CAPITOLO IX.

Tutti questi racconti che andavano attorno col nome di Virgilio, erano

già, come ognun vede, assai numerosi; e chi avesse voluto riunirli

assieme, ordinarli, sviluppare certi dati o supplire a certe lacune

con un po' di fantasia, c'era da tessere tutta una biografia romanzesca

dell'illustre mago. Ed infatti non mancò chi ciò facesse. Prima però di

parlare di quest'ultimo e definitivo stadio della leggenda virgiliana,

credo opportuno gittare uno sguardo su quel che essa era divenuta

nel paese in cui avea avuto la sua prima origine, cioè in Italia ed

a Napoli specialmente. I lettori avranno notato che ad eccezione di

quelle udite a Napoli da Gervasio e da Corrado, tutte le altre leggende

furono applicate a Virgilio fuori d'Italia; e quantunque queste fossero

riferite in iscritti letterari molto conosciuti e letti nel medio

evo, pur nondimeno ben poche di esse penetrarono presso gli scrittori

italiani. Il più notevole documento napoletano che noi abbiamo intorno

alle leggende virgiliane è la _Cronica di Partenope_[253] attribuita

nella prima edizione falsamente a Giovanni Villani, e poi anche a

«Bartolomeo Caraczolo dicto Carafa, cavaliere di Napoli» il quale

però propriamente non è e non si professa autore che della seconda

delle tre scritture di cui si compone questo curioso zibaldone di

storia napoletana compilato verso la metà del sec. XIV. La prima e

la più antica di quelle scritture è opera di un ignoto napoletano

che la compose probabilmente poco dopo il 1326; essa consiste in una

raccolta di narrazioni relative alle antichità sacre e profane di

Napoli, ricavata da fonti diverse, anche da tradizioni orali, senza

alcuna critica e con mescolanza di favole e leggende di varia specie,

fra le quali sono pure le virgiliane[254]. Quantunque napoletano, il

rozzo autore non si è tenuto soltanto a quel che di Virgilio dicevasi

a Napoli ai tempi suoi, ma ha riferito nel suo scritto tutto quanto ha

trovato in Gervasio ch'ei cita, e nell'opera di un tale Alessandro. Se

questi fosse Alessandro Neckam, dovremmo dire aver egli letto il _De

naturis rerum_ in un codice mutilo e interpolato, oppure in un estratto

incompleto e variato, presso qualche altro scrittore[255].

