vide e fremette. Una nave, a lumi spenti, sorgeva innanzi a lui come
un'ombra; e pareva venisse.... Era la morte? Ah! non a lui si poteva
correre addosso per colarlo a fondo! Egli era uomo da arrembaggio.
Su! dà la sveglia, tutti si destano, le baionette s'innastano, ognuno
sta pronto; e il timoniere badi, viri e via; ora a quella nave, va
addosso il Bixio. Mancava poco a dar l'urto, e sarebbe stato tremendo.
Senonchè, una voce gridò: «Capitan Bixio! Volete mandarmi a fondo?»
«Oh! indietro, indietro alle macchine — grida Bixio — Generale, non
vedevo i fanali!»
«Siamo nella crociera nemica», soggiunse tranquillo Garibaldi. I cuori
s'apersero, Garibaldi, il Signor del mare, in quell'incontro salvava
tutti.
E insieme con Bixio, concertato d'allargarsi, navigarono di conserva il
resto della notte. La mattina dell'11, videro il gruppo delle Egadi,
che parevano venute su allora dal mare, verdi di tutti i toni, con
rocce splendenti in alto, con una zona d'argento ai piedi; e più in
là appariva la costa dell'isola. «La Sicilia, la Sicilia!» I Siciliani
della spedizione se la bevevano cogli occhi, gridavano, benedicevano,
abbracciavano gli altri; cose che nessuna lingua potrebbe narrare. Che
città è quella? Marsala!
Ma poi fu un volgersi di tutti a poppa, per guardare due navi, che
correvano a vista d'occhio dietro di loro: «Avanti! Avanti!» Bixio
gridava ai marinai che chi gli sbagliasse una manovra, sarebbe
impiccato all'albero di maestra.
Marsala era ancora lontana, ma sembrava che la terra stessa venisse
incontro ai due vapori, da tanto che questi correvano. E gli altri
inseguivano, come leonesse in furia dietro a' cacciatori che avessero
loro rapito i lioncelli. Alla fine ecco il porto! Il _Piemonte_ lo
imbocca e maestoso vi si pianta; Bixio investe col _Lombardo_ contro la
spiaggia. Era l'una pomeridiana.
Cosa voleva dire quell'imbandierarsi d'una piccola nave da guerra,
ancorata a sinistra del _Lombardo_, e quell'imbandierarsi di due grosse
navi, ancorate a destra del _Piemonte_? Un marinaio del _Lombardo_
spiegava che quella piccola era una nave borbonica, che invitava le
navi grandi, che erano inglesi, a ritirarsi, perchè voleva far fuoco
sui due vapori giunti. Rispondevano gli inglesi che avevano i loro
ufficiali a terra, che le loro macchine non erano sotto pressione,
e che però aspettassero un poco. Così almeno spiegava il marinaio
del _Lombardo_ tutto quello sciorinar di bandiere. E fu questo tutto
l'aiuto inglese, di cui tanto si disse e si scrive ancora. Non però fu
cosa da poco, perchè intanto la gente del _Piemonte_ e del _Lombardo_
si gettava giù nelle barche, e via vogava a terra. Ma presto le due
navi che inseguivano, venute a tiro, si misero a farle addosso le
cannonate. Povero _Stromboli_, povera _Partenope_! In poco più forse
d'un'ora, tutta la spedizione fu a terra; un po' di sosta a ordinarsi,
e poi una corsa a compagnie; carponi, ritti, come ognuno sapeva, tutti
entrarono in Marsala.
I cittadini trasognati, sbigottiti, non sapevano ancora cosa fosse quel
cannoneggiamento, nè chi fossero quegli uomini nuovi che invadevano
la città con l'armi in pugno, quasi tutti vestiti in borghese. Ma come
seppero che era con essi Garibaldi, tutta la città balenò di una gran
gioia, non s'udì più che il gran nome, parve che la rivoluzione vera
della Sicilia cominciasse in quel momento.
