Ricaduta Napoli in balìa degli Austriaci restauratori della tirannide

spergiura; cacciato egli a confine in Brünn di Moravia, a piè di quello

Spielberg, dove pativano le durezze del carcere il Confalonieri, il

Pellico, il Maroncelli e gli altri Carbonari, chi sa che, guardando

lassù, non abbia pensato che se Marche, Umbria, Romagna, Toscana,

Emilia, erano state indifferenti all'impresa di Gioachino, o l'avevano

quasi derisa; se allora i Lombardi stavano lassù condannati; se i

Piemontesi ramingavano pel mondo, e s'egli stesso napoletano, era

là; tutto era avvenuto perchè erano mancati tra Italiani e Italiani

la stima e l'amore? E forse gli nacque allora appunto il pensiero

di rivelare all'Italia del settentrione la grandezza e i martirii

dell'Italia meridionale, e nella sconsolata anima dubitando anche di

essere inteso, gli sonò la pagina finale della sua storia, che pare un

coro fatidico di cupa tragedia antica. E scriveva:

«In sei lustri centomila Napoletani perirono di varia morte, tutti

per causa di pubblica libertà e di amore d'Italia; e le altre

italiche genti, oziose ed intere, serve a straniero impero, tacite,

o plaudenti, oltraggiano la miseria dei vinti; nel quale dispregio,

ingiusto e codardo, sta scolpita la durevole loro servitù, infino

a tanto che braccio altrui, quasi a malgrado, le sollevi da quella

bassezza. Infausto presagio che vorremmo fallace; ma discende dalle

narrate istorie, e si farà manifesto agli avvenire, i quali ho fede

che, imparando dai vizi nostri le contrarie virtù, concederanno al

popolo napoletano (misero ed operoso, irrequieto, ma di meglio) qualche

sospiro di pietà, e qualche lode; sterile mercede che i presenti gli

negano.»

Ora l'anima del Colletta, dalle sedi degli eroi poteva esultare;

l'Italia settentrionale mandava all'umile Italia serva di laggiù, quel

manipolo e quel Liberatore.

All'alba, i due vapori stavano già per girare il promontorio di

Portofino, quando si fermarono quasi di colpo. Perchè? Si seppe poi.

In quelle acque dovevano trovarsi ad aspettarli, certe barche cariche

di munizioni: ma guarda di qua, guarda di là non si vede nulla. Che

fare? Garibaldi alzò gli occhi al cielo come soleva, e ordinò di andare

avanti.... «Le munizioni si piglierebbero dove si potrebbe, magari al

nemico.»

Così tutto quel giorno 6 e sino alla mattina dell'altro appresso,

i due vapori navigarono di conserva. In quel secondo mattino della

traversata, fu letto sulle due navi l'ordine del giorno di Garibaldi.

Ribattezzava _Cacciatori delle Alpi_ i militi della spedizione; parlava

di devozione, di soddisfazione della incontaminata coscienza, come

solo premio. L'organizzazione sarebbe come quella dell'esercito ch'ei

chiamava non più piemontese ma italiano; il grido di guerra: _Italia e

Vittorio Emanuele_.

Bisogna dirlo, quel grido non piacque a tutti. Prevaleva nella

spedizione l'elemento repubblicano: la rivoluzione di Sicilia e la

impresa d'aiutarla era opera di Mazzini, ma in quegli anni il vento

spirava dalla parte della concordia. E poi! se quel grido lo dava

Garibaldi, doveva essere tenuto pel buono, perchè egli in quel fatto

era tutto.

Intanto si vedeva lì in faccia la riva, un villaggio, una torre su cui

sventolava la bandiera tricolore.

Era Talamone.

