CAPITOLO VIII.

Coloro i quali sostengono che di molto vada debitrice la donna al

cristianesimo e alla cavalleria, evidentemente vogliono farsi illusione

in favore di questi agenti storici, contro l'autorità dei fatti.

L'ideale della santa e quello della dama degli antichi romanzi, sono

prodotti d'idee utopistiche affatto inconciliabili coll'ordine sociale.

Ognuno può domandarsi che cosa diverrebbe la società umana se ogni

donna fosse una santa Teresa od una Isotta; due opposti egualmente

esiziali per essa come quelli che, quantunque in modo diverso, ne

escludono il principale fondamento, la famiglia. Gran bisogno delle

inesauribili forze sue ebbe nel medio evo l'umanità, costretta a

lottare contro questi due potenti principi: l'uno de' quali avrebbe

voluto cambiarla in un vasto eremo dove la famiglia cessasse e

rimanesse l'individuo puro e semplice, l'altro in una casa di dementi

posti in continua opposizione colla morale e col senso comune. Da un

lato i padri e gli scrittori ecclesiastici ad una voce encomiavano il

celibato, come quello fra gli stati dell'uomo che solo è capace di

condurre a perfezione: dottrina non solo assurda, ma eminentemente

immorale perchè egoistica, perchè contraria alla prima base della

società umana, e perchè tale che pone il perfezionamento umano in

aperta contradizione colle leggi naturali e sociali e coll'esistenza

stessa dell'umanità. L'aver santificato il matrimonio, che a molti

sembra uno dei grandi meriti della chiesa cristiana, fa l'effetto di

una derisione a chi conosce il medio evo ed ha veduto dappresso tutta

quella immensa falange di uomini autorevoli, che ad ogni occasione il

matrimonio e la donna pongono in iscredito colla voce, coll'esempio e

collo scritto. Dall'altro lato e per via opposta, alle stesse mortifere

conseguenze spingeva la cavalleria, fiaccando ogni saldezza dei

vincoli coniugali, privando la donna della prima base su di cui possa

riposare la dignità sua, che è l'onestà ed il rispetto di sè stessa.

Così avveniva che, ad onta di certe purissime imagini presentate

dall'hagiografia e dalla leggenda cristiana, ad onta degli incensi

prodigati al sesso femminile nei romanzi, nei tornei e nelle corti

d'amore, in verun'altra epoca fosse la donna più turpemente insultata,

beffata, svillaneggiata di quello fu nel medio evo, cominciando dai

più serii scritti dei teologi e scendendo fino alla poesia ed al

teatro da piazza. Una incredibile quantità di racconti e di aneddoti,

spesso triviali ed osceni, la cacciavano nel fango e, quel che oggi

pare impossibile, non figurano soltanto nei repertori dei giullari che

avevano il solo scopo di divertire, ma nei repertori dei predicatori

che li narravano dal pergamo col pretesto di cavarne una morale

qualsiasi, ma spesso in realtà, giullari in cocolla, per far ridere

anch'essi[206]. Chi conosce quei repertori spiega lo sdegno del nostro

poeta che grida:

«Ora si va con motti e con iscede

A predicare, e pur che ben si rida,

Gonfia il cappuccio, e più non si richiede.»

A questo spirito persecutore è informata tutta la parte più antica

della leggenda virgiliana che si riferisce a donne. Nel primo e

più comune racconto in cui Virgilio figura come innamorato, egli è

posto in relazione con una giovane figlia di un imperatore di Roma.

La viva fiamma che gli arde in petto non solo non è corrisposta, ma

incontra grandissima crudeltà nell'oggetto amato, che non resiste alla

tentazione di farsi beffe del grande uomo. Fingendo di accettare la

sua dichiarazione e di piegarsi ai suoi voti, la giovane gli propose

di introdurlo nascostamente nelle proprie stanze, facendolo tirar su di

notte dentro una cesta fino alla finestra della torre da essa abitata.