Quanto a Lui, disceso dal _Piemonte_, aveva messo il piede sul suolo
dell'isola come su terra già sua; era salito nella città col passo
lento d'Aiace, come se le cannonate non potessero toccarlo; forse in
quel momento sentì che per la prima volta in sua vita, si trovava a
entrar nell'azione, senz'altra autorità sopra di sè, libero e primo
come la natura lo aveva fatto, e vide come in una prospettiva infinita
chi sa quali grandi cose da farsi!
E nella reggia di Napoli, cosa sarà stato in quell'ora? Quali sgomenti,
quali pianti, quali furie? Erano stati dati ordini alla flotta, di
colar a fondo i due vapori salvando le apparenze, e questo si seppe
poi. Invece, il gran nemico di dieci anni prima, quello stesso di
Velletri e di Palestrina, era sbarcato in terra del Regno, nel punto
più lontano da Napoli sì, ma insomma era sbarcato; e forse fin da quel
momento la reggia si sentì vinta. A quarant'anni di distanza, vien su
dal cuore un senso strano di compassione.
Lo _Stromboli_ e la _Partenope_ si sfogarono il resto della giornata
a tirar cannonate, ma non proprio per bombardar Marsala, che s'era
coperta di bandiere inglesi. Venne la notte, passò, spuntò l'alba; e i
Mille erano già fuori della città pronti a marciare.
Forse al Salto, o il 30 aprile a Roma, o a San Fermo vincitore,
Garibaldi non fu così bello e raggiante come in quell'alba del 12
maggio, lì fuor di Marsala tra quei suoi Mille, che egli metteva
in cammino verso l'ignoto. Di lì vedeva il _Piemonte_ menato via a
rimorchio dalle fregate borboniche, il _Lombardo_ piegato su di un
fianco e mezzo sommerso. E ciò voleva dire che in quei Mille doveva
essersi piantato il sentimento, di non aver più a fare nulla col mondo
di fuori dell'isola, e che da quel campo chiuso non sarebbero più
potuti uscire se non vincitori.
Dunque o vincitori, o morti, o galeotti nelle galere borboniche! Di
là si vedevano bene le Egadi, smeraldi al sole, e si sapeva che nelle
loro viscere, nell'orrida prigione, profonda sotto il livello del mare,
giacevano quei di Sapri, i loro precursori!
Trombe in testa, partirono. E va, va, va come nelle novelle; fatti due
o tre chilometri tra vigneti, la colonna marciò poi tutta la prima
giornata sotto quel sole che pareva colasse piombo, per un deserto
senz'acqua, senz'alberi, senza coltura. Non videro un villaggio, non
un ciuffo di case, nulla, tranne qualche branco di cavalli e qualche
capanna che mettevano lo sgomento della vita in quelle solitudini
sterminate. Ma verso il tramonto, apparve un gran casone su d'un
poggio. Pagina da Cervantes. Forse la fata morgana? Era il feudo di
Rampagallo. Allora la parola feudo rivelò tutta una storia. Chi la
aveva mai intesa dire con sotto agli occhi la cosa vera? Lì dunque era
il medioevo ancora in azione? Fu un senso di sgomento. Accamparono
intorno. E nel crepuscolo alcuni ufficiali, che stavano aggruppati
a discorrere sulla gran porta dell'immenso cortile di quel casone,
udirono uno mettere nei loro discorsi la nota veridica. «Avete badato
a quel deserto tutt'oggi? Si direbbe che siam venuti per aiutare i
Siciliani a liberar la terra dall'ozio!» Era un uomo gigantesco, forse
di trentacinque anni, si chiamava Rainero Taddei, era ingegnere. La
sorte gli serbava la gloria di morire sei anni dopo, tenente colonnello
a Custoza; ma per lui il posto da invecchiarvi lavorando, sarebbe stato
là in quel feudo di Rampagallo, per morirvi dopo aver fatto fiorire
tutto quell'immenso deserto, sul quale quella sera disse la verità
dolorosa.
La notte furono visti i primi insorti _Picciotti_: una cinquantina.
Venivano a raggiungere il Generale, condotti dai baroni Sant'Anna e
Mocarta. Vestivano di pelli di capra come fauni, erano armati di fucili
da caccia che chiamavano _scoppette_, qualcuno aveva le pistole alla
cintola e il pugnale. Le loro facce erano fiere, ma a trovarsi tra
quelle compagnie giunte d'oltremare, come i conquistatori delle loro
leggende, parevano trasognati. Garibaldi li accolse, li incantò subito,
li tenne seco. Erano pur pochi, ma insomma riconoscevano in lui il Duce
e la rivoluzione unitaria.
Il giorno appresso a Salemi, dove i Mille giunsero sul mezzodì, fu
ben altro. Tutte le campane sonavano a gloria, tutta la popolazione
veniva loro incontro fuori di sè. E quando apparve il Generale fu
addirittura un delirio; v'erano già le squadre di Monte San Giuliano,
forse un migliaio di altri picciotti, e si dicevano cose meravigliose
di altre squadre in cammino dalle terre intorno che venivano a Lui. Ma
ahi quanti poveri, quante mani tese a mendicare, quanto squallore! A
Salemi, su quel cocuzzolo di monte, egli si proclamò Dittatore per la
libertà.
Spese lassù due giorni a far dare l'ultimo assetto alle compagnie. E
all'alba del 15 queste scendevano da Salemi, già avvisate che a nove
o dieci miglia di là, si sarebbero trovate in faccia al nemico. E
marciavano gioconde per la via consolare fino al villaggio di Vita, da
dove la gente fuggiva gridando loro: «Meschini! meschini!»
Era ancora sgomenta dagli eccidi del Quarantanove! E si capì cosa
volesse dire quel compianto, perchè apparvero subito le guide
garibaldine, che tornavano in dietro di mezzo trotto, recando che di là
dal colle il nemico era in posizione, e ben grosso.
Sereno, lieto, quasi giovane, giunse allora Garibaldi. Poche parole,
uno squillo, le compagnie furono mosse su per una collina brulla,
s'arrampicarono, giunsero in cima, e di lassù videro l'altra collina in
faccia balenar d'armi.
Ora dunque era il momento di trar le sorti. E forse Garibaldi sperò
che, a quel primo incontro, i Napoletani pigliassero chi sa quale
risoluzione che facesse risparmiare il sangue, perchè stette a
guardarli a lungo, circondato dal Türr, dal Sirtori, dal Tuköry? O lo
sperò quando disse di portar nel punto più alto la bandiera tricolore
e di farla sventolare? Insomma volle essere l'assalito, egli che pur
era disceso nell'isola da assalitore! Quella, a sentir bene, era guerra
civile.
Ma verso il tocco e mezzo, il comandante napoletano mosse i suoi
cacciatori giù per il pendio delle sue posizioni. Discesero questi a
catene, snelli nelle loro divise turchine, furono presto nel piano che
stava fra i due colli, e dal basso in su cominciarono i loro fuochi.
«Non rispondete! non rispondete!» gridavano i capitani ai Garibaldini;
e in verità facevano bene, perchè le venti cartucce ch'erano state date
a ogni milite se ne sarebbero presto andate; così per parecchio, quei
militi stettero freddi e immobili al fuoco; cosa da veterani.
Ma poi s'udirono alcuni colpi dei carabinieri genovesi, fu sonata la
diana, e il passo di corsa; sonava il trombettiere del Generale.
Le compagnie si levarono, si serrarono, poi si apersero e precipitarono
giù larghe in un lampo. Pioveva su di esse il piombo come gragnuola,
e rombò anche la mitraglia; esse traversarono agilissime quel tratto
piano sin a piè delle posizioni dei Napoletani. E pareva che sarebbero
volate su come stormi di falchi; però quando furono a salire e
guardarono in su, capirono che la giornata voleva essere sanguinosa.
Il terreno era erto, l'erta fatta a terrazzi, i terrazzi parecchi: e a
ogni terrazzo una schiera nemica che faceva fuochi di battaglione.