Come se il fato valesse ancora nella vita dei popoli e dei Re, proprio

là in quel riposto seno della terra Toscana già Stato dei Presidii,

piantato dagli Spagnuoli nel fianco del Granducato, Garibaldi fatti

scendere a terra i Mille, sceso egli stesso vestito da generale

dell'esercito piemontese, doveva pigliarsi tre cannoni da sei e una

vecchia colubrina forse del Seicento, con centomila cartucce, per

andare a spegnere nelle Due Sicilie il regno spagnolo!

E là, in Talamone, Garibaldi fece dar forme alla spedizione; quartier

generale, stato maggiore, intendenza, corpo sanitario, genio,

compagnie, carabinieri genovesi, guide, tutto fu fatto alla brava e

rapidamente.

*

* *

Il colonnello ungherese Stefano Türr fu primo aiutante di campo del

Generale. Aveva allora trentacinque anni. E sapeva cos'era stato

il dolore della sua Ungheria e quello dell'Italia nel Quarantanove.

Sapeva cosa volevano dire le ansie del condannato a morte, liberato

quasi all'ora del supplizio; e sapeva le gioie del cospiratore

nell'impaziente attesa della riscossa. Aveva combattuto l'anno avanti

sotto Garibaldi in Lombardia, e a Tre Ponti aveva sparso il suo sangue

tra i cacciatori delle Alpi.

Ora egli era lì, a lato di quel Grande. Forse quel contatto gli diè

l'ultima tempra; e il Türr dopo la guerra di Sicilia doveva smettere

le armi per darsi tutto alla vita civile. Fu diplomatico, consigliere

d'alleanze, tagliatore d'Istmi, costruttore di canali; va ancor pel

mondo, quasi ottuagenario, a far sentire la sua voce, dovunque bisogni

gridare la pace e la libertà. Mille quattrocento anni fa, dal suo paese

veniva Attila!

Ungherese come il Türr, un po' più giovane di lui, aiutante anch'esso

del Generale, v'era il Tuköry, che veniva a offrir l'ingegno e la

vita a quest'Italia, la quale, nel Cinquantanove, in certa guisa aveva

disdetto la fratellanza di sventure e di speranze, che l'avevano legata

fino allora alla patria sua. Diceva egli così senza raffaccio, ma

con dolore; forse presago di dover morir presto, come morì di ferita

toccata nell'assalto di Palermo. Ma Palermo liberata gli fece funerali

che furono un'apoteosi, e chi li vide intende meglio quelli di Ettore

in Omero.

Poi c'era il Cenni, di Comacchio, uomo di quarantatrè anni, avanzo di

Roma e della ritirata di San Marino; uno tutto fremiti, che ad averlo

vicino pareva di camminare col fuoco in mano presso una polveriera.

V'era l'ingegnere Montanari di Mirandola, anch'egli avanzo di Roma, che

aveva trentott'anni e ne mostrava cinquanta, per la tetraggine che gli

avevano impresso le meditate sventure del paese. Ma, contrasto quasi

d'arte, egli stava a lato un senese, che da giovane aveva fatto versi

sembrati al Niccolini cose degne del Foscolo. Ne' suoi ventisei anni,

bellissimo, forte, era sempre gaio come se gli cantasse una allodola

in core. Era quel povero Bandi, che cinque ferite di piombo non

poterono poi uccidere sul colle di Calatafimi, e doveva campare ancora

trentacinque anni, per essere ucciso quasi vecchio e a ghiado, da uno

a lui sconosciuto.

E c'era Giovanni Basso, nizzardo, ombra più che segretario del

Generale, ch'egli aveva visto sublime a Roma, umile ma ancor più

sublime da povero candelaio alla Nuova York. E c'erano il Crispi

allora poco conosciuto, e l'Elia anconitano, che poi a Calatafimi

fu quasi ucciso mentre si lanciava a coprire Garibaldi. C'erano il

Griziotti pavese di trentott'anni, uomo di bella mente ma di cuore

più bello ancora; e il Gusmaroli di cinquanta, antico parroco del

Mantovano, che come l'Eroe dell'_Enriade_, andava tra quei che

uccidono, senza difendersi e senza mai pensare ad uccidere. Ma il

tocco michelangiolesco lo metteva in quel gruppo Simone Schiaffino, bel

capitano di mare, che pareva andasse studiando Garibaldi, per divenir

simile a lui nell'anima, come gli somigliava già un po' nel volto;

