di Firenze_ fu uno dei più dolorosi di tutta la sua vita. Nel giro di
pochi mesi gli perirono le persone più care: gli morì, fulminata nel
cuore, l'unica donna che amò, e quando lo seppe, ne incanutì in una
notte; gli mancò il padre suo, che, rigido ma affettuoso e consapevole
dell'ingegno del figliuolo, lo aveva educato a sensi magnanimi; perdè
in Carlo Bini l'amico più buono e geniale della sua giovinezza, e in
Tommaso Bargellini il suo più tenero compagno d'infanzia; e finalmente
perdè, quasi assassinato, il fratello Giovanni, che gli lasciò su le
braccia, per solo retaggio, due orfani.
Con tanto cumulo di dolori caduti l'uno di seguito all'altro su l'anima
sua esulcerata dalla nuova prigionia, non deve dunque far meraviglia se
pur nel suo capolavoro abbondino le tinte fosche anche più di quel che
il soggetto tragico le richiedesse, nè deve parer troppo strano che un
libro siffatto cominci con un lamento.
Anche il lamento, per altro, non è, e non poteva essere in un tal uomo,
querimonia e rassegnazione, ma sfida e minaccia. E il Guerrazzi che,
custodito nella sua segreta, impreca ai tiranni della terra, somiglia
un po' (e non senza un tantino di _posa_) a Prometeo, che, inchiodato
alla rupe, impreca al tiranno del cielo. Più nobile e più eloquente,
in ogni modo, quando, poche pagine dopo, restando dal maledir gli
oppressori, si volge a eccitare gli oppressi: «Finchè, sollevandosi
al cielo, le vostre braccia sentiranno il peso dei ferri nemici, non
supplicate; Iddio sta coi forti! La vostra misura di abiezione è già
colma; scendere più oltre non potete; la vita consiste nel moto; dunque
sorgerete! Ma intanto abbiate l'ira nel cuore, la minaccia sui labbri,
nella destra la morte. Tutti i vostri Iddii sprezzate; non adorate
altro Dio che Sabaoth, lo spirito delle battaglie. Voi sorgerete.»
E seguita ancora, sempre più terribile e sempre profetico, perchè qui
veramente nel Titano risorge il Profeta, e la sua prosa assurge a una
vera altezza lirica e biblica, che non è più byronismo, che non è più
maniera, che non è più rettorica.... E se oggi par tale, benedetta
quella rettorica! Il suo fremito, allora, faceva fremere tutti, tutti
scoteva quell'impeto e inebriava quell'odio; e le pagine del poema,
copiate con lunghe fatiche e passate di mano in mano furtivamente,
correvano intanto, rapide come un incendio, l'intera penisola.
L'autore dell'_Assedio di Firenze_ non è un romanziere o uno storico,
non è neppure soltanto un poeta o un profeta, ma un combattitore e
un vendicatore: vendicatore di tre secoli di servitù, di tre secoli
d'ignominia, quanti ne erano corsi dalla caduta della repubblica
fiorentina, sopraffatta dall'armi e dai tradimenti di Carlo V e di
Clemente VII; che è quanto dire dalla caduta dell'ultima libertà
italiana affogata nel sangue, dall'ultimo moto del cuore d'Italia, che
per trecento anni doveva cessare di battere.
E il Guerrazzi fu pari, per ingegno e per animo, all'alto argomento, in
mezzo al quale ci trasporta con passione di attore e di contemporaneo,
più che con calma di storico. E noi vediamo tutto un popolo eroico
muoversi e agitarsi nelle sue pagine, dove (lo notò primo il Mazzini)
Firenze sola è protagonista. Vi sono figure principali, anzi colossali,
che staccano in piena luce di gloria nella composizione del grandissimo
affresco: Francesco Ferrucci, Michelangelo Buonarroti, Dante da
Castiglione, il gonfaloniere Carduccio, e quel macro profilo di Fra
Benedetto da Foiano, dalle cui labbra inspirate sembra prorompere sotto
le arcate di Santa Maria del Fiore lo spirito del Savonarola vegliante
su la tradita repubblica; ma unico e vero protagonista del libro è la
patria, e ne è anima l'anima sempre presente dello scrittore.