I tecnici della guerra, pensano che Garibaldi abbia osato troppo
andando a mettersi nel caso di dover accettare il combattimento, in
condizioni sfavorevolissime pel numero e per le forti posizioni del
nemico. Certo osò molto! Ma l'indugio a cercar la battaglia, e lì la
più sapiente manovra per la più bella delle ritirate sarebbero stati
senz'altro la sconfitta. Egli era come un gladiatore nel Circo; sentiva
che egli e i suoi, poichè erano venuti d'oltremare per questo, lì sotto
gli occhi delle squadre siciliane, e della gente che si vedeva gremita
sulle alture intorno, come sui gradini di un anfiteatro, dovevano
affermarsi coll'azione pronta quali che fossero i rischi; altro non
era concesso che il cimentarsi, fossero anche stati i nemici dieci
volte più forti: scansando egli il combattimento, l'anima siciliana non
avrebbe più compresi nè quegli uomini per essa meravigliosi, nè Lui.
E questo, come se il Generale avesse una virtù comunicativa sovrumana,
questo fu sentito da tutti i suoi, anche dai meno esperti. Laonde
più che condotti, conducendosi ognuno da sè, presto le compagnie si
ruppero, i militi si mescolarono, non vi furono più unità tattiche, ma
gruppi, manipoli, branchi di assalitori, che investivano alla baionetta
le schiere nemiche, le fugavano, si piantavano al loro posto per tornar
ad investirle sul secondo di quei terrazzi, e poi sul terzo, e poi sul
quarto, sin che quelle si ridussero tutte insieme sulla cima del colle,
e vi si serrarono più dense e più forti. Allora parve impossibile di
poterle ancora affrontare. E a guardare in giù i già morti e i feriti,
che strage!
Mirabile a dirsi, il Sirtori era giunto sul suo gramo cavalluccio
fin lassù, e sulla sua faccia pallida pareva espresso il desiderio di
morire per tutti, giacchè l'ora era omai disperata.
Ma Garibaldi, a piedi, seguìto dal Bixio a cavallo, che non lo lasciò
quasi mai (come se venendo la rotta pensasse di pigliarselo su e fare
il miracolo di salvarlo all'Italia), Garibaldi s'aggirava tra le file
raccolte intorno al ciglio della vetta su cui i Regi urlavano «Viva» al
loro lontano Re. E incorava con la sua parola tranquilla. «Riposate,
figliuoli, riposate un altro poco, poi ancora uno sforzo e sarà
finita.» Però vi fu chi gli vide negli occhi le lagrime.
Infatti c'era da temere che alla fine con un contrassalto improvviso,
i Regi si precipitassero su quella siepe di vivi, che si era fatta
intorno a quell'ultimo ciglio. Davvero bisognava finirla! E a un
tratto s'udì gridare: «La bandiera è in pericolo!» E una bandiera fu
vista portata avanti ondeggiare un poco, in una mischia che le si fece
intorno stretta e terribile, poi sparire. In quel momento, fu ripreso
su tutta la fronte l'assalto, l'ultimo, concorde, violento, furioso;
s'udì l'ultimo colpo di un cannone che fu scaricato dai napoletani
mentre alcuni garibaldini vi erano già alla bocca; poi i Regi in rotta
rovinarono via per l'altro declivio del colle, e se n'andarono protetti
dai fuochi in ritirata dei loro mirabili cacciatori.
Su quel colle, in quell'ora vespertina, in quella solitudine
dell'isola, che dava a quei soldati il senso di esser fuori del mondo,
l'unità d'Italia era moralmente fondata. Ora la Sicilia poteva osar
tutto, il primo atto del dramma era già la catastrofe dei Borboni.
