ripete talvolta con parecchi che lascia sul lastrico. Al _picconiere_

non resta che esperimentare l'azione civile, senza utile alcuno; ma

qualche volta, esasperato dalla perdita, che per lui è un vero disastro,

lo cerca, lo insegue, e se lo trova, lo bastona terribilmente. Non poche

volte sorse fiera contesa con brave coltellate tra l'antico _picconiere_

derubato e il nuovo con cui è andato a lavorare il _caruso_ senza

restituire al primo l'anticipo; poichè le consuetudini e le leggi

dell'_omertà_ esigono che un _picconiere_, assoldando un _caruso_,

s'incarichi esso stesso di saldare il creditore precedente, cui si

sostituisce in tutto e per tutto. Chi vien meno a tali consuetudini e

leggi della _mafia_, si espone alle vendette del danneggiato; e in

realtà è meritevole di punizione perchè se esso non ruba, tiene il

sacco.

Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause · 第 2 / 35 段