Tutto gioia, Virgilio accettò; e all'ora designata corse a mettersi

nella cesta che trovò pronta appuntino, e con sua grande soddisfazione

non tardò a sentirsi sollevare in aria. E fino ad un certo punto la

cosa andava bene; ma giunta la cesta a mezza strada lì si fermò e vi

rimase fino a giorno. Grandi furono le risa e il chiasso che fece la

mattina appresso il popolo romano, a cui Virgilio era notissimo, quando

vide un sì grave personaggio in quella pensile situazione. Nè qui

finiva la cosa: chè, informato di tutto l'imperatore, Virgilio messo a

terra di grave pena era minacciato, se coll'arte sua non avesse saputo

sottrarvisi. Ma lo smacco rimaneva, e l'oltraggio non era perdonabile.

La vendetta ch'egli immaginò fu terribile. Ei fece che il fuoco tutto

quanto era in Roma si spegnesse a un tratto, notificando che, chi ne

volesse, soltanto sulla persona della figlia dell'imperatore avrebbe

potuto procurarsene, e che il fuoco così ottenuto non si potrebbe

comunicare dall'uno all'altro, ma ognuno dovesse prenderne direttamente

nel modo indicato. Fu duopo piegarsi ai voleri del mago. La figlia

dell'imperatore posta sulla pubblica piazza nella più indescrivibile

posizione, dovette soggiacere a quel lungo supplizio: i Romani riebbero

il fuoco e Virgilio fu vendicato.

Questa novella consta di due parti distinte che in essa trovansi

riunite, ma che esistettero anche separate: quella cioè della burla e

quella della vendetta. Virgilio non figura veramente come mago che in

quest'ultima. La prima appartiene al vasto ciclo dei racconti relativi

alle astuzie femminili, ed esprime l'idea che non v'ha grandezza d'uomo

a cui la malizia donnesca non si mostri superiore, come la stessa idea

esprimevano mille altri racconti comunissimi nel medio evo, taluni

desunti dalla storia sacra e profana e dalle tradizioni dell'antichità,

altri totalmente leggendari. Cominciando da Adamo, David, Sansone,

Ercole, Ippocrate, Aristotele e mille altri illustri figuravano nella

lunga lista delle vittime degli inganni muliebri. Alcuni di questi

non faceano che prestare un nome illustre ad un racconto favoloso, e

se a ciò avean soggiaciuto Ippocrate e Aristotele, non poteva a meno

di soggiacervi Virgilio, celeberrimo qual'era per infinita sapienza.

Citiamo come esempio i seguenti versi francesi d'anonimo:

«Par femme fut Adam deceu

et Virgile moqué en fu,

David en fist faulx jugement

et Salemon faulx testament;

Ypocras en fu enerbé,

Sanson le fort deshonnoré;

femme chevaucha Aristote,

il n'est rien que femme n'assote»[207]

Eustachio Deschamps (XIV sec.) scrive anch'egli:

«Par femme fu mis à destruction

Sanxes li fort et Hercules en rage,

ly roy Davis à redargucion,

si fut Merlins soubz le tombel en caige;

nul ne se puet garder de leur langaige.

Par femme fut en la corbaille à Romme

Virgile mis, dont ot moult de hontaige.

Il n'est chose que femme ne consumme»[208].

E più tardi Bertrando Desmoulins nel suo _Rosier des Dames_ faceva dire

alla Verità:

«Que fist à Sanson Dalida

quant le livra aux Philistins,

n'à Hercules Dejanira

quant le fict mourir par venins?

une femme par ses engins

ne trompa-elle aussi Virgile

quant à uns panier il fut prins

et puis pendu emmy la ville?[209]»

E questa idea e questi esempi sono un luogo comune della poesia

satirica, morale e burlesca nelle varie letterature d'Europa dal sec.

XIII al XVI, di cui si potrebbero citare saggi innumerevoli[210]. Ad

Aristotele era toccato un racconto d'origine orientale, secondo il

quale il filosofo sarebbesi assoggettato a portare il basto per volere

d'una donna da lui amata[211]. Ad Ippocrate toccò in un _Fabliau_[212]

quella stessa avventura della cesta che toccò anche a Virgilio, e che a

quest'ultimo rimase poi attribuita in modo assai più permanente[213].

