Dopo sei secoli di civiltà e di letteratura nazionale, il più grande

e il più autorevole ingegno degli Italiani veniva fuori a mettere

in dubbio nientemeno che lo strumento del nostro pensiero! E Carlo

Tenca, che dal suo _Crepuscolo_ vigilava tutte le forme e tutti

i movimenti del pensiero italiano covando, per così dire, tutte

le faville che rimanevano ancora della nostra vitalità politica,

grandemente s'impensieriva di questa questione sollevata dal più

autorevole degli scrittori. Anche i poeti dunque, e gli scrittori,

avevano una nuova ragione di aspettazione, d'incertezza e di titubanza.

Si doveva attingere, come voleva Vincenzo Monti, dalla nostra lingua

scritta e vivente, da tutta la collaborazione dei popoli italici e

da tutti i valenti nostri scrittori, come pare che fosse anche il

pensiero di Dante Alighieri, padre della nostra letteratura? oppure

si doveva, come voleva il buon Cesari, immobilizzare tutta la nostra

lingua negli esempi del Trecento? oppure, come veniva avanti ad

affermare il Manzoni, era necessario costituire una specie di sede

vivente in cui la lingua facesse sempre la sua prova vitale, e che

potesse servire di modello perenne e di guida a tutti e di soluzione

nei dubbi che potessero insorgere?... Vi ripeto, tutto questo non

doveva contribuire a dare delle forme energicamente direttive per la

espressione dell'ingegno artistico e poetico negl'italiani; e non è da

stupire che tutti i poeti di questo periodo ne risentissero un influsso

di incertezza e di titubanza. Uno fra loro, più sincero degli altri,

lo confessò apertamente. Paolo Gazzoletti scriveva: «Le mie poesie

furono dettate, come è facile accorgersi, sotto l'influenza di studi,

di scuole e di gusti diversi. Bruciai nel mio camino qualche granello

d'incenso a tutte le forme, ed anche ai traviamenti delle forme.» —

Poi soggiungeva: — «Ad ogni modo, per noi poeti, anzi per noi italiani

il cantare è una fatalità e dallo stesso dolore e dalle stesse miserie

nostre abbiamo, per disacerbarle, eccitamento al canto.» E concludeva

un suo sonetto con questo verso: «È vocale il dolor de la mia terra!»

Anche troppo vocale, dico io; e se vi fu tempo in cui spesseggiassero

i poeti mediocri e minimi, fu appunto questo decennio.

E simile lamento muoveva anche Ippolito Nievo il quale faceva le prime

armi e dava la prima promessa del suo ingegno bellissimo, che sarebbe

stato destinato a successi trionfali se una tragica morte non lo avesse

còlto nel pieno vigore dell'ingegno e dell'età. D'altra parte abbiamo

dei poeti minori, non privi certo di pregio, che si compiacevano a

seguire l'indirizzo manzoniano in tutto ciò che aveva di più mite, di

più mansueto, di più casalingo. Citerò solo Giulio Carcano di Milano,

Emilio Frullani di Firenze. Aggiungasi, in generale, una grande

irregolarità e licenza nei ritmi, e una grande povertà delle rime. Una

delle necessità più vivamente sentita da chi abbia acuto e squisito il

senso dell'arte, è quella di dare delle forme nettamente plastiche e

precise ed euritmiche al componimento poetico. Invece in questo tempo

si direbbe che dalla grande autorità del Leopardi si preferisce di

dedurre soprattutto e quasi esclusivamente la libertà indeterminata

della strofa; libertà indeterminata che fomentava, aiutava una grande

verbosità, nemica mortale della efficacia scultoria. Quanto alle

rime esse si andavano sempre più impoverendo; e non aveva torto un

critico quando diceva che aprendo i libri di poesia di quel tempo

(e sono tanti da formare delle enormi cataste), che esaminando certe

collezioni allora famose, per esempio l'«Ape romantica» di Venezia, e

le innumerevoli _Strenne_ di Napoli in cui tutta l'attività partenopea

pareva che si concentrasse, diceva che con poco più di cento parole

si sarebbe potuto determinare il rimario della poesia italiana!....

