Sei anni dopo, nel villaggio di Lambrate, Onorina si univa in
matrimonio ad un ricchissimo ex-droghiere milanese, il quale a forza
di convertire il cacao in cioccolatte, s'era comperato non so quante
pertiche di terreno, e si godea tranquillamente in campagna una rendita
annuale di circa trentamila lire. È inutile dire che l'amore non si
era per nulla mescolato in quel faustissimo imeneo. Una fanciulla
appena uscita di collegio non può innamorarsi di un fabbricante di
cioccolatte, che non si distingue dagli altri uomini se non pel suo
prosaico nome di Pasquale, e per un ventre enorme, simile ad un otre
pieno di stoppa mal digerita. Onorina aveva letto dei romanzi; ella
vagheggiava un Arturo o per lo meno un Enrico; ma siccome gli Arturi
ch'ella aveva incontrati nel mondo non possedevano altra ricchezza
fuori di un bel nome e di una bella capigliatura inanellata, i parenti
le ingiunsero di sposare un Pasquale con trentamila lire di rendita.