GREGORIO _e_ ERMINIO.
ERM. (_a Gregorio che guarda sempre nel solaio gli dice a mezza voce_)
Scusa Gregorio; non guardare ciò che mio padre fa, gli dai soggezione
tu, ed è capace di fare qualche malanno. (_alza la tenda del solaio e
vedesi il vecchio Ekdal chino che lavora, una gallina tenta entrare
in scena_) Via, via, cosa fa qui lei, torni al pollaio. (_chiude i
battenti dell’uscio_) Se non chiudo, queste benedette galline m’entrano
nello studio e Gina non vuole.
GREG. Tu, dunque, fai quello che vuole tua moglie?
ERM. Lascio a lei la direzione della casa, così io posso ritirarmi e
riflettere su cose molto più importanti.
GREG. E sarebbero queste cose importantissime?
ERM. Non te lo dissi ancora, lavoro assiduamente ad una mia invenzione.
Non ne hai mai inteso parlare?
GREG. Mai.
ERM. È naturale, vivendo sempre alle miniere.
GREG. E l’hai finita?
ERM. Non ancora, ma sono già molto, molto avanti. Io non potevo
sacrificarmi per tutta la vita a fare il fotografo.
GREG. Mi diceva ciò anche tua moglie, pochi momenti or sono.
ERM. Io giurai di elevare quest’arte a scienza, ecco lo scopo della mia
invenzione.
GREG. E in che consiste?
ERM. Troppo tempo ci vorrebbe per spiegarla tutta, del resto credo
che non sia la vanità che mi spinge, nè il desiderio di lucro, è per
raggiungere lo scopo della mia vita.
GREG. Lo scopo della tua vita?
ERM. Dimentichi tu mio padre?
GREG. E come c’entra con la tua invenzione?
ERM. Voglio che il nome degli Ekdal torni ad essere onorato.
GREG. Nobile scopo.
ERM. Voglio salvare questo naufrago; egli ha sofferto troppo dal giorno
in cui il giudice per la prima volta l’interrogò. — Hai visto poco fa
quella pistola, con la quale noi tiravamo ai conigli; essa, vedi, ebbe
una gran parte nella tragedia della nostra vita.
GREG. Quella pistola?
ERM. Quando il verdetto dei giurati condannò il luogotenente Ekdal alla
galera, egli impugnò quell’arma, deciso di finirla con la vita....
GREG. Ebbene?
ERM. Non ne ebbe il coraggio. Fu un vile. Perduto, non gli rimaneva
che di uccidersi. — Mi comprendi, Gregorio? Egli si vide crollare e
avvenire e speranze di gloria, tutto. Comprendi tu, come un uomo in
tali condizioni abbia preferito la vita alla morte?
GREG. Io sì lo comprendo.
ERM. E io no. Più tardi.... Egli era in galera.... E io ero solo,
solo al mondo.... Oh! Quelli furono tristi anni, Gregorio; un giorno
vinto dal dolore, mi chiusi in camera mia e mi puntai quella pistola
al petto, ma.... il sole che entrava nella mia camera, il profumo
primaverile che dalle finestre aperte saliva fino lassù alla mia
stanzetta, il rumore delle voci argentine dei bambini arrivavano al
mio orecchio, fecero sì che il mio braccio ricadde.... Che il colpo non
partisse. Fui vile.... Io non so cosa provassi allora, non comprendevo
che altri avessero a ridere mentre io piangevo; mi sentivo solo,
abbandonato, dimenticato da tutti.... Volevo uccidermi, capisci.
GREG. (_triste_) Anch’io ho provato ciò quando è morta la mia povera
mamma.
ERM. Perchè non ho sparato?! Rimasi in vita.... ma credimi ci vuol del
coraggio anche per preferire la vita alla morte.
GREG. È vero, è vero.
ERM. Del resto fu pel mio meglio, se riesco a compiere la mia
invenzione, e il Relling crede che ci riuscirò presto, allora una sola
cosa domanderò al governo: che si permetta al mio vecchio padre, di
rivestire la sua divisa d’ufficiale.
GREG. Egli desidera dunque?...
ERM. Di indossare ancora la sua uniforme. Quando in casa celebriamo
qualche festicciuola egli indossa la sua uniforme ed è felice, ma se
per caso alcuno picchia alla porla, egli per quanto lo permettono le
sue vecchie gambe corre nella sua stanza.... Sempre, capisci, non può,
se tu potessi vedere quanto soffro io allora, è uno strazio all’animo
di un figlio.
GREG. E quando speri avere finito questa invenzione?
ERM. E come puoi chiedere ciò ad un inventore? Tutto dipende
dall’ispirazione, quanto non fai in due mesi puoi compierlo in pochi
minuti, tutto dipende da un’idea, da un ispirazione.... puoi forse
calcolare quando essa verrà?
GREG. Ma vai avanti, almeno.
ERM. Sicuro che vo avanti, io mi occupo costantemente della mia
invenzione e molte sono le notti che passo in camera mia, dinanzi al
tavolo studiando.
GREG. (_accennando al solaio_) E tutte quelle bestie non ti distraggono
troppo?
ERM. No, tutt’altro.... Di qualche distrazione ho pure diletto
anch’io.... eppoi quando le ispirazioni vogliono venire, vengono lo
stesso.
GREG. Erminio, la tua vita ha molti punti di contatto con quella della
tua anitra selvatica.
ERM. Non ti capisco.
GREG. Anche tu scendesti fino al fondo, anche tu ti aggrappasti,
disperato, deciso di morire alle alghe.
ERM. Vuoi tu forse alludere a quel colpo, che come l’anitra, ferì mio
padre, e che ricadde poi su me?
GREG. No, non voglio che tu ne sia stato ferito; ma senza accorgertene
sei caduto in un pantano, senza accorgertene sei attaccato da una
malattia lenta che ti costringerà a morire nell’oscurità.
ERM. (_risentito_) Io? Io morire nell’oscurità? (_con un sorriso_) No,
no.... non dire così.... sono sciocchezze.
GREG. Forse.... perchè io ho giurato di portarti ancora dove l’aria è
pura. Ora ho anch’io uno scopo.... lo trovai ieri.
ERM. Nè io ti cerco quale sia. Solo mi preme farti osservare che ora
io non sono infelice, che le gioie che un uomo può desiderare io ora le
ho.
GREG. Il veleno si è già impadronito di te, Erminio.
ERM. Ti prego, Gregorio, non mi parlare così di lenta malattia, nè di
veleno. Di simili cose disgustose in casa mia non ne parliamo mai.
GREG. Lo credo, lo credo.
ERM. Qui non vi sono emanazioni malsane come tu credi; nella casa del
povero fotografo il letto è basso, la vita è modesta, ma egli è il
solo sostegno della sua famiglia, egli è anche un inventore.... ma non
parliamo più di ciò; guarda, viene la colazione.