Ma se i Regi avessero vinto? S'accapriccia il cuore, a immaginare
Garibaldi rotto, i suoi a squadre a gruppi, a branchi, inseguiti, messi
in caccia, uccisi per tutta quella terra; gli ultimi, ad uno ad uno,
chi qua, chi là, scannati come fiere, fin sulle rive del mare, e la
testa del Generale portata a Napoli chi sa da chi, che se la potesse
guardare e finisse di tremare quel Re. Oh, questo poteva avvenire! In
quel primo fatto d'armi, i Regi non avrebbero dato quartiere. E aveva
veduto ben giusto Garibaldi, quando nel momento che la lotta pareva più
disperata, avendo Bixio osato dirgli: «Generale, temo che bisognerà
ritirarsi» egli aveva risposto con calma solenne: «Ma che dite mai,
Nino? Qua si fa l'Italia, o si muore!»
Invece il giorno appresso, tutto era gioia, e suonò il grand'ordine del
giorno: «Soldati della libertà italiana, con compagni come voi posso
tentare ogni cosa!» Parlava la verità; perchè di quei compagni trentuno
erano rimasti morti sul campo, centottantadue giacevano feriti; e
perchè egli nel fatto d'arme, avviato che fu il combattimento, aveva
lasciato libero all'azione quel sentimento dell'assoluta necessità di
vincere creato da lui, dalle circostanze, dalla coscienza di ciascuno
dei suoi soldati, e perchè aveva diretto tutto col cuore.
Tre giorni appresso, i Mille salutavano già, dal passo di Renda,
Palermo, immensa, laggiù sul mare coperto da navi da guerra di tutta
Europa. Pareva loro di uscir da un mondo antichissimo, eppure non erano
passati che quattordici giorni dalla partenza da Quarto!
Nel campo di Renda, Garibaldi mise tutta l'arte sua: sfoggio di lavori
da zappatori, avanzate, ritirate, scaramucce. E quando fu ben certo
d'aver piantato nei difensori di Palermo l'idea che ei volesse tentarne
l'assalto dalla parte di Monreale; improvvisamente, la sera del 21
maggio, che diede una notte tempestosa, levò il campo; e per monti
senza vie, incamminò i suoi a una marcia notturna, che gli rimase nella
memoria come uno dei suoi prodigi.
All'alba del 22 è al Parco e vi si accova, vi sta un giorno senza che
il nemico sappia dov'è; la Sicilia non dava spie. Il 23 è scoperto:
la mattina del 24, una colonna lunghissima uscita da Palermo viene a
trovarlo. Ora il suo disegno comincia a colorirsi. Finge la ritirata,
quasi la fuga, verso l'interno dell'isola, vola a Piana dei Greci,
tirandosi dietro quella colonna: sul tramonto del giorno fugge di
nuovo da Piana, mentre l'avanguardia nemica crede di averlo già per
i capelli; fugge ancora con l'artiglieria in testa, per la strada
di Corleone. Ma fattasi la notte, lascia andar l'artiglieria sola
senza altro ordine che di fuggir sempre, e si pianta in una boscaglia
poco fuori dello stradale. Ivi ha la gioia di sentir quella colonna
borbonica passar nella notte, allontanarsi illusa d'andar dietro di
lui. Andasse pure! tanta forza nemica di meno egli avrebbe trovata a
Palermo.
Il mattino appresso alla punta dell'alba, Garibaldi è già via da quella
boscaglia. Con una marcia rapida a sinistra, sale a Marineo, la sera è
a Misilmeri, il giorno appresso a Gibilrossa, nel campo dei _picciotti_
del La Masa, e di là rivede la capitale.
Quel giorno, lassù a Gibilrossa, furono a visitarlo alcuni ufficiali
della marineria inglese. Cosa gli portavano? «Eh già! si diceva tra
le compagnie, gl'Inglesi ci aiuteranno a staccar la Sicilia da Napoli,
così che al Borbone sembri grazia conservarsi il continente. Poi se la
piglieranno, e Napoleone si piglierà la Sardegna, e l'Austria si terrà
la Venezia, e l'unità d'Italia con Roma rimarrà un sogno. Passeranno
gli anni, moriranno Mazzini e Garibaldi e gli altri, e dell'unità
italiana e di Roma non si parlerà più.» E chi vorrebbe giurare adesso
che allora le cose non si potessero risolvere in questo misero modo?
