LA
VITA ITALIANA
NEL
RISORGIMENTO
(1849-1861)
QUARTA SERIE
II.
STORIA E LETTERATURA.
L'opera di Cavour EMILIO PINCHIA.
L'Epopea garibaldina GIUSEPPE CESARE ABBA.
La Lirica ENRICO PANZACCHI.
F. D. Guerrazzi GIOVANNI MARRADI.
FIRENZE
R. BEMPORAD & FIGLIO
_LIBRAI-EDITORI_
1901
PROPRIETÀ LETTERARIA
RISERVATI TUTTI I DIRITTI.
_Gli editori_ R. BEMPORAD & FIGLIO _dichiarano contraffatte
tutte le copie non munite della seguente firma:_
[Illustrazione: firma manoscritta]
Firenze, 1901. — Società Tip. Fiorentina, Via S. Gallo, 33
L'OPERA DI CAVOUR
CONFERENZA DI EMILIO PINCHIA.
Allorchè Tommaso Carlyle incominciava nel 1839 le sue celebri letture
sugli _Eroi_, presentì la disputa che, colorandosi di scienza, si
avvivò, ai nostri giorni, intorno al modo di essere dei grandi uomini,
ricercandone con minuziosa indiscrezione le particolarità fisiologiche,
ricostruendo, come si dice, l'ambiente entro il quale nacquero e
si educarono, cercando di sorprendere il segreto delle esistenze
meravigliose nelle funzioni dei nervi e del ventricolo.
Carlyle indovinava l'evoluzione di un pensiero scientifico tanto
orgoglioso, che dalla conoscenza della materia organica ascende
imperterrito ai misteri della psicologia.
Ancora l'ombra crucciata di Leopardi muove angoscioso lamento, perchè
le ineffabili melanconie della sua anima innamorata e dolente, dalla
profanazione invereconda, sono trasfigurate in psicosi epilettoide!
Diceva allora Tommaso Carlyle: «Mostrate ai nostri critici un grande
uomo, un Lutero, per esempio; incomincieranno, come essi dicono, dallo
spiegarlo; non lo ammireranno; ne prenderanno la misura e diranno che
è un prodotto del tempo.»
Il tempo!
Ahimè, sappiamo di tempi che invocarono ad alte grida il loro grande
uomo! Non vi era. La Provvidenza non l'aveva inviato; il tempo doveva
sfasciarsi in confusione e ruina perchè egli, l'invocato, non voleva
sopraggiungere.
Eccoci oggi, che è giorno di data augusta,[1] quasi fatidica, di fronte
alla figura del conte Camillo Benso di Cavour.
Egli è nato nel 1810 a Torino, in grembo ad una famiglia di alta
nobiltà; nelle vene gli scorre un po' del sangue di San Francesco
di Sales. Da moltissimi anni, da secoli i suoi antenati servivano
in campo ed a Corte; egli stesso era stato tenuto a battesimo da un
cognato di Napoleone, del quale il padre era ciambellano. Trascorse
i primi anni nella intimità di due zie profondamente legittimiste e
ultramontane — era allora una parola di moda per designare i clericali
— in mezzo ad una serie di congiunti infervorati in quei ripicchi delle
restaurazioni, che, dopo il 1815, si ripagavano delle umiliazioni di
venticinque anni.
Ebbene, fui da quel tempo, una di quelle zie, la duchessa di Clermont
Tonnerre compiangeva e deplorava: «_Le pauvre enfant_, diceva del
giovane _Camillo, est entièrement absorbé par les révolutions._»
_Le pauvre enfant_ non voleva tornare indietro e, costretto alla
milizia dalle tradizioni della schiatta, scelse il corpo del Genio, il
meno militaresco, il meno aristocratico, ma il più studioso e serio.
Condotto a fare il paggio in Corte per diritto di sua nascita e per
obbligo della sua condizione di cadetto, non tardava a buttar in aria
quella che egli chiama, con poca reverenza, una livrea.
I novatori cominciano tutti ad un modo: si fanno ribelli. Ma sono
codeste le ribellioni che costano di più. Non mutano le consuetudini,
nè la compagnia: ma quelle diventano irritanti, questa ostile; ne
sono turbate le amicizie; l'ironia, la celia, il benigno compatimento
lasciano trasparire l'irrisione. Niun conforto, se non la serenità
della coscienza e la sincerità dell'animo: niuna che non sappia di
diffidenza e di canzonatura. Camillo di Cavour, frugolo, irrequieto
baldanzoso, esuberante, vivacemente eccitato dagli spettacoli di un
mondo che spezza i ceppi e tenta vie nuove; avido di vita e tumultuanti
nel suo capo idee, ambizioni, propositi, esce un bel giorno in una
profezia:
— Sarò ministro del regno d'Italia. —
Il regno d'Italia!
Voi lo sapete, che cosa significava nel 1830 questa espressione?
Ne parlavano gli avanzi dell'èra napoleonica come di un sogno o di
un'allucinazione. Nessuno osava risuscitarlo, neanche come illusione,
neanche come speranza! La più stravagante fra le chimere! Un delirio di
pazzi o uno sproloquio di rimbambiti!
Questo il regno d'Italia dopo il '21, dopo Laybach, dopo Verona.
Ed ecco che il paggio turbolento e recalcitrante è confinato al forte
di Bard, uno dei baluardi che la Santa Alleanza voleva rafforzati in
odio della Francia e del liberalismo occidentale.
Il forte di Bard domina una stretta gola nella valle di Aosta, in uno
dei punti più austeri e più cupi della valle, un torvo ciglione si
accampa e la sbarra.
La fortezza vi sta sopra e le atticciate casamatte dominano il corso
della Dora Baltea, che mugola impetuosamente, scavandosi il letto nel
sasso. Intorno: altre rupi elevate, nude e bieche. Il paesaggio è rude,
imponente, ma melanconico e selvaggio.
Il giovane ufficiale vi espia le intemperanze del linguaggio. Non è un
gaio soggiorno, a vent'anni! Ma egli vi reca quel buon umore, che sarà
la sua caratteristica, quella curiosità attiva, che gli farà imparare
tante utili cose. Alla sera, verso il tramonto, egli suole scendere al
fiume e si asside sopra un masso che l'acqua lambe.
Quali allora i pensieri di lui? Di certo, fra le sue pupille vagano le
vaghe prospettive di cose nuove e sconosciute. Lo sguardo di Colombo
fanciullo, in riva al mare.
Le montagne alte nereggiano intorno a quel biondeggiante capo destinato
alla storia, la fronte spaziosa s'irradia dei chiarori di quel cielo
limpido e freddo dell'alpe, che è tanto luminoso!
Passeranno molti anni, e i terrazzani avranno battezzato quel rustico
sedile: _la pietra di Cavour_. Ma egli non ricorderà con piacere quelle
giornate. È l'esilio, è l'esilio dal mondo, dove il petulante e attivo
ingegno si alimenta. Però, non invano l'avrà visitato la meditazione e
non invano quello spirito indipendente e spregiudicato avrà respirato
la poesia della solitudine. Contro il sentimentalismo e la poesia,
Cavour scoccherà i suoi frizzi: egli pretenderà di essere negato
all'arte ed all'imaginazione. Ma intanto, quale poesia più affettuosa
e delicata, quando appenderà innanzi al suo tavolo di lavoro la tunica
del nipote Augusto, caduto a Goito per l'Italia e quel drappo forato
da palle austriache, unica eredità che egli avrà voluto, sarà là come
il pio simulacro del voto giurato nel suo cuore; il voto all'Italia,
per la vita! È un voto di giovani anni e la solitaria rupe di Bard
ne fu forse il primo testimone, a divampare dei presentimenti che la
rivoluzione del 1830 accendeva nell'animo di lui.
Egli è così fatto che, appena imprese a meditare, i problemi morali e
politici del suo tempo gli si affacciarono intieramente.
Li vide colla veemenza di un'interna visione e concepì l'altezza morale
della libertà e dell'indipendenza, stimandole il fondamento di una
saggia e dignitosa educazione civile.
Condotto dai suoi studi di matematica, dall'indole equilibrata a non
scambiare il fatto con la parvenza, a mettere l'accordo fra il pensiero
e l'azione, a nulla trascurare che rendesse questa più efficace, egli
intendeva altresì che la libertà, la indipendenza nazionale erano
necessarie al movimento sociale ed economico, che il suo perspicace
intelletto gli dipingeva.
Breve fu l'esiglio di Bard. Il giovane patrizio, insofferente di
formalismo, non potendo, per ossequio alla volontà paterna, mutare
di cielo, come aveva fatto Vittorio Alfieri, muta, se non altro,
occupazioni, abitudini, tenore di vita.
Egli si butta all'agricoltura.
Una vasta distesa di campi, in una pianura monotona, dalla quale
a malapena, nelle giornate chiare, si scorge il bianco frastaglio
dell'Alpe piemontese.
Un'abitazione rurale, intorno alla quale si affaticano contadini e
brulicano mandre copiose, diventa il centro dell'attività di Cavour.
Quest'uomo che nega a sè stesso il dono di poesia e che, desto
all'alba, passa i giorni nei campi, nelle risaie, nei prati, intento
alle seminagioni, ai concimi, alle irrigazioni, all'incrocio dei
merinos, all'ingrassare dei buoi, scrive nobili lettere, così lucide
e liete, nelle quali la vita dei campi vibra di così grande efficacia
morale ed intellettuale, come nessuna egloga virgiliana.
E intanto egli riconosce le quistioni economiche che dominano il
mondo moderno. Nella pratica dell'agricoltura riscontra i concetti,
le formule, i presagi dell'Economia politica: quando gli capiteranno
i libri di Bastiat, avrà già intuito le difficoltà, le resistenze, gli
ostacoli e concepito che la libertà economica è il segreto dell'ora che
volge.
Allorchè, nei riposi della vita austera e laboriosa, egli viaggerà in
Francia e in Inghilterra, compiacendosi di investigare tutti i segreti
della vita moderna, vi ritroverà quel che già aveva indovinato.
Ma l'agricoltura è anche un'occasione per divulgare, colle cognizioni
scientifiche, lo spirito di associazione, di stimolare l'attività
sociale che egli indirizza alla produzione tecnica, al credito, ai
primi aneliti dell'industrialismo, strappando al pauroso dispotismo le
timide licenze.
Egli pensa ad una banca per azioni e, insieme al suo amico Petitti,
esamina il nuovo problema delle strade ferrate. È una rivelazione:
l'avvenire politico dell'Italia si schiude nella mente di Cavour.
Fin dal 1842, egli sogna una vertiginosa corsa di traffici dalle Alpi
al Jonio. Questo grande intelletto moderno rivede per la sua Italia
la grandiosità delle antiche vie romane! E, insieme a tutto ciò, la
coscienza completa di quanto occorre alla rigenerazione delle plebi!
Egli ha studiato la quistione Irlandese e ne scrisse pagine che sono
viventi anche oggi, ha indagato il pauperismo e quell'embrione di
legislazione sociale che era la tassa dei poveri in Inghilterra.
Allora, quello spirito liberale, vede che l'educazione è il primo passo
all'affrancamento e si accinge ad introdurre in Piemonte le scuole del
popolo. L'intento è pericoloso: il governo di allora non s'acconcia
alla novità: tutto ciò che sa di associazione, quanto nella istruzione
o nella cultura esce dalle vie tracciate, inflessibili come dogmi,
appare un sintomo di rivoluzione. Cavour persiste. Una società agricola
si fonda, si aprono i primi asili infantili. Nè Cavour è solo in questa
opera. Tutta una agitazione aperta, feconda, generosa, alla quale
prendono parte i migliori del Piemonte. Ingegni austeri e pensosi,
che si raccolgono nella libreria del conte Sclopis e s'incoraggiano
nell'ospitalità del signor di Barante, l'ambasciatore di Francia, nel
cui salotto, un giovane segretario, il signor d'Haussonville recava
gli echi di Coppet, l'intellettuale cenacolo del liberalismo europeo.
Presso il signor di Barante si adunavano quanti, a Torino, volevano
respirare. Dura, monotona, servile vita era allora quella di codesta
capitale, e lo fu sovratutto nel tempo che corse dopo i tentativi
del '31 e del '33, fin verso il '45. Epoca oscura, nella quale Carlo
Alberto seguitava l'angosciosa tenzone, chiuso nel suo enigma, mentre
i ministri di lui si esercitavano alla più sospettosa reazione.
Vi sono lettere di Cavour che narrano quella vita angusta: la prigionia
entro la quale il grande ed agile spirito soffocava. Tuttavia la
esistenza di lui in quel tempo è una preparazione psicologica ad
un'intensa azione, intanto che il suo intelletto si addestra con
ostinata costanza a tutte le peripezie di una vita pubblica feconda ed
attiva. Non vede come arrivarci, talvolta ne dispera. Per giunta, il
suo cuore è spezzato dal triste epilogo di una storia d'amore. Intorno
ad essa è il mistero, ma ne traspare tanto da comprendere la profondità
dei sentimenti in questo gagliardo e gioviale uomo d'affari, come egli
ostentò di parere.