E questo, o Signore, che sembra un particolare secondario, è invece

un segno grandissimo; perchè non vi è grande poesia senza una tecnica

eletta insieme e ricca e rigorosa; e quando tanto nel movimento della

strofa quanto nella scelta delle rime è o irregolarità e licenza

indeterminata o povertà, potete star certe che anche il pensiero

rimarrà in difetto, tutto il _nisus_ della forma poetica sarà in

decadenza. E ne avete la riprova in questo: che noi abbiamo avuto

un vero e proprio risorgimento nella poesia italiana solo quando son

ritornate in onore le strofe severamente corrette ed euritmicamente

rispondenti alle loro parti, e quando è ritornata in onore la scelta

della rima ricca, eletta.

Ma non è tutta verbosità vuota, non è tutta divagazione sentimentale

la poesia italiana di questo tempo. Vi è qualche cosa di «meditabondo»

nella nostra cultura. Anche nel campo del pensiero, e solamente nel

campo del pensiero, perchè ormai l'azione era interdetta dalla servitù

politica, si sente il bisogno di raccogliersi e pensare seriamente.

Alcune discipline si avvantaggiano; lo studio della lingua non è più

ridotto a semplice scelta di frasi; si comincia a sentire la profonda

vacuità della scuola del Cesari buona come antidoto, come egli lo

chiamava, contro l'invadente francesismo del primo quarto di secolo in

Italia, ma per sè stessa insufficente al grande ufficio della lingua

intesa come strumento del pensiero e come rispecchiamento dell'anima

della Nazione. Dallo studio formale e superficiale della lingua

si passava a un tentativo sempre più spiccato di penetrare a fondo

nell'indole, nella filosofia del linguaggio; e a Firenze, a Torino, a

Milano e altrove si cominciano a costituire delle scuole filologiche

che pongono nel nostro terreno ottimi germi, i quali col tempo poi

copiosamente frutteranno. Il fenomeno passa dalla filologia nella

poesia vera e propria, e si comincia a tentare un più stretto connubio,

una più efficace intimità tra la poesia pura forma e la sostanza del

pensiero; tra il sentimento, nella sua vaghezza indeterminata, e certi

fini ben determinati e prefissi e certi alti ideali a cui l'arte doveva

servire. La vanità della formula «l'arte per l'arte» va cadendo sempre

più in discredito. Fu accolto con molto applauso, se non molto letto,

un poema di Lorenzo Costa genovese, abilissimo fabbro di versi, il

quale con degli sciolti veramente mirabili si era prefisso ed aveva

in gran parte raggiunto l'intento di celebrare le più meravigliose

scoperte dell'ingegno umano nelle industrie, e nella meccanica.

Altri poeti avevano seguito questo impulso. Dirò anzi, che si può

considerarlo come una preoccupazione dominante allora negl'ingegni

nostri. L'Aleardi, per esempio, vuole compensare più che può una certa

vacuità che è nei suoi canti fantasiosi e sentimentali, e ricorre alla

geologia e ricorre alla botanica. Si direbbe che già egli si prepari

fin d'allora per il disperato cimento al quale si lasciò andare pochi

anni dopo, di celebrare in versi il sistema economico di Federigo

Bastiat. Ebbe in questo un infelice compagno nel Martinelli bolognese,

che volle con dei _Sermoni_ dedicati a Marco Minghetti niente meno che

dar forma poetica a tutti i teoremi della economia classica inglese.

Anche Giacomo Zanella nel seminario di Vicenza sta maturando il suo

ingegno e si prepara a dare egli pure un contributo assai notevole a

questo tentativo di connubio fra la poesia e la scienza: si prepara

ad essere il futuro autore della _Conchiglia fossile_ e del memorabile

dialogo teologico-astronomico tra Galileo e Giovanni Milton; si prepara

ad essere, come disse con frase veridica Giosuè Carducci, il castigato,

forbito ed eloquente cantore dell'industria e delle solennità del

tecnicismo.

Ma anche lo Zanella poco lustro doveva dare a questo decennio, perchè

la sua fama doveva fiorire dipoi. Egli era destinato ad essere il

poeta prediletto del decennio che seguì; doveva essere in esso il poeta

favorito delle gentili dame, degli ingegni eleganti e soprattutto degli

spiriti temperati che vagheggiavano di comporre in armonie superiori,

degli elementi fra loro cozzanti, e che non disperavano di queste

armonie e si compiacevano di trovare nel prete liberale di Vicenza un

degno e notevole aiuto di poesia e di arte.