biondo come lui, assai più aitante di lui, con un petto da contenervi

cento cuori d'eroe. Vai, vai o giovane sognatore, nato a campar forse

novant'anni, vai! tra otto giorni cadrai sul colle di Calatafimi con la

bandiera in pugno, nell'ora quasi disperata della battaglia. Ma avrai

questo onore, che a chi gli dirà la tua morte, Garibaldi griderà se gli

sembri quello il momento di annunziargli una pubblica sciagura! A quale

età, dopo quali alte fortune, avresti potuto meritare un elogio funebre

come quello? Era detto da lui, mentre si combatteva su quel colle per

far l'unità d'Italia, o perderla forse per sempre.

Allo Stato maggiore generale presiedeva il Sirtori. Antico sacerdote,

aveva chiuso per sempre il suo breviario, portandone scolpito il

contenuto nel cuore casto, e serbando nella vita la severità e la

povertà dell'asceta claustrale. Spirito rigido, cuore intrepido,

ingegno poderoso, nel Quarantanove, con l'Ulloa napoletano, era stato

ispiratore del generale Pepe nella difesa di Venezia. Poi, esule in

Parigi, aveva visto indignato, trionfare Napoleone III. E la vita

gli si era fatta un gran lutto. Non aveva perdonato all'Imperatore

il 2 dicembre, neppure vedendolo poi scender nel Cinquantanove con

centotrentamila francesi a liberargli la sua Lombardia; anzi, antico

soldato della patria, s'era astenuto dal venire a quella guerra

imperiale. Ma la guerra stessa, com'era seguìta, gli aveva insegnato a

non illudersi più. Ed era a quarantasette anni, era lì con quella sua

faccia patita, incorniciata da una strana barba bionda, esile alquanto

della persona, silenzioso, guardato come se portasse in sè qualcosa di

sacro, forse le promesse dell'oltretomba; pareva il Turpino di quelle

gesta.

Da lui dipendevano, come capitani, un Bruzzesi romano di trentasette

anni; il matematico Calvino esule trapanese di quarant'anni, Achille

Maiocchi milanese di trentanove e Giorgio Manin, figlio del gran

Presidente della repubblica veneziana, che non ne aveva ancor trenta.

Ufficiali minori seguivano Ignazio Calona palermitano, un gran bel

sessagenario che a guardarlo nel viso pareva di leggere le poesie del

Meli: seguiva il mantovano ingegner Borchetta di trentadue anni, gran

repubblicano; ultimo v'era un giovane tenente dell'esercito piemontese,

disertato a portar tra i Mille il suo cuore. Questi doveva morire

a Calatafimi sotto il nome di De Amicis, ma veramente si chiamava

Costantino Pagani.

E poi veniva il grosso del piccolo esercito; e qui siamo al secondo

libro dell'_Iliade_:

Della turba...... io nè parole

Farò nè nome, che bastanti a questo

Non dieci lingue mi sarian nè dieci

Bocche, nè voce pur di ferreo petto.

Di tutta l'oste

Divisar la memoria altri non puote

Che l'alme figlie dell'Egioco Giove:

Sol dunque i Duci....... accenno.

*

* *

Alla testa della prima compagnia, chi se non Bixio? Pareva uno,

chiamato al mondo in un momento di grande ira da un padre, che offeso

per chi sa quale perfidia della vita, si fosse rifugiato nel seno

della famiglia amata per non morir di collera o di dolore. Era nato

nel 1821 in Genova, allora davvero piena d'ira per essere stata messa

sotto il Piemonte. Stolta Santa alleanza! Per uccidere una repubblica,

aveva sottomesso al Re di Sardegna la città che per bocca di Giuseppe

Mazzini, doveva poi dare quel grido che si sarebbe risolto nella fine

del regno Sardo e nella creazione di quello d'Italia!

