*

* *

Ora la Sicilia era aperta a chi vi volesse accorrere. L'Italia

superiore e la centrale, mandavano il Medici, il Cosenz, il Corte

con le loro brigate di volontari. La guerra continuava con tutte

le migliori regole della sua arte, e Milazzo fu una battaglia quasi

classica; ma il maraviglioso lo metteva sempre e per tutto Lui.

Appunto a Milazzo, in un momento assai dubbioso, mentre egli si trova

a piedi tra poche Guide che gli fanno scorta, gli rovina addosso una

furia di lancieri napoletani. Urta il Capitano borbonico su di lui

calando un fendente da dividerlo in due; ma Garibaldi, senza scomporsi,

para il colpo come dicesse: «Che vuol costui?» e parando, uccide. Il

Missori, lo Statella che sparano ripetuti colpi di rivoltella come se

avessero in pugno il fulmine, sgombrano il terreno intorno da quei

lancieri atterriti, forse ancora ignari di quella sorta d'armi. Ed

egli, come se quella tragedia non fosse sua, e perchè era crucciato

di non trovar un'altura da dove si potesse guardare nella battaglia,

vista in mare la sola nave della sua marineria cui aveva fatto dare

il nome di «Tuköry», vi corre, voga là, giunge, sale come un mozzo

sulla gabbia di maestra, guarda, vede, rivola a terra, dà ordini, e

due ore appresso la battaglia è vinta. Ma allora lo secondavano e lo

interpretavano uomini come il Medici e il Cosenz, ufficiali superiori

come il Malenchini, il Migliavacca, il Guerzoni; e gli ufficiali

minori menavano nella battaglia militi, ai quali i tempi e la parola

del Mazzini e l'opera di lui avevano messo nel sangue che tra le cose

gentili e forti, il morir per la patria era la più gentile e forte di

tutte.

Per la vittoria di Milazzo la Sicilia si poteva dir libera; e già

l'occhio di Garibaldi era sullo Stretto, sulla Calabria, di là. Ora si

sarebbe visto! Dieci fregate, cinque corvette a vapore, due vascelli

e quattro fregate a vela e molti legni minori, tutta la marineria

borbonica poteva serrarsi nello Stretto. Da Scilla a Reggio stavano

dodicimila soldati tra le fortezze, e in Calabria e oltre fino a Napoli

ne campeggiavano ancora ben centomila. Non bastava. Nell'ora grave

si faceva addosso a Garibaldi la diplomazia, gli si voleva tôrre la

Sicilia annettendola subito al Regno di Vittorio Emanuele; e Vittorio

stesso gli mandava per un suo fido una lettera in cui lo esortava a

non proseguir nell'impresa. Egli lesse, e rispose che al termine della

sua missione avrebbe deposto ai piedi di Sua Maestà l'autorità che

le circostanze gli avevano data, e ch'avrebbe ubbidito poi, pel resto

della sua vita.

Intanto le brigate che avevano combattuto a Milazzo e le divisioni

di Türr e di Bixio che avevano girato largo nell'isola, marciavano a

posarsi tra Catania e Messina.

E allora egli si pianta alla Torre del Faro. Lì incomincia il

maraviglioso. Fa armar coi cannoni di Milazzo quel promontorio di

sabbie, raccoglie là intorno un centinaio di barche, e la notte

dell'8 di agosto fa tentar il passaggio dal Musolino calabrese, cui

dà compagni Missori, il più elegante dei suoi cavalieri, e Alberto

Mario, il più gentile e altero de' suoi pensatori. Passarono quegli

audaci, e poterono toccar l'altra sponda, tentarono di sorprendere il

fortino Cavallo ma vi fallirono, e dovettero rifugiarsi in alto dov'è

Aspromonte, nome d'altri luoghi allora vago nelle epopee cavalleresche,

ma che, come se fosse predestinato, doveva entrare tragico nella

storia, due anni appresso. Bisognava aiutarli. La notte dell'11 il

Dittatore fece passare quattrocento uomini su di una flottiglia di

barche. Le conduceva il Castiglia.