Ma anche senza il nome di Virgilio nè d'Ippocrate, essa costituisce

il soggetto di una novella del Fortini[214], di un canto popolare

tedesco[215] e d'uno francese tuttora vivente[216].

La seconda parte affatto staccata dalla prima, incontrasi nella

letteratura europea più secoli innanzi ch'essa fosse attribuita a

Virgilio. Essa ricorre in un antico testo degli _Atti_ di S. Leone

taumaturgo[217], ov'è attribuita ad un mago Eliodoro vissuto in Sicilia

nell'VIII secolo. Questi atti sono tradotti dal greco, ed il racconto è

certamente d'origine orientale. Infatti noi lo ritroviamo con varianti

di poco momento, in una storia dei Khan mongoli del Turkestan e della

Transossiana, scritta in persiano e tradotta dal Defréméry[218] e in un

aneddoto che serve di fondamento ad un proverbio arabo[219]. Certamente

esso si divulgò, con altre leggende e novelle, fra i bizantini; in un

libro neogreco del secolo scorso troviamo la prima e la seconda parte

riunite, riferite ambedue all'imperatore Leone il filosofo[220]. E

prima che ambedue le parti attribuite a Virgilio si fondessero assieme,

ricorre applicata a lui questa seconda solamente. Il più antico esempio

che io ne conosca, è quella poesia, già da me citata, del trovatore

Giraud de Calançon, non posteriore al 1220, nella quale, fra gli altri

fatti di Virgilio che il giullare deve conoscere, è annoverato anche

quello «del fuoco ch'ei seppe estinguere» (del foc que saup escantir).

Poi nella _Image du monde_ tutta la seconda parte dell'avventura è

narrata senza la prima. Non sarebbe impossibile però che questa si

fosse unita al nome di Virgilio in un'epoca anteriore anche all'idea

del mago, e quindi indipendentemente dalla seconda. Infatti in essa

Virgilio figura soltanto come uomo di grande sapienza, e il suo

gran nome serve a renderla più ridicola come novella, più autorevole

come esempio. La seconda parte che ad essa fu aggiunta, quantunque

dapprima sembri adattarvisi assai bene, pure lascia troppo visibile la

commettitura. Virgilio che in essa figura come potentissimo mago, non è

certamente tale nella prima, nella quale non sa nè prevedere la burla,

nè sottrarvisi.

Così riunite le due parti in un solo racconto, questo ricorre in

un testo latino del XIII secolo[221] e nella Cronica universale di

Ians Enenkel[222]. Poi si ripresenta nel _Renart contrefait_ e in un

gran numero di scritti dei secoli XIV, XV e XVI, francesi e tedeschi

particolarmente, ma parecchi anche inglesi, spagnoli e italiani. Anche

fra le _Rimur_ islandesi ve ne ha una[223] che narra lo sfregio e la

vendetta, ma lo sfregio è doppio poichè la donzella dopo aver burlato

Virgilio colla cesta lo riduce anche a servirle da cavalcatura,

come altri narrarono di Aristotele. Indipendentemente da quelli che

ne parlano insieme alle altre leggende virgiliane, i più narrano o

richiamano questo racconto, particolarmente nella sua prima parte,

con molti altri, nel declamare da burla o sul serio contro le donne

e i peccati carnali. Così il poeta spagnuolo Juan Ruiz de Hita(1313)

riferisce quel fatto a proposito del _Pecado de Luxuria_. Più tardi

però ai tempi di Ferdinando e Isabella, quando appunto Diego de

Santo Pedro nel suo _Carcel de amor_ diceva, propugnando la causa

delle donne, che: «le donne ci dotano delle virtù teologali non meno

che delle cardinali e più che gli apostoli ci rendono cattolici»

l'avventura di Virgilio era citata in vilipendio delle donne in un

poemetto spagnuolo di cui neppure il titolo si può citare[224].

Combinato così colla morale, quel racconto non solo fu ripetuto

a sazietà nella letteratura[225], ma fu spessissimo rappresentato

dall'arte, e fin nelle chiese posto sott'occhio ai fedeli, scolpito in

marmo, in legno, in avorio[226]. Servì pure di soggetto a molte pitture

e incisioni, delle quali talune appartengono ad artisti illustri

come Luca di Leida, Giorgio Pencz, Sadeler, Hopfer, Sprengel e più

altri[227].

