EDVIGE _e_ DETTI.
(_Edvige con cappellino e mantello entra in casa di corsa,
trafelata_).
GINA. Sei già qui, angiolo mio?
EDVIGE. Oggi di passeggiare non ne avevo voglia, e ho fatto bene, ho
incontrato sull’uscio la signora Sorbi.
ERM. La signora Sorbi? E le hai parlato?
EDVIGE. Sì. Ho fatto male?
ERM. (_passeggiando_) Spero che tu le avrai parlato per l’ultima volta,
ricordatene.
(_Breve pausa, durante la quale Edvige guarda Erminio, Gina e
Gregorio come per indovinare il loro animo_).
EDVIGE. (_andando da Erminio e accarezzandolo_) Papà!
ERM. Cosa vuoi?
EDVIGE. La signora Sorbi mi ha regalato....
ERM. (_interrompendola_) A te?...
EDVIGE. Sì.... mi ha fatto il suo regalo per domani, sai che è la mia
festa domani.
GINA. Berta non ha mai lasciato passare questo giorno senza ricordarsi
di Edvige.
ERM. Fammi vedere cos’è.
EDVIGE. No, tu non lo devi vedere, fino a domattina non posso aprire.
ERM. (_irato_) Cosa sono tutti questi sotterfugi?
EDVIGE. (_carezzevole_) Non t’arrabbiare, guarda, è una busta, ma debbo
aprirla domani. (_mostra una busta_).
ERM. Una lettera?
EDVIGE. È tutto qui; forse il regalo verrà più tardi. (_avvicinandosi
a Erminio_) Guarda, papà, cosa c’è scritto (_segna la busta_) «Alla
Signorina Edvige Ekdal.» Capisci, mi danno già della signorina.
ERM. Edvige, dammi quella lettera.
EDVIGE. Eccotela. (_gli consegna la lettera_).
ERM. (_guardando la busta_) Questa calligrafia è del vecchio Werle.
GINA. Ne sei sicuro?
ERM. Guarda tu stessa.
GINA. Oh! io non la conosco.
ERM. Edvige, posso aprirla, posso leggerla?
EDVIGE. A me lo domandi, papà? Fa quello che vuoi.
GINA. Perchè vuoi toglierle una sorpresa? Aspetta domattina, Erminio.
EDVIGE. Ma no, mamma, lasci che legga, se quella lettera contiene una
buona notizia, papà sarà contento, e quando lui è contento noi siamo
felici, nevvero mamma?
ERM. Dunque posso aprire?
EDVIGE. Sì, sì, papà, sono ansiosa anch’io.
ERM. (_apre la lettera e legge, ma resta attonito, colpito_) Ma che
vuol dire ciò?
GINA. (_agitata_) Che c’è di nuovo?
EDVIGE. (_curiosa_) Dimmi presto, papà, cosa dice quella lettera?
ERM. (_continua a leggere, alla fine lascia cadere il braccio, pallido
commosso_). È una lettera di donazione, Edvige.
EDVIGE. A me?
ERM. Leggi tu stessa. (_Edvige prende la lettera e va a leggere presso
la lampada. Erminio la guarda e tra sè_) Gli occhi!... gli occhi!... e
quella lettera.
EDVIGE. (_interrompendo la lettura_) Ma la donazione è per il nonno.
ERM. (_strappandole la lettera di mano si pianta in faccia a Gina_) E
tu, comprendi qualche cosa?
GINA. Io non ne so nulla.
ERM. Il vecchio Werle scrive a Edvige che il nonno, mio padre, non ha
più bisogno di copiare, che d’ora in avanti riceverà cento corone al
mese.
GREG. (_stupito_) Davvero? Ha osato tanto!
EDVIGE. È vero mamma, l’ho letto io, cento corone.
GINA. (_parlando commossa_) Mi pare.... che questa sia una fortuna per
il nonno.
Erm.... Cento corone che gli saranno pagate fino all’ultimo giorno di
sua vita....
GINA. Ecco assicurata la vecchiaia di quel vecchio.
ERM. Ma Edvige, ma non hai letto avanti, dopo questa donazione passerà
in tuo favore....
EDVIGE. (_meravigliata_) A me? A me?... E per qual ragione?
ERM. (_agitato e fissando Gina_) Senti, Gina? Senti?
GINA. (_commossa_) Sì.... sento.
EDVIGE. Tanto denaro a me. (_avvicinandosi ad Erminio_) E non sei
contento, papà?
ERM. (_allontanandola_) Contento?... (_passeggia_) Che vita, che vita
di tormenti mi si prepara.... ma perchè deve passare la donazione ad
Edvige, perchè sì ricco regalo?
GINA. Domani è la sua festa.
EDVIGE. E io certo lo darò a voi. Quel denaro è per te. (_a Erminio_) E
per la mamma.
ERM. Per tua madre.... lo so, lo so.
GREG. (_avvicinandosi a Erminio gli parla piano_) Bada, Erminio, ti
tende un laccio.
ERM. Perchè dici così?
GREG. Mio padre stamane mi disse: Non credere sia il tuo Erminio
l’incorruttibile che credi. Vedrai mi diceva....
ERM.... Che con un poco di denaro lo farò tacere. — Ah! no! ah! no! si
sbaglia, sì, gli risponderò.
EDVIGE. (_a Gina_) Mamma, cosa c’è, dimmi che è successo?
GINA. Nulla, va a deporre il mantello, va, Edvige.
(_Edvige, spaventata, commossa, esce per la porta della cucina_).
GREG. E come vuoi rispondergli?’
ERM. Guarda. (_straccia in due pezzi la lettera di Werle e la depone
sul tavolo_) Ecco la mia risposta.
GREG. Ne ero sicuro.
ERM. (_va da Gina che è presso la stufa e con voce tremante_) Non più
segreti, non più misteri, quando tramasti la relazione.... con lui....
quando cominciasti ad amarmi, almeno quando lo dicevi, dimmi, perchè fu
proprio lui che combinò il nostro matrimonio?
GINA. Pensi forse che abbia avuto rapporti con quell’uomo anche dopo la
nostra unione?
ERM. No, non lo penso. — Voglio sapere se egli era del tutto scevro da
timori....
GINA. Non ti capisco.
ERM. Gina voglio sapere se.... se tua figlia ha il diritto di vivere
sotto il mio tetto.
GINA. (_fissandolo_) E me lo domandi?
ERM. Rispondimi Gina, Edvige è mia?....
GINA. (_lo guarda con disprezzo_) Non lo so.
ERM. (_con un urlo_) Miserabile, non lo sai!
GINA. E come può saperlo.... una donna come me?
ERM. (_riuscendo con grande sforzo a dominarsi_) Allora non ho più
nulla da fare in questa casa.
GREG. Rifletti, Erminio, prima di agire.
ERM. (_infilandosi il paletot_) Un uomo come me non riflette mai....
GREG. Sei in errore, questo è il caso della riflessione. Voi tre
dovete rimanere uniti, tu non hai che una azione da compiere, un’azione
generosa, da grande: perdonare.
ERM. No, non lo farò mai! mai! mai!... Dove è il mio cappello? (_trova
il cappello e se lo pone in capo_) Non ho più famiglia.... (_con voce
piangente_) Gregorio, non ho più figlia....