Quanto trovasi in Gervasio ritrovasi presso a poco in questa Cronica

e, ad eccezione di alcune poche aggiunte fatte nello stesso spirito

del rimanente, la leggenda rimane in essa tal quale l'abbiamo trovata

a Napoli nel XII secolo. Virgilio vi figura come gran benefattore

di Napoli nel tempo in cui era «consiliario et quasi rectore o vero

maistro di Marcello» eletto da Ottaviano «duca de li napolitani.» Da

lui furono fatti gli acquedotti, le fontane, i pozzi, le cloache di

Napoli; egli istituì il _Gioco di Carbonara_[256] simile al _Gioco

del Ponte_ in Pisa, che cominciò come esercizio guerresco con finti

attacchi, e finì con baruffe micidiali. Al novero dei soliti talismani

si aggiunge una cicala di rame che scacciò tutte le cicale da Napoli,

e un pesciolino di pietra posto nel luogo che serbò il nome di «preta

de lo pesce», il quale attirava pesci in abbondanza[257]. Anche la

leggenda relativa al _Castello dell'Ovo_ che abbiamo veduto tanto

trasmutata all'estero, rimane quel che era prima, cioè l'idea di un

talismano che serviva come di palladio alla città. Il fatto narrato

da Gervasio intorno alla richiesta di quell'eccentrico inglese

è riferito, con qualche variante di nessun rilievo, anche nella

_Cronica_. Come poi quel tale trovò il libro di segreti sotto il capo

di Virgilio, così Virgilio stesso lo trovò, «secondo che se legge ad un

chronica antiqua», (che non sappiamo qual possa essere, ma certamente

napoletana) sotto il capo di Chironte in una grotta dentro Monte

Barbaro, di dove egli andò a trarlo in compagnia di un certo Filomelo

o Filomeno[258]. Quantunque questo libro chiamisi di _negromanzia_, e

quantunque di negromanzia e di magia talvolta si parli nella Cronica

a proposito delle opere virgiliane, pure l'autore ci fa in più luoghi

capire chiaramente che per ciò egli intende quanto si può operare

conoscendo la «mirabile influenza de le pianeta.» E realmente mai nulla

di diabolico è da lui attribuito a Virgilio, del quale parla sempre

col più grande rispetto e non cessando di chiamarlo «esimio poeta.» La

grotta di Pozzuoli non è più soltanto, per le arti del poeta, protetta

contro ogni misfatto, ma il poeta stesso l'ha fatta fare, non però col

mezzo de' diavoli, come poi si disse altrove, ma per «Geometria.»

Certo, trovandosi il sepolcro di Virgilio sulla via Puteolana, appunto

all'ingresso di quella grotta, s'intende ch'essa dovesse essere il

centro delle tradizioni virgiliane. Più tardi lo Scoppa, riferendo

quanto trovava di leggende virgiliane nella _Cronica di Partenope_,

aggiunge a proposito della grotta di Pozzuoli «non ignoro che alcuni,

appoggiandosi all'autorità di Plinio, sostengono a spada tratta che

Lucullo e non Virgilio la facesse. Io però sto a quel che dicono le

nostre croniche, imperocchè in fatto di antichità va creduto ai più

antichi, particolarmente quando sono del paese.» Ed infatti quanto

volgare fosse a Napoli quest'opinione lo mostra non solo il nome di

_Grotta di Virgilio_, ma il fatto eziandio del Petrarca, il quale,

com'egli stesso racconta, fu seriamente interrogato su tal proposito

da re Roberto, e rispose: «non ho a mente aver mai letto che Virgilio

facesse il tagliapietre[259].»

Da tutto ciò possiamo conchiudere che la leggenda esisteva a Napoli

ancora nel secolo decimoquarto e nel decimoquinto, e che in essa non

c'è ombra di quel Virgilio diabolico e innamorato che trovammo altrove.

Un sol fatto pare venuto dal di fuori, ed è la leggenda che troviamo

nella _Cronica_ di quattro teste di morto poste da Virgilio in Napoli,

le quali rivelavano al Duca quel che si faceva in tutto il mondo.

Questa leggenda ha per fondamento l'idea della _Salvatio Romae_ e dello

specchio maraviglioso, combinata con quella della testa parlante che

vedemmo attribuita a Virgilio come a Gerberto, e può credersi venuta

dal di fuori.

L'autore della _Cronica_ sì è guardato bene dall'aggiungere alcun che

di suo alla leggenda, per renderla più fantastica o per meglio farla

spiccare. Quantunque rozzo, egli è scrittore ed ha una certa coltura

che lo distingue dal volgo illetterato; vuol essere storico, e come

tale nel narrare le leggende virgiliane, non solo ricorda il Virgilio

reale della scuola e della poesia, ma applicando a questo Virgilio

quelle leggende compila ed anche affetta di compilare da libri, non

mai riferendosi alla tradizione popolare vivente, a lui ben nota.

Alessandro Neckam, come abbiam visto, è da lui citato di seconda mano

e quindi anche a sproposito facendogli dire quel che non da lui ma

da altri fu detto; Gervasio di Tilbury, malamente e indirettamente

conosciuto, sia dall'autore sia da altri che poser le mani in questa

Cronica, diviene _Santo Gervasio Pontefice_ ed i suoi _Otia Imperialia_

i _Responsi_ (vuol dire _Riposi_) Imperiali. Prevale però la conoscenza

delle fonti indigene sia citate, sia adoperate senza citarle, quali

una anonima _Cronica antica_, l'oggi perduto _Planctus Italiae_ di

Eustazio da Matera, ed anche Alessandro di Telese e la Vita di S.

