Coloro i quali sostengono che di molto vada debitrice la donna al
cristianesimo e alla cavalleria, evidentemente vogliono farsi illusione
in favore di questi agenti storici, contro l'autorità dei fatti.
L'ideale della santa e quello della dama degli antichi romanzi, sono
prodotti d'idee utopistiche affatto inconciliabili coll'ordine sociale.
Ognuno può domandarsi che cosa diverrebbe la società umana se ogni
donna fosse una santa Teresa od una Isotta; due opposti egualmente
esiziali per essa come quelli che, quantunque in modo diverso, ne
escludono il principale fondamento, la famiglia. Gran bisogno delle
inesauribili forze sue ebbe nel medio evo l'umanità, costretta a
lottare contro questi due potenti principi: l'uno de' quali avrebbe
voluto cambiarla in un vasto eremo dove la famiglia cessasse e
rimanesse l'individuo puro e semplice, l'altro in una casa di dementi
posti in continua opposizione colla morale e col senso comune. Da un
lato i padri e gli scrittori ecclesiastici ad una voce encomiavano il
celibato, come quello fra gli stati dell'uomo che solo è capace di
condurre a perfezione: dottrina non solo assurda, ma eminentemente
immorale perchè egoistica, perchè contraria alla prima base della
società umana, e perchè tale che pone il perfezionamento umano in
aperta contradizione colle leggi naturali e sociali e coll'esistenza
stessa dell'umanità. L'aver santificato il matrimonio, che a molti
sembra uno dei grandi meriti della chiesa cristiana, fa l'effetto di
una derisione a chi conosce il medio evo ed ha veduto dappresso tutta
quella immensa falange di uomini autorevoli, che ad ogni occasione il
matrimonio e la donna pongono in iscredito colla voce, coll'esempio e
collo scritto. Dall'altro lato e per via opposta, alle stesse mortifere
conseguenze spingeva la cavalleria, fiaccando ogni saldezza dei
vincoli coniugali, privando la donna della prima base su di cui possa
riposare la dignità sua, che è l'onestà ed il rispetto di sè stessa.
Così avveniva che, ad onta di certe purissime imagini presentate
dall'hagiografia e dalla leggenda cristiana, ad onta degli incensi
prodigati al sesso femminile nei romanzi, nei tornei e nelle corti
d'amore, in verun'altra epoca fosse la donna più turpemente insultata,
beffata, svillaneggiata di quello fu nel medio evo, cominciando dai
più serii scritti dei teologi e scendendo fino alla poesia ed al
teatro da piazza. Una incredibile quantità di racconti e di aneddoti,
spesso triviali ed osceni, la cacciavano nel fango e, quel che oggi
pare impossibile, non figurano soltanto nei repertori dei giullari che
avevano il solo scopo di divertire, ma nei repertori dei predicatori
che li narravano dal pergamo col pretesto di cavarne una morale
qualsiasi, ma spesso in realtà, giullari in cocolla, per far ridere
anch'essi[206]. Chi conosce quei repertori spiega lo sdegno del nostro
poeta che grida:
«Ora si va con motti e con iscede
A predicare, e pur che ben si rida,
Gonfia il cappuccio, e più non si richiede.»
A questo spirito persecutore è informata tutta la parte più antica
della leggenda virgiliana che si riferisce a donne. Nel primo e
più comune racconto in cui Virgilio figura come innamorato, egli è
posto in relazione con una giovane figlia di un imperatore di Roma.
La viva fiamma che gli arde in petto non solo non è corrisposta, ma
incontra grandissima crudeltà nell'oggetto amato, che non resiste alla
tentazione di farsi beffe del grande uomo. Fingendo di accettare la
sua dichiarazione e di piegarsi ai suoi voti, la giovane gli propose
di introdurlo nascostamente nelle proprie stanze, facendolo tirar su di
notte dentro una cesta fino alla finestra della torre da essa abitata.