Peccato che egli abbia voluto turbare quell'ideale unità con episodii
domestici, che male interrompono e ritardano lo svolgimento dell'azione
storica, e che al confronto di quella grande azione rimpiccoliscono
troppo! Ma egli, per il suo fine politico, volle forse indulgere ai
gusti del tempo e del pubblico, e per esser letto da tutti, intrecciò
alla storia le fila di quel tetro romanzo d'amore che commosse tanti
animi, e che oggi mi sembra una specie di melodramma vittorughiano
interpolato in una epopea.
E un'epopea veramente fu questo libro; epopea cui non manca che
il verso, non l'onda del numero. E l'onda poetica della prosa
guerrazziana, prescindendo dalle intemperanze che le son consuete,
è qui al suo posto assai più che in altri romanzi del Nostro. Egli
stesso chiamò _poema_ questo suo libro, e con tutta ragione: epica ne
è la materia, epici ne sono gli eroi, epici furon gli effetti che esso
produsse, affrettando le _giornate del nostro riscatto_.
Ma a noi che importa del nome col quale si debba chiamare un libro che
operò quei miracoli? Se c'è una cosa che importi, è questa soltanto:
che il libro, il quale operò quei miracoli sopra un'intera generazione,
la generazione presente più non lo legge, perchè l'esecuzione non
corrisponde in esso alla ispirazione caldissima. Anche l'autore, più
tardi, dichiarò essergli sembrata _necessaria_ ma detestabile l'arte
onde fu concepito _L'assedio di Firenze_. Ma, ad onta di tutto, vi sono
bellezze di primissimo ordine in questo romanzo o poema che voglia
chiamarsi; e poema o romanzo che sia, non dobbiamo dimenticare che i
nostri padroni di allora, i nostri padroni di Vienna, lo condannarono e
lo temerono come una battaglia vinta contro di loro; che per l'Austria
fu una minaccia e una sfida ad oltranza, come per noi fu conforto e
argomento a risorgere e a insorgere contro di lei. Minaccia e conforto,
protesta ed augurio, rivendicazione e glorificazione: ecco, o signori,
ciò che fu questo libro.
IV.
La fama del Guerrazzi, già grande, divenne grandissima e popolare dopo
la comparsa dell'_Assedio di Firenze_, che fu dovuto stampare a Parigi
con lo pseudonimo di Anselmo Gualandi. E quella fama consolidarono o
accrebbero le varie opere pubblicate da lui successivamente nel giro
di pochi anni: _Veronica Cybo_, una di quelle storie di sangue che
piacquero troppo all'autore, ma forte e rapida, senza divagazioni
e senza lirismi; _Isabella Orsini_, altra domestica tragedia quasi
gemella alla precedente, ma più lenta e più faticosa di quella; poi
le _Orazioni funebri di illustri italiani_, sempre nobili di pensiero
e calde di sentimento civile; e poi _I nuovi tartufi_, modello di
narrazione acremente umoristica, e battaglia politica contro i seguaci
di idee moderate. Ma della sua potenza di grande umorista il Guerrazzi
aveva già dato un saggio mirabile fin dal suo esilio di Montepulciano,
ove scrisse quel minuscolo capolavoro che è ancora _La serpicina_. In
questa breve novella è svolto un concetto estremamente pessimistico
dell'umanità, con una forza di _humour_ a cui conferisce grazia quel
sapore d'antico che è nello stile, e ne tempera l'amarezza. Quando,
per altro, l'autore volle insistere troppo su quello stesso concetto,
diluendolo nell'interminabile arringa dell'_Asino_ contro il genere
umano, riuscì fastidioso e pesante, e tutto quello sforzo di erudizione
e di satira arguta non potè dar ragione all'immane raquisitoria
dell'indignato e sapiente quadrupede.
Quanto meglio, qualche anno dopo, rifulse l'estro umoristico del
Livornese in quel raggio di sole che è _Il buco nel muro_, vero raggio
di sole in mezzo a tutta la tetra opera sua, e vero inno alla pace
serena della famiglia, di cui non pareva capace quell'_orco_, quel
_parricida_, quel _rorator di fanciulli_ che fu predicato il Guerrazzi!
Nè, fra le molteplici occupazioni letterarie e forensi, cessava
l'attività politica del cittadino, come non veniva mai meno nello
scrittore il pensiero della patria, inspiratore diretto o indiretto di
ogni suo libro. Così nel '47, pubblicando l'elogio di Amelia Calami,
traeva anche da esso occasione a ribattere il suo _Delenda Carthago_, e
terminava lo scritto con queste fiere parole: «Chè se alcuno osserverà,
nè pietoso nè savio essere stato il consiglio di mescere tanto odio
nel discorso funerale di mitissima donna, io gli rispondo che la mia
religione mi insegna acuire sopra le tombe, sopra gli altari, sui fonti
battesimali, su tutto, la spada che deve alla fine affrancare l'Italia
dallo abborrito straniero. Catone il Censore costumava concludere
ogni sua orazione col motto: _Vuolsi sovvertire Cartagine_; sicchè,
poco prima che spirasse, l'anima sua esultò delle puniche fiamme. Così
gl'Italiani finiscano prece, lettera, orazione, tutto, con le parole:
_Fuori stranieri!_ E gli stranieri, sotto lo indomabile odio, anderanno
dispersi. Allora poi favelleremo d'amore.»
In quello stesso anno 1847, nell'imminenza di quelli avvenimenti
politici che egli aveva cooperato a maturare, lanciò per le stampe
il _Discorso al Principe e al Popolo_, col quale chiedeva al Granduca
una costituzione. Se non che, di lì a poco, accusato di macchinazione
pericolosa contro il Granduca medesimo, venne arrestato di nuovo e di
nuovo mandato a Portoferraio. Prosciolto per insufficienza di prove
quando già era stata promulgata la costituzione, riuscì deputato
al Consiglio toscano, ma non pei suffragi dei Livornesi. E poichè a
Livorno erano scoppiati disordini, egli vi andò paciere, sedò quei
tumulti, spadroneggiò, e si creò nuovi nemici. Intanto, mentre egli
era già al potere come ministro dell'interno col Montanelli, Leopoldo
II fuggiva da Firenze l'8 febbraio del '49, e si formava un governo
provvisorio col noto triumvirato, che fu in realtà una vera dittatura
del solo Guerrazzi.
Deputato e ministro, triumviro e dittatore, la sua vita di quel tempo
appartiene alla storia, e la storia la giudicherà. I contemporanei
lo fecero segno ad accuse che è carità di patria non raccogliere;
lo accusarono, fra altro, di malversazione del pubblico danaro, e
fu luminosamente provato che lo amministrò con tanta rettitudine da
averci rimesso del suo. Potè commettere errori, non colpe; ma è certo
che temperò molti eccessi, frenò molti abusi, e impedì con gran senso
pratico la proclamazione della repubblica toscana, resistendo al
Mazzini che gliela imponeva. Non eran quelli i momenti da pensare a
repubbliche; tanto è vero che il mese appresso ogni concetta speranza
cadeva a Novara, e che il Granduca tornò a Firenze, e ci tornò con
gli Austriaci. E il Granduca e gli Austriaci seppellirono il Dittatore
nel mastio di Volterra, lo sottoposero a iniquo processo, per delitto
di lesa maestà, e dopo quattro anni d'iniquo processo lo condannarono
all'ergastolo, commutatogli nell'esilio perpetuo.
A questa quarta prigionia e a questo lungo processo dobbiamo uno dei
libri più belli del Guerrazzi, l'_Apologia della sua vita politica_, e
il più tristo di tutti i suoi libri: _Beatrice Cenci_.
«Scritto in carcere e generato perciò fra lacrime e sangue» disse
l'autore questo romanzo; e il romanzo, pur troppo, gronda di sangue
anche più che di lacrime. Vera orgia di atrocità mostruose, dove par
che il poeta abbia davvero voluto versare tutto il fiele dell'anima sua
invelenita da tante persecuzioni, la _Beatrice Cenci_ fu letta anche
troppo, con la bramosia delle cose malsane, attraendo con la satanica
bellezza di molte sue pagine. Oggi non la ricorda più alcuno, ed è mera
giustizia. La fama del Guerrazzi non ha bisogno di esser raccomandata
al ricordo di un libro così malefico, e l'autore non tardò a farne
degnissima ammenda con le storie di argomento côrso, inspirategli
dalla forte isola che gli fu terra d'esilio: _La torre di Nonza_, il
_Moscone_ e il _Pasquale Paoli_.