Insomma, quando voi avete bene scrutato l'orizzonte e investigato da

ogni parte, voi dovrete venire a questa conclusione: che il decennio

italiano che corre dal Quarantanove al Cinquantanove, non ha che due

poeti veramente notevoli: il Prati e l'Aleardi. Lascio da parte Niccolò

Tommaseo, il quale meriterebbe uno studio a sè per la grande intensità

e arditezza del suo ingegno poetico, ed è invece così poco noto e così

mediocremente apprezzato. Lo lascio da parte, perchè anche egli diede

i migliori frutti come poeta nell'epoca precedente, e perchè egli si

occupò soprattutto di studi filosofici e religiosi.

Aleardo Aleardi dunque e Giovanni Prati sono i due poeti che

signoreggiano l'epoca, e quasi vi regnano in solitudine.

Io ebbi la fortuna di conoscerli ambidue. Erano due tipi disparatissimi.

*

* *

Giovanni Prati nel decennio di cui parliamo seguitava la sua strada;

godeva della sua fama, e cercava di aumentarla con opere notevoli.

Sempre uguale a sè stesso: vagabondo, strano, irregolare; aveva amato

la natura e l'Italia, e il suo amore per quest'ultima aveva sempre

nobilmente e francamente manifestato, ma accompagnava poi questa sua

nobiltà di condotta poetica con molte stranezze nella vita; ed ebbe

per l'una e per le altre molti dolori e molte tristi vicende. In questi

dieci anni egli dalla Toscana, dove aveva un così acerbo persecutore in

Francesco Domenico Guerrazzi, si era rifugiato a Torino e là, all'ombra

della Croce Sabauda, a cui aveva rivolto l'occhio confidente anche

quando altri faceva le viste di non accorgersene, ben visto a Corte,

seguitava a poetare, perchè il poetare, per Giovanni Prati era non una

dilettazione istintiva, non un'operazione intermittente, era come un

abito inscindibile dalla sua natura, e di continuo componeva versi, e,

quel che è anche più strano, nessuno lo aveva mai visto comporre versi

a tavolino. Andava errando come aveva fatto sempre, e lo vedevano pei

Portici di Po brontolando seco stesso i suoi endecasillabi o i suoi

settenari, sempre con in bocca un sigaro, che spesso gli si spengeva;

allora chiedeva fuoco al primo che incontrava, e riacceso il mozzicone

continuava a mormorare dei versi. Più di una volta fu preso per un

pazzo.

In questo decennio Giovanni Prati ha composto su per giù due volumi

di versi, nei quali si nota uno spiccato e opposto carattere d'arte.

Nei poemi è sempre il bizzarro ingegno romantico di _Edmenegarda_

e delle _Ballate_: come prima, vagheggia il fantastico, lo strano,

l'avventuroso. Nella forma non si corregge o peggiora. Infatti,

leggendo a Torino il suo poema _Ridolfo_ fece accapponare la pelle al

buon Terenzio Mamiani per delle forme veramente strane e eteroclite. Un

lavoro di miglior avvenire si ha nella _Battaglia Imera o Jerone_, una

specie di visione antica che lampeggia alla mente del poeta e che pare

il preludio di quella mirabile castigatezza di gusto che egli qualche

anno dopo doveva conquistare per dono felicissimo della sua natura,

e che lo metteva in grado di comporre i due _Sogni_, di tradurre non

indegnamente Virgilio e di pensare a verseggiare quel _Canto ad Igea_

che par davvero un frammento di serena poesia antica. Il secondo volume

ci dà invece un Prati fortemente compreso della missione civile e

politica del poeta italiano: e tutti i grandi argomenti che occupano

la vita italiana, che accennano ai dolori del presente e alle speranze

dell'avvenire, tutti si rispecchiano fervidamente in quelle sue liriche

alate, che anche oggi non si possono leggere senza commozione. L'anno

scorso, o Signore, vi ho citato alcuni passi della superba _Trenodia_

in cui, celebrando il ritorno da Oporto delle ceneri di Re Carlo

Alberto, egli volle evocare tutto il sogno poetico della federazione

italiana del Quarantotto, gettando un ultimo grido di supplicazione ai

principi della penisola. Indi egli si volse da quella parte, ove solo

le speranze parevano attendibili, voglio dire alla spada, al senno e

alla lealtà di Re Vittorio. Ora sentite con che accenti egli ricorda i

giovinetti toscani eroicamente caduti a Curtatone:

Quando la fredda luna

Sul largo Adige pende,

E i lor defunti l'itale

Madri sognando van;

Un coruscar di sciabole,

Un biancheggiar di tende,

Un moto di fantasimi

Copre il funereo pian.

E via per l'aria bruna

Sorge un clamor di festa:

«L'ugne su voi passarono

De' barbari corsier;

Viva la bella Italia!

Orniam di fior la testa;

O vincitori o martiri

Bello è per lei cader.

E chi, evitato il nero

Tartaro, ancor respira,

Abbia in retaggio il funebre

Pensier di chi morì,

Seme di sangue provoca

Messe di brandi e d'ira;

Fatevi adulti, o pargoli

Per vendicarci un dì!»

Il guardïan straniero

Dall'ardue rôcche ascolta.

E le canzoni insolite

Lo stringono di gel;

E il pian mirando e il torbido

Stuol degli spettri in volta,

Pensa le patrie roveri

E il nordico suo ciel.

E sclama anch'ei: «Di meste

Larve simili è piena

Pur la mia tenda ungarica

O il mio boemo suol,

E a me, che schiavo indocile

Veglio l'altrui catena,

Pace l'avara tenebra

Nega e letizia il Sol.

Oh, falco, che da queste

Turrite rupi inarchi

L'ale alla fuga, intendere

Potessi il mio desir!

Ma se per tanto d'aëre

Sino al mio ciel tu varchi,

Di' a' figli miei che abborrano

In servitù perir!»

Così con varii modi

Canta chi vinse e giacque,

Ma in un medesmo palpito

Arde il medesmo ver,

Mentre la luna naviga

Sovra il cristal dell'acqua

E giù nel pian si sperdono

Gli spettri dei guerrier....

Quando Giosuè Carducci dettò quelle sue malinconiche e bellissime

strofe per l'anniversario dei morti di Mentana, si ricordò egli di

questo componimento del Prati. V'ha somiglianza di metro, di rime,

e perfino ricorrenza di certe frasi e di certe immagini. Nell'una e

nell'altra, i morti parlano pietosamente alla patria; e un senso di

paura passa negli avversari. Con una audacia veramente lirica, il

Prati affrontò in questo decennio tutti i più scabrosi argomenti che

toccavano alla vita italiana. Luigi Napoleone di Presidente della

Repubblica si fa a un tratto Imperatore; e Giovanni Prati gli volge

un'ode che a quei giorni andò famosa in Italia e oltre l'Italia, in

cui apostrofa vivamente, quasi assale di interrogazioni e di problemi

imperiosi il nuovo Sire incoronato di Francia.

Hai vinto. Or ben. Qual premio

Dalla vittoria attendi?

Sali. E l'antica porpora

Di Clodoveo ti prendi.

Ma la fortuna, o Principe,

Ha giuochi infami. E bada....

Qui incominciano i consigli, le ingiunzioni, le minacce:

Se col vorace e barbaro

Settentrïon t'annodi,

Perduto sei. La gloria

Ti mancherà dei prodi....

È tutto un programma di politica in versi piani e sdruccioli; e letto

oggi a tanta distanza dagli eventi, l'effetto non è sempre serio; ma

anche oggi la lirica del Prati ci commuove quando, verso la fine, parla

al Bonaparte d'Italia:

Sol, pei materni visceri,

Ti prego a giunte mani,

Non obliar, nel turbine

Del tuo fatal dimani,

Questa obliata Italia

Dal sorger tuo; quest'Eva,

Che a te le braccia leva

Consunte di dolor.

Mille de' suoi, che dormono

Là tra le scizie nevi,

Per Chi tu sai, fantasimi

Tetri, placar tu devi,

Pensa alla madre; al cenere

Dell'Alighier. Nefando

Di Bonaparte è il brando,

S'egli altri numi ha in cor.

Le esortazioni e i vaticinii del Poeta, dovevano attingere valore

dal tempo; ed ora noi li congiungiamo ai ricordi del colloquio di

Plombières, di Magenta e Solferino.

*

* *

Aleardo Aleardi ebbe anch'esso anima vera di poeta; ma ebbe indole

diversa. Anche al fisico, quantunque tutt'e due fossero belli uomini,

al portamento i due molto si diversificavano. Aleardo Aleardi composto,

dignitoso, contegnoso. Con la sua bella chioma spartita sulla fronte e

con la pettinatura impeccabile mi faceva pensare a un verso di Gaspare

Gozzi, ove descrive i capelli dei damerini del suo tempo. Aveva il

parlare sentenzioso, la frase rotonda, e volentieri batteva il pugno

quando voleva asserire qualcosa di solenne. Aleardo Aleardi fu troppo

lodato, e fu sventura per lui. Io mi ricordo che un critico, poco dopo

il '60, metteva nientemeno che il nome di Aleardo Aleardi vicino a

quello di Dante Alighieri; e io provai una profonda pietà per Aleardo

Aleardi. Infatti egli dovette scontar poi, con un rapido rovescio

della fortuna della sua fama e quasi con l'oblio, l'eccesso delle lodi

prodigategli dai compiacenti contemporanei.

L'Aleardi lasciò scritto di sè che da ragazzo aveva provato una grande

inclinazione per la pittura, e specialmente pel paesaggio; ma gli era

stata così severamente interdetta e combattuta dal padre, che dovette

abbandonarla. Questa sua inclinazione alla pittura di paese si riflette

qua e là nei suoi componimenti in modo manifesto:

Ogni eminenza dopo la procella

Versa per cento conche

In curve e fuggitive

Cascatelle il soverchio de la piova:

Suonano le spelonche

A la cadenza di frequenti stille:

Brilla l'immenso verde,

E tutta di vaganti iridi piena

È la silvestre scena.

L'Aleardi ci dà molti di questi quadretti: veri paesaggi di poeta, ove

si uniscono e s'armonizzano le voci e i colori in un tutto animato

e vivente. E non mancano i paesaggi a grandi linee, entro le quali

s'inquadrano dei drammi di pietà umana e tragici ricordi di storie e di

leggende. Udite questo pezzo del carme _Il Monte Circello_, composto,

si noti, nel 1845.

Vedi là quella valle interminata

Che lungo la toscana onda si piega,

Quasi tappeto di smeraldi adorno,

Che de le molli deità marine

L'orme attenda odorosa? Essa è di venti

Oblïate cittadi il cimitero;

È la palude, che dal Ponto ha nome.

Sì placida s'allunga e da sì dense

Famiglie di vivaci erbe sorrisa,

Che ti pare una Tempe, a cui sol manchi

Il venturoso abitatore. E pure

Tra i solchi rei de la Saturnia terra

Cresce perenne una virtù funesta

Che si chiama la Morte. — Allor che ne le

Meste per tanta luce ore d'estate

Il sole incombe assiduamente ai campi,

Traggono a mille qui, come la dura

Fame ne li consiglia, i mietitori:

Ed han figure di color che vanno

Dolorosi all'esiglio; e già le brune

Pupille il velenato aëre contrista,

Qui non la nota d'amoroso augello

Quell'anime consola, e non allegra

Niuna canzone dei natali Abruzzi

Le patetiche bande. Taciturni

Falcian le mèssi di signori ignoti;

E quando la sudata opra è compita

Riedono taciturni; e sol talora

La passïone dei ritorni addoppia

Col domestico suon la cornamusa....

Vi consiglio anche di leggere nelle _Prime storie_ la descrizione del

Diluvio universale, nella quale l'Aleardi ha saputo unire alla evidenza

del quadro alcuni tocchi di fantasia che ne accrescono il mistico

terrore.