Atanasio, o forse altri a noi ignoti, dai quali fu desunto quel che si

narra di Virgilio e Ottaviano e Marcello e l'elogio di Napoli «signora

di nove città» ecc.[260]. Ma registrate o no presso altri scrittori,

le leggende qui riferite vivevano ancora, se non tutte, certo in gran

parte nella tradizione popolare napoletana quando dapprima la Cronica

fu scritta, e poi quando da numerose mani fu variamente trascritta

e per ultimo quando con assai libertà di ricompilazione fu stampata.

Traluce chiarissima la vivente leggenda là dove l'autore vuol farla da

critico, correggendo l'errore volgare della gente _grossa_, benchè in

verità ei non si mostri ben fino. Così, certamente popolare e vivente

da antica data era la leggenda da lui riferita circa la grotta di

Pozzuoli costruita da Virgilio che ivi presso ebbe la sua sepoltura;

il popolo però aggiungeva che Virgilio quella prodigiosa opera facesse

in un sol giorno, e questo pare poi troppo allo scrittore, il quale

pur riferendo seriamente tutto il resto, fa qui una riserva: «E la

preditta grotta, lo grosso popolo tene che Virgilio fatta la avesse in

uno dì; e questo non è possibile se no a la divina potencia, _quae de

nihilo cuncta creavit_»[261]. Così pur si vede che la leggenda circa

il _Castel dell'Uovo_, mantenuta dal nome stesso che questo portava,

seguitava ad esistere nella tradizione; ma che quel telesma virgiliano

preservasse la città o il castello, non si credeva più nè si poteva

dopo gli avvenimenti dal XII sec. in poi; quindi l'autore circa tal

credenza si limita a riferire che v'era stata già fra «gli antiqui

napolitani.» Quando la Cronica fu messa a stampa sulla fine del XV

sec. col titolo promettente di «nobilissima et _vera_ antica cronica»

malgrado la falsa attribuzione nel titolo stesso a Giovanni Villani,

e quando fu poi nel 1526 riprodotta, qualche passo fu soppresso, altro

fu aggiunto raffazonando liberamente; ma che la leggenda seguitasse ad

esistere e molto ancora si narrasse oralmente dal popolo su Virgilio

oltre a quanto nella Cronica è riferito, si rileva chiaramente

dalle seguenti parole onorevoli pel buon senso italiano che a nome

dell'antico autore furono aggiunte in ossequio alla verità dall'Astrino

che preparò la Cronica per la stampa nel 1526[262]: «Io potria del

dicto Virgilio dicere molte altre cose le quali ho sentito dicerese de

tale uomo, ma perchè in maior parte mi pareno favolose e false, non ho

voluto al tutto implire la mente de li homini de sogni; et perchè molte

cose sono state dicte de sopra de Virgilio a le quale io scriptore de

quelle meno che gli altri credo, prego ciascuno lettore me habbia per

excusato, perchè non ho voluto fraudare la fama de lo ingeniosissimo

poeta, o vera o falsa, et la benivolenza la quale ipso portava a questa

inclita cità di Napoli. Ma la verità de tutte le cose, la cognobbe

et conosce solo Dio; questo ben dirò, che io non scrivo cosa falsa nè

fabolosa che de quella lo lectore non sia facto accorto.»

Le leggende napoletane non si diffusero che poco e lentamente

nell'Italia superiore: esse però erano ben note, anche fuori di Napoli,

nell'Italia meridionale. La più antica menzione che io ne conosca fra i

nostri poeti volgari trovasi in un componimento di Ruggeri Pugliese che

non crederei posteriore alla prima metà del XIII secolo:

«Aggio poco senno alla stagione,

E saccio tutte l'arti di Virgilio»[263].