Tuttavia quegli Inglesi, ospiti graditi, girarono fra le compagnie,
sparsero la notizia che ai Mille era stato dato da Napoli il nome
di Filibustieri; che il Governo borbonico aveva spacciato pel mondo
d'averli vinti a Calatafimi, vinti al Parco, vinti sempre, e che in
Palermo il Vicerè aveva pubblicato la rotta e la fuga di Garibaldi.
Quella stessa sera si udì pel campo che Garibaldi aveva detto:
«Stanotte a Palermo.»
E come fu notte, il campo si mosse a scender dalla montagna, giù per un
sentiero quasi appena tracciato di balza in balza.
Stavano alla testa una parte dei Mille, prima le Guide e poi i
Carabinieri genovesi, poi parte delle squadre del La Masa, appresso il
gruppo dei Mille, e in coda tutta la moltitudine armata di picche o di
che che si fosse.
L'ordine era di marciar in silenzio, serrati, per giungere di sorpresa
sul nemico che bivaccava fuori le porte, e di non rispondere al fuoco,
ma investire alla baionetta, rompere, entrare nella città.
Ah, se tutto fosse stato fatto a puntino! i Regi del Ponte
dell'Ammiraglio sarebber stati colti nel sonno, e la colonna, passando
sui loro corpi, entrava in Palermo di colpo. Ma i Picciotti con le loro
grida diedero troppo presto l'allarme. Pur non ostante quel guaio, non
ostante la resistenza ben fiera che opposero i Regi del Ponte, l'impeto
dell'assalto fu tale che in breve ora Garibaldi era nel cuore della
città, sulla piazza Bologni.
Allora tuonò la prima campana a stormo, e poi altre ed altre; la città
si svegliava. Era la domenica di Pentecoste, ma per Palermo la Pasqua
di Resurrezione.
Cominciò quel mattino la bufera infernale, che, scatenata sulla gran
città, doveva durare tre giorni. I Mille e le squadre si sparsero
per le vie, marciarono al centro della città, e dal centro, qua
combattendo, là senza trovar difese, si allargarono poi alla periferia
di essa. E così si chiusero entro il cerchio di fuoco che i Regi fecero
loro intorno dalle caserme, dal Palazzo Reale, dai bastioni, dalle
fortezze; e Castellamare cominciò a lanciar bombe. Potevano i Regi
irrompere improvvisi da tutte le parti al centro e opprimere tutto, a
un tratto; ma nel pomeriggio principiarono le barricate cui si lavorava
persin dalle donne. Fu presto un vero furore. Al secondo giorno si
vedeva già che in Palermo non sarebbe rientrato il nemico per molto che
fosse, senza averne fatto un mucchio di rovine. Cadevano case intere
sotto le bombe, cadevano per gli incendi; l'ira del popolo cresceva,
non s'udiva gridar altro che guerra e morte e viva Santa Rosalia.
Al terzo giorno tutta la città era nelle vie; le case rovinate non
si contavano più; si parlava di cittadini sepolti a centinaia, e si
diffondeva un entusiasmo cupo e fanatico di morire.
Nel pomeriggio di quel terzo giorno, corse voce che Garibaldi era
andato sull'ammiraglia inglese, a un parlamento che i borbonici gli
avevano chiesto. «Oh Dio! cos'ha mai fatto! — diceva la gente — e se lo
pigliassero a tradimento?»
Era una grande angoscia. Ma fu sublime il popolo, sublime lui,
quando, tornato da quel suo passo, s'affacciò a un balcone del Palazzo
pretorio, e a quel mondo, fuso come in un sol essere sulla piazza,
gridò: «Il nemico mi ha fatto delle proposte che credetti ingiuriose
per te, o popolo di Palermo, ed io, sapendoti pronto a farti seppellire
sotto le rovine della tua città, le ho rifiutate!» Non vi è lingua che
abbia la parola degna d'esprimere il grido di quel momento. Dovettero
arricciarsi i capelli anche a Lui; e forse egli si sentì divino, al suo
apogeo, guardando sotto di sè quella moltitudine innumerevole di genti,
che si abbracciavano, si baciavano, si soffocavano tra loro raggianti,
le donne più ancor degli uomini, gridando a Lui: «Grazie! grazie!»