Vogarono nelle tenebre. A mezzo il Canale, furono scoperte e

cannoneggiate dalla _Fulminante_ e dal _Fieramosca_ che ivi

incrociavano, e dovettero tornar al Faro. Ciò per Garibaldi non volle

dir nulla. Egli non presumeva certo di conquistar la costa della

Calabria con sì poche braccia; ma quello cui mirava gli seguiva, perchè

con quei tentativi e col tutto insieme delle mostre che faceva dal Faro

a Messina, metteva nella mente del nemico e vi fissava l'idea folle,

che lì proprio, tra il Faro e Scilla, ei volesse trovar il punto al

gran passo. E lo credevano già anche i suoi. Senonchè la notte del 12

agosto egli disparve. Lo indovinarono il mattino appresso tutti gli

accampamenti garibaldini; sentirono che egli non c'era più, perchè

parve mancasse qualcosa nell'aria che ivi si respirava.

Dov'era? Già di là in Calabria? O era andato a Torino a parlar con

Vittorio? Mistero! Ma egli era già in Sardegna, nel Golfo degli

Aranci; v'aveva presi e fatti suoi, proprio da Dittatore, gli ottomila

volontari che il Bertani, il Nicotera e il Pianciani v'avevano raccolti

per gettarli nel Pontificio. E di là, data un'occhiata alla sua casetta

di Caprera, li imbarcò e se li condusse a Palermo. Indi girata l'isola

torno torno sino a capo Passaro e a Taormina, la notte del diciannove

vi pigliò Bixio con i suoi, tagliò il Jonio, afferrò Melito tra

Spartivento e Capo dell'Armi, sì gettò a terra con quattromila camicie

rosse, e allora, giungessero pure le navi borboniche; anzi, eccole

lì! Giungono l'_Aquila_ e la _Fulminante_! Si sfoghino a bombardare il

vapore _Torino_, ma la sorte di Napoli ora l'ha in mano Lui.

Rapido come vento, assale Reggio all'alba del 21 e se la piglia. Manda

al Cosenz che passi dal Faro a Scilla, e Cosenz, come se l'ordine

fosse incanto, passa lo Stretto nella notte tra il 21 e il 22! Così i

generali borbonici Briganti e Melendezi co' loro 9000 soldati, chiusi

tra i Garibaldini, il mare e i monti, dovettero mettere giù le armi

o perire. E si arrendono. Ma che fare di quei prigionieri? Garibaldi

spira su di essi una sola parola: se ne vadano alle loro case, per ora

non sono più soldati di nessuno.

Allora cominciò lo sfacelo dei Regi, la guerra divenne una marcia

militare di un esercito che s'avanzava e di uno che indietreggiava

o fuggiva. E quali memorie a ogni passo! Ah! qui all'Angitola erano

stati spenti i Musolino come i Fabi a Cremera. Qui avevano combattuto

Domenico Romeo e i suoi: qui ecco il Pizzo, povero Murat! ecco il vallo

di Crati, divini i Bandiera! Presto si vedrà la terra che bevve il

sangue di Pisacane.

Cede il generale Vial a Monteleone, dove, se il povero Francesco II

avesse avuto un po' di cuore da soldato, sarebbe corso da Napoli per

morirvi, o in quel passo terribile far morire chi voleva scoronarlo.

Cede il generale Ghio a Soveria Manelli, dove alla sola apparizione

di Garibaldi sfuma via come nebbia una divisione. Il Dittatore andava

avanti ormai da sè. Le sue divisioni camminavano ancora a gran

giornate per la Calabria, ed egli era già in quel di Salerno. Che

faranno i 40,000 Borbonici che campeggiano là tra Salerno e Avellino?