Nel resto d'Italia la leggenda virgiliana non si diffonde nella

letteratura che nel secolo XIV, mescolando però all'elemento originale

e indigeno l'elemento ascitizio e straniero, pei noti rapporti delle

nostre lettere d'allora colla produzione letteraria forestiera. Taluni

autori toscani però la conoscono, allora e prima, come quelli che

furono a Napoli e dal popolo di quella città poterono udirla. Boccaccio

che ben conosceva Napoli, nel suo commento a Dante (1373) parlando

delle opere maravigliose fatte da Virgilio in quella città, non ne

cita che tre, già ben note: cioè la mosca e il cavallo di bronzo e

le facce di marmo di porta Nolana. Egli nota che Virgilio visse molto

più a Napoli che a Roma e che ivi recossi da Milano[264] perchè avendo

l'ingegno pronto alla poesia, avea saputo essere i poeti «nel cospetto

d'Ottaviano accetti.» Prima di lui Cino da Pistoia[265] alludeva alla

mosca maravigliosa nei versi satirici contro Napoli che il Ciampi non

ha intesi:

«O sommo vate, quanto mal facesti

A venir qui; non t'era me' morire

A Pietola colà dove nascesti?

Quando la mosca, per l'altre fuggire,

In tal loco ponesti

Ov'ogni vespa doveria venire

A punger quei che su ne' boschi stanno.»

Il poeta popolare fiorentino Antonio Pucci, nel XIV secolo, fra gli

altri appunti d'ogni specie che raccoglieva in un suo zibaldone di cui

si hanno due MS. in Firenze[266], notava parecchie delle maraviglie che

la leggenda attribuiva a Virgilio, la mosca, il cavallo, il castello

posto in bilico sull'uovo, il giardino, due doppieri e una lampada

sempre ardenti, la burla della donna, e la vendetta, la testa che

parlava, e la relativa storia della morte del poeta, e quanto credevasi

sull'efficacia delle sue ossa. Egli però, come molti romanzatori

stranieri, colloca il sepolcro di Virgilio a Roma. È noto che questo

cantastorie italiano conobbe e adoperò i prodotti dei cantastorie

forestieri[267]. Egli però non parla di arti diaboliche, ma attribuisce

le maraviglie virgiliane all'«arte della stronomia.» A conoscenza dei

riposti segreti della natura le attribuisce, nello stesso secolo,

Gidino da Sommacampagna, alludendo ad esse in un suo sonetto a

Francesco Vannozzo[268], nel quale cita l'autorità:

«Dell'eccellente fisico Marone

Che circa il natural pose sua cura.»

In un bizzarro suo sonetto[269] di quel genere che poi prese il nome

dal Burchiello, Andrea Orcagna, il grande artista del sec. XIV, dice

«E l'ampolla di Napoli s'è rotta»

certamente alludendo alla famosa ampolla di Castel dell'Uovo che da un

pezzo avea perduta la sua virtù _quia modicum fissa est_, come scriveva

già Corrado di Querfurt[270].

Se però i rapporti in cui la leggenda poneva Virgilio con la città

di Napoli non aveano permesso che in questa s'introducesse quel

personaggio parte ridicolo e parte anche odioso a cui Virgilio s'era

ridotto altrove, la stessa cosa non aveva luogo pel resto d'Italia.

Qualche eco della leggenda secondo la versione forestiera, noi

ritroviamo a Roma nel nome di Virgilio annesso a qualche monumento o

qualche località[271]. Così sappiamo che la _Meta sudans_ fu chiamata

dal popolo romano _Torre di Virgilio_[272], che questo nome diedesi

agli avanzi della Torre dei Frangipani[273], e che il Settizonio fu

chiamato _Scuola di Virgilio_[274]; su quest'ultimo leggesi nel curioso

poemetto (XV-XVI sec.) intitolato _Prospettiva milanese_:

«Eravi di Virgilio un'academia

edificata nel più bel di Roma

et hor dintorno a lei vi si vendemia;

erano septe scole» ecc.[275].