È stato veramente un uomo grande. Nessuna cosa della umanità è fuori
di lui ed egli nobilita l'umanità e innalza il dolore e l'amore colla
delicata sensibilità nell'afflizione pudicamente discreta.
Ebbe un amico carissimo, un'amica prediletta e sacra. Perdette l'uno e
l'altra: ne sofferse, tacque e si volse alla patria.
Per tal modo, appena qualche bagliore di vita pubblica strisciò
sull'orizzonte, Cavour fu tra i primi ad acclamarlo. Era pronto. Fu
guida alla schiera modesta e gagliarda che si raccolse nelle sale del
_Risorgimento_, il giornale tosto fondato, appena che venne concessa
qualche larghezza alla stampa.
E nelle agitazioni che corsero l'Italia in quei giorni, quando un papa
liberale sollevò gli animi, allorchè le moltitudini intravidero nelle
promesse del pontefice un'aurora e incominciarono a pensare e volò il
grido di _riforme!_, nella redazione del _Risorgimento_ fu maturata la
proposta che si chiedesse senz'altro indugio una costituzione.
In un'adunanza di liberali d'opposte parti parlò in questo senso
Cavour, e le parole di lui destarono sospetto nelle ricongiunte fila
della democrazia.
Questo nobile figlio del vicario — il capo della polizia — questo gran
signore, noto per le sue predilezioni inglesi, dal fare sarcastico
ed aggressivo, non piaceva. Lo chiamavano _mylord_ Camillo; e, per
parecchio tempo, la caricatura si esercitò a raffigurarlo con un
piccolo codino. Era un codino di strano conio, che aveva pensato alla
libertà e vi aveva creduto prima di tanti altri che se ne facevano
allora gli araldi: un uomo che aveva studiato i più elevati problemi
della morale politica colla energica tempra sorretta da fede e da
ragione, con abitudini di libero esame; scevro di scrupoli e non
intollerante.
Egli aveva da lungo tempo seguìto colla logica inflessibile della mente
il cammino delle idee liberali a traverso l'Europa e lo aveva seguìto
con quella tendenza spiritualista, che è singolare prestigio negli
uomini di azione.
Grandi insegnamenti erano state le vicende del primo periodo
riformatore in Inghilterra, la storia del regime parlamentare sotto la
monarchia di Luglio, e le agitazioni della Penisola Iberica.
Egli aveva ammirato la previdente abilità di Wellington, di lord
Gray, di Roberto Peel; deplorato le miserie del Carlismo e le fatali
conseguenze dell'impeccabilità politica dei re: aveva conosciuto la
triste povertà dei risultati di una politica demagogica all'infuori
del reale, le perniciose deviazioni di un parlamentarismo, smarrito
tra l'asservimento delle maggioranze, gli intrighi dei ministri, le
ambizioni dei competitori e l'ostinazione egoistica del principe, come
era accaduto in Francia, dopo la morte di Casimiro Perrier.
Questi spettacoli avevano suscitato entro di lui una coscienza politica
impregnata di sano realismo, intanto che il suo genio matematico gli
rivelava il dinamismo delle istituzioni costituzionali, in cui egli
ravvisava la sicura guarentigia di libertà per i popoli, un sincero e
potente mezzo di azione per i Governi.
Agli occhi suoi di veggente, le inclinazioni dei tempi apparivano in
un'armonia completa delle promesse effuse a attraverso il mondo dalla
rivoluzione, che aveva inaugurato il secolo colle prospettive che
rinverdivano sul lucido orizzonte dell'avvenire. Spirava evidentemente
l'alito di novità sul mondo occidentale.
La vita moderna fremeva di ardori sconosciuti. Le invenzioni e le
scoperte mettevano sottosopra la quietudine antica. È in quei tempi
che il giornalismo conquista la sua potenza straordinaria e crea la
opinione pubblica; che le macchine suscitano un mondo industriale, e il
vapore e l'elettricità cominciano a mutare l'aspetto dei continenti e
a trasformare sensibilmente gli ordini sociali.
La espansione nuova imponeva nuove forme di rapporti, e l'economia
politica che già aveva rivelato tutta una serie di fenomeni
inesplicati, si avvaleva di codesto espandersi, di codesto
moltiplicarsi dell'attività e della ricchezza per reagire sull'assetto
internazionale, sull'ordinamento interno degli Stati.
Studiando il tempo suo, Cavour previde che lo spirito liberale avrebbe
eccitato l'opinione pubblica, stimolandola ad un'azione assai più grave
e profonda di quella, cui credevano di doversi restringere i famosi
dottrinarii francesi. Gente di onestissimi propositi, ma impigliata,
senza avvedersene, in una specie di mandarinato politico. Onde egli,
non senza ironia, amava proclamarsi «juste milieu;» espressione messa
alla moda da Luigi Filippo.
Ma il suo «juste milieu» egli non intendeva che fosse il fermarsi
come che sia. Proclamerà un giorno in Parlamento che «i cannoni e le
baionette non sbarrano la strada alle idee.»
Era convinto che il movimento non si poteva nè si doveva trattenere.
Ogni ordine di cittadini, intervenendo omai nella colossale
collaborazione, occorreva accertare in loro cospetto che la libertà non
è mezzo soltanto, ma fine di alta moralità da conseguire.
Posto in questi termini il problema di governo, il cómpito dello
Stato materialmente si disegna nel secondare e coordinare l'impeto del
rinnovamento.
Si è perciò che Cavour fu tra i più convinti fautori del regime
rappresentativo.
Le formule costituzionali, le due Camere, non erano per lui una formale
asseveranza di diritti nominali, una convenzionale espressione della
sovranità popolare, bensì un sapiente metodo di governo, in tempi di
progredita coltura e di gagliarda espansione individuale.
Ma questo concepimento dello Stato moderno esige un popolo che
abbia ferma coscienza della vita nazionale, e per ciò il Cavour,
se non da prima unitario, fu certamente sempre un ardente fautore
dell'indipendenza.
Esaminando le condizioni dell'Europa, le aspirazioni alla nazionalità,
— che la fallace resistenza ai moti del Belgio e di Grecia, lo
stridore delle contese in Polonia, il fermento sulle rive del Danubio
annunziavano come prossimo segnale di rivendicazioni e di battaglie, —
ne traeva auspicii per la causa italiana.
Uomo politico avventurato, che i meditati disegni della sua giovinezza
potè colorire nella realtà luminosa, vide sorgere dal profetico sogno
l'evento, saldo sempre sul fondamento di principii, sopra del quale
tutta l'azione politica sua si innalzò. Ad una parola inorridivano, non
soltanto i reazionarii, ma anche i nuovi arrivati e gaudenti, coloro
che arricchitisi colle sue spoglie, si inorgoglivano di essere chiamati
_figli della rivoluzione_.
La parola appunto: _rivoluzione_.
Di qui, un ibrido conservatorismo, mantenuto in vita mediante spedienti
e compromessi, transigendo con tutti, tutti scontentando, fra la
universale irrequietudine.
Cavour, con sicuro istinto, riconobbe lealmente il fatto
rivoluzionario, vi ravvisò l'annunziazione dell'avvenire.
Importava dirigerlo, richiamarlo, avviarlo a fini di governo. Questo
egli volle.
E così, nei primi giorni dello Statuto, contrastò con freddo consiglio
le esuberanze e le impazienze, tanto da perderci il seggio in
parlamento.
Ma quando la democrazia ebbe per virtù del Gioberti il lampo
chiaroveggente della lega italiana e dell'intervento in Toscana, Cavour
fu con Gioberti.
In tutta la fase prima della rivoluzione italiana, nel periodo
del 1848-49, dopo Novara, durante le angoscie, i tumulti, gli
scoraggiamenti, le incertezze di un'ora nella quale patria e
libertà parvero sommerse, il Cavour giornalista, deputato resistette
all'irrompere delle estreme parti, si ostinò nella sua politica.
Credette il volgo che egli volesse, immobile, ancorarsi sul presente,
e già nel segreto dell'anima ardente balenavano le folgori di rivincite
non lontane.
Iddio che, se suscita gli uomini grandi, fornisce loro il campo e i
mezzi di azione, fece sorgere accanto a Camillo di Cavour colui che lo
comprese. Vittorio Emanuele II, dal trono, glorificato con l'atto di
baldanzosa lealtà al quale il generale Radesky si era dovuto inchinare,
stese la mano a Cavour.
Cospirarono insieme, e lo gridò un giorno Cavour dal suo banco il
ministro: di quella cospirazione venti milioni di italiani annodavano
le fila, in silenzio.
Vittorio Emanuele salvò a Vignale la causa italiana. Il suo primo
ministro di allora, Massimo d'Azeglio, preservò la costituzione dalla
impotenza, lo Stato dall'anarchia.
In quei giorni Cavour ritornò alla tribuna parlamentare: sgabello o
tripode, là è la fortuna dell'Italia nuova.
Diceva allora Cesare Balbo: «lo Statuto, null'altro che lo Statuto.»
Replicava Cavour: «lo Statuto con tutte le sue conseguenze.»
È la Rivoluzione fatta governo, che si modera per proporzionare i mezzi
ai fini ed a ciascun giorno assegna il cómpito, risoluta, impavida,
certa che nessun reggimento vale, se non è sincero fino all'estremo,
checchè si dica.
Ecco profilarsi il vero conte di Cavour: l'uomo nuovo, nato proprio per
il suo tempo. Non ha rancori nè pregiudizi.
Appartenente ad una casta spodestata dalla rivoluzione, non soltanto
rinuncia allegramente al privilegio, ma si compiace che trionfi la
dignità umana. Questo sentimento domina tutte le azioni sue: egli vi
fonda le sue ambizioni di patriotta e di liberale.
L'avvenire della Società europea gli appare chiaramente a traverso
questo lucido cristallo, e gli sorride che la patria sua sia esempio di
dignità coraggiosa.
Così egli si circonda di nobile poesia, che l'istinto popolare decora
co' suoi entusiasmi.
Egli è già quel Cavour, che nelle imaginazioni e nei ricordi del popolo
italiano vive in un chiarore, che splenderà finchè duri la memoria del
nostro secolo.
Il suo indipendente carattere lo emancipava fino dalla giovinezza. Non
egli dovette disdirsi, rinnegarsi.
Nè abbandoni nè apostasie. Allorchè l'ora scoccò, era sciolto da
ogni impegno verso il passato. In quel punto, potè essere capo dei
liberali in Piemonte e come quegli che, nella assoluta indipendenza
dello spirito, aveva ripudiato le tenerezze della casta e i favori
aristocratici, sentiva in cuore il diritto di irrigidirsi contro le
invidie ed i sospetti della demagogia, di reclamare altamente la gloria
di dare il nome suo all'opera di libertà: arbitro e moderatore.
Un'immensa forza questa per lui e, ad accrescerla, il valore pratico
della mente, la famigliarità degli affari, la penetrazione acuta del
congegno di tutta la vita contemporanea.
Cedendo a lui il posto, Massimo d'Azeglio poteva scrivere: «Sano di
mente e di corpo, una attività indiavolata e poi.... tanta voglia di
stare al governo! Ottimo d'Azeglio! Questa voglia era fatta di fede e
di sincerità, di ardore appassionato e di convinzione profonda.
Bisogna penetrare un po' addentro a queste anime e sentire come
palpitano, ferventi. Ambizione, ambizione! È denigrare noi stessi
il supporlo, quando la patria aspetta, e le più alte idealità umane
sorridono. È predestinazione, non ambizione.
È il segnato in fronte che afferra il labaro e muove alla conquista.
Egli cammina innanzi alle turbe!
Immaginiamo quei giorni.
Fresche ancora le ferite di Novara, la gente cominciava appena a
riaversi ed a guardare attorno.
Una fazione potente per schiatta illustre, per servizi alla monarchia,
altera nella incorrotta fama, che fu il pregio grande dell'aristocrazia
subalpina, avversava il nuovo ordine di cose.
Era gente che aveva difeso in battaglia lo Statuto e la causa
nazionale, ma non credeva all'Italia, nè alla costituzione. Ci vedeva
il precipizio della dinastia: armeggiava in Corte. Non attorno al
Re, inaccessibile e risoluto, bensì presso la regina, la madre e la
moglie del Re, timide, pie, austriache entrambi. Angeli di bontà, ma
nel cuore, arciduchesse. Una parte di codesti signori si adoprava in
Senato. Una specie di vecchia fronda, senza duchesse di Longueville, ma
con qualche virgulto di cardinale di Retz. Il profilo ne balza dalle
pagine di un _memorandum_ lasciato dal capo, il conte Solaro della
Margherita: un piccolo Metternich, si diceva.
Ma era un Metternich buon diavolo.