Si scioglieranno da sè anch'essi! Era fatale. La gran figura del

Dittatore pare spiri innanzi a sè un vento che tutto sperde. E il 5

settembre in Napoli, anche Francesco II deliberava la ritirata oltre il

Volturno, dando le poste per colà a tutti i fedeli piccoli e grandi.

Il giorno appresso quel misero Re, con la superba e bellissima Regina

s'imbarcavano per Gaeta sulla _Partenope_, scortati da due navi da

guerra spagnole, perchè della flotta napoletana nessun altro legno

volle seguirli.

Ora Garibaldi è alle porte. Da Vietri per la strada ferrata a Salerno

e a Napoli, al mezzodì del 7 con il Bertani, il Cosenz, il Nullo, e

due ufficiali, scende alla stazione, ricevuto dal ministro del Re di

ieri. Monta in carrozza e via, al tocco, senz'altra scorta che quei

suoi cinque, entra nella città, tra la folla che proprio fuori di sè

dalla gioia stipa le vie. Passa dinanzi al forte di Castelnuovo, da

dove la sentinella borbonica col picchetto di guardia gli presenta le

armi. Oh se quei soldati, avessero osato far fuoco su quella carrozza,

ed Egli fosse rimasto morto! Chi appende a fili così tenui le sorti

delle genti? Si cura Iddio delle cose nostre, o dà talora a certi

uomini qualche suo attributo? E la storia, superba, come si troverebbe

a rispondere a chi la interrogasse così? Garibaldi era un'idea,

l'incantatore passò, e il plebiscito vero che si fece poi, era già

fatto idealmente quel giorno.

Ora non alla Reggia egli va, ma al Palazzo del Governo, e vi si mette

da padrone: e di lì, tre ore appresso, decreta che la flotta napoletana

passi all'Ammiraglio di Vittorio Emanuele. Era troppo! E troppo avrebbe

poi dovuto la Monarchia a Garibaldi. Gli uomini che ne facevano la

politica, tra grandi e piccini, lo sentirono tutti.

E perchè Garibaldi aveva osato, bisognava loro osare come lui: onde da

Torino alle grandi cose di Napoli rispondeva com'eco la deliberazione

di entrar nelle Marche e nell'Umbria, con un esercito del Re. Allora il

Cavour trasse il dado.

Avvenisse ciò che potesse, rompesse pur l'Austria dal quadrilatero;

alla disperata, nel nome di Garibaldi e di Mazzini, il Cavour era uomo

da incendiar mezza Europa.

E l'osare fu premiato, perchè di quei giorni Russia e Prussia in

un convegno a Varsavia accettavano anch'esse la politica del non

intervento bandita da Napoleone e dall'Inghilterra: il mondo intero

pareva convinto ormai che un popolo da cui venivano date prove così

alte di vita non era più quello cui la Santa Alleanza aveva messo

l'Austria sul petto.

Ma dunque entrato Garibaldi in Napoli, l'epopea finiva con la sua

glorificazione? Oh, no! La fine lieta non conveniva a un poema così

novo e grande come era il suo; perchè le imprese dei grandi sono

veramente epiche solo a condizione che essi nel chiuderle se ne vadano

avvolti in un velo di alta mestizia! E poi c'erano ancora sulla destra

del Volturno quarantamila soldati di Re Francesco.

*

* *

Cinque giorni dopo l'entrata trionfale in Napoli, il Dittatore, di

sulle navi che gliele portavano frettolose dalla Calabria, pigliava

le sue divisioni, non lasciava loro godere neppur la vista della

gran città, le lanciava a Caserta, a Santa Maria, dove correva egli

stesso, e le piantava sulla sinistra del Volturno, per un semicerchio

di venti chilometri. C'erano ventimila soldati ch'ei poneva di fronte

a quarantamila, sostenuti da una fortezza come Capua, assetati di

vendette, ebri di promesse per quando avessero rimesso in Napoli il Re.