Tutto gioia, Virgilio accettò; e all'ora designata corse a mettersi
nella cesta che trovò pronta appuntino, e con sua grande soddisfazione
non tardò a sentirsi sollevare in aria. E fino ad un certo punto la
cosa andava bene; ma giunta la cesta a mezza strada lì si fermò e vi
rimase fino a giorno. Grandi furono le risa e il chiasso che fece la
mattina appresso il popolo romano, a cui Virgilio era notissimo, quando
vide un sì grave personaggio in quella pensile situazione. Nè qui
finiva la cosa: chè, informato di tutto l'imperatore, Virgilio messo a
terra di grave pena era minacciato, se coll'arte sua non avesse saputo
sottrarvisi. Ma lo smacco rimaneva, e l'oltraggio non era perdonabile.
La vendetta ch'egli immaginò fu terribile. Ei fece che il fuoco tutto
quanto era in Roma si spegnesse a un tratto, notificando che, chi ne
volesse, soltanto sulla persona della figlia dell'imperatore avrebbe
potuto procurarsene, e che il fuoco così ottenuto non si potrebbe
comunicare dall'uno all'altro, ma ognuno dovesse prenderne direttamente
nel modo indicato. Fu duopo piegarsi ai voleri del mago. La figlia
dell'imperatore posta sulla pubblica piazza nella più indescrivibile
posizione, dovette soggiacere a quel lungo supplizio: i Romani riebbero
il fuoco e Virgilio fu vendicato.
Questa novella consta di due parti distinte che in essa trovansi
riunite, ma che esistettero anche separate: quella cioè della burla e
quella della vendetta. Virgilio non figura veramente come mago che in
quest'ultima. La prima appartiene al vasto ciclo dei racconti relativi
alle astuzie femminili, ed esprime l'idea che non v'ha grandezza d'uomo
a cui la malizia donnesca non si mostri superiore, come la stessa idea
esprimevano mille altri racconti comunissimi nel medio evo, taluni
desunti dalla storia sacra e profana e dalle tradizioni dell'antichità,
altri totalmente leggendari. Cominciando da Adamo, David, Sansone,
Ercole, Ippocrate, Aristotele e mille altri illustri figuravano nella
lunga lista delle vittime degli inganni muliebri. Alcuni di questi
non faceano che prestare un nome illustre ad un racconto favoloso, e
se a ciò avean soggiaciuto Ippocrate e Aristotele, non poteva a meno
di soggiacervi Virgilio, celeberrimo qual'era per infinita sapienza.
Citiamo come esempio i seguenti versi francesi d'anonimo:
«Par femme fut Adam deceu
et Virgile moqué en fu,
David en fist faulx jugement
et Salemon faulx testament;
Ypocras en fu enerbé,
Sanson le fort deshonnoré;
femme chevaucha Aristote,
il n'est rien que femme n'assote»[207]
Eustachio Deschamps (XIV sec.) scrive anch'egli:
«Par femme fu mis à destruction
Sanxes li fort et Hercules en rage,
ly roy Davis à redargucion,
si fut Merlins soubz le tombel en caige;
nul ne se puet garder de leur langaige.
Par femme fut en la corbaille à Romme
Virgile mis, dont ot moult de hontaige.
Il n'est chose que femme ne consumme»[208].
E più tardi Bertrando Desmoulins nel suo _Rosier des Dames_ faceva dire
alla Verità:
«Que fist à Sanson Dalida
quant le livra aux Philistins,
n'à Hercules Dejanira
quant le fict mourir par venins?
une femme par ses engins
ne trompa-elle aussi Virgile
quant à uns panier il fut prins
et puis pendu emmy la ville?[209]»
E questa idea e questi esempi sono un luogo comune della poesia
satirica, morale e burlesca nelle varie letterature d'Europa dal sec.