Accanto a costoro, si schierava in altezzosa dignità, la falange
dei conservatori che avevano consigliato e sottoscritto lo Statuto,
illustri e sapienti, liberali per natura e generosità di animo,
conservatori per tradizione, per scrupolo, per istintiva repugnanza
alla democrazia in azione, per timore di esserne soverchiati.
Seguivano i liberali democratici, propensi per indole, per studi,
per istintiva saviezza ai consigli prudenti, ma decisi al trionfo
dei principii liberali, ad ogni costo; ardenti per la causa italiana,
diffidenti di persone e di cose che rammentassero il governo passato,
sospettosi della Corte, della nobiltà, dell'alto clero.
Seguivano i democratici ad oltranza, i rivoluzionari per temperamento
o per professione, reboanti di declamazioni contro i troni e le
chieriche, esalanti verso il barbaro ed i tiranni le più rumorose
contumelie, frementi ancora del lievito quarantottesco: santo e
benedetto lievito che aveva fatto le barricate, ma che nell'ora
melanconica del raccoglimento, dopo la sconfitta, appariva meno
opportuno.
Intorno al mondo politico: una nobiltà restìa, un clero avverso, una
borghesia scontrosa e un popolo sbalordito da tante novità, che si
risolvevano in maggior carico di tributi.
A poche marcie da Torino, l'Austria che vegliava e nulla avea
dimenticato.
Per l'Europa correvano ancora i brividi del '48, quando la rivoluzione
era penetrata anche a Vienna; era stato appunto codesto scoppio di
uragano che avea ribadito in Cavour il convincimento di una politica
liberale e progressiva. Ma in quanti pochi a seguirlo!
Poichè la paura dominava gli uni, il furore acciecava gli altri e
il vecchio spirito europeo stava coi primi. I principi italiani,
nell'Emilia, a Napoli, ne erano incatenati; il papa scagliava l'anatema
al Piemonte, e fin la Francia, terrorizzata dal colpo di stato di
Napoleone III, appariva nel momento un'incomoda vicina, dalla quale i
costituzionali subalpini non speravano consigli ed incoraggiamenti.
Doveano star paghi delle lontane e platoniche simpatie dei _whigs_
inglesi.
D'altra parte, non erano spente le ire, ne sopite le audacie dei
demagoghi, alleati con tutti i vinti del '48, coi reduci di tutte le
insurrezioni, di tutte le barricate: dispersi per la Svizzera, per
l'Inghilterra o rifugiati in Piemonte.
Le potenze centrali, Prussia e Confederazione germanica, si tenevano
mute, avvinte all'Austria: Niccolò di Russia ricordava all'Europa
di essere il depositario del 1815, il personale avversario delle
Costituzioni.
Correvano presentimenti sinistri.
L'Ungheria fremeva ricordando i suoi martiri; la Polonia rodevasi,
debellata non vinta, e quel tricolore innalzato là, ai piedi delle
Alpi, segnacolo di agitazione, speranza di rivoluzionari, intorno
al quale si raccoglievano profughi e parlavano di nazionalità, di
indipendenza; quel vessillo che copriva coll'allegria de' suoi colori
festosi una costituzione ed un parlamento, sembrava una provocazione,
una sfida.
Il Piemonte era il temuto ribelle!
Comporre negli animi la concordia, la fede negli ordini nuovi,
rassicurare l'Europa serbando fede alla causa italiana, preparare Re,
parlamento e popolo agli ardimenti, creare in Piemonte una coscienza
patriottica suscitandovi l'ardore dello spirito nazionale, infondere
negli uni la confidenza e l'audacia, negli altri la prudenza, effondere
sovra tutti il magico alito della libertà, questo fu il grande, il
magnifico pensiero di Cavour.
In questa coraggiosa preparazione è la principale opera sua, la vera
opera sua. La sua azione in quel tempo fu tanta e così potente, che
avvinse la storia.
Essa dovette seguirlo ed obbedirlo.
Mostrò, allora, subito quel che occorreva.
Il suo memorabile discorso del 7 marzo 1850, meglio un manifesto che un
discorso, è programma di azione.
«Come starsene immobili?
«Pensiamo un po'. La rivoluzione da una parte, co' suoi urti, le
sue improntitudini; L'Europa monarchica e conservatrice dall'altra,
sospettosa, diffidente, cupida di soffocare ogni idea liberale.
«La immobilità sarebbe l'umiliazione e la ruina. Il Piemonte
scenderebbe al livello degli altri staterelli, l'Italia perderebbe
ogni speranza. Altri fini, diceva, altri fini deve conseguire la nostra
nazione, deve conseguire l'Italia!
«Lo Statuto non può rimanere una formula vana: esso è strumento capace
e poderoso.
«Adopriamolo.» Questo, in succinto, è il pensiero. Nella mente di
Cavour, la costituzione era cosa viva: i partiti dovevano fecondarla;
partiti organici, logicamente ordinati con idee e con programmi.
E questi partiti occorreva crearli, perchè le agitazioni estreme
svanissero, infeconde. Occorrevano riforme, per evitar le violenze.
Egli scriveva nel 1860: «prevenendo gli avvenimenti, secondando ciò
che vi è di giusto e di nobile negli istinti popolari, si rendono
impossibili le rivoluzioni.» Fu il primo serio tentativo della vita
libera in Italia.
Il discorso del marzo ottenne l'effetto che Cavour desiderava: quello
di schiarire la situazione innanzi all'opinione pubblica.
Un anno dopo Novara, per bocca di Cavour, la Camera Subalpina
preannunciava il parlamento del 1861. Nessuna meraviglia quindi, se
codeste parole rintronarono fra le moltitudini.
Cavour incarnò, fin da quel giorno, le speranze italiane, e quando,
pochi giorni dipoi, Vittorio Emanuele firmava il decreto che lo faceva
ministro, dicendo al d'Azeglio: «Badate, costui vi scavalcherà tutti,»
forse nel conscio animo del Re trepidava la profezia del pallido
Gioberti, la parola ultima che dal letto di morte il doloroso profugo
gettava all'Italia, perchè dalla sventura non dileguasse il conforto di
suprema speranza. Quella grande anima, perdonando, divinava il Re ed il
Ministro.
Da quel giorno, anche agli occhi dei più diffidenti, questa monarchia
che si trasformava così sinceramente in regime di libertà, che mostrava
di accogliere così spontaneamente tutte le idee moderne e le favoriva
e si rinnovellava in esse, legittimandosi italiana nel sentimento
e nell'entusiasmo, onde i profughi delle altre regioni sedevano nei
consigli della Corona; e in parlamento e dalle cattedre spandevano
sulla gioventù la luce di insegnamenti, maturati nelle sventure, per
cagione della patria e a torme altri profughi erano accolti e protetti
in Torino, apparve un fatto così straordinario, così miracoloso, da
colpire le immaginazioni, come una rivelazione della Provvidenza.