Bisognava stare ben desti e ben pronti!

Sul Volturno i due eserciti passavano il settembre in preparativi,

tastandosi talvolta fieramente qua e là. Ma il Dittatore sentiva che

l'ora tragica s'appressava. Dalla sua specola di Monte Sant'Angelo,

vedeva tutto, indovinava tutto ciò che si faceva nel campo nemico. Alla

fine «Fate buona guardia» disse ai suoi luogotenenti, «domattina saremo

attaccati.» E all'alba del 1º ottobre furono attaccati davvero.

La narrazione della battaglia che pigliò nome dal Volturno fu scritta e

subito e poi, e se ne scrive e se ne scriverà ancora. Ma a misura che

le vanità se ne vanno, quella battaglia ingrandisce nella verità, e

rivela come uno dei sommi capitani, colui che alle cinque pomeridiane,

mentre si combatteva ancora, potè telegrafare a Napoli «Vittoria

su tutta la linea.» E, disse vero il Guerzoni, fu vittoria piena,

compiuta, gloriosa, e checchè altri abbia novellato, tutta dell'armi

volontarie, tutta garibaldina; fu una delle più grosse battaglie che

l'armi italiane abbiano combattuto. Ora l'esercito regio era vinto,

ricacciato di là dal Volturno con l'animo rotto, perduto.

Tuttavia bisognava tenerlo in rispetto, e così cominciò l'assedio di

Capua! Non era cosa da Garibaldi star a tracciar parallele, scavar

trincee, piantar delle batterie dinnanzi a una città fortificata con

entro un popolo di vecchi, di donne, di bambini a patire. Pur bisognava

star lì, aspettando che la fortezza si rendesse da sè. E furono giorni

lunghi fastidiosi, crudeli. E già tra i volontari si facevano dei

discorsi cupi. Perchè verrà qui l'esercito del Re vittorioso nelle

Marche e nell'Umbria? Verrà da amico o da soverchiatore? Bisogna

pur dire la verità: entrava negli animi una grande malinconia. Solo

Garibaldi rasserenava tutti, quando si faceva vedere. E un giorno

si seppe che il colonnello dell'artiglieria sua gli aveva chiesto di

lasciargli lanciar su Capua alcune bombe, perchè il comandante della

fortezza potesse rendersi senza perder l'onore. «Griziotti, no! — si

diceva avesse risposto Garibaldi. — Se un fanciullo, una donna, un

vecchio, morisse per una bomba lanciata dal nostro campo, non avrei

più pace.» E Griziotti: «Ma i nostri giovani si consumano di febbri,

i battaglioni si assottigliano, muoiono.» E Garibaldi a lui: «Ci siam

venuti anche a morire!» — «Giungeranno i Piemontesi, Generale; essi

non avranno riguardi, con poche bombe faranno arrender la città, poi

diranno che tutto quello che facemmo finora, senza di loro non avrebbe

contato nulla.» E Garibaldi: «Lasciate che dicano, non Siam venuti per

la gloria.» Fu grande? Si cerchi nella storia uno eguale a lui!

E i Piemontesi erano vicini davvero. O perchè Piemontesi? Non erano i

soldati già di mezza Italia? Ma! Per antico vizio italico si parlava

ancora così, quasi da tutti. Non però dal Dittatore.

Egli aveva indetto il plebiscito pel 21 ottobre, e quel giorno le due

Sicilie votavano la fine dell'antico Reame, e la loro annessione al

Regno nuovo di Vittorio Emanuele.

