SCENA III.

RELLING _e_ GREGORIO.

GREG. (_a Relling_) E lo stato morale di Erminio come va?

RELLING. Non mi accorsi mai che soffrisse nel morale.

GREG. Non si prendono serie risoluzioni senza una seria ragione.... un

uomo poi come Ekdal.

RELLING. Lo credete dunque qualche cosa di straordinario?

GREG. Erminio ha avuto un’educazione....

RELLING. Vi prego non parliamo, volete parlare delle sue due zie

isteriche e mezze matte?

GREG. Relling, io le conobbi e so che erano due angeli di donna; che

ad Erminio coltivarono sopratutto il cuore.... ma lei certe cose non le

comprende, ride su tutto.

RELLING. Non sono disposto ora. Del resto io so che quelle due

pulzellone mi hanno fatto di Ekdal un uomo tutto rettorico, e che del

mondo non sa nulla. Erminio ha avuto una disgrazia, quella d’essere

stato sempre considerato dai suoi come un uomo superiore.

GREG. E non lo è forse? Il suo animo è nobile....

RELLING. (_interrompendo_) Può essere, io non me ne sono mai accorto.

Che suo padre lo creda, passi, fu sempre un grande ingenuo.

GREG. No, fu sempre un uomo buono.

RELLING. Come vuole... quando Erminio Ekdal con fatiche e stenti,

riuscì ad essere studente, era già considerato fra i suoi camerati,

quale un genio del domani. Era un giovane bello ed attraente. Bianco e

rosso; uno di quei giovanetti che piacciono alle fanciulle adolescenti,

e poichè aveva l’animo facile alla commozione e la voce insinuante e

sapeva magnificamente declamare i versi e i pensieri degli altri...

GREG. (_con amarezza_) Ma è proprio di Erminio Ekdal che lei parla?

RELLING. (_senza scomporsi_) Sì, se lei me lo permette.... Ekdal è

malato, ed anche lei è malato.

GREG. Io?

RELLING. Sicuro, è affetto da una esagerata febbre dell’onestà. Lei

poi, è sempre in caccia di un idolo da poter adorare, e non avendo

trovato nella sua famiglia, vicino a sè, l’uomo perfetto che sogna, lo

va, nuovo Diogene, cercando nelle case degli altri.

GREG. Pur troppo io vivevo in un ambiente viziato.

RELLING. Ed ora se crede aver trovato in Ekdal la «mosca bianca» si

sbaglia, si sbaglia.... anche questo è un ambiente viziato, qui le sue

idee di perfezione non attecchiscono, creda a me, non attecchiscono.

GREG. E allora, se ha di Erminio sì cattiva opinione, perchè continua a

vivere con lui?

RELLING. Dio mio, io sono medico, non ho ammalati è ben giusto che mi

occupi della salute dei miei vicini.

GREG. Erminio dunque è ammalato?

RELLING. Come tutti gli uomini.

GREG. E come lo cura?

RELLING. Col mio solito metodo, lo illudo, maschero la vita reale.

GREG. Maschera la vita reale?

RELLING. Sì, caro mio visionario, non si è felici che colla menzogna,

tutto è menzogna.

GREG. E qual è la menzogna che dovrebbe sostenere Erminio?

RELLING. Questo poi non glielo dico. Lei è capace di far rovinare

tutta la mia opera. — Il mio metodo è infallibile e Molvik ne è una

prova. L’ho persuaso che il suo corpo rinserra uno spirito maligno

che lo trascina al male, e l’ho salvato, quell’uomo disprezzava tanto

sè stesso, che senza me a quest’ora da anni sarebbe sotto terra. — Ma

senza il mio metodo che sarebbe del vecchio luogotenente Ekdal?

GREG. (_stupito_) Anche il vecchio Ekdal?

RELLING. Sì, egli era infelice perchè non aveva più boschi, egli era

dominato da una idea terribile che lo avrebbe ucciso, temeva della

vendetta della foresta; ora questo intrepido cacciatore d’orsi si è

calmato, caccia in un solaio con una vecchia pistola galline e conigli,

con la stessa passione con cui cacciava i fagiani e le fiere, e i

vecchi e secchi alberi del Natale ora li ama più che non le annose

piante del suo caro bosco di Hördal. Ora non teme più la vendetta della

foresta.

GREG. Anche quel povero vecchio dovette rinunciare ai suoi ideali

giovanili.

RELLING. Ma, la prego, non ripeta questa parola: ideale, già è sinonimo

di menzogna.

GREG. E lei crede che si equivalgano?

RELLING. Sì, come il tifo e la febbre perniciosa.

GREG. Dottor Relling, io non mi chiamerò contento che quando avrò

sottratto Erminio alla sua influenza.

RELLING. Guai all’uomo che può mostrarsi a sè stesso nel suo vero

aspetto. (_a Edvige che entra_).

L'anitra selvatica · 第 64 / 72 题