In Italia il più antico scrittore che, a mia notizia, racconti questa

novella col nome di Virgilio è, oltre all'Aliprando di cui parleremo in

seguito, il Sercambi (1347-1424) che la riferisce nella sua cronica,

dalla quale essa fu già estratta e pubblicata a Lucca[228]. La fama

del fatto era tanto diffusa, che si finì col designare una delle varie

torri di Roma come quella che fu testimone della scena. Così spiego il

nome di _Torre di Virgilio_ dato in Roma alla torre dei Frangipani[229]

e l'aneddoto stesso introdotto nella versione tedesca del _Mirabilia_

del secolo XV, ed in uno scritto, parimenti tedesco e dello stesso

secolo, intorno alle sette chiese principali di Roma[230]. Quel capo

ameno del Berni annovera[231] fra le antichità che «pellegrini o romei»

andavano a vedere a Roma:

«E la torre ove stette in due cestoni

Virgilio spenzolato da colei.»

Enea Silvio nel suo _De Euryalo et Lucretia_ (1440), cita la prima

parte dell'avventura come avvertimento morale. Come imprecazione però,

fra le altre mille, figura essa nella _Murtoleide_:

«Possa come Virgilio in una cistola

Dalla fenestra in giù restar pendente.»

Nei testi a stampa dell'antico poemetto italiano _Il padiglione di

Carlomagno_ leggesi la seguente ottava:

«Ancora si vede Aristotil storiare

E quella femmina che l'ingannò,

Che come femmina lo facea filare

E come bestia ancor lo cavalcò,

E 'l morso in bocca gli facea portare,

E tutto lo suo senno gli mancò;

Da l'altra parte Virgilio si mirava

Che nel cestone a mezza notte stava»[232].

E molti altri testi italiani dei secoli XV e XVI potrebbero citarsi che

provano come quell'avventura virgiliana fosse allora così popolarmente

conosciuta qui come altrove. Mi limito a citare, perchè inedita, una

_Canzone morale in disprezzo d'amore_[233] che leggesi in un codice

magliabechiano del secolo XV, nella quale agli esempi di Giove,

Aristotele, Salomone ecc. si aggiunge quello di Virgilio:

«Lett'hai d'una donzella che ingannava

Virgilio collocato in una cesta,

E fuor della finestra

Attaccato lasciollo infino a giorno.»

In un poemetto inedito contro amore, pur di quell'epoca, leggiamo:

«E tu Virgilio parasti le botte

Che sanno dar le donne a' loro amanti.

Tu ti pensasti rimetter le dotte

Con colei che ti fea inganni tanti.

A casa sua tu andasti una notte

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Fatto lo 'mposto cenno, ella fu presta,

E pianamente aperse la finestra.

Con una fune una cesta legoe,

Per dimostrare di farti contento,

E fuor della finestra la mandoe

Dove tu eri e tu v'entrasti drento;

Tirotti a mezza via e poi t'appiccoe

A un arpion per tuo maggior tormento

E fino al giorno istesti appiccato,

Dal popolo e da lei fosti beffato.»[234]

Nicolò Malpiglio in una canzone per Nicolò d'Este[235] scriveva,

parlando ad amore:

«El Mantuan poeta nel canestro

Pose quest'altra cui tu lusingasti

E non ti vergognasti

Dar di tanta virtù solazzo al volgo.»

Nel _Contrasto delle donne_ di Antonio Pucci[236], fra i numerosi

esempi favorevoli e contrari al bel sesso, si rammenta in due ottave

quello di Virgilio:

«Diss'una che Virgilio avia 'n balìa:

— Vieni stasera, ed entra nella cesta

E collerotti a la camera mia. —

Ed ei v'entrò, ed ella molto presta

Il tirò su; quando fu a mezza via

Il canape attaccò, e quivi resta;

E la mattina quando apparve il giorno

Il pose in terra con suo grande scorno.