Tre giorni appresso, il Dittatore passava il Volturno a Formicola, con

le divisioni di Bixio e di Türr. «Dove ci mena?» dissero i volontari:

li menava a incontrare Vittorio che scendeva da Venafro. E il 26

ottobre, presso Teano, su quella terra che vide Silla e Sartorio in

guerra feroce, le avanguardie garibaldine aspettarono il Re. Presso

a una casa bianca, a un gran bivio dove delle pioppe già pallide

lasciavano cader le foglie morte, c'era il Dittatore tra molte camicie

rosse. Ad un tratto si udì la fanfara reale del Piemonte. Tutti a

cavallo! Qualcuno ricordò poi che, in quel momento un contadino mezzo

vestito di pelli si volse ai monti di Venafro, e con la mano alle

sopracciglia, fisso l'occhio forse a leggere l'ora in qualche ombra di

rupe lontana. Nota epica anche questa. Erano quasi le otto, ed ecco un

rimescolio nel polverone, poi un galoppo e dei comandi e degli evviva:

«Viva, Viva, Viva il Re!»

Allora quelli che erano là, videro un gran cosa. Comparve il Re,

Garibaldi gli galoppò incontro, si diedero la mano: quel Dittatore che

senza gloria di antenati aveva nel cuore tutta la forza che il popolo

sa di rado rivelare, diede il saluto immortale che gridò Vittorio Re

d'Italia. Chi mai a Carlo Alberto, quando appena salito al trono plaudì

al concorso per un libro sui Capitani di ventura, chi gli avrebbe

detto che uno condannato a morte in nome suo, come _bandito di primo

catalogo_, sarebbe divenuto l'ultimo e il più grande e più puro della

scuola d'armi dei Condottieri, e che 26 anni dopo avrebbe proclamato

Re d'Italia il suo Vittorio in quei campi? Da quel giorno tutto volse

rapidamente al termine. E il 6 novembre, nell'amplissimo viale che

si protende dinnanzi alla reggia di Caserta, stavano le divisioni

garibaldine già consapevoli d'esser messe in disparte. Ma era stato

detto che il Re voleva passarle in rassegna. Quando sonarono le trombe

i battaglioni si allinearono malcontenti. Apparve una cavalleria. Ah!

quello che cavalcava alla testa non era il Re! Era Lui, col cappello

all'ungherese calato giù, segno di tempesta. Passò quella cavalleria,

giunse fino in fondo al viale, diede di volta, ripassò come un turbine,

poi sparì. E poco appresso quei battaglioni furono condotti a sfilare

dinanzi a Lui, piantato sulla gran porta del Palazzo Reale, come un

monumento. Sentivano tutti che quella era l'ultima ora del suo comando,

e a tutti veniva voglia d'andare a gettarsi ai suoi piedi e gridargli:

«Generale, perchè non ci conducete tutti a morire? La via di Roma è là,

seminatela delle nostre ossa!»

Egli, pallido come forse non era stato visto mai, guardava quei plotoni

passare, e s'indovinava che il pianto gli si rivolgeva indietro ad

allagargli il cuore.

Così finivano i canti centrali dell'epopea garibaldina. Quanto a

lui, il 7 novembre entrava in Napoli con Vittorio Emanuele, l'8 gli

consegnava il plebiscito, e all'alba del 9, su d'un vapore che portava

il nome di _Washington_, suo vero fratello nei secoli, solo con quattro

amici tornava a Caprera, quasi ancora con indosso gli stessi panni che

aveva a Marsala.

«E non ne fosse uscito mai più!» dissero coloro che non avendolo

capito mai, non lo capirono due anni di poi, quando cadde in

Aspromonte confermando col suo sangue la legge di Roma. Però quelli

stessi tacquero, quando nella guerra del Sessantasei non poterono

disconoscerlo, almeno pel suo sublime «_Obbedisco_!» Ma tornarono

ad imprecarlo quando fece Mentana. Altri, quando udirono ch'egli

vinceva per tre giorni di seguito a Digione, credettero di elevarsi

molto, dicendo che certo i Prussiani non s'erano degnati di combattere

seriamente contro di lui. Anche questo fu detto. Ma fece ammenda per

tutti il general Cialdini. Parlando di lui co' suoi pari, disse da

onesto e prode come era: «Nessuno di noi gli arriva al ginocchio.»