Se queste denominazioni le poniamo assieme colla notizia dei guai che

per parte della corte romana soffrì il Petrarca a causa dei suoi studi

virgiliani, ci sarà facile indovinare che in Roma a quell'epoca il

nome di Virgilio non fosse esente dalla taccia di magia nel più cattivo

senso della parola. Notiamo però che tutto questo non va al di là del

secolo in cui abbiamo veduto prodursi anche altrove, relativamente

a Virgilio quella tale idea, ed è meramente una conseguenza di essa.

Quando si pensi come in queste leggende virgiliane fosse mescolato il

nome di Roma, come s'introducessero nelle guide di cui si servivano i

numerosi visitatori di questa città, sarà facile comprendere come ciò

bastasse a rendere noto ai Romani il nome di Virgilio mago, ed a fare

che da essi o dai forestieri fosse applicato a monumenti e località di

Roma. Infatti nei più antichi manoscritti del _Mirabilia urbis Romae_,

che risalgono al secolo XII, Virgilio non è mai nominato, neppur come

autorità come lo è p. es. il _martirologio_ (i _Fasti_) d'Ovidio,

e neppure come profeta del Cristo là dove è riferita la leggenda

d'Ottaviano e la Sibilla. È più che probabile che se a quell'epoca

il nome di Virgilio fosse stato annesso a qualche luogo della città,

il _Mirabilia_ ne avrebbe parlato. Dopo la diffusione della leggenda

incomincia però questo nome ad introdursi nel _Mirabilia_, e quindi

s'introduce a Roma; poichè credevasi, secondo le fantasie estere,

che propriamente a Roma Virgilio avesse esercitato la negromanzia

ed anche tenutone _scuola_. Nel XIV secolo infatti Hans Folz, il

barbiere-cerusico-poeta di Norimberga, scriveva in certa sua burlesca

novella, che un tempo «correva voce esservi a Roma un maestro dotto

in negromanzia, detto Virgilio, che dava risposta a tutti i quesiti

rivoltigli da ogni parte del mondo»; e narra pure di tre curiose

risposte date da lui a tre curiose domande[276].

In un MS. del _Mirabilia_, del XIII secolo, trovasi a proposito del

monte Viminale, l'aggiunta: «di dove Virgilio preso dai Romani,

invisibilmente se ne andò a Napoli; ond'è che si dice _vado ad

Napulum_.» Questa rozza etimologia si riferisce al nome di una strada,

che chiamasi tuttora _Magnanapoli_ (corruz. di _Balnea Pauli_) e che

conduce al Viminale. La leggenda virgiliana che le serve di base non è

altro se non il seguito dell'avventura della cesta e dell'estinzione

dei fuochi. Come quest'ultima parte dell'avventura abbiamo veduto

essere un racconto d'antica data, riferito prima al mago Eliodoro, dopo

di lui a Virgilio, e poscia anche a Pietro Barliario tuttora noto al

nostro popolo meridionale, così anco il seguito di quella avventura, al

pari di altri fatti attribuiti a Virgilio ed a Barliario, era già stato

appropriato ad Eliodoro. Costui, diceva la leggenda, per sottrarsi alla

pena meritata, si mise a disegnare sulla parete con un bastoncello una

nave colle sue vele e i suoi marinari, e per arte diabolica cambiato

il disegno in nave reale, vi si pose dentro e fuggì di Sicilia[277].

Così di Virgilio si disse che anch'egli dopo aver fatto quel brutto

tiro alla donzella che lo aveva burlato, fu posto in prigione, da cui

però seppe liberarsi disegnando sulla parete un vascello, che divenuto

reale e sollevatosi in aria, trasportò da Roma a Napoli lui e tutti gli

altri carcerati[278]. Questo fatto che ricorre anche nella leggenda

di Barliario[279], lo troviamo applicato a Virgilio, non solo nel

_Mirabilia_ ma anche nella cronica mantovana detta _Aliprandina_ perchè

scritta in versi da Bonamente Aliprando nel 1414, della quale appunto

qui dobbiamo parlare.