Eppure aveva annunziato il loro sterminio!
Ma la sera stessa di quel gran giorno, il suo cuore, sempre così
sicuro, si turbò. Gli era venuta notizia dello sbarco di nuove milizie
borboniche. Ancora pieno di quell'incendio d'anime destato da lui,
forse ebbe pietà della tanta gente che il giorno appresso sarebbe
morta; pietà di Palermo che si era abbandonata a lui, gridandogli che
la facesse pur perire, piuttosto che lasciarla al tiranno. Studi il
fenomeno chi indaga l'anima dell'individuo ne' suoi rapporti coll'anima
delle moltitudini: il fatto è che egli dalla piazza del Palazzo
Pretorio mandò al bastione di Porta Montalto un ordine che fece tremare
chi lo portò e chi lo lesse; tremare per lui che parve d'un tratto
impicciolito. Per fortuna la notizia delle nuove truppe borboniche
era falsa, e di quell'ordine tacquero quanti lo conobbero, anzi si
rimordevano di posseder quel segreto. Ma che sorpresa per tutti, e
come dovette parer sublime Garibaldi a quanti di loro erano ancor
vivi trent'anni di poi, quando lessero nelle sue memorie confessata
candidamente quella sua ora di scoramento! Egli aveva pensato
nientemeno che d'andarsene dalla città coi suoi avanzi di Mille!
Altri eroi, forse Napoleone stesso, avrebbero fatto sparire chi d'un
momento simile di loro debolezza avesse avuto soltanto il sospetto. Ma
Garibaldi adorava la verità, e della gloria, intesa come si suole, non
aveva concetto.
Il quarto giorno dacchè Palermo combatteva, il Generale in capo
borbonico, disperato di vincere, chiese a Garibaldi un armistizio.
Garibaldi lo concesse, e per lui voleva dir aver vinto. E dieci giorni
appresso, ventimila borbonici sfilavano a imbarcarsi, portando via
nel cuore, per andare a diffonderla in tutto il Regno, la certezza
che contro Garibaldi non era più possibile vincere. Intanto nell'anima
siciliana fioriva la fantasia dell'Angelo che nelle battaglie riparava
i colpi a Lui, Santo e parente di Santa Rosalia, nato da un demonio
e da una Santa. E così si diceva nei salotti, dove le gentildonne
domandavano agli ospiti venuti di oltremare se avessero mai visto
quell'Angelo: e così si diceva dal popolo, e si cantava e si credeva.
Chi vide quei momenti deve essersi formato l'idea di come sian sorte
certe religioni nel mondo.
Così dalla partenza da Quarto erano passati trentacinque giorni. La
traversata coi suoi tedi, con le sue allegrezze e co' suoi terrori,
lo sbarco prodigioso, le marce traverso l'isola, proprio quasi ancor
immersa nel Medio evo, dove uno poteva sentirsi nel suo clima storico e
credersi bizantino, saraceno, normanno, qual che volesse; quell'andar
applauditi tra le genti, ma sempre soli e quasi soli con Lui, come
una tribù errante in cerca d'un mondo ideale; i bei fatti d'arme, le
ritirate, i ritorni e la entrata inverosimile in Palermo e la vittoria
finale più inverosimile ancora, furono il meraviglioso dell'epopea
garibaldina, e già fin dallo stesso momento che finiva pareva una cosa
antica quasi sognata, anche a chi l'aveva vissuta.
Poi l'epopea cedette alla storia.
.... E Dante dice a Virgilio:
«Mai non pensammo forma più nobile
D'eroe.» Dico Livio, e sorride,
«È de la storia, o poeti.»