Diceva il vero. Ma ancora più che gran capitano Garibaldi fu Uomo

nuovo. Per ora non si sa ancora riconoscerlo. Fu scritto che come in

geologia si stenta a liberarsi dal concetto che tutta la storia del

nostro globo sia una successione di catastrofi per lotte terribili tra

le forze del Caos, così nella vita dell'umanità non sappiamo liberarci

dall'ammirare i violenti trionfatori, perchè moralmente siamo ancora

assai deboli. Ma quando l'umanità, sarà più consapevole di sè, e forte

e capace di libertà e di giustizia, il tipo dell'Uomo sarà riconosciuto

in lui. Non se ne favoleggerà, come non si favoleggiò guari di Colombo:

ma ad ogni forma nuova di bene che si verrà trovando ed attuando, il

giudizio delle genti riconoscerà che Garibaldi quella forma l'aveva già

in sè. Allora si capirà come ei dall'azione passasse alla solitudine,

perchè costumi, leggi, tutto doveva parergli troppo disforme dalla

vita come ei la sentiva. Ma la solitudine su d'uno scoglio, dove nessun

uomo avrebbe saputo durare senza morir di tedio, egli la popolava con

l'ingegno del suo gran cuore, facendosi di quell'umile punta un mondo

infinito come l'anima sua.

LA LIRICA

CONFERENZA DI ENRICO PANZACCHI.

Dunque io vi parlerò nuovamente di poesie e di poeti, o amabili

Signore, perchè così piacque al Comitato che stabilì il tema, e che mi

diede anche il molto onorevole incarico di principiare la serie delle

conferenze quest'anno; di queste conferenze così fortunate e, diciamo

pure, anche così invidiate, soprattutto perchè ebbero sempre il vostro

concorso e la benevolenza vostra.

La conferenza mia di quest'anno sarà una continuazione di quella

dell'anno scorso; ma i tempi sono molto mutati e non in meglio per noi.

Cercai l'anno scorso di tratteggiarvi il gran quadro degli avvenimenti

di quella singolarissima epoca. Idee nuove, uomini nuovi, avvenimenti

strani, insperati: e sopra tutto questo una meravigliosa esaltazione

nelle menti, un entusiasmo gaudioso e virtuoso nei cuori. Tanto che se

ci avessero soccorso il senno e la concordia, era proprio da sperare

che l'Italia ne uscisse con qualche felice risultato. Invece il senno

e la concordia difettarono. Molti rettili, io vi diceva, strisciarono

in mezzo a tutti quei fiori, molte ombre si mescolarono a quella luce;

ed avemmo la catastrofe, la grande catastrofe, nobilitata dal valore

italiano sotto gli spalti di Novara, sulle mura di Roma e a Venezia.

Il detto di Massimo d'Azeglio: «credevamo di essere uomini ed eravamo

invece dei fanciulli» riassume, e riassume purtroppo psicologicamente

e storicamente tutta quell'epoca.

Bisognava cambiare strada, bisognava mutare i metodi e la mèta. Era

stato dunque un bel sogno la confederazione dei Principi italiani col

Pontefice alla testa, e bisognava metterlo in disparte. Era stato

un bel sogno la repubblica unitaria di Mazzini colla Costituente

e non ci si poteva più pensare. S'imponeva insomma una nuova

orientazione, la quale doveva avere per principio e per obbietto un

regno italiano fortemente costituito e fedele alla libertà. Aveva dato

già all'Italia l'esempio di lodevole coraggio nell'anticipare questa

nuova orientazione Marco Minghetti, quando, d'improvviso, lasciava le

anticamere del Papa, ove si cospirava contro l'Italia, per andare sotto

le tende di Carlo Alberto ove si combatteva e si moriva per l'Italia.