Questo grande romanzo di libertà, pubblicato nel '60, è degno fratello
all'_Assedio di Firenze_ per l'argomento e per l'indole, e lo supera
come opera d'arte matura, più schietta, più impersonale, più semplice.
Ma i tempi erano mutati, e cessate le più forti ragioni che avevano
fatto cercare con tanta avidità i volumi del fiero scrittore; onde il
_Pasquale Paoli_, che è giudicato la più bella prosa narrativa di lui,
non suscitò gli entusiasmi che avevano accolto i suoi primi romanzi.
Dalla Corsica lo smanioso esule era fuggito, con pericoli e stenti
incredibili, fino dal '57, e si era ridotto a Genova a aspettarvi gli
eventi che avrebbero dovuto permettergli di tornare in Toscana. Ma
il '59 arrivò, le sorti d'Italia cambiarono con rapido quanto felice
rivolgimento, e al poeta dell'_Assedio di Firenze_ non fu ancora
concesso il sospirato rimpatrio, che i governanti d'allora temevano
pericoloso. Ed egli se ne crucciò tanto più, perchè, amante della
patria davvero e non dei partiti, aveva voluta e promossa efficacemente
l'annessione della Toscana al Piemonte e l'unità della nazione con la
Dinastia di Savoia. Vittorio Emanuele dovette comprendere il giusto
risentimento del cittadino benemerito e illustre, e volle vederlo e
parlargli. Chiamatolo a Torino, cercò di persuaderlo a restarvi, con
qualunque carica avesse potuto desiderare, offrendosi pronto a crearne
magari una apposta per lui. Ringraziava commosso il Guerrazzi, ma
rispondeva al gran Re non desiderare e non chiedere altro che potersene
_tornar con onore a casa sua e a' suoi studi_, non volendo tornarvi con
l'_amnistia_ che il governo provvisorio gli aveva largita.
E a Livorno potè rientrar finalmente nel '62, per la deputazione
conferitagli da' suoi concittadini, i quali più tardi, con manifesta
ingratitudine, gliela ritolsero. Forse non era piaciuta l'attitudine
violenta che egli aveva presa anche in Parlamento contro quella che
usava chiamare _l'empia setta dei moderati_. E il vecchio gladiatore
allora si ritirò dall'arena, confinandosi nel suo romitorio di Cecina,
stanco di mente, offeso di cuore, scontento di sè e di tutti. Ivi passò
i suoi ultimi anni «in compagnia del mare, delle foreste scarmigliate
dal vento, e della malaria», invocando pace, e non ottenendola che
dalla morte il 23 settembre 1873.
Dodici anni dopo, Livorno gli eresse una statua, che lo rappresenta
seduto come chi medita e scrive. No, no! Alto in piedi e diritto doveva
sorgere dal suo piedistallo chi nacque alla lotta e lottando invecchiò.
Guerrazzi in poltrona, io non me lo so figurare neanche di marmo!
V.
Non ho neppure accennato alle ultime opere guerrazziane, perchè nulla
esse aggiunsero alla fama letteraria dello scrittore._ L'assedio di
Roma_, uscito nel '64, è già segno della stanchezza di quel poderoso
intelletto. L'animo però vi apparisce sempre fiero, e fiero l'odio
contro ogni avanzo di vecchia tirannide. Egli non poteva esser pago
finchè tutta quanta l'Italia non fosse stata degl'Italiani; e perciò
la voce dell'antico leone, come aveva ruggito nel Parlamento contro la
cessione di Nizza alla Francia, così continuava a ruggir nell'_Assedio
di Roma_ contro il dominio papale e borbonico: — «Se il Demonio
potesse o volesse venire al mondo per istrascinar nel suo inferno
Papa e Borbone e d'ogni risma stranieri, ben venga il Demonio: noi lo
saluteremo Demonio Iº Re d'Italia; purchè venga armato di ferro e di
fuoco». Costanza e coscienza mirabile di scrittore e di cittadino, che
aveva proclamato doversi ogni uomo proporre lo scopo più immediatamente
utile alla sua patria, e a quello tendere sempre con ogni sua forza.
Nè mai in alcun uomo alle belle parole risposero i fatti come in
quest'uno.
Discendente legittimo di Dante e di Machiavelli, d'Alfieri e di
Foscolo, come scrittore sentì in pieno petto l'ondata del Byron,
che gli scemò la schiettezza dell'arte, ma non la tenace italianità
degli spiriti. E a riuscir degno davvero dei sommi italiani da cui
discendeva, non gli mancò nè l'ingegno nè l'animo, ma solo una più
equilibrata armonia tra le sue facoltà: chè in lui la fantasia prepotè
troppo sul gusto, la passione sul raziocinio, la carità della patria
su l'amore dell'arte. Difetto glorioso quest'ultimo, che il Guerrazzi
ebbe comune col Berchet e col Niccolini, per non citare che i due poeti
ai quali somiglia di più, e che sono i più degni di essergli paragonati
fra quanti nel periodo nel nostro risorgimento intesero a fare opera di
patriotti più che d'artisti.
Quella organica sproporzione di forze che era nel suo cervello, e
quella soverchia preoccupazione costante di un fine politico estrinseco
all'arte, oltre che le vicende d'una vita d'azione così combattuta,
impedirono a lui di lasciare un'opera perfetta che abbia vera
probabilità di resistere al tempo. Anzi, se si eccettui più d'una delle
sue cose minori, che l'Italia dovrà tornare a leggere e ammirare più
che oggi non faccia, la sua produzione è quasi già tutta invecchiata,
mentre egli avrebbe potuto restare uno dei più grandi prosatori del
secolo decimonono. Basterebbe a provarlo l'episodio del buon Romeo
dantesco, parafrasato nella _Battaglia di Benevento_ in alcune pagine
semplici e commoventi che valgono tutto il romanzo e attestano le
straordinarie doti d'artista che erano già in quel giovine di 22 anni.
Perchè anche il Guerrazzi, come è accaduto sempre, prima d'Orazio e
dopo d'Orazio, riesce tanto più grande scrittore quanto meno se lo
propone e quando meno ci pensa. _Professus grandia, turget!_
Delle sue doti fu sempre conscio e superbo, ma ebbe anche sempre un
concetto assai chiaro di ciò che aveva voluto essere e di ciò che
poteva valere l'opera sua. Basti, fra tanti accenni, quello che si
legge in una sua bellissima lettera al Cantù, pubblicata recentemente,
ove è detto che i suoi libri «dureranno, come opera un rimedio, fin
che dura la malattia. Quando sorgerà il giorno della vera, della grande
libertà, cesseranno, come il lume della lucerna sviene all'apparire del
sole».
Uomo e scrittore, ebbe ambizioni e virtù d'altri tempi; onde tutto gli
parve così meschino nel tempo in cui visse, che, trovatosi a governare
l'intera Toscana, gli sembrò di recitare una tragedia di Alfieri coi
burattini, e scrivendo storie o romanzi, ne fece parlare gli eroi come
parlavano gli eroi di Plutarco. Ma ambizioni e virtù gli sorresse e
scaldò un unico infinito amore all'Italia e un unico odio infinito per
tutti i nemici di lei. E a quell'amore e a quell'odio votò la sua vita,
«scrivendo, cospirando, soffrendo, operando (ammonisce il Carducci)
come da gran tempo non usava in Toscana».
Di tutto questo egli non domandò nè sperò altro premio che quello
dovuto dopo la morte a coloro che hanno spesa nobilmente la vita in prò
della patria; «un solo premio, diceva, ma grande e divino: quello di
sentirsi ricordare dai superstiti con amorosa benevolenza».
E noi, o Signori, andiamo dimenticando quest'uomo, come abbiamo
dimenticata oramai quasi tutta una schiera gloriosa di pensatori e di
poeti, che, dall'Alfieri al Guerrazzi, si affaticarono a crearci, se
non altro, la volontà d'esser liberi; oppure ci ricordiamo di alcuni
di loro per frugar nella loro vita e nel loro sepolcro con indiscreta
curiosità di eruditi o di anatomisti....
Noi siamo una generazione di piccoli critici e di grandissimi ingrati.
INDICE
L'Opera di Cavour Pag. 5
L'epopea garibaldina 43
La Lirica 117
F. D. Guerrazzi 147
NOTE:
[1] Il 14 marzo, genetliaco di Vittorio Emanuele II e di Umberto I.
[2] Aneddoto raccontatomi dall'illustre presidente della Camera
italiana: Giuseppe Biancheri.
[3] _Come le foglie_. Atto III.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.