Era quel Bixio che già nel Quarantasette, in una via di Genova,

fattosi alle briglie del cavallo di Carlo Alberto, gli aveva gridato:

«Dichiarate, o Sire, la guerra all'Austria e saremo tutti con voi!» Nel

Quarantotto era volato in Lombardia con Mameli; con Mameli era stato

a Roma dove era parso l'Aiace della difesa, e il 30 aprile vi aveva

fatto prigioniero tutto un battaglione di francesi. Poi aveva navigato;

nel Cinquantanove aveva riprese l'armi, non qui riluttante a fare la

guerra regia, e facendola bene: adesso era capitano del _Lombardo_, ma

in terra avrebbe comandata la prima compagnia.

Il Dezza ingegnere e il Piva che dovevano divenire generali

dell'esercito italiano, erano suoi luogotenenti; e sergenti e soldati,

benchè fior d'uomini tutti, badassero bene con chi avevano da fare, chè

con lui, non dico paurosi, ma solo inesperti o disattenti o svogliati

c'era da essere inceneriti.

Egli doveva essere alla fine uno dei grandi che conducono eserciti,

ma dapprima guardato con qualche sospetto, poi apprezzato, poi

riconosciuto: e sei anni dopo, la sera della battaglia di Custoza,

il generale Della Rocca, personificazione del militarismo di scuola,

osò dire di lui a Vittorio Emanuele che lo mettesse alla testa

dell'esercito per la pronta rivincita. Anche il Bixio era uomo eroico

nel senso largo e moderno: compita l'Italia, entrato nel Settanta in

quella Roma da cui era uscito vinto nel Quarantanove, ripigliava le vie

dei mari, e andava cercando in Oriente come far ricca l'Italia.

La seconda compagnia detta dei Livornesi, perchè livornesi erano

quasi tutti i suoi ufficiali e sott'ufficiali, fu affidata a un Orsini

palermitano, uomo già di quarantacinque anni, ufficiale d'artiglieria

borbonico da giovane, e poi della isola sua nella rivoluzione del 1848.

Da quell'anno era vissuto esule in Levante ai servizi della Turchia,

colonnello dell'arma nei cui studi era stato allevato.

Per la stessa ragione che la seconda fu chiamata dei Livornesi,

la terza compagnia poteva dirsi dei Calabresi, perchè calabresi

erano lo Sprovieri che la comandava e Lamenza e Piccoli e Santelmo

suoi ufficiali. V'erano inquadrati degli uomini come il Braico, il

Carbonelli, il Damis, il Mauro, il Mignogna, il Plutino, lo Stocco,

il Miceli, e medici, e avvocati, e ingegneri e futuri ministri, e

generali, tutti fra i trentasei e i cinquant'anni, tutti di Calabria

e di Puglia, e molti vissuti dieci anni compagni del Poerio, del

Settembrini, del Duca di Castromediano, nelle galere di Montefusco o

di Montesarchio, dove, invece di custodi pietosi come lo Schiller e

il Kubinsky dello Spielberg, avevano trovato dei birri appena degni di

stare nella Caina di Dante.

La quarta compagnia toccò al La Masa, siciliano di Trabia, esule

quarantenne. Era un singolare uomo costui! Con un'aria tra d'arcade

romantico e di evangelista, grandi cose doveva aver sentite di sè

e grandissime essersene augurate. E sin a un certo punto le aveva

conseguìte. Si diceva di lui che nel gennaio del 48 aveva decretata

da sè la rivoluzione per il dodici preciso, genetliaco del Borbone,

firmando audacemente col proprio nome, per un Comitato che non

esisteva, il bando di guerra.

Alcuni conoscevano di lui tre volumi di Storia della rivoluzione

siciliana di quell'anno grande: pochi sapevano che in Brescia dov'era

andato crociato alla guerra lombarda, aveva sposata la duchessa

Bevilacqua, sorella di quell'Alessandro finito a Sommacampagna sotto

le sciabole dei croati. Biondo, esile, quasi bello, il La Masa parea

più uno scandinavo che un siciliano. Forse aveva nelle sue vene un

rigagnoletto di sangue normanno. E ambizioso dicono che fosse assai,

e forse fin sognatore d'un restaurato Regno con lui Re dell'isola,

dove tornava dopo averne quasi conquistato un altro nell'Italia

settentrionale, tante erano le ricchezze della casa dei Bevilacqua.

Alla testa della quinta compagnia sonava il nome degli Anfossi

nizzardi, glorioso pel caduto delle cinque giornate di Milano. Ma

ahimè! il vivo non era del valor del morto. Però la inquadravano degli

ufficiali subalterni che bastavano a raccoglier l'anima della compagnia

come un'arma corta nel pugno. V'era tra essi il Tanara, una specie di

Rinaldo combattente per la giustizia in un mondo che a lui fu ingiusto

e che non seppe mai il cuore ch'egli ebbe. In quella compagnia,

nulla di regionale. C'erano un centinaio di uomini di tutte le terre

italiane, vi si sentivano tutte le nostre parlate, vi si vedevano delle

teste di tutte le tinte, e di grigie e di già bianche parecchie.

Ma ecco alla sesta il più bello degli otto capitani. Era un biondo

di trentatrè anni, alto, snello, elegante. Si sarebbe detto che se

avesse voluto volare, subito gli si sarebbero aperte dal dosso ali di

cherubino. Parlava un bell'italiano, con leggero accento meridionale,

gestiva sobrio e grazioso come un parigino; nel portamento pareva

un soldato di mestiere, negli atti e nei discorsi un Creso vissuto

tra le delizie dell'arte, in qualche gran palazzo da Mecenate. Si

chiamava Giacinto Carini, nome di borghesi e nome anche di Principi

siciliani, che a lui già nobilissimo della persona, dava un'aria alta e

singolarmente aristocratica. In lui v'era il generale che sei anni dopo

avrebbe comandata una divisione italiana all'attacco di Borgoforte; e

da lui fu detto un giorno che se alla morte di Pio IX fosse venuto,

come venne, al seggio di San Pietro il Vescovo di Perugia ch'ei ben

conosceva, l'Italia avrebbe avuto il Papa iniziatore di quella vita che

ancor si aspetta.

Sfila la settima compagnia, studenti dell'università pavese, lombardi,

milanesi eleganti ricchi e prodi, e veneti che la graziosa mollezza

natia, temperavano alla baldanzosa audacia dei compagni nati tra l'Adda

e il Ticino.

La comandava il Cairoli di trentacinque anni, e pareva così contento,

aveva un'aria così paterna, che uno avrebbe detto: «Certo a costui è

stato dato ogni suo soldato da ogni madre in persona, perchè se non

è necessario sacrificarlo glielo riconduca puro e migliore.» Ah il

contatto con quell'anima! Molti vanno ancora pel mondo, che vissero

giovanetti sotto quell'occhio, in quei giorni di altissima scuola, e ne

portano la luce e l'esempio tra la gente, che pur divenuta scettica,

crede, non ostante tutto, che un mondo migliore sia stato.... e

assetata di bene spera che torni.

E l'ultima era l'ottava. L'aveva raccolta quasi tutta nella sua

Bergamo, Francesco Nullo, che la dava bell'e fatta ad Angelo Bassini

pavese, certo di darla a chi l'avrebbe condotta da bravo. Era il

Bassini un uomo che se avesse lanciato il suo cuore in aria, questo

avrebbe mandata luce come il sole, e se lo avesse gettato nell'inferno,

avrebbe fatto divenir buono Satana stesso. Lo dicevano coloro che

avevano lette già le poesie di Petöfi. A Roma il 3 giugno del 49,

nell'ora dello sterminio, s'era avventato quasi solo contro i francesi

di Villa Corsini, percotendo, insultando, gridando a chi volesse

ammazzarlo; e nessuno lo aveva ucciso. Aveva una testa che sembrava

una mazza d'armi, ma l'espressione della sua faccia, ricordava quella

di certi santi anacoreti. Sapeva poco, discorreva poco, ostinato

nell'idea che gli si piantava nel capo, a chi lo vinceva di prove

gridava: «Appiccati!» ma lo abbracciava, e gli dava subito retta

intenerito e devoto. Per tutte queste sue doti, e perchè, aveva già

quarantacinque anni, gli si erano lasciati volentieri metter sotto,

Vittore Tasca, Luigi Dall'Oro, Daniele Piccinini, coi loro bergamaschi,

quasi un centinaio e mezzo di quella gente Orobia, quadrata e intrepida

sempre, sia che scelga la patria per suo culto, sia che ad altri ideali

volga il pensiero: quella che parve ai siciliani formidabile per gli

ardimenti, e per la serena fidanza nei vini dell'isola, bevuti ai

banchetti liberamente, senza perdere dignità nè d'atti nè di parole.

Non erano certo gli Ippomolgi di Omero, piissimi mortali.

Che di latte nudriti a lunga etade

Producono i lor dì.

*

* *

Ora ecco i Carabinieri genovesi, quarantatrè, quasi tutti di Genova, o

in Genova vissuti a lungo, armati di carabine loro proprie, esercitati

al tiro a segno da otto o nove anni i più, gente che s'era già fatta

ammirare nel 1859, ben provveduta, colta, elegante.

Li comandava Antonio Mosto, uomo non molto sopra i trent'anni, ma che

ne mostrava di più: barba piena, lunga, sguardo acuto, ficcato lontano

traverso agli occhiali a suste d'oro, come per guardare se al mondo

esistesse il bene quale ei lo sentiva in sè. Quanto al coraggio era per

lui cosa tanto sua, che non poteva credere vi fosse altri che non ne

avesse.

Suo luogotenente era Bartolomeo Savi, un fierissimo repubblicano

tutto nudrito di studi classici, e già ben sopra la quarantina; uomo

austero e cruccioso, che guardava sempre con certo piglio di rimprovero

Garibaldi, perchè s'era lasciato tirar dalla parte del Re. Ma lo

seguiva, e lo seguì poi fino al giorno che, dopo Aspromonte, tutto gli

parve falsato, e poco appresso tediato della vita si uccise.

Inquadravano la compagnia Canzio, Burlando, Uziel, Sartorio, Belleno;

e tra tutti, quei quarantatrè dovevan pagare un gran tributo nel primo

scontro a Calatafimi. Cinque morirono, dieci vi furono feriti, ma la

vittoria si dovette in parte alle loro infallibili carabine.

*

* *

Non s'avevan cavalli, nè c'era tempo di far una corsa nella vicina

maremma per pigliarne al laccio un branco; ma le Guide furono ordinate

lo stesso. Erano ventitrè. Le comandava il Missori, l'elegantissimo

milanese, passato dal culto delle Grazie a quello della sciabola, ma

da prode. Suo sergente era Francesco Nullo, il più bell'uomo della

spedizione. E avevano compagni dei giovanetti come il conte Manci di

Trento, che pareva una fanciulla travestita da uomo, e dei vecchi di

sessant'anni come Alessandro Fasola, carbonaro del 1821 col Santa Rosa,

allora corso a quell'impresa con la baldanza d'un ragazzo, che fa la

sua prima volata fuori della casa materna.

E come in Talamone s'ebbero i tre cannoni d'Orbetello, e la colubrina

levata da quel castelluccio, fu formata l'artiglieria alla cui testa fu

messo l'Orsini. Povera artiglieria! Pareva davvero una cosa da celia,

ma laggiù nell'isola fu poi vista a una prova da cui forse dipese la

sorte della spedizione.

Capo dell'Intendenza fu l'Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova,

e aveva seco uomini come Ippolito Nievo, e il Bovi, il Maestri, il

Rodi, tre veterani questi ultimi, mutilati ciascuno d'un braccio, che

parevano venuti per dire ai giovani: «Vedete? Eppure ciò non fa male!»

In quanto al corpo sanitario fu affidato al dottor Ripari cremonese,

vecchio avanzo delle catene politiche dell'Austria e di Roma; e gli

erano compagni il Boldrini mantovano e il Ziliani da Brescia, valenti

medici e grandi soldati. E poi di medici ve n'erano in tutte le

compagnie, combattenti dei migliori, e da combattenti infermieri.

La storia dovrebbe aver già detto e dirà che quella spedizione fu più

che per metà composta d'uomini di studio e d'intelletto. Ne contava

più d'un centinaio e mezzo che erano già o divennero poi avvocati,

e così contava quasi un centinaio di medici, un mezzo centinaio

d'ingegneri, una ventina di farmacisti, trenta capitani marittimi,

dieci pittori o scultori, parecchi scrittori e professori di lettere e

di scienze, tre sacerdoti, alcuni seminaristi, una donna: poi centinaia

di commercianti, e centinaia d'artefici, operai il resto, contadini

nessuno. E non sarà inutile dire che una quarta parte di quegli uomini

era d'età fra i trenta e i quarant'anni; che un altro bel numero

erano tra i quaranta e i cinquanta: forse un dugento, n'avevano da

venticinque a trenta; i più erano tra i diciotto e i venticinque. Il

vecchissimo era un genovese nato nel 1791, che da giovinetto aveva

militato sotto Napoleone; il giovanissimo era un fanciullo d'undici

anni, menato seco dal proprio padre medico vicentino.

Non sarà inutile di aggiungere che trecentocinquanta di quegli uomini

erano lombardi, centosessanta genovesi, il resto veneti, trentini,

istriani e delle altre provincie dell'Italia superiore, con forse un

centinaio di siciliani e napoletani tornanti dall'esilio. Stranieri

accorsi per amor d'Italia ve n'erano diciotto, uno dei quali africano,

l'altro d'America ed era il figlio del Generale.

*

* *

La sera dell'8 maggio Garibaldi rimbarcò la spedizione, e non per

salpare ma per passar quella notte all'àncora nella rada. Temeva che

il Ricasoli mandasse a fermarlo! La mattina del 9 i due vapori salpano,

toccano Santo Stefano, vi stanno poco, poi via verso scirocco, navigano

tutto quel giorno e la notte e quello appresso. A una certa ora del

10 il _Piemonte_ lascia addietro il _Lombardo_, e va, va, va, finchè

sparisce.

Ah! che nuova stretta per quei che navigavano sul _Lombardo_! Il Bixio

in un momento che uno aveva osato mormorare contro di lui, mandò tutti

a poppa, e gridò che il Generale gli aveva ordinato di sbarcarli in

Sicilia, e che in Sicilia li avrebbe sbarcati, che là lo avrebbero

appiccato, se così avessero osato, al primo albero che si sarebbe

incontrato, ma in Sicilia giurava di sbarcarli. Parole che lasciavano

il segno nell'aria come saette, e mettevano il fuoco nei petti e nelle

teste. E quel _Piemonte_ che se n'andava avanti da solo, s'era portato

via i cuori. La sera non si vedeva più, e la malinconia era grande come

l'ora del mare.

La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte 2 Quarta serie - Storia e letteratura · 第 3 / 8 段