_Risp_. Virgilio avea costei tanto costretta

Per molti modi con sua vanitade

Ch'ella pensò di farli una beffetta

A ciò che correggiesse sua retade;

E fe' quel che tu dì non per vendetta

Ma per difender la sua castitade;

Ver'è che poi, con sua grande scienza,

Fece andar sopra lei aspra sentenza.»

In altra poesia assai più antica, forse del XIII sec., nei _Proverbi

sulla natura delle donne_[237] lo stesso fatto è attribuito al filosofo

Antipatro:

«D'Antipatol filosofo udisti una rasone

Con la putana en Roma ne fe derisone

Q'entr'un canestro l'apese ad un balcone

Ogni Roman vardavalo con el fose un briccone.»

Così pure l'arte italiana di quel tempo spesso tolse a soggetto questo

fatto della leggenda. Una stampa d'ignoto autore, ma d'antica scuola

italiana, rappresenta la beffa e la vendetta, colla seguente scritta

che è desunta dalle due ottave del Pucci sopra riferite:

«Essendo la mattina chiaro il giorno

Il pose in terra con suo grande scorno;

Ver'è che poi, con sua gran sapienza

Contr'a costei mandò aspra sentenza.»[238]

Una pittura di Perin del Vaga rappresentante la scena della vendetta fu

riprodotta da E. Vico in una incisione che porta la data di Roma 1542

e la scritta: «Virgilium eludens meritas dat foemina poenas»[239]. In

un manoscritto dei _Trionfi_ del Petrarca, esistente nella biblioteca

Laurenziana, una miniatura che illustra il Trionfo d'Amore rappresenta

quattro fra le più illustri vittime dell'alato Dio: Ercole che fila,

Sansone tosato, Aristotele col basto e Virgilio nella cesta[240].

Esiste tuttora vivente sulla bocca del popolo un racconto simile a

Sulmona, ma in esso la vittima è Ovidio, che veramente per le sue

poesie e avventure galanti lo meritò più di Virgilio[241].

La seconda parte della novella trovasi in uno dei tanti libretti

popolari italiani che si ristampano continuamente e si diffondono fra

la plebe. Essa però non è riferita a Virgilio ma ad altro mago, Pietro

Barliario (scambiato a torto da taluni con Pietro Abelardo)[242], il

quale, come Virgilio, più d'un fatto prodigioso ereditò dall'antico

mago Eliodoro:

«Adirato si parte indi comanda

A' demoni che tosto abbiano spento

Tutto il fuoco che fosse in ogni banda,

Fosse da loro estinto in un momento.

Onde per compir l'opera nefanda

La donna fè pigliar con gran tormento,

E in piazza fu portata di repente,

Nuda, parea che ardesse in fiamme ardente.

Correa il popol tutto in folta schiera

A provveder di fuoco le lor case.

Fra le piante di quella in tal maniera

Sorgea la fiamma, onde ciascun rimase.

E l'uno a l'altro darlo invano spera

Chè presto si smorzava; intanto sparse

La Dea ch'ha cento bocche un gran romore

E l'avviso n'andò al governatore.»

Questo racconto, nato, come abbiam veduto fuori d'Italia, non era il

solo che ponesse il mago Virgilio in rapporto col sesso femminile. —

Residui di alcune antiche idee del mondo greco-romano e orientale, e

più ancora le usanze nazionali proprie dei barbari invasori, resero nel

medio evo familiare e comune, anche nella parte più nobile dell'Europa,

l'idea fondamentale e l'uso dei giudizi di Dio; secondo i quali la

divinità era chiamata a far trionfare, per mezzo di un miracolo, il

vero ed il giusto. Nello scredito in cui la donna era caduta, queste

forme di giuramento[243] rimanevano sempre fra i mezzi coi quali

era chiamata a giustificare la propria condotta. Se la fantasia dei

gelosi assai feconda si mostrava nel trovare difficili generi di

prove, più feconda era in ciò la fantasia dei novellatori, romanzieri

e moralisti e di quanti da burla o sul serio perseguitassero il sesso

femminile, i quali nello scopo di mostrare che non c'era prova o

terribile giuramento che una donna non sapesse deludere, inventavano

a provar ciò, aneddoti d'ogni sorta. In questo l'Europa avea il torto

di trovarsi d'accordo coll'oriente, e quindi di accettare racconti

beffardi e disonorevoli per la donna, quali di là, dove la sua

condizione era ed è la più bassa possibile, provenivano.