XIII al XVI, di cui si potrebbero citare saggi innumerevoli[210]. Ad
Aristotele era toccato un racconto d'origine orientale, secondo il
quale il filosofo sarebbesi assoggettato a portare il basto per volere
d'una donna da lui amata[211]. Ad Ippocrate toccò in un _Fabliau_[212]
quella stessa avventura della cesta che toccò anche a Virgilio, e che a
quest'ultimo rimase poi attribuita in modo assai più permanente[213].
Ma anche senza il nome di Virgilio nè d'Ippocrate, essa costituisce
il soggetto di una novella del Fortini[214], di un canto popolare
tedesco[215] e d'uno francese tuttora vivente[216].
La seconda parte affatto staccata dalla prima, incontrasi nella
letteratura europea più secoli innanzi ch'essa fosse attribuita a
Virgilio. Essa ricorre in un antico testo degli _Atti_ di S. Leone
taumaturgo[217], ov'è attribuita ad un mago Eliodoro vissuto in Sicilia
nell'VIII secolo. Questi atti sono tradotti dal greco, ed il racconto è
certamente d'origine orientale. Infatti noi lo ritroviamo con varianti
di poco momento, in una storia dei Khan mongoli del Turkestan e della
Transossiana, scritta in persiano e tradotta dal Defréméry[218] e in un
aneddoto che serve di fondamento ad un proverbio arabo[219]. Certamente
esso si divulgò, con altre leggende e novelle, fra i bizantini; in un
libro neogreco del secolo scorso troviamo la prima e la seconda parte
riunite, riferite ambedue all'imperatore Leone il filosofo[220]. E
prima che ambedue le parti attribuite a Virgilio si fondessero assieme,
ricorre applicata a lui questa seconda solamente. Il più antico esempio
che io ne conosca, è quella poesia, già da me citata, del trovatore
Giraud de Calançon, non posteriore al 1220, nella quale, fra gli altri
fatti di Virgilio che il giullare deve conoscere, è annoverato anche
quello «del fuoco ch'ei seppe estinguere» (del foc que saup escantir).
Poi nella _Image du monde_ tutta la seconda parte dell'avventura è
narrata senza la prima. Non sarebbe impossibile però che questa si
fosse unita al nome di Virgilio in un'epoca anteriore anche all'idea
del mago, e quindi indipendentemente dalla seconda. Infatti in essa
Virgilio figura soltanto come uomo di grande sapienza, e il suo
gran nome serve a renderla più ridicola come novella, più autorevole
come esempio. La seconda parte che ad essa fu aggiunta, quantunque
dapprima sembri adattarvisi assai bene, pure lascia troppo visibile la
commettitura. Virgilio che in essa figura come potentissimo mago, non è
certamente tale nella prima, nella quale non sa nè prevedere la burla,
nè sottrarvisi.
Così riunite le due parti in un solo racconto, questo ricorre in
un testo latino del XIII secolo[221] e nella Cronica universale di
Ians Enenkel[222]. Poi si ripresenta nel _Renart contrefait_ e in un
gran numero di scritti dei secoli XIV, XV e XVI, francesi e tedeschi
particolarmente, ma parecchi anche inglesi, spagnoli e italiani. Anche
fra le _Rimur_ islandesi ve ne ha una[223] che narra lo sfregio e la
vendetta, ma lo sfregio è doppio poichè la donzella dopo aver burlato
Virgilio colla cesta lo riduce anche a servirle da cavalcatura,
come altri narrarono di Aristotele. Indipendentemente da quelli che
ne parlano insieme alle altre leggende virgiliane, i più narrano o
richiamano questo racconto, particolarmente nella sua prima parte,
con molti altri, nel declamare da burla o sul serio contro le donne
e i peccati carnali. Così il poeta spagnuolo Juan Ruiz de Hita(1313)
riferisce quel fatto a proposito del _Pecado de Luxuria_. Più tardi
però ai tempi di Ferdinando e Isabella, quando appunto Diego de
Santo Pedro nel suo _Carcel de amor_ diceva, propugnando la causa
delle donne, che: «le donne ci dotano delle virtù teologali non meno
che delle cardinali e più che gli apostoli ci rendono cattolici»
l'avventura di Virgilio era citata in vilipendio delle donne in un
poemetto spagnuolo di cui neppure il titolo si può citare[224].