Gli animi di quel tempo spiravano amore, fede, poesia. Erano in Dio
credenti, e credevano nella patria.
Tutta la genialità vibrante nell'arte italiana, il veemente desiderio
sprigionatosi fin dai primi anni del secolo, librato sui monti, sulle
marine, sui memori piani, quando la benedizione del pontefice accendeva
nei cuori il fuoco mistico di religioso entusiasmo, nel quale l'amore
di patria si purificava e raggiava sulla fronte una luce ineffabilmente
spirituale! Meraviglioso stato d'animo per osare.
Non è strano se in quel fermento sorgesse il disegno di far partecipe
il Piemonte alla guerra che allora si combatteva sul Mar Nero, per
assicurare il cosiddetto equilibrio del Mediterraneo, mossa in favore
della Turchia, avverso la Russia, dalla Francia e dall'Inghilterra.
Se nel salotto politico della marchesa Alfieri o nella tesa dove
Farini aspettava le quaglie, o nella sola mente di Cavour, oppure nella
fantasia di Vittorio Emanuele sia sorto per la prima volta il pensiero
dell'alleanza di Crimea, è vano ricercare. Correva per l'aria l'impeto
delle audacie.
Nelle condizioni dell'Europa, mentre la Russia provocava, l'Austria si
disponeva a stupire il mondo colla sua ingratitudine, e la questione
d'Oriente risorgeva in modo nuovo e diverso, e non era temerario
il supporre che sul Danubio divampasse la fiamma augurale della
nazionalità, l'inoperosità del Piemonte pesava su quelli, che ne' suoi
destini vedevano l'indipendenza d'Italia, al Re che conosceva come in
cuore dell'esercito e del popolo durasse il tormento di Novara.
A Vittorio Emanuele la figura mistica dell'antica croce sabauda
sventolante ancora una volta sugli azzurri del mare d'Oriente, appariva
come presagio di rinnovate fortune.
Egli voleva capitanare l'esercito, e, a malincuore persuaso dalla
ragione di Stato, cedette il comando al generale La Marmora.
Il partito della guerra fu vittorioso in Parlamento, esclusivamente per
il prestigio di Cavour.
Pareva un'avventura. Lo scontroso patriottismo temeva dell'Austria, i
meno diffidenti presagivano la ruina economica.
È storia da non potersi riassumere in poche parole. Meriterebbe, essa
sola, una conferenza. Occorrono più conferenze per illustrare la storia
d'Italia dal '56 al '61 e questa storia d'Italia è storia di Cavour.
Di certo, nella guerra di Crimea la parte del Piemonte fu rischiosa
tanto, che anche il gran ministro ne temette. Oh! l'annunzio della
Cernaia! E la vittoria che bacia il tricolore! E le divisioni di La
Marmora emule dei primi soldati d'Europa, acclamate in cospetto del
mondo!
Fu l'anno sfolgorante e clamoroso. Dopo tanta tenebra profonda, tanto
duro silenzio, l'anima del popolo si sollevò fiduciosa. La bandiera,
nel suo nuovo prestigio, oltre il Ticino irradiò i bei colori che
dicevano la speranza. Il popolo d'Italia scriveva sui muri: «Viva
Verdi,» cioè: «Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia.»
Sedizioso emblema! E il conte di Cavour si avviava a Parigi, per
raccogliere, sul tavolo della diplomazia, l'alloro che l'esercito sardo
aveva mietuto in Crimea.
La storia della civiltà nostra dirà del Congresso di Parigi che esso
fu la manifestazione dei sentimenti e delle illusioni di un secolo, il
quale sentì l'ansia dei fini umani.
Il secolo che doveva chiudersi con la conferenza per la pace, vi
preludiò a mezzo il cammino col «non intervento, l'abolizione della
corsa, il diritto dei popoli di manifestare liberamente i loro voti.»
Napoleone III segnò in quel punto l'apoteosi del suo regno, e l'Europa
la moderazione di lui ammirò.
Cavour rinvenne l'alleato.
— Che si può fare per l'Italia? — Gli chiese un giorno l'Imperatore.
E Cavour, cogliendo al balzo le intenzioni e la proposta, gli esponeva
il suo piano; si arrischia, e con temerario slancio butta sul tappeto
verde del Congresso la questione italiana.
Questo avvenne il giorno 8 aprile 1856.
Fu la prima volta che in un congresso europeo l'Italia «nazione» apparì.
Ben lo intese il gentile spirito dei patriotti toscani, quando al
ministro piemontese ritornato in patria offerivano nel bronzo: «Colui
che la difese a viso aperto.»
Intanto i lombardi regalavano all'esercito sardo di Crimea la statua
dell'alfiere in atto di difendere lo stendardo.
Le rivendicazioni italiche erano una realtà. Cavour le aveva elevate al
posto d'onore, mentre coglieva il segreto di Napoleone III.
Il ritorno di Cavour da Parigi segna il principio di un'epica fase, e
il linguaggio di lui ne risente.
Questo ministro tecnico, che appariva sdegnoso di uscire dal terreno
pratico, diventa un poeta.
La sua eloquenza ha gli scatti e le pompe, l'ampiezza e la grandiosità:
egli cita Byron e Manzoni, schiude innanzi al parlamento attonito un
orizzonte sconfinato e corrusco di attività provocatrici. Le sue parole
hanno la sonorità del metallo: rimbombano come fanfara di guerra.
Orgoglioso, quando passa l'imponente rassegna degli scambi avvivati,
delle industrie sollevate, delle leggi immaginate, delle Alpi tentate,
delle strade aperte, della marina rinnovata, dei civili ordini
assodati, coll'imponente e largo discorso dell'aprile 1857, da codesto
orgoglio trae nobile argomento per additare le vie che si aprono, gli
ardimenti che aspettano: le fortificazioni di Alessandria, il porto di
Spezia, l'esercito, l'armata.
E quando, l'anno di poi, l'attentato di Orsini getta lo scompiglio
e incoraggia la reazione, egli, inesorabile accusatore, denuncia la
complicità del misfatto nel mal governo dei principi, nelle perfidie
austriache.
Lo sgomento di tutti si infranse contro la sua virile fermezza.
L'Europa stava spiando. Sarà Alberoni o Richelieu? Ma il 10 gennaio
del '59 Napoleone III getta la sfida all'Austria; alcuni giorni dopo,
Vittorio Emanuele non è insensibile al _grido di dolore_ dell'Italia.
Palestro, Montebello, Magenta, San Martino e Solferino! Giornate
primaverili del nostro riscatto, corona di valore e di sangue a quegli
accordi di Plombières che Cavour annodava, intanto che vanamente la
diplomazia lo sorvegliava!
La guerra del 1859, colla liberazione della Lombardia determinò la
sollevazione della Toscana, dei Ducati e della Romagna; e, allorchè
Napoleone III, preoccupato dal contegno della Prussia risolse di posar
l'armi, stipulando i preliminari di Villafranca, mezza Italia aveva
proclamato la indipendenza.
L'insurrezione prodigiosa era stata sollecitata dall'iniziativa
guerriera del Piemonte: Cavour l'aveva ispirata: egli sentiva la
responsabilità formidabile.
Il grande rivoluzionario era lui, che aveva bandito la guerra,
scatenato le popolazioni, armato Garibaldi, che sosteneva di denaro e
di consigli Farini nell'Emilia, d'Azeglio in Romagna, corrispondeva
con Ricasoli in Toscana. Villafranca lo colpì come una defezione.
Fu il dolore grande della sua vita, gli parve d'aver mentito ai
popoli fidanti in lui. L'esaltazione tragica del suo animo salì
all'irreverenza verso i sovrani; quel potente dubitò di sè: vide
nell'opera sua una ruina.
Il popolo d'Italia fu, in quei giorni più sereno e tenace di lui, ma
lo intese. Disse: è un uomo di cuore costui, e veramente ci ama. Lo
vendicò. D'altronde, Napoleone III che aveva sacrificato al dovere
verso la Francia la promessa: «dall'Alpi all'Adriatico» si tenne fedele
allo spirito del trattato di Parigi.
Se Villafranca significava la pace coll'Austria, egli aveva dichiarato
che non intendeva di frapporsi fra il popolo e le sue aspirazioni.
Quando Gioacchino Pepoli fu spedito a Parigi per annunziare i propositi
degli Italiani e già i governi provvisorii delle provincie centrali,
irremovibili nell'indipendenza, meditavano l'unità coi plebisciti,
l'Imperatore movendogli concitato incontro:
— Sur quel air venez-vous? — chiese.
— Sur l'air de Villafranca, Sire, rispose Pepoli prontamente. E di
rimando:
— Il n'y aura pas d'intervention, — dichiarò recisamente Napoleone.[2]
Il non intervento condannò l'Austria alla immobilità, favorì la
politica delle annessioni. L'opera di Cavour ne usciva intatta, e
questi, che nell'impeto del patriottico sdegno, aveva abbandonato il
governo, vi ritornò il 16 gennaio 1860.
Era forse giunto il tempo che dovessero avverarsi tutte le profezie?
Che anche la parola di Carlo Alberto trionfasse? Suonava per l'Italia
l'ora di _fare da sè_?
Ahimè! Diciotto mesi ancora, e poi il risorgente popolo è percosso
dalla negra ala della morte.
«Una congestione cerebrale,» scrive il venerando patriotta ungherese
Luigi Kossuth «e la mente che oggi s'innalza co' suoi progetti fino
al cielo, la mano che arditamente spinge la ruota della fortuna delle
nazioni, domani è un corpo esanime che ridona alla terra ciò che di
terrestre conteneva.»
Ma in quei diciotto mesi quale maestosa onda di fatti!
L'epopea dei volontari, l'ardita marcia a traverso l'Umbria e le Marche
e Vittorio Emanuele che stringe la mano a Garibaldi sul Volturno,
intanto che i plebisciti creano il regno d'Italia e il primo parlamento
italiano acclama Cavour, che si mostra al braccio di Alessandro
Manzoni!
Questo è miracolo voluto, combinato, eseguito con una perspicacia che
sorveglia sè stessa acutamente, con un'attività pensata a un tempo
e turbinosa, fucinata sul maglio di un'energia indomabile, in una
terribile tensione dello spirito.
— Oh! — sclamerebbe la forte e dolce Nennele, la simpatica eroina, la
nuova creazione di Giuseppe Giacosa — oh veramente colui si dava alle
cose![3]
Per tal modo, il giovanile prorompere dell'ufficialetto di Bard,
imprimendosi nella maestà della storia, coronava la vulcanica
esistenza, dominata da un pensiero!
Cavour era ministro del regno d'Italia! E nei clamori della prima festa
nazionale, in onore di quello Statuto, che era stato per la sua volontà
un miracoloso talismano, nella letizia dei compiacimenti ufficiali
che dall'Europa venivano al nuovo regno, si dileguava nell'eternità
gloriosa l'infaticabile spirito nel quale il sospiro dei secoli aveva
assunto robusta e vitale forma.
Temperamento fatto di logica e di libertà. Spaziò in un campo
intellettuale supremo, dove non setta, non pregiudizio, non volgarità
di onori, ma solamente la fatidica progressione della storia lo
guidava. E questa lo condusse al premio ineffabile, e dona alla memoria
di lui, rompendo l'ombra e rischiarandola, la serena popolarità che
circondò la sua persona.
Ma egli maturava nell'ampio e profondo cervello immensi e benefici
disegni!
Avete udito, sul letto di morte, le ultime sue parole?
— Frate, frate, — e appuntava su padre Giacomo il fuoco supremo dei
suoi occhi spalancati: — libera Chiesa, in libero Stato.
Egli poteva darci una salutare riforma religiosa!
Fino dalla gioventù, la preoccupazione delle forze morali che
sorreggono le comunioni umane aveva sollevato il suo animo alla
vertigine delle altezze, il sublime lo tentava nel magnifico miraggio:
la religione e la libertà!
La sua formula, incompresa o trascurata, racchiude forse il segreto
di una risurrezione di fede, quale non videro le mistiche età, di una
spiritualizzazione del sentimento religioso, quale non sanno concepire
coloro che abbassano la Chiesa al livello di una Società politica.
— Santo Padre! — esclamava in cospetto dei nuovi eletti d'Italia, il
conte di Cavour — Santo Padre, noi vi daremo la libertà, che da tre
secoli invano chiedete alle potenze cattoliche; date a noi Roma la
madre alma, la stella polare nostra: noi proclameremo la libertà della
Chiesa! —
Era una promessa degna della mente politica più vasta e comprensiva
dell'età nostra, della mente che rispecchia l'immagine più schietta e
completa, più morale del mondo moderno!