In nessuna delle tre città principali che si collegano alla vita di

Virgilio questi lasciò le impressioni che lasciò in Napoli. Mantova

presso alla quale egli nacque, ma dove non istette, a quanto sembra,

che poco, non diede alcun prodotto fantastico intorno a lui. Nel medio

evo senza dubbio Mantova non dimenticò mai di esser patria di Virgilio,

e come vediamo da Donizone[280], alcune località di quei dintorni

portavano il nome del poeta o si congiungevano con questo come abitate

o frequentate da lui. Ma ciò si riferiva, a torto o a ragione, alle

reali memorie biografiche del poeta e non includeva in alcuna guisa

l'idea di una sua attività miracolosa. Se Mantova coniò moneta colla

sua effigie[281], se gli eresse una statua[282], ciò fu un omaggio

a lui reso dalla classe istruita del paese, nel quale è impossibile

riconoscere la presenza di tradizioni fantastiche relative al poeta.

Una prova di questo che io asserisco è appunto il poema in terzine che

sopra ho menzionato[283]. La rozzezza della composizione e le assurdità

in esso accumulate mostrano nel modo più evidente che se Mantova avesse

avuto tradizioni leggendarie speciali intorno a Virgilio, l'autore

sarebbe stato uomo da conoscerle e da riferirle scrupolosamente. Ma in

esso non troviamo assolutamente nulla di simile. Egli parla di Virgilio

come di una delle glorie mantovane, e ne tesse una biografia in parte

desunta da quella di Donato, ed in parte dalle leggende virgiliane

dell'epoca, estranee a Mantova. Incomincia dal parlare, seguendo

l'antico biografo, del babbo e della mamma di Virgilio, e del sogno

fatidico avuto da questa, dopo il quale:

«La donna fece l'animo giocondo

E quando venne lei al partorire

Nacque il figlio maschio tutto e tondo.»

Poi parla delle fattezze, degli studi e delle opere di Virgilio, delle

terre da lui perdute, ma che poi riacquistò, facendosi conoscere da

Ottaviano mediante il famoso _Nocte pluit tota etc. etc._

Dopo aver parlato della profezia del Cristo, viene l'Aliprando a

narrare l'avventura del paniere, la vendetta, e la prigionia del poeta,

il quale da questa si libera nel modo che ho detto di sopra. Aggiunge

che in viaggio, Virgilio per procurarsi vivande mandò uno spirito a

prenderne dalla mensa di Ottaviano, il quale vedendole sparire:

«. . . . senza mancamente,

Disse: Virgilio questo ha fatto fare;

E della beffa rallegrò la mente.»

È noto come, all'infuori del nome di Ottaviano, lo stesso fatto

siasi raccontato di altri maghi; e del resto anche esso ritrovasi nel

libretto popolare che ho già citato, relativo a Pietro Barliario[284].

Delle opere maravigliose di Virgilio l'Aliprando non conosce che poche.

Quelle ch'ei nomina si riducono alla mosca incantata, che, secondo quel

ch'ei dice, era una mosca posta in un _vetro_, ed al _Castel dell'ovo_

ch'ei dice fabbricato in mare da Virgilio. A queste però aggiunge una

fontana d'olio[285] fatta dal poeta per uso del popolo napoletano. La

morte di Virgilio è da lui narrata a tenore della biografia attribuita

a Donato, e dopo avere aggiunto qualche notizia sulla sepoltura,

conchiude con la seguente orazione funebre, capo d'opera d'eloquenza,

ch'ei pone in bocca ad Ottaviano:

«Di scienza è morto lo più valente

Non credo che nel mondo il simil sia.

Prego Dio che grazia gli consente,

Che l'anima sua debba accettare;

Le sue virtudi non m'usciran di mente.

Ben mi dolgo. Non posso io altro fare.»