Ad uno di questi, che fu assai in voga in oriente e in Europa, fu

mescolato il nome di Virgilio, sempre assecondando l'idea inerente

all'avventura della cesta, quella cioè della più grande sapienza

umana insufficiente contro le astuzie femminili. Virgilio[244],

secondo questo racconto, fece in Roma una figura di pietra colla

bocca aperta; le persone chiamate a dar prova della loro castità o

fedeltà coniugale ponevano la mano in quella bocca, e se mentivano

eran sicure di lasciarvi dentro le dita. Una donna però che avea una

relazione illecita, chiamata a giustificarsi con questa prova dal

marito venuto in sospetto, trovò modo di renderla vana. Disse al suo

amante che, preso abito e maniere di pazzo, si trovasse là dove il

giuramento doveva aver luogo, e appena la vedesse arrivare, corresse

a lei e folleggiando l'abbracciasse. Così fu; essa finse sdegnarsi di

quell'atto, ma il marito e gli astanti, trattandosi di un povero pazzo,

non ne fecero caso. Allora la donna giurò che mai in vita sua non avea

sofferto abbracciamenti di altr'uomo che di suo marito e di quel pazzo

che tutti aveano visto abbracciarla; e siccome era ciò la pura verità,

la sua mano uscì intatta dalla terribile bocca. Virgilio, a cui nulla

si celava, accortosi dell'inganno, dovette confessare che le donne la

sapevano più lunga di lui.

Questo racconto, cambiati i nomi e le circostanze locali, trovasi

tal quale nel _Çukasaptati_, libro di novelle indiano, e nella

storia di _Ardschi Bordschi Chan_, libro mongolico d'origine indiana

(_Sinhâsanadvâtrinçat_)[245]. In Europa però esso era già noto da tempi

assai antichi; trovo in Macrobio un aneddoto (desunto certamente da

antichi scrittori latini) il quale, ad eccezione dell'elemento amoroso,

è del tutto simile a questo[246]. Come astuzia di donna galante,

circolò poi in Europa indipendentemente dal nome di Virgilio, anche

dopo che questo nome gli era stato da taluni narratori applicato. Ne

abbiamo esempio nel romanzo francese di Tristano[247], nelle novelle

di Straparola, in quelle di Celio Malispini, nel _Mambriano_ del

Cieco da Ferrara[248], nel _Patrañuelo_ di Timoneda ecc. ecc.[249].

Il più antico scritto, a mia conoscenza, in cui si trovi applicato a

Virgilio, è una poesia anonima tedesca, della prima metà del secolo

XIV, intitolata: «di una effigie in Roma che strappava coi denti le

dita alle donne adultere»[250]. Il racconto così attribuito a Virgilio

e localizzato a Roma, riferivasi ad un monumento che ivi esiste tuttora

in Santa Maria in Cosmedin e chiamasi _Bocca della verità_. È un

antico mascherone da fontana, o da sbocco d'acqua piovana, di cui il

_Mirabilia_ dice che era considerato come una bocca che pronunziava

oracoli. Una iscrizione postavi dappresso nel 1632 asserisce che servì

a giurare ponendovi dentro la mano, il che è confermato dal titolo

di _Bocca della verità_ dato anche alla piazza adiacente e che di

certo[251] risale al medio evo. Tutto ciò spiega come si arrivasse a

dire che quel fatto fosse accaduto a Roma appunto alla _Bocca della

verità_, e questa si considerasse quindi come opera di Virgilio.

Infatti nella versione tedesca del _Mirabilia_ fatta nel XV secolo,

è introdotta a proposito di quella pietra la menzione di Virgilio e

dell'aneddoto per cui poi la pietra perdette la sua efficacia[252].

Virgilio nel Medio Evo, vol. II · 第 16 / 64 题