*

* *

I difetti della poesia di Aleardo Aleardi io non mi propongo qui di

numerare e di analizzare partitamente. Vi dirò solo che dalla lettura

dei suoi versi io ho ritratto il convincimento che in lui non fosse

profonda la coltura letteraria e sufficiente la preparazione per dare

sempre alla forma poetica quella sicura e precisa finitezza che le

procaccia il duraturo suffragio degli uomini di buon gusto. Egli è

spesso morbido, vago, indeterminato: il suo tocco, troppe volte non è

sicuro e non coglie nel segno voluto; e allora cerca una simulazione di

precisione in qualche immagine che non è sempre di buon gusto. Circa la

novità, vuol differenziarsi dagli altri, e principalmente da Giovanni

Prati, di cui sente la rivalità perigliosa; ma la novità cercata è

tante volte a spese del buon gusto. Le sue immagini sono talvolta

troppo cercate e sconfinano nel barocco; come quando vi dice che una

campana suona per la valle «limosinando carità di preci,» proprio come

un frate o un mendicante qualunque! Oppure quando, compiacendosi, al

solito, della sua botanica, vi dice che sul ciglio di un burrone,

dei ranuncoli, delle passiflore e non so quali altri fiori, stanno

brontolando fra loro parole di congiura contro la vita degli uomini!...

Soprattutto io credo che la poesia di Aleardo Aleardi fosse malata di

un femminismo estetico. Io non so trovare altro nome; ma un fatto, pur

troppo, vi corrisponde. Vi sono troppe Marie in quei suoi componimenti!

È venuto l'Epistolario, che ha messo in evidenza anche troppo, la

soverchia, la stemperata amatività di lui. Io credo che se l'amore

della donna è un prezioso coefficente per la poesia, e per l'arte,

quando le donne sono troppe nella vita di un poeta, lo guastano.

La morbidezza dell'Aleardi voi la riscontrate subito nel suo modo di

epitetare. Egli pone, i suoi epiteti, con sì frequente larghezza, che

spesso è costretto a sostantivarne uno, perchè faccia da puntello agli

altri; e ne esce qualche cosa di forzato e di equivoco. Per esempio,

egli chiamerà un Re in esilio «limosinante indomito e sdegnoso,» oppure

dirà i principi italiani spodestati «pallidi coronati impenitenti.»

Quale tra questi epiteti fa da sostantivo? Quando apostrofa le sue

donne si serve ancora degli epiteti raddoppiati «povera grande, povera

bella, bella superba!» e via discorrendo. Vi parranno minutaglie, o

Signore, ma sono questi abiti artifiziosi che indicano, come certe

piccole macchie sulla pelle, la tabe che invade tutto quanto nelle sue

intime parti lo stile del poeta.

E questo artificio si manifesta massimamente nelle personificazioni.

In esse Aleardo Aleardi è, permettetemi la frase, femmineo fino alla

puerilità. La patria, l'Italia, la Musa; quale, tra i poeti, non ha

invocato la Musa e l'Italia? E la invoca pure Aleardo Aleardi, anche

troppo di frequente; ma queste grandi astrazioni, queste luminose

entità che devono sovrastare alla mente, allo spirito del vate, e

da cui egli deve attingere come dall'alto la luce, nello spirito

aleardiano sovente si abbassano, si abbassano, e par che vadano a

sedersi vicino a lui, accanto al suo letto, accanto al suo tavolino

di studio. L'Italia non è più la grande e cara madre; è la sorella,

è, direste quasi, un'amante: «Sorella mia, vieni, pigliati in mano

il sapiente legno del Nazareno, mettiti in ginocchio sulla strada, e

domandiamo la carità a quelli che passano!» Similmente, la Musa per

l'Aleardi non è la Dea a cui da Omero in poi si sono rivolti tutti i

poeti! Egli la tratta alle volte come una segretaria, alle volte, non

vorrei offenderla, mi ha l'aria di una sua cameriera!... Il più delle

volte la chiama «sorella» ed ha per lei delle apostrofi varie; ora

complimenti, ora carezze e baci, ora corrucci e poi rappaciamenti.

Antropomorfismo morbido, disdicevole, e antipatico. Una volta il

poeta si lamenta di essere abbandonato da tutti i suoi vecchi amici,

e si rivolge alla Musa, e le dice: «Anche tu mi hai abbandonato, mi

tradisci. Ah non a questo educato io ti avea!» Come vedete, qui le

parti si invertono; non è la Musa che inspira, come da Omero in poi;

è il poeta che inspira la Musa. Invertimento lezioso, che potè forse

piacere come una novità, ma che adesso viene a noia.

La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte 2 Quarta serie - Storia e letteratura · 第 6 / 8 段