Pochi, pochi anni, troppo pochi anni durò quella fioritura vivida e
generosa di colore, di luce; durò quel governo intellettuale contesto
di persuasione e di fàscino.
Ma la forza di una dominazione fondata sulla vivace parola, sul
dibattito aperto, in parlamento, azione di avveduta pazienza e di
indomabile fede. non è mirabile, stupenda, misteriosamente seduttrice,
efficace e illustre assai più di quella che si suole richiedere agli
eserciti ed alle burocrazie?
Il significato morale dell'opera di Cavour, equilibrata, sana, condotta
secondo ragione, non è qualche cosa di molto elevato, di veramente
edificante e buono, che ravviva la confidenza nelle qualità umane,
nella possibilità di un destino che corrisponda agli intimi soavi
accordi dell'intelletto e del cuore?
Oh, di certo, una nazione redenta, un popolo restituito a dignità, il
sangue dei caduti vendicato coll'onore della patria raggiante nella
coscienza di cittadini risorti alla serietà del dovere e alla letizia
della libertà, codeste sono opere immortali.
Ma lo spiritual significato di un'esistenza utile, laboriosa, onesta e
grande come quella di Cavour non è forse anche più ragguardevole cosa
e degna di rimanere in perpetuo esempio?
Di codesta purissima luce, effusa sulla nuova storia della nostra
patria, dobbiamo rendere grazie a quell'uomo, e, sia benedetta la
Provvidenza, che la rivoluzione d'Italia si impersona in una delle
figure più elette del secolo.
Nè consentiamo alla puerile bestemmia che egli sia morto a tempo per la
gloria sua.
Per la sua felicità, forse.
Ma, per la gloria? Che possiamo dirne noi? Che ne sappiamo?
Che cosa possiamo noi prevedere di una intelligenza, di un'anima entro
la quale ardeva e folgorava così potentemente il raggio di Dio?
Un giorno, standosi il conte di Cavour sulle rive del lago di Ginevra,
lo accostò un alto e biondo bernese, soldato della libera Elvezia
repubblicana.
Lo fissò, e poi gli chiese:
— Sie sind Cavour? —
E, avutane risposta affermativa, gli occhi del popolano si
velarono di lacrime. Afferrò le mani del grande liberale, le baciò
precipitosamente, commosso. Poi si allontanò.
Si era al 1860: l'Italia sorgeva.
Oh come felici, se nella sconsolata via, venisse innanzi a noi il
trionfante fantasma ideale!
Con quale trepidante desiderio, anche noi, interrogheremmo:
— Sie sind Cavour? —
L'EPOPEA GARIBALDINA
CONFERENZA DI GIUSEPPE CESARE ABBA.
Tentare in una breve ora l'epopea garibaldina, che vuol dir tutto
Garibaldi, sarebbe come voler cogliere in un'occhiata tutta la
giogaia delle Alpi. Chi lo potrebbe e da quale altezza? Fra Rio
Grande e Digione, i suoi furono trentacinque anni di guerre con
intermezzi di solitudini da Nume, o sull'Oceano o sullo scoglio
dov'Ei sapeva incatenarsi da sè; e solo la lirica, col suo gesto da
folgore, varrebbe forse a pigliarli nella sua luce. Ma se è vero che
dell'Epopea il poeta può, se vuole, coglier soltanto il nodo; allora
questo nella garibaldina è la Sicilia, la Dittatura, Lui, che privato,
povero, disconosciuto, dispetto o adorato, ma in sè gigante cui sono
sproporzionati uomini e cose, leva via un re inutile, e fa possibile e
sicura l'unità dell'Italia.
Se lo stato dell'anima quale ce l'han fatto i secoli, per quel tanto di
scienza che s'acquista via via da tutti, ci lasciasse ancora concepir
l'Eroe nel senso antico, certi pochi uomini, da duemila anni in qua,
meriterebbero d'esser chiamati eroi quanto Garibaldi: ma forse piace
di più riconoscere in lui l'Uomo quale un giorno sarà, perchè ebbe al
sommo la pietà, l'amore, l'oblio di sè, e un sentimento vivissimo del
misterioso legame che ci giunge con l'Essere da cui emana tutta la
legge e tutta la vita, la quale deve divenir alla fine sola bontà.
Non lo vediamo a sette anni, mentre si trastulla con tra le mani
un grillo, piangere per avere strappato le ali alla povera bestia
innocente? Non offesa dunque a ciò che vive, non far patire. È già
quello stesso che negli anni gravi e glorioso si leverà nel cuore
della notte, per andare in cerca di una capretta che udirà belare
smarrita, su pei greppi della sua Caprera. Di mezzo a questi due fatti
che paiono fanciulleschi, sta l'episodio di quel barbaro americano
Millan, che aveva fatto torturar lui prigioniero, e che caduto poi
nelle mani sue egli rimandò libero, senza volerlo vedere. A otto anni
salva una lavandaia pericolante in un fosso; e a tredici si getta in
mare per soccorrere una barca di compagni già lì per naufragare. E li
salva. Quando a settantacinque anni sarà morente, dirà le ultime sue
parole, raccomandando ai suoi le due capinere venute a posarsi sulla
sua finestra!
Cominciò presto per lui la grande scuola di farsi da se; e presto lo
vide la _Costanza_, il brigantino che lo portò marinaio in Levante,
sogno degli italiani, passato dai libri di Marco Polo nella poesia
cavalleresca. Anch'egli mirerà di Angelica ridente il velo
Solcar come una candida nube l'estremo cielo;
ma poi la sua Angelica la troverà in Italia, a diciassett'anni.
Navigherà col padre, marina marina, sino a Fiumicino e da Fiumicino
farà una corsa a Roma. Col quel po' di storia romana che ha nell'anima,
passerà tra i monumenti della vecchia Roma e quei della nuova, si
desterà in lui lo spirito di Cola di Rienzo, concepirà che sulle due
Rome, può e deve sorgere una nuova Roma italiana. E in quell'età della
vita che ogni uomo si pianta nel cuore una fede propria, in lui si
pianta quella della gran madre, per cui penserà, lavorerà, combatterà
fino al «Roma o morte» d'Aspromonte; fino alla tetra sera di Mentana.
Il dì che Roma diverrà italiana, egli non ci sarà, ma i secoli diranno
che stava a combattere per l'onore di quella Francia, che a Mentana
aveva provate le armi sue nuove contro di lui. Mai uomo fu defraudato
del suo diritto come lui, in quel giorno che l'onore di entrare in Roma
toccava ad altri!