Aveva già dato esempio simile Terenzio Mamiani, quando, nella rovina

di tutto e di tutti, aveva detto che ormai non restava patriotti altro

partito da prendere che stringersi intorno alla Dinastia di Savoia

ed attingere da essa gli auspicii e la forza dell'avvenire; Vincenzo

Gioberti che aveva a Parigi abbandonata la sua utopia del _Primato_ (di

cui credo che fosse già guarito da un pezzo) e poneva il vigorosissimo

intelletto alla formazione di un nuovo libro nel quale si studiavano

i criterii ed i mezzi per un positivo rinnovamento italiano; Daniele

Manin si era ormai mostrato persuaso che la sua repubblica veneta non

era che un glorioso anacronismo evocato invano dalla illusione storica

e dal sentimento generoso di tanti italiani, che per Venezia avevano

dato l'anima e il sangue. Lo stesso Mazzini, pur non declinando dai

suoi ideali dogmatici, si manteneva repubblicano, ma attestava e

mostrava che soprattutto egli era unitario e che quando si mirasse

veramente, efficacemente all'unità, non solo egli non poneva ostacolo,

ma fino ad un certo punto sarebbe stato disposto a secondarla.

Letterariamente e poeticamente, o Signore, il periodo che corre dal

1849 al 1859 non è un gran periodo nel suo insieme; anzi si presenta

come un periodo mediocre. Non vi sono grandi lampeggiamenti, non vi

sono poderose affermazioni d'ingegno artistico; vi è qualche cosa

più di abbozzato che di compiuto in esso. Io lo chiamai altra volta

un periodo «bigio» per le nostre lettere, un periodo ove le tinte,

i colori non sono bene spiccati e decisi, ove bisogna raccogliere,

classificare i fatti, apprezzandoli soprattutto come sintomo,

piuttosto che come preparazione dell'avvenire. La ragione di tutto

questo parmi che vedesse molto bene Cesare Correnti in alcune sue

pagine notevoli nelle quali campeggia questo ragionamento: la poesia

s'imperna nel criterio della vita; e quando il criterio della vita è

incerto e ondeggiante, la poesia non può dare grandi affermazioni.

Il romanticismo, una gran forza espansiva, comunque si voglia

esteticamente giudicarla, che aveva dominato tutta la prima metà del

secolo, aveva raggiunto il suo apice e già accennava a declinare, come

un movimento nel quale cominci a mostrarsi esaurita la forza iniziale,

da cui era derivato. Anche la morte si era mescolata nella faccenda, ed

aveva fatto la sua parte. Era morto Giuseppe Giusti portando anzi tempo

nel sepolcro una meravigliosa attitudine di poesia, che si era così

bene esplicata nella satira civile, e che aveva mostrato anche altre

potenze di poeta lirico e di critico, le quali nella pienezza dell'età

forse si sarebbero più efficacemente manifestate. Erano morti Silvio

Pellico e Giovanni Berchet tramontati alquanto nella popolarità, ma dei

quali duravano sempre gli scritti patriottici nel cuore e nell'anima

popolare, e che dovevano essere rinfrescati e resi novamente di una

dolorosa attualità per le frequenze dei nuovi e tristi esigli, per le

nuove sventure così somiglianti a quelle che avevano colpito l'Italia

dal ventuno al quarantasei. Era morto anche a Bologna il buon Giovanni

Marchetti, di cui disse Luigi Carrer che aveva saputo strappare il

segreto della soavità degli accenti alla lira di Francesco Petrarca e,

ad essa aveva saputo disposare accenti di nobile patriotismo.

Alessandro Manzoni che si era taciuto da tanto tempo, a un tratto

si faceva vivo e riempiva delle sue idee tutto il mondo letterario

italiano colle questioni della lingua nazionale. È una questione molto

seria, o Signore: In che lingua debbono parlare gl'Italiani, parlare

soprattutto e scrivere?

La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte 2 Quarta serie - Storia e letteratura · 第 5 / 8 段