Ad onta però di questa orazione funebre e ad onta della predizione

del Cristo, Virgilio presso l'Aliprando è un mago in piena regola, in

ottimi rapporti con Satanasso, e munito del suo indispensabile libro

magico. Giunto a Napoli dopo la sua fuga da Roma, s'accorse d'aver

dimenticato questo libro, e mandò a Roma Milino[286] suo discepolo

a prenderlo, raccomandandogli di non aprirlo; il che era lo stesso

come dirgli: «aprilo.» Infatti postosi Milino in via, gli venne

voglia d'aprire quel libro e, senza troppo lottare colla tentazione,

l'aprì. Tosto una moltitudine di spiriti gli si fece innanzi, urlando:

che vuoi? che vuoi? Allora Milino, per levarseli d'attorno, ordinò

che selciassero tutta la strada da Roma a Napoli. — Questo racconto

era una semplice ampliazione dell'altro che abbiamo già menzionato,

relativo alla grotta di Pozzuoli, alla quale infatti lo riferisce

Felice Hemmerlin che nel 1426 aveva visitato Napoli[287]. Con lievi

varianti esso ritrovasi nella poesia, già citata, di Enrico da Müglin

(XIV sec.)[288], e ad esso certamente allude Fazio degli Uberti

quando, descrivendo il suo passaggio da Roma a Napoli, rammenta nel

_Dittamondo_[289]

«quella fabbricata e lunga strada

che di Virgilio fa parlare assai.»

L'Aliprando mescolando com'ei fa la leggenda e le notizie storiche, ci

conduce ad occuparci della biografia virgiliana che porta il nome di

Donato. Come io già feci notare nella prima parte di quest'opera[290],

questa biografia contiene interpolazioni di diverso genere, le più di

origine affatto letteraria, taluna di origine popolare. Quanto v'ha

di estraneo all'attività propria e reale del poeta, si riduce ad un

racconto nel quale Virgilio figura come un savio che principalmente

si fa notare da Augusto per la sua abilità in fatto di mascalcia.

Generalmente la ricompensa che Augusto gli facea dare consisteva

in pane, trattandolo come uno stalliere qualsivoglia. Avendo egli

un giorno perfettamente indovinato da quali genitori provenisse

un cavallo. Augusto che avea qualche dubbio sulla propria origine,

volle mettere il talento di lui alla prova, interrogandolo su di ciò.

Virgilio rispose ch'ei doveva essere figlio d'un fornaio, e richiesto

da che lo deducesse, soggiunse ch'ei se ne accorgeva dalle ricompense

che aveva da lui ricevute. Ognun vede che qui trattasi piuttosto di una

risposta più o meno spiritosa, che di un fatto in cui Virgilio figuri

come mago. Il solo rapporto che vi troviamo coll'idea fondamentale

della leggenda, è la sapienza quasi soprannaturale del poeta per la

quale anche in fatto di mascalcia sa cose che altri non avrebber

saputo. Da ciò il Roth argomenta che questo racconto possa essere

stato introdotto nella biografia di Virgilio in Italia, da qualche

napoletano, nella prima metà del XII secolo. Noi invece crediamo che

ciò sia accaduto in epoca assai più recente. Il Roth nota egli stesso

che l'aneddoto non s'incontra in esemplari di Donato anteriori al XV

secolo, e che in un codice di Berna del X secolo esso manca affatto;

di più, lo stesso aneddoto ricorre attribuito ad un savio greco nel

_Novellino_ (seconda metà del secolo XIII)[291] e ricorre pure nelle

_Mille ed una notte_[292]. Noi aggiungiamo che Buonamente Aliprando,

il quale fa tanto uso di quella biografia, ignora affatto l'aneddoto,

e che questo non si incontra attribuito a Virgilio in veruno scrittore

anteriore al secolo XV, che parli o no di Virgilio mago; mentre se,

come crede il Roth, fra questo racconto e il cavallo di bronzo della

leggenda napoletana ci fosse qualche rapporto, l'aneddoto dovrebbe pur

trovarsi presso gli scrittori che riferiscono leggende virgiliane.

Dopo tutte queste considerazioni a me par difficile persuadersi che

l'aneddoto possa essere stato introdotto nella biografia virgiliana

prima del secolo XV[293]. Comunque sia, certo è che esso sta da sè,

e che quella biografia mentre si è ingrossata con racconti d'origine

puramente letteraria, pochissimo ha subìto l'influenza delle leggende

d'origine popolare. Piuttosto essa ha servito, come abbiam veduto,

a dar qualche notizia a taluni scrittori di leggende virgiliane, i

quali ne hanno fatto uso adattandola ai loro intenti. In qualche altra

biografia del poeta scritta in latino per uso scolastico, in questa

ultima epoca del medio evo, si ritrova anche più apertamente l'idea

del mago e dell'astrologo, ma senza grandi sviluppi. In una biografia

latina inedita che già ebbi occasione di citare[294], Virgilio è

detto grande mago, medico e astrologo, e viene descritta la mirabile

_Salvatio Romae_ a lui attribuita.

Gittando uno sguardo su tutto questo che abbiamo notato intorno alla

leggenda virgiliana in Italia, noi possiamo conchiudere che nel nostro

paese essa non prese mai quelle proporzioni a cui giunse all'estero.

La parte di essa che meglio trovò passo fra noi, fu l'avventura della

cesta che, raccomandata dalla morale o dal burlesco, fece il giro

dell'Europa. All'infuori di questo racconto, che, come abbiam visto,

riconosce un'origine affatto separata dal resto della leggenda, il

Virgilio mago e diabolico è fra noi un'eco vaga di quanto ripetesi al

di fuori, piuttostochè un tipo riccamente caratterizzato come lo è

altrove. Nel XIV secolo, mentre la leggenda avea avuto fuori quello

sviluppo che abbiamo veduto, l'autore della _Cronica di Partenope_

non ne sa gran cosa di più di quello se ne raccontava a Napoli prima

che la leggenda si diffondesse in Europa. Boccaccio conosce appena

due o tre fatti della leggenda napoletana; l'Aliprando, infine, sul

principio del secolo XV non ha del Virgilio mago che una idea mal

determinata e rozzamente contradittoria, mentre ignora la massima parte

della leggenda, tanto napoletana che estera. Nè la _Cronica_ inoltre

nè l'Aliprando, nel narrare fatti leggendari, perdono mai di vista il

Virgilio poeta, contrariamente a ciò che vediamo accadere presso tanti

altri all'estero. Nel XVI secolo poi troviamo un fatto che mostra come

in Italia poco piacesse veder mescolato il nome del poeta a quelle

fiabe. L'anonimo scrittore dei _Compassionevoli avvenimenti_ di Erasto

nel rifare il testo del _Roman des sept Sages_ che avea sott'occhio,

riferisce bensì il fatto del fuoco inestinguibile e l'altro dello

specchio maraviglioso che in quello trovava, ma in pari tempo sopprime

il nome di Virgilio ed a Roma sostituisce Rodi. E veramente ben si

può intendere come poco potessero quei racconti prosperare fra noi,

quando si rifletta come fra noi appunto avesse luogo in quell'epoca il

risorgimento degli studi classici. Quanto meglio si venivano studiando

gli antichi scrittori con metodo serio, e nella realtà dell'esser loro,

svincolandosi dalla cieca ammirazione tradizionale, tanto più si veniva

dissipando l'aureola fittizia o leggendaria di cui il medio evo ne avea

attorniato il nome. È chiaro adunque che essendo noi stati i primi

a rialzare accesa la face del sapere, le leggende virgiliane dovean

bruciarsi le ali fra di noi, e tenersi a distanza, solo in piccola

parte circolando timidamente, a mala pena protette dalla superstizione,

o dal burlesco.

Virgilio nel Medio Evo, vol. II · 第 17 / 64 题