Combinato così colla morale, quel racconto non solo fu ripetuto
a sazietà nella letteratura[225], ma fu spessissimo rappresentato
dall'arte, e fin nelle chiese posto sott'occhio ai fedeli, scolpito in
marmo, in legno, in avorio[226]. Servì pure di soggetto a molte pitture
e incisioni, delle quali talune appartengono ad artisti illustri
come Luca di Leida, Giorgio Pencz, Sadeler, Hopfer, Sprengel e più
altri[227].
In Italia il più antico scrittore che, a mia notizia, racconti questa
novella col nome di Virgilio è, oltre all'Aliprando di cui parleremo in
seguito, il Sercambi (1347-1424) che la riferisce nella sua cronica,
dalla quale essa fu già estratta e pubblicata a Lucca[228]. La fama
del fatto era tanto diffusa, che si finì col designare una delle varie
torri di Roma come quella che fu testimone della scena. Così spiego il
nome di _Torre di Virgilio_ dato in Roma alla torre dei Frangipani[229]
e l'aneddoto stesso introdotto nella versione tedesca del _Mirabilia_
del secolo XV, ed in uno scritto, parimenti tedesco e dello stesso
secolo, intorno alle sette chiese principali di Roma[230]. Quel capo
ameno del Berni annovera[231] fra le antichità che «pellegrini o romei»
andavano a vedere a Roma:
«E la torre ove stette in due cestoni
Virgilio spenzolato da colei.»
Enea Silvio nel suo _De Euryalo et Lucretia_ (1440), cita la prima
parte dell'avventura come avvertimento morale. Come imprecazione però,
fra le altre mille, figura essa nella _Murtoleide_:
«Possa come Virgilio in una cistola
Dalla fenestra in giù restar pendente.»
Nei testi a stampa dell'antico poemetto italiano _Il padiglione di
Carlomagno_ leggesi la seguente ottava:
«Ancora si vede Aristotil storiare
E quella femmina che l'ingannò,
Che come femmina lo facea filare
E come bestia ancor lo cavalcò,
E 'l morso in bocca gli facea portare,
E tutto lo suo senno gli mancò;
Da l'altra parte Virgilio si mirava
Che nel cestone a mezza notte stava»[232].
E molti altri testi italiani dei secoli XV e XVI potrebbero citarsi che
provano come quell'avventura virgiliana fosse allora così popolarmente
conosciuta qui come altrove. Mi limito a citare, perchè inedita, una
_Canzone morale in disprezzo d'amore_[233] che leggesi in un codice
magliabechiano del secolo XV, nella quale agli esempi di Giove,
Aristotele, Salomone ecc. si aggiunge quello di Virgilio:
«Lett'hai d'una donzella che ingannava
Virgilio collocato in una cesta,
E fuor della finestra
Attaccato lasciollo infino a giorno.»
In un poemetto inedito contro amore, pur di quell'epoca, leggiamo:
«E tu Virgilio parasti le botte
Che sanno dar le donne a' loro amanti.
Tu ti pensasti rimetter le dotte
Con colei che ti fea inganni tanti.
A casa sua tu andasti una notte
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Fatto lo 'mposto cenno, ella fu presta,
E pianamente aperse la finestra.
Con una fune una cesta legoe,
Per dimostrare di farti contento,
E fuor della finestra la mandoe
Dove tu eri e tu v'entrasti drento;
Tirotti a mezza via e poi t'appiccoe
A un arpion per tuo maggior tormento
E fino al giorno istesti appiccato,
Dal popolo e da lei fosti beffato.»[234]
Nicolò Malpiglio in una canzone per Nicolò d'Este[235] scriveