li legge nelle sue biografie; ma come furono densi di azione! E il
nostro pensiero lo segue ancora su' mari di Oriente dove navigando
coi Sansimoniani proscritti, si nutre del Cristianesimo nuovo ch'essi
portano per il mondo. Un anno appresso, a Taganrok (1833), un asceta
del patriottismo gli rivelerà la Giovane Italia e la formola _Dio e
Popolo_ lo conquiderà. Da allora, Garibaldi sarà il Paolo di quella
fede.
Passiamo via rapidi su quel momento della sua vita in cui egli entrò
nella marineria del Re di Sardegna con propositi di ribelle. Ma chi
gli diede in quel momento il nome di guerra di Cleombroto, lo dava a
caso, o ravvisava in lui qualcosa del giovane che letto il _Fedone_
di Platone si uccise per accertarsi dell'immortalità dell'anima, o
qualcosa del re Spartano di quel nome, morto alla battaglia di Cintra?
O forse quel nome gli fu dato per quel senso di procella che par
esprimere?
Il pensiero di Garibaldi non era stato bello, ma sublime fu la pena
che si inflisse da sè. Nell'ora di agire, di gridar la rivolta sulla
nave del Re, la sua natura nobilissima gli diede il raggio che salva:
egli scese a terra, andò a cercar altrove per Genova il luogo da
spendervi la vita o conquistare la libertà; andò e cercò invano....,
la rivoluzione promessa era ancora un sogno. Ebbene, se tutto è finito
in nulla, egli si riconferma nella sua fede, se la porta via nel
cuore, anderà a fecondar l'idea pel mondo. E allora comincia l'Eroe.
Curioso fatto! Egli, come gli Eroi dei poemi cavallereschi, inizia la
storia delle sue imprese scorrucciato col suo Re, anzi in nome del suo
Re condannato contumace a morte, _come bandito di primo catalogo_: e
queste son parole della sentenza.
Infermiere dei colerosi negli Ospedali di Marsiglia, quando non ci è
da far quel bene, s'imbarca per l'America, e là sarà l'eroe byronesco,
Lara, Corrado, Leandro o quasi Mazeppa, quello che si vorrà. Oh!
quando combatte per Rio grande, e quando vinto attraversa per nove
giorni la foresta dell'Antas, fra temporali che la schiantano a colpi
di fulmine! Cavalcava al fianco della sua donna, portando in un panno
al collo il loro primo figlioletto di tre mesi; e questa ci pare una
scena di cui si potrebbe leggere nella Bibbia. E di tratti biblici ne
ha parecchi. A San Gabriele, al passo di un torrente, vede un uomo che
sta facendo asciugare al sole i propri panni. «Tu sei Anzani!» grida
egli a quell'uomo, «E tu Garibaldi!» risponde l'altro. S'erano per
fama invaghiti l'uno dell'altro; ora saranno uniti per la vita e per
la morte. Eccoli sulla via della grandezza. Montevideo ha bisogno di
braccia. Vanno. Garibaldi è guerriero da terra e guerriero da mare.
Dove lo mandano? Dovrà risalire il Paranà, con quei gusci che la
Repubblica gli può dare; ed egli va, s'incontra con la squadra nemica,
passa, naviga su pel fiume due mesi, e sotto il cannone ogni giorno;
all'ultimo a Nueva Cava, dopo aver combattuto tre notti e tre giorni
farà saltar le sue navi, ma il nemico non potrà dire di averlo vinto.
Oh! perchè ventiquattr'anni di poi, ammiraglio a Lissa non fu lui?
Poi divenne guerriero di terra e creò la Legione. Romano d'anima non
poteva chiamarla che così. Intanto gli anni incalzavano, veniva il
1846, e nel crepuscolo mattutino di quell'anno nel cui meriggio Pio
nono doveva benedire l'Italia, là nell'America un pugno d'Italiani
scriveva con le spade la giornata di Sant'Antonio, uno dei più nobili
fatti d'arme che la storia del valore possa mai raccontare.
Ai primi annunzi dell'amnistia di Pio nono, egli era là, in quel
mondo delle ricchezze, povero come Giobbe. Fabrizio rifiutò i doni
di Pirro, ma insomma li rifiutò per non tradire la patria. Garibaldi
non aveva voluto nessun compenso d'aver salvata la patria altrui.
Egli si sentiva pago abbastanza del campo franco avuto, a provare in
guerra il cuore italiano: e ora sentiva con sicurezza che se i giorni
della patria erano venuti davvero, egli avrebbe saputo servirla. E
«sovente s'arrestava soprapensieri, e gli sfuggiva un leggero sorriso,
come a chi attende una lieta fortuna.» Lo scrive Giambattista Cuneo,
suo compagno in quei giorni. Cosa vedeva, egli oltre il mare in qua,
nell'Italia lontana? Allora egli e l'Anzani offrirono le loro spade a
quel Pontefice, cui poco appresso il Mazzini offriva la mente. Avesse
il Pontefice accettato; e se non la indipendenza che non era da lui,
avrebbe forse guarita l'Italia di quella gran miseria per cui paiono
inconciliabili l'amor della patria e la religione, che sono ancor la
forza degli altri popoli, pur di noi più civili.
Quando non potè più reggere od aspettare, Garibaldi imbarcò quanti
della legione vollero seguirlo, e sul brigantino _Speranza_, veleggiò a
tornare. Canterà mai la poesia l'ora grande che, di qua da Gibilterra,
egli vide una nave che batteva bandiera tricolore, la gran bandiera!
e seppe Milano insorta, gli Austriaci in fuga, tutta l'Italia in
rivoluzione?
E poi Nizza e la vecchia madre non riveduta da quattordici anni: e dopo
brevi giorni di gioie domestiche, l'entrata nel mondo del Quarantotto,
tutto canti e grida e deliri, ma con poche armi, assai poche! Ei corse
presto a Milano. E perchè? — domanda oggidì la storia d'allora, —
perchè dovette andare sino al campo di Carlo Alberto per chiedere un
posto quale si fosse, e combattere? Non trovò per via gente armata che
gli si offrisse? Ahi! Orlando era tornato, ma già si trovava ai primi
disinganni. Dal campo fu mandato a Torino dove gli si disse d'andar a
chiudersi in Venezia.... Nessuno indovinava in lui quel ch'egli era,
neppure il governo provvisorio di Milano, dove tornava il 15 luglio,
e dove alla fine gli erano dati i tremila volontari sparsi qua e là
sino a Bergamo, con questo però che egli se li raccogliesse. Ma allora
tutto già volgeva a male in Lombardia; Carlo Alberto si ritirava dal
Mincio, gli Austriaci tornavano grossi, Milano ricadeva nelle loro
mani; e a Garibaldi non rimaneva che la gloria di cader l'ultimo a
Morazzone. E si narrò poi che il D'Aspre, il quale appunto a Morazzone
lo aveva assaggiato, dicesse che l'uomo che avrebbe potuto essere
utile all'Italia, nella guerra d'indipendenza del 1848, era stato
disconosciuto.
Dunque tutto era una grande illusione? No! Roma chiamava, ed ei vi
corse co' suoi di Montevideo. E anche là, quando la Giunta Suprema di
Governo seppe che Egli giungeva, tremò. Pure dovette accoglierlo e se
non altro illuderlo, mandandolo, a capo di bande armate a Macerata, a
Rieti. Egli andò. Di là eletto deputato di Macerata alla Costituente,
scese in Roma, il 5 febbraio, nell'assemblea ascoltò il discorso
d'apertura del ministro Armellini, e di scatto s'alzò, proponendo che
si proclamasse la Repubblica. Ecco il dittatore! E tutti lo temono, e
pochi si fidano di quell'uomo così nuovo, così sicuro, così fatto per
comandare.
Il 21 aprile quando si viene a sapere che partivano i francesi da
Marsiglia per Civitavecchia, Egli era già molto sdegnato contro la
patria, e se ne era confidato ad Anita, scrivendole da Anagni. Ma
non dubitava dei suoi destini. E coi suoi milledugento armati, gli
pareva d'essere invincibile. «Roma prende un aspetto imponente, Dio ci
aiuterà.» E in Dio veramente credeva.
Sbarcano i diecimila francesi, con sedici cannoni da campo, sei da
assedio. Sono amici, sono nemici? Venivano per restaurare il Papa. E
allora cominciarono i forti giorni. E fu quel 30 aprile che rimase
gloriosissimo nella storia dell'armi italiane. Ma cominciava anche
la gran caccia di mezza Europa, contro Roma. Gli Austriaci passavano
il Po, la Spagna imbarcava gente per l'Italia, il Borbone invadeva
la Repubblica. Vero è che vi furono Palestrina e Velletri, bei nomi a
ricordarsi, più che per le vittorie in sè, come primo colpo anticipato
da lui al trono borbonico. E la poesia vi si fermerebbe a raccogliere
il fior del sentimento, cantando che a certa ora del fatto d'arme, una
compagnia di adolescenti salvò Garibaldi caduto, travolto dall'onda
della cavalleria nemica.
E poi la ripresa degli assalti francesi il 3 giugno a tradimento; e
villa Panfili, e San Pancrazio, e villa Corsini, e il Vascello, e le
inaudite gesta d'uomini come Masina, Manara, Mellara, Dandolo, Bixio,
Morosini, Mameli, Sacchi, Bassini e mille altri; e i 19 ufficiali
morti i 32 feriti, e cinquanta gregari tra morti e feriti, e Lui che ai
fuggenti sulla via della disperazione grida: «Voi sbagliate strada! il
nemico non è qui!» Avevano letto l'_Adelchi_ del Manzoni, o il Manzoni
aveva indovinato che gli eroi parlano così.
Il gran dramma dell'assedio durò ventisei giorni di combattimenti, fino
al 29 giugno. E quel giorno, quando l'assemblea chiamò Garibaldi nel
proprio seno, egli, lasciate a malincuore le mura, corse e gridò ai
rappresentanti del popolo che bisognava eleggere un Dittatore. Quanto
a sè, dichiarò che altrimenti sarebbe uscito da Roma a tener alta dove
che fosse la bandiera della patria fino all'estremo. Ma l'assemblea,
pur dichiarando di volere stare al suo posto, deliberò di cessare
la resistenza divenuta impossibile. Dunque anche in Roma, tutto era
finito!
Ma non per lui. Prima che i Francesi entrino in Roma egli n'uscirà.
Non vuol morire di quel dolore. E sul mezzodì del 2 luglio, raccolta
sulla piazza del Vaticano la sua divisione, griderà quelle sue grandi
parole: «Io esco da Roma; chi vuol continuare la guerra mi segua. Non
offro nè gradi, nè stipendi, nè onori, ma fame, sete, marce forzate,
battaglie, ferite e morte; per tenda il cielo, per letto la terra, e
per testimonio Iddio.»
In tutte le sue biografie sono taciute le ultime parole di quel
discorso: eppure le disse. Le ripetevano ancora, tra i Mille, alcuni
veterani che le avevano intese.
La sera di quel giorno uscirono con lui tremila, da porta San Giovanni
per la tiburtina, ben sapendo tra quali strette d'eserciti nemici
andavano a porsi. Marciarono ventisette giorni, marciarono ventisette
notti, sempre lì per dar negli agguati, sempre riuscendo a scansarli.
Meravigliosa marcia che rivelò il Capitano, e più che il Capitano
l'Uomo fatale: perchè grandissima cosa tra le grandi compiute in quella
fuga da leone, egli non disperò un istante d'un mondo non ancora degno
di lui, nemmeno in quel fiore di valorosi che avevano voluto seguirlo.
Il 31 luglio riparava in San Marino. Parevano rifiniti tutti quelli
che non rimasti per via, s'erano rifugiati lassù. Egli no. Dice ancora
ai Reggenti: «Che se i Tedeschi non lo attaccheranno, egli non li
attaccherà.» Non è il sommo dell'ardimento?
Ma insofferente d'indugi, sdegnoso di scendere a patti con lo
straniero; mentre gli Austriaci gli stringono il cerchio intorno
fin sul territorio della piccola Repubblica, egli piglia la sua
risoluzione. Anita è quasi morente ma non si lagna, con Lui le è vita
ogni stento. E via di notte pei balzi dirotti del Titano, scende, passa
tra le schiere nemiche, traversa la terra fedele di Romagna fino al
mare, vi imbarca i dugento che potè condur seco; mèta Venezia.... Là si
combatte ancora.
Ma, cade in quel giorno del 4 agosto l'episodio pietoso che tutti
sanno. Dal mare gli tocca a ripigliar terra, inselvarsi con Anita,
morente tra le braccia; solo, tra il mondo e Dio, la porta, la affida,
non sa quasi bene se viva ancora o già morta, a chi potrà seppellirla.
Egli deve sè all'Italia, e non può lasciarsi uccidere dai croati su
quella povera morta. Fu forse il momento più amaro della sua vita. «Ma
quando la disperazione starà per entrar nel tuo cuore, chiamami ed io
sarò con te:» e al mondo, per far come egli fece in quell'ora, bisogna
avere il cuore pieno di quelle voci che Dio mise nei grandi.
Salvato per una sequela di miracoli, sin che potè por piede in
Piemonte, s'accorse che neppur lì poteva star più, sebbene in terra di
libertà. Egli era venuto a riportare in Europa il tipo del cittadino
guerriero, e pareva che non ci fosse più terra per lui. Peggio che
Mario! Non fu incatenato come Prometeo, ma fu gettato alla solitudine
tremenda dell'anima. E non sapevano che egli aveva in sè un mondo, in
cui egli si moveva e sapeva vivere come in un imperio infinito.
Riprese la via dell'esilio, seppe cosa vuol dire non aver da sfamarsi,
lavorò colle mani da semplice candelaio, alla fine potè riavere una
nave e gli oceani. E nella solitudine del Pacifico, un giorno del 1854,
gli avviene uno di quei fatti interiori, che paiono accidentali, ma
che forse provano come a certi gradi di perfezione l'anima umana sia
servita forse da sensi misteriosi che non sappiamo d'avere. Egli è in
pieno Oceano Pacifico e sente in sè che a Nizza muore sua madre. Quella
morte sentita così, gli mise la nostalgia della patria!
Rivedrà l'Italia in quello stesso anno 1854; non si sentirà più di
staccarsene, ma per altro nessuno gli dirà più d'andar via. Il Cavour
è alla testa del Piemonte, sa dove vuole andare il suo Re, e sa pure
che per avere con sè la Nazione, il Re deve tener conto sopratutto di
quel proscritto. Ebbene, se nessuno vieta più omai a Garibaldi il suolo
del Piemonte, divenuto asilo di tutti i profughi, Garibaldi non vi
si fermerà. Egli non è fatto per vivere tra gli uomini la vita d'ogni
giorno. C'è là nel mar di Sardegna un'isoletta, ch'egli ha veduta sin
dal '49; e là con un po' di terra da coltivare, una casetta da starvi
ch'egli fabbricherà da sè, umile come quella di Montevideo, e la
quiete e la speranza potrà aspettare. Aveva allora quarantasette anni,
un'altra primavera d'Italia pareva vicina, ma che venisse presto finchè
c'era ancora un resto di gioventù! Passarono gli anni: fu la guerra
di Crimea e la spedizione piemontese, della quale forse neanch'egli
capì gli intenti, perchè non uso a pigliar vie così traverse; ma
l'atteggiamento del Piemonte, quel piantarsi di Vittorio Emanuele da
Re italiano in faccia all'Austria, dovette por nel gran cuore del
solitario generale la certezza d'una ripresa d'armi, come egli la
vagheggiava.
E quando fu chiamato a dare il suo gran nome a quella Società
Nazionale, che doveva raccoglier tutte le forze in un fascio, lo
diede. Allora gli fu gridato che veniva meno alla parte repubblicana,
cui tanto più doveva tenersi in quanto che egli era quel che era,
perchè generale della Repubblica romana. Ma Garibaldi non si lasciò
scuotere e stette. Fu quello uno dei fatti più eroici della sua vita.
Sentimento e intelligenza delle cose patrie operarono allora in lui con
piena armonia. Altri grande quanto lui ma sempre illuso lo biasimò, lo
rampognò; ma egli stette, e il fatto fu uno dei più importanti di quel
decennio, che la storia dovrebbe chiamare della saggezza.
E infatti il '59 parve una gran cosa riuscita, anche a coloro che
neppure allora vollero riconoscere che il Generale aveva fatto bene.
Certo, a vedere come anche a quella guerra il popolo italiano aveva
dato poco di sè nell'azione, se non lo dissero, dovettero pensare
che quei centotrentamila francesi non gli avrebbero potuti far venir
essi a combattere a lato degli italiani del Piemonte. E come senza
essi si sarebbe vinto l'Austria con duecentocinquantamila uomini e
novecento cannoni, e le fortezze in Lombardia? Garibaldi stesso disse
poi a Don Verità, l'antico suo salvatore del quarantanove, che senza
Napoleone neppur quell'anno si sarebbe riusciti a nulla. Che importava
se quel romantico imperatore s'era fermato a mezzo? Intanto egli aveva
messa l'Austria a doversene star sulla sinistra del Po, a vedere quel
che sarebbe avvenuto nella penisola, senza potersi muovere; aveva
consacrata la dottrina del non intervento lanciata invano trent'anni
innanzi dalla monarchia di luglio; e legate così le mani all'Austria:
al resto, Garibaldi si sentiva di pensar lui. Certo non si lusingava
che Napoleone non avesse un qualche giorno a violare egli stesso il non
intervento: ma per allora quel principio valeva mi esercito vero per
l'Italia contro l'Austria costretta a starsi sulla sinistra del Po a
guardare.
Sfumato il disegno neo-guelfo d'una federazione italiana, risognato
un istante da Napoleone III dopo Villafranca; concorde con lui
l'Inghilterra nel non intervento, Prussia e Russia non inclinate ad
aiutare l'Austria, se mai avesse voluto impedire le annessioni della
Toscana, dell'Emilia e della Romagna, l'ora era buona per pensare al
resto d'Italia.
Ma allora Napoleone mise il prezzo di Nizza a quelle annessioni, e
il Cavour dovette cedere. Cedette forse troppo facilmente. Perciò il
12 aprile 1860 nella Camera dei deputati Garibaldi sorse a rampogne
formidabili contro di lui. Pareva l'inizio di una guerra civile. Ma per
buona sorte, la campana dei Francescani della Gancia in Palermo aveva
sonato, otto giorni prima, a chiamar la Sicilia all'armi e l'Italia
all'aiuto. Neppure per essere stato fatto quasi straniero all'Italia,
Garibaldi, al grido della Sicilia, poteva star sordo. Neghi Achille il
suo braccio per una prigioniera che gli è stata tolta, e rimanga pur
grande quant'è in Omero; l'uomo moderno, se non sa sagrificar tutto sè
stesso, eroe non è.
Di quei giorni, come gli amici di Orlando, che andavano in cerca
di lui errante pel mondo, ecco in Torino il Bixio e il Crispi da
Garibaldi. Gli parlano della Sicilia; l'unità d'Italia dipende da lui.
Ed egli ascolta, s'accende, consente, e candido com'era ed aperto,
va subito dal Re a chiedergli addirittura una brigata da menare in
Sicilia. Voleva appunto quella comandata dal Sacchi, antico e caro suo
portabandiera nella legione di Montevideo. Come deve esser rimasto
Vittorio! Ora s'avverava ciò che egli aveva scritto poco prima a
Francesco secondo: desse la libertà ai suoi popoli, si mettesse a far
gareggiare il suo regno con quello di lui, chè se no, presto sarebbe
_tardi_, e forse verrebbe adoperato il nome dei Savoia contro i
Borboni, senza che egli potesse opporsi.
Re Vittorio non aderì alla richiesta di Garibaldi; ma il Cavour gli
diede libertà di fare. Bastava. Garibaldi vola a Genova, il 20 aprile è
nella villa Spinola divenuta quartier generale di quel mondo d'uomini
politici e militari, che si era formato come uno Stato nello Stato;
ivi riceve notizie, dà ordini, si prepara al gran lancio. Ma le notizie
di Sicilia vengono, mutano ogni giorno, sempre più scoraggianti; il 27
aprile par tutto finito laggiù; si sapeva già l'eccidio di Carini, ora
si dice che gli insorti battuti e dispersi tengono appena le montagne,
anzi che si vanno sciogliendo. Cade l'animo a tutti. Ma al Bertani, al
Bixio, al Crispi, no. Questi si stringono al generale, Bixio chiede,
supplica, implora d'essere lasciato andare almeno lui.... Almeno lui!
Può Garibaldi lasciar ad altri si grande impresa? Titubanze terribili.
Pure il primo maggio, in uno di quei tempestosi colloqui, di scatto,
come per rispondere a una voce misteriosa che doveva! avere in sè,
Garibaldi balza a dire: «Partiamo, ma subito!» Era fatto così! E allora
tutti a serrare le file. «Si va! si va!» Furono quelli i più bei giorni
d'Italia!
Bisogneranno navi! Ci pensa Bixio; lasciate tare a lui, egli non
conosce l'impossibilità. Quanto agli uomini, solo a chiamarli saranno
pronti, fin troppi.
E la sera del 5 maggio, che era di quelle che allagano i cuori di
dolcezza, le belle vie di Genova videro una gentilezza nuova di
portamenti sin nei più rudi uomini del volgo. I facchini stessi del
porto, sempre così aspri, parvero allora cavallereschi. Si sapeva
da tutti chi erano e dove si avviavano quei giovani forestieri, che
s'aggiravano per la città, e ognuno che v'era, certo sa ancora dire
di qualche tratto cortese, ricevuto in quella sera che con Garibaldi
partiva.
Appena fu notte, una eletta di quei giovani scende al porto. Entrano
in certe barcacce, vogano a due vapori che stanno ancorati, montano,
mettono le mani sui marinai, li costringono a stare zitti, ad accendere
le macchine, a ubbidire in tutto. Pirati veri non avrebbero saputo far
meglio. Sapevano che il Governo chiudeva gli occhi, ma da un istante
all'altro poteva essere costretto ad aprirli; e allora? Momenti di
ansia mortale. Bisognava far presto. Ma tutto veniva bene, Bixio
metteva l'anima sua fin nelle cose, soffiandola con parole terribili,
imprimendola con gesti che facevano tremare i cuori. I due vapori
furono presi.
E intanto, da Porta Pila, erano usciti i Mille. S'accalcavano alla
Foce, sfilavano oltre il Bisagno per la Via di Quarto; qualcuno
ricordava che tre anni prima il Pisacane s'era partito di là, per
un'impresa come quella che si iniziava; qualcuno salutò la Villa dove
il Byron si era preparato al suo viaggio di Missolungi.
Alla Villa Spinola pareva una notte di festa. Gente di tutti i ceti vi
si pigiava, confusa; v'erano delle donne, che piangevano d'esser donne;
v'erano dei padri che v'avevano accompagnati i figli benedicendoli.
Vi furono delle madri corse da lontano per tôrre via i loro cari da
quel cimento; una, venuta fin dal Friuli, si udì pregar dal figlio di
non obbligarlo a disubbidirle in un'ora così solenne. Ma tutta quella
folla voleva veder _Lui_, _Lui_, in quel momento supremo. Ad ogni
istante s'udiva una voce: «Eccolo!» No, era qualcuno che usciva dalla
Villa a portar ordini chi sa dove. Eppure in quel fremito c'era una
calma solenne. Verso le undici, come se davvero una corrente magnetica
si fosse diffusa, fu sentito _Lui_.... Veniva fuori dal cancello
della villa, in camicia rossa, con la sciabola sulla spalla a guisa
di un arnese da agricoltore; traversò la via, passò per un rotto del
muricciolo che vi fa riparo, e scese giù per gli scogli, nel piccolo
seno già stipato di barche. La folla che aveva tenuto il respiro non
osò mandare un grido, come avvertita da senso religioso di non turbare
un mistero: e allora quasi nel silenzio, si ebbero il grande addio
quelli che dovevano partire, sfilarono dietro Lui per quel rotto di
muricciolo, entrarono muti nelle barche, presero il largo; già un po'
al largo udirono una voce alta limpida, lieta, chiamar: «La Masa» e
un'altra voce rispondere «Generale». Poi più nulla.
E tu ridevi, stella di Venere,
Stella d'Italia, stella di Cesare
Non mai primavera più sacra
D'animi italici illuminasti.
Quando stava per farsi l'alba, apparvero i lumi dei due vapori
venuti via dal porto. Furono lì in un lampo come fantasmi; le barche
s'accostarono, e scale e corde e travi, tutto fu buono per quella gente
a salire, come se fosse stata a un assalto. Ma Garibaldi dov'è? È sul
_Piemonte_. — E come si chiama quest'altro vapore? e chi lo comanda?
— Si chiama il _Lombardo_ e lo comanda Bixio. — Ah, Bixio? Bene! —
Pure un po' di malinconia si diffuse fra quei del _Lombardo_. Andavano
alla ventura del mare, poteva accadere d'essere incontrati dalle navi
napolitane: e allora? Se si doveva perire, i più fortunati sarebbero
stati quelli, che nell'ultima ora avrebbero visto Lui. Intanto i due
vapori, con quei nomi augurali, mossero via.
Da quella mossa cominciano i canti centrali del gran poema garibaldino.
Proprio come in un'opera d'arte, il punto, il gran nodo dell'Epopea,
sta tra Quarto e Teano, tra il 5 maggio e il 26 ottobre, tra la
partenza clandestina da Corsaro, alla gloria di gridare da Dittatore
il Regno e il Re d'Italia là, dove si distruggeva un Reame che
durava da settecentotrent'anni. Non lo confermarono il popolo e
l'arte figurativa? I monumenti eretti per tutta Italia a Garibaldi lo
rappresentano quale in quel tempo egli fu: rappresentano il Dittatore.
E ora, parlando della grand'epopea garibaldina, in questa Firenze, mi
par giusto ricordare che qui, nel meditato dolore patriottico, Pietro
Colletta scrisse la storia di quel Reame. Il soldato della Partenopea
e poi del Murat, aveva visto finir in nulla l'impresa unitaria di
Gioachino nel Quindici, e nel Venti la rivoluzione di Napoli non mirar
più all'Italia, ma chiudersi nell'angusto concetto delle due Sicilie.
Come doveva aver sanguinato quel cuore!