chiudere gli occhi ai veri meriti del poeta. Commetteremmo una grande
ingiustizia. Io, che così vi ho parlato, mi compiaccio di avere
assistito commosso alla inaugurazione del monumento che i veronesi
per gratitudine inalzarono ad Aleardo Aleardi. Egli ebbe una forte e
schietta anima di poeta, e fece della poesia un uso generoso. Troppo
femminismo in lui, lo abbiamo già detto, ma a lui anche non si può
negare il merito insigne di aver forse più d'ogni altro poeta unito
l'amore della cara donna e l'amore della cara patria. Egli si studiò
con nobilissimo intendimento di fondere insieme questi due sentimenti,
e quando narra nel «Triste dramma» la storia del povero condannato
dall'Austria che, appena giunto alla carcere, segna nelle pareti il
profilo della donna amata, e in quel profilo si compiace di vedere la
immagine della donna amata e la immagine d'Italia «che Dio fece insieme
così belle e colpevoli,» noi, anche attraverso il suo cicisbeismo
fantastico, non possiamo fare a meno di cogliere e sentire una idea
generosa. Il poeta veronese immaginò la donna come mediatrice tra
l'uomo e il Creatore, e ministra amabile e forte della volontà umana
nell'adempimento dei più grandi ideali. E quando nel «Canto politico»,
uno dei suoi più infelici canti, di una lunghezza interminabile, fa
salire lo spirito di una donna fino al trono di Dio a invocare pietà
per la patria italiana in nome di tutto ciò che vi ha di bello, di
nobile, di gentile nella umana natura, noi non possiamo difendere
l'animo nostro da un senso di compiacenza e di ammirazione. Leggendo
le liriche dell'Aleardi, anche le meno fortunate e le meno riuscite,
il nostro pensiero corre spontaneo a quelle nobili gentildonne
veneziane e lombarde, che tanto contribuirono a mantenere in Italia
viva la fiaccola del patriottismo, e che ai campioni della libertà, e
dell'unità della patria non furono larghe solamente di sorrisi, ma di
santi consigli; non seppero solamente amarli ma confortarli pietose
e inspirarli magnanimi, facendosi ad essi compagne nei duri cimenti e
nelle pene!
Sarebbe anche ingiustizia dimenticare che l'Aleardi si elevò ad
altissime concezioni di patriottismo allargandole oltre i confini
della sua patria, come quando in nobilissimi versi celebrò e compianse
l'eroismo della Nazione polacca, ricordando le sue benemerenze verso
«questa Europa ingenerosa» che la abbandonava alla tirannia moscovita.
*
* *
E ora voi mi domanderete: si riducono solo all'Aleardi e al Prati i
poeti insigni del periodo che voi avete l'assunto di illustrare? Essi
sono certo i due più insigni. Ho accennato ad altri, e volentieri mi
metterei a mostrare i loro meriti, se mi fosse consentito dal limite
dato al mio discorso. Vi basti, o Signore, che io abbia accennato qua
e là ad alcuni di essi. Non voglio però tacervi che quando il decennio
dal '49 al '59 stava per chiudersi, studiava a Pisa un giovinetto
maremmano, che aveva in sè e valorosamente ne' suoi propositi una
grande poesia, umana e civile per la sua patria.
Ho nominato Giosuè Carducci. Egli dissentiva dagli altri; egli studiava
profondamente e diversamente da quello che usavasi allora in Italia
dai più; non si contentava della pura forma, ma con la mente tenace e
penetrante andava giù nella grande sostanza filologica e linguistica
della nazione italiana, e accennava a voler risalire alle pure fonti
della tradizione indigete e cavare da essa tutte le forme più precise
e più plastiche di una nuova poesia. Un giorno egli comparve davanti
a degli amici e lesse dei suoi versi, e anche nella scelta degli
argomenti egli si diversificava dagli altri, non erano donne innamorate
o lamentazioni sentimentali, o salici piangenti, o raggi di luna.
Come un antico, come un pagano, di un fiero paganesimo però che non si
tuffava nell'epicureismo e non divorziava da nessuna nobiltà di ideali
umani, egli nel «Libero convito» cantava:
Beviam, se non ci arridono
Le liete muse indarno,
Or che lent'ombra nordica
Cuopre i laureti d'Arno.
A noi, progenie italica,
A noi, sangue del Lazio.
Bacco scintilla e Venere
E l'armonia d'Orazio....
Con questa superba e schietta intonazione il giovane poeta esordiva;
e, ripeto, dal suo paganesimo nessuna alta idealità umana e sociale era
bandita; e nel fervore del brindisi accennava alle grandi virtù civili
che l'antichità classica ci raccomandava co' suoi esempi:
Anch'ei Catone intrepido
La tazza al servo chiese
E ripensando a Cesare
Il roman ferro chiese:
E in quel che Bruto vigila
Su le platonie carte,
Cassio tra' lieti cecubi
Gli Idi aspettò di Marte.
Così, o Signore, Giosuè Carducci preparava a sè stesso un grande
avvenire di poeta fino da allora; e accennava che per la poesia
italiana ci sarebbero state ancora delle giornate di gloria. Lo
chiamavano strano, contorto, oscuro; ma gli uomini di più fine
intelletto e di gusto più squisito sentivano in lui il maestro di
una forma più eletta nella quale si sarebbero potuti nobilmente
rispecchiare le più nobili tradizioni dell'arte nostra e tutti i grandi
ideali della vita. Terenzio Mamiani, letta la sua canzone a Vittorio
Emanuele II, non solo offriva a Giosuè Carducci la cattedra di italiano
nell'Università di Bologna, ma vaticinava in lui il poeta giovane della
patria risorta. E voi e noi tutti abbiamo la prova che il vaticinio
dell'illustre pesarese non è andato smentito dai fatti, e che la
poesia, dopo il Cinquantanove ha continuato a dare alla vita italiana
delle ispirazioni e delle consolazioni.
F. D. GUERRAZZI
CONFERENZA DI GIOVANNI MARRADI.
_Signore e Signori,_
Nell'anno 1827 uscivano in luce, a poca distanza fra loro, _I promessi
sposi_ di Alessandro Manzoni e _La battaglia di Benevento_ di Francesco
Domenico Guerrazzi.
Il Manzoni aveva 42 anni, il Guerrazzi 22. _I promessi sposi_ erano
stati preceduti da una aspettazione grandissima, che nocque al
loro immediato successo e che, sulle prime, li fece quasi parere
una delusione agli ammiratori del grande poeta. _La battaglia di
Benevento_, invece, non era stata precorsa da altro rumore che da
quello dei formidabili fischi, onde già i Livornesi avevano accolta
la rappresentazione d'un dramma del loro giovine concittadino; ma il
romanzo trionfò e sbigottì con quella sua forza selvaggia e feroce,
la quale, più che rivincita d'autore fischiato, sembrò vendetta di
lioncello inasprito.
E il romanzo guerrazziano, di cui si moltiplicarono subito le edizioni,
fu contrapposto al romanzo manzoniano, come capolavoro si contrappone a
capolavoro. E il Manzoni e il Guerrazzi furon considerati da molti come
capi di due scuole e tendenze diversissime e opposte, ma ugualmente
geniali e benefiche all'arte e alla patria: sopra tutto alla patria,
che era allora, occulta o palese, la fiamma animatrice e la ragione
suprema dell'arte.
Oggi _I promessi sposi_ tengon di pieno diritto il primissimo posto
nella letteratura italiana di tutto il gran secolo che tramonta, e _La
battaglia di Benevento_ non si legge ormai più, come non si legge più
forse alcun libro di questo
..... re della terribil prosa
Ruggita in faccia ai prepotenti e ai vili.
A poterci rendere qualche ragione di un così rapido cambiamento
avvenuto nei gusti del pubblico, riguardiamo un po' più da vicino
quest'uomo e questo scrittore che ebbe fama di grande, e riguardiamolo
specialmente nella sua opera letteraria, che esercitò su i
contemporanei tanta potenza.
Della vita politica del Guerrazzi non è forse venuto ancora il momento
di poter giudicare con illuminata imparzialità, senz'amore e senz'odio;
e se pure ne fosse il momento,
Me degno a ciò nè io nè altri il crede;
ond'io lascio ad altri, più competenti di me, il trattar di proposito
questa parte dell'argomento, e vengo, senz'altro, al poeta.
I.
Ingegno fortissimo e anima fiera, fantasia ignara di freni e volontà
sdegnosa di ostacoli: ecco le qualità che sortì da natura il Guerrazzi.
L'educazione rigida avuta in famiglia e l'istruzione pedantesca
ingozzata in iscuola, le molteplici e multiformi letture fatte da
lui giovanissimo e i casi della sua vita agitata fin dai prim'anni,
finirono poi di foggiarlo quale egli ci appare, co' suoi pregi e co'
suoi difetti, in tutta l'opera sua di scrittore e di cittadino. E i
pregi furono in lui certamente più grandi dei grandi difetti, i quali
il più delle volte non erano che una esagerazione delle sue stesse
virtù. Così l'orgoglio fierissimo, che parve quasi la Musa inspiratrice
d'ogni suo atto e d'ogni suo scritto, fu in lui consapevolezza
eccessiva, ma spesso legittima e provocata, del proprio valore; e
quella sua stessa ambizione, che parve a molti così smoderata, non fu
che un eccesso di quel nobile amore di gloria che lo infiammava, di
quel foscoliano _furore di inclite geste_ che il padre suo ed il suo
Plutarco gli avevano acceso nel cuore sin da fanciullo.
_Natura eroica_, come bene fu detta, era davvero codesta dell'aspro
fanciullo, fatto sempre più aspro dai rimproveri e dalle percosse che,
invece di carezze e di baci, gli dava sua madre. E in quell'eroica
natura, in quell'ardente fantasia solitaria, in quell'anima tutta
chiusa in sè stessa nè mai confortata d'alcuna dolcezza domestica, è
facile immaginar quali semi dovesse gittare ogni giorno quel padre
severo, quel padre taciturno, che parlava soltanto per citare a'
figliuoli esempî di Plutarco e sentenze di Dante; è facile giudicar
quali germi dovesse andare svolgendo in quell'indole un padre che gli
brontolava all'orecchio, parlando di Tacito: «Costui scrisse storia col
pugnale; valeva meglio piantarlo nel cuor dei tiranni!»
Questo l'ambiente familiare nel quale cresceva il fanciullo Guerrazzi,
e in cui si veniva temprando il carattere che doveva poi stampar tutto
l'uomo sì fortemente, da renderlo segno d'inestinguibile amore e di
odio non anche domato.
Gl'istinti eroici della sua focosa natura, che lo traevano a tutto ciò
che è solenne ed antico, e l'antiquata accademica disciplina a cui fu
sottoposto da' suoi maestri di lettere, ci spiegano in parte il suo
stile, cioè il carattere dello scrittore.
Il primo di tali maestri, e quello di cui egli serbò più grata memoria,
fu il Padre Spotorno, barnabita, rappresentatoci dal Guerrazzi come
un Robespierre letterario del 500, che ad ogni ombra di modernità
arricciava il pelo come istrice, e che gl'insegnava la lingua «come
s'ingrassano i luci: uno imbuto in gola, e poi giù una ramaiolata di
Bembo, di Casa, di Baldassar Castiglione, e via discorrendo». E di
siffatti metodi d'insegnamento restarono sempre le tracce evidenti
nella forma letteraria che piacque al Guerrazzi e che ebbe sì lungo
codazzo di imitatori: forma che ha la copiosa ricchezza di lingua e
il periodo latineggiante dei cinquecentisti, e qualche volta, come
nella _Serpicina_, l'arcaica semplicità dei trecentisti migliori,
ma che di latineggiante e di arcaico sa sempre troppo: forma che si
compiace di uno stile magnifico, in cui l'ideale eroico del poeta si
drappeggia come in un paludamento o in una clamide; forma artificiosa
di un artificio che in lui diventò una seconda natura, sì che perciò,
italianissima sempre, potè essere spesso eloquente davvero e mirabile
d'impeto e di vigore; ma che, insomma, artificiosa fu molto, ed a noi
apparisce oramai come una specie di anacronismo.
Chè se si obiettasse come gli stessi metodi pedanteschi e accademici,
comuni allora dal più al meno a tutte le scuole italiane, non abbian
prodotto in altri scrittori moderni, anche anteriori al Guerrazzi, gli
effetti e i difetti che produssero in lui, sarebbe ovvio rispondere che
le medesime cause operano diversamente su anime e ingegni diversi. E il
Guerrazzi, con quella sua anima antica e con quell'ingegno grandissimo
ma squilibrato, non che assimilarsi quel primo nutrimento di classiche
forme, ne ebbe per tutta la vita una specie di pletora, e byroneggiò
cruscheggiando.
Ed ecco un altro lineamento caratteristico e definitivo della sua
fisonomia di scrittore, la quale, se posso sciupare un verso di Dante,
Da Byron prese l'ultimo sigillo.
e ne rimase improntata per sempre.
Una mente ardita com'era quella, non poteva, per quanto
classicheggiante, restare insensibile e chiusa alle novità dei
romantici, che tanto contributo di forme più immaginose e di più libere
idee andavan portando nella moderna letteratura europea. Non per nulla
il discepolo dei Barnabiti aveva letto, anzi divorato, Ossian insieme
ad Omero, la Radcliffe insieme all'Ariosto, e ne aveva avuta una specie
di febbre al cervello. Calmato il fermento di quella febbre, il futuro
autore della _Battaglia di Benevento_ dovette sentire con senso più
chiaro quel vivido soffio rinnovatore che il Goethe e lo Schiller,
lo Shelley ed il Byron, lo Chateaubriand e la Staël avevano spirato
anche di qua dalle Alpi, e che di qua dalle Alpi andava ingrossando
in un vento di rivoluzione. E il Guerrazzi conobbe le letterature
straniere, e ne derivò nuovi elementi di _humour_ alla sua natural vena
sarcastica, che doveva essere una delle sue forze maggiori così nella
vita come nell'arte, e che fece di lui il più tagliente motteggiatore
d'Italia. Ma quella che investì il giovinetto con soffio più largo e
possente, e non tutto benefico, fu, senza dubbio, la poesia di Lord
Byron.
A Pisa, dove il Livornese era andato a studiare Giurisprudenza,
vide il poeta famoso, ne lesse i poemi, e ne ebbe come la vertigine
dell'abisso. Egli stesso più tardi, con calde e iperboliche immagini,
ci narrò nelle sue _Memorie_ lo sbigottimento che gli cagionò la
rivelazione di quella poesia e di «quell'anima immensa», e confessò,
se ce ne fosse stato bisogno, che per molti anni non vide più e non
sentì più che a traverso a quella poesia e a quell'anima. — Frutto
immediato di tanta impressione furono certe sue ottave _A Giorgio
Byron_, pubblicate una sola volta a Livorno, e dimenticate poi
dall'autore. Ma l'influenza byroniana rimase pur troppo in quasi tutta
l'opera sua narrativa, e _La battaglia di Benevento_ non fu, si può
dire, che lo scoppio improvviso di quel byronismo satanico, che ormai
gli era entrato nel sangue come un veleno. E il Guerrazzi, che già vi
era disposto naturalmente, assorbì quel veleno in maniera da averne
colorati i fantasmi, i caratteri, le passioni sue e de' suoi personaggi
in quel primo romanzo, alterata l'originale spontaneità dell'ingegno
privilegiato, e falsata in gran parte la forma di quella sua _prosa
poetica_, di quel suo lirismo convulso, di cui con ragione fu detto,
che ha del byroniano e del biblico.
E biblica è anche davvero, specialmente nei romanzi maggiori e più
celebrati, l'intonazione dello stile guerrazziano lussureggiante di
immagini, perchè spesso il poeta (ed ecco la vera sua gloria!) tutto
inteso a risuscitare la vita sopra una terra di morti, si erige profeta
di libertà; e allora egli sembra Mosè precinto di tuoni e di lampi sul
Sinai, allora egli sembra Ezechiello che gridi: _Sorgete, ossa aride,
su dal sepolcro!_ Perchè noi, o Signori, abbiamo troppo dimenticato
che l'arte non fu pel Guerrazzi un'estetica dilettazione da offrire
agl'ignavi d'Italia, ma squillo di guerra contro chi dava all'Italia
catene e patiboli. Sbagliò, e ho già detto che sbagliò molto, nei mezzi
formali che credè meglio acconci a raggiunger quel fine; ma il fine fu
altissimo sempre, e degno di lode immortale. E nel fine politico ch'ei
si propose, e che non si stancò mai di ricordare in ogni suo libro,
di confermare in tante sue lettere, è un'altra grande ragione de' suoi
difetti ed eccessi di artista, moltissimi dei quali furono appunto gli
eccessi e i difetti d'un uomo, che scriveva dei libri perchè non poteva
combattere delle battaglie.
II.
Scrisse il Guerrazzi a Niccolò Puccini che natura gli aveva posto in
corpo «l'argento vivo dell'uomo d'azione». Il padre spartano, senza
forse saper bene in che fuoco soffiava, gli aveva sempre sentenziato
esser meglio «vivere un giorno come un leone, che cento anni come una
pecora». E il giovine Francesco Domenico, che era nato leone davvero,
con tutte le rudi energie del popolo livornese da cui traeva l'origine,
si vide tracciata per tempo la via che doveva percorrere. E in quella
via si cacciò subito fin da ragazzo, fuggendo da casa per un diverbio
avuto col padre, facendo il traduttore e il revisore di stampe per
vivere, e assoggettandosi a ogni sorta di privazioni, piuttosto che
cedere per il primo. Così il lioncello si agguerriva alla lotta con
una forza di volontà che fu spesso ostinazione superba, con una tenace
perseveranza che doveva esercitarsi ben presto in più nobile campo.
Studente a Pisa, di 15 anni, fu subito preso di mira dalla polizia
granducale, che lo segnò nel suo libro nero e lo perseguitò con
ammonizioni e perquisizioni e tribolazioni d'ogni maniera. Bandito
dall'Università per le sue idee troppo liberali, ci potè tornar dopo
un anno, ma sempre osteggiato dai professori e sorvegliato dai birri.
Queste persecuzioni gli inacerbivano sempre più il carattere e gli
accrescevano quel disgusto degli uomini al quale inclinava, e che
il _Werther_ e l'_Ortis_, il _Manfredo_ e il _Caino_ avevan diffuso
come un contagio spirituale su l'anime giovani. Ciò non ostante, a
dispetto di tutto, si potè laureare _in utroque_, e tornare alla sua
Livorno a esercitarvi l'avvocatura, Dio sa con quanto suo gusto! Con
quell'ingegno e con quell'anima, sentiva che la toga dell'avvocato
gli si adattava «come la catena alla gamba del galeotto»; e le sue
bellissime lettere son piene di questo lamento:
«La mia anima si è versata come un'onda d'inchiostro (scriveva nel
'47), e poteva prorompere come un raggio di sole! Io sarò stato in
questa vita dottore e mercante per bisogno, scrittore per rabbia!»
«Vedete che supplizio! (geme in un'altra lettera). Io mi curvo sotto
la cappa curiale più penosamente che il collegio degl'ipocriti sotto
le cappe di Dante. Ma la vita erami data come un morso da rodere. Io
morirò avvocato, io nato forse poeta».
E quel morso lo dovè rodere a lungo; e, fra l'esercizio professionale
e le vicende politiche ond'egli fu parte, si può dire che, fin dopo il
'60, i più lunghi ozi che egli potè consacrare all'arte geniale furono
forse gli anni (e disgraziatamente non furono pochi) da lui passati
in esilio o in prigione. Ora, se si pensa che quest'uomo d'azione
e quest'uomo d'affari potè scrivere tanti libri di immaginazione e
di riflessione quanti ne scrisse, e che quei libri furon capaci di
produrre quei potentissimi effetti che produssero sopra gli uomini
per i quali furono scritti; è ben forza riconoscere che quell'uomo non
usurpò il nome di grande che i suoi contemporanei gli diedero, e che
sarebbe ingiustizia e insipienza voler giudicare soltanto coi freddi
criteri dell'arte quei libri vulcanici.
Intanto, se il Guerrazzi si sentiva addosso l'argento vivo, la polizia
toscana non se ne stava con le mani alla cintola; e dopo avergli dato
il precetto della sera come si dà ai malfattori, dopo avergli soppresso
nel '29 _L'Indicatore livornese_ che egli aveva fondato da pochi mesi
insieme con Giuseppe Mazzini e con Carlo Bini, dopo averlo confinato a
Montepulciano pei liberi sensi da lui espressi nell'_Elogio di Cosimo
Del Fante_, dopo averlo imprigionato pei fatti del '31 senza accusa
determinata e poi rilasciato senza processo; nel 1834 lo arresta di
nuovo come cospiratore e lo chiude nel forte di Stella a Portoferraio.
Ivi nacque _L'assedio di Firenze_, col quale l'autore, inspirandosi
ancora alla storia italiana, creava, anche più arditamente che con _La
battaglia di Benevento_, una nuova forma di romanzo storico.
Nulla infatti hanno di comune i romanzi del Nostro con quelli di
Walter Scott o del Cooper, dai quali diversificano formalmente e
sostanzialmente, e coi quali non potrebbero venire paragonati che
per la ragion dei contrari. E poi disse bene il Chiarini, che chi
proprio voglia trovare ai romanzi del Guerrazzi una derivazione o una
parentela, non la deve cercare fra i romanzieri che lo precederono,
ma fra i poeti; deve cercarla nei poemi e nei drammi dello Schiller
e del Niccolini, oltre che in quelli del lord inglese. E di poeta
fu sempre nel Livornese non solamente la forma della sua prosa,
ma ancora e più il modo tutto suo soggettivo e passionatissimo di
sentir la natura, di intender la storia, di concepire la vita, e di
riprodurle nell'opera d'arte. Così avesse avuta il Guerrazzi almeno
una piccola parte di quella oggettiva serenità, di quella equabilità
quasi olimpica che permise allo Scott e al Manzoni di guardare la
storia e la vita con occhio limpido e acuto, e di eternarle nell'arte
con mano ferma e sicura! Egli invece vide tutte le cose con occhio
di febbricitante, quando non le vide con occhio di bove che gliene
esagerava le proporzioni; vide il mondo soltanto a traverso l'anima sua
sempre buia, e stampò di sè, sempre di sè, soltanto di sè, la storia e
la vita. Nè gli venne fatto così, credo io, per imitare anche in questo
il suo Byron, ma proprio perchè era nato così, e perchè, volendo che i
suoi romanzi fossero piuttosto _azioni_ che _libri_, credeva di poter
conseguir meglio il suo scopo immediato col dare a tutte le età da lui
evocate, a tutti i personaggi da lui creati, i suoi spiriti feroci
e le sue passioni fortissime: simile in ciò, più di qualunque altro
scrittore italiano, a Vittorio Alfieri, del quale aveva ereditata tutta
la maschia energia dell'ingegno e dell'animo.
Oltre che in questi caratteri soggettivi, la singolarità del romanzo
guerrazziano consiste anche nel modo e nella misura con cui vi si
mesce la storia alla favola, il verosimile al vero. Ciò è già evidente
nella _Battaglia di Benevento_, dove la storia costituisce la parte
essenziale del quadro, e storiche ne sono quasi tutte le figure
principalissime, se si eccettua il protagonista Rogiero. Ora è certo
che questo non fu il sistema seguito nei suoi molti romanzi dal grande
Scozzese, nè dal grandissimo Lombardo nell'unico suo, perchè ivi la
storia non fa che da sfondo o da scena, e ideali ne sono gli attori
principali e i principali casi del dramma che vi si svolge. È ben vero
però, che il sistema onde fu composta _La battaglia di Benevento_
era ancora un po' incerto ed ambiguo, come quello che non permette
al lettore di scernere chiaramente il vero dal verosimile; e perciò
porgeva il fianco più agevolmente alle accuse non sempre giuste che
furono mosse al romanzo storico, condannato in teoria dallo stesso
Manzoni che, nella pratica, aveva creato il capolavoro del genere.
Il Guerrazzi sentì certo gl'inconvenienti che derivavano da quella
specie di mezza misura che aveva prima adottata, e nel secondo
romanzo fece addirittura del fatto storico il vero e solo soggetto del
quadro suo grandioso, senza aggiungervi del proprio che poche figure
accessorie e qualche episodio.
Ma queste novità non ci spiegherebbero punto l'impressione
straordinaria che l'Arte del Guerrazzi produsse su gl'Italiani fino
dalla comparsa del suo primo romanzo, se l'Autore, poco più che
ventenne, non vi avesse rivelata subito e davvero una forza d'ingegno
meravigliosa. I più severi, pur deplorandone i deplorevoli eccessi,
dovettero ammirar quella forza, e G. B. Niccolini ringraziò Dio che
voleva consolare di tanto intelletto la povera Italia. E ancora, con
tutti i suoi difetti enormissimi, _La battaglia di Benevento_ rimane
uno dei migliori scritti narrativi del Nostro per gagliardia di
composizione e pel rilievo di alcuni caratteri. E se i suoi pregi non
bastassero a darci ragione del fàscino che esercitò su i contemporanei,
ce la darebbero i suoi difetti, che, impressi di quella singolar
tempera guerrazziana, parvero pregi e virtù. Pregi e virtù sopra tutto
(come per un momento suole accadere d'ogni apparenza di novità e di
ogni ingegnosa stranezza) sembrarono le intemperanze di quella prosa
poetica, le enfasi di quelle liriche divagazioni, che rispondevano
così bene ai gusti romantici dei primi decenni del secolo, cullandoli
in una colorita larghezza di ritmi che nessun'onda di poesia aveva mai
superati. Il nostro pubblico imparò a memoria quei larghi periodi come
un tempo le ottave del Tasso, e F. D. Guerrazzi fu salutato il _poeta
della prosa italiana_.
III.
«Popolo italiano, già signore, oggi locandiere di tutte le genti
del mondo!» fremeva nella _Battaglia di Benevento_ il Guerrazzi.
E in questo fremito, fiero di shakspeariano disprezzo, è il primo
segreto della tetraggine irosa dello scrittore, la causa prima della
disperazione che irrompe come una fiamma sinistra da tutto il romanzo.
Passato quel periodo acuto di parossismo byroniano, la coscienza del
cittadino si era andata formando più chiaramente nello scrittore, e lo
scrittore allora volle drizzar quella fiamma a scaldare ed accendere
il cuor della patria. Per eccitar la sensibilità dell'Italia caduta
in letargo, egli la feriva, «e nelle ferite infondeva zolfo e pece
infuocati». Sono sue parole anche queste, e queste parole ci dicon
gl'intenti coi quali fu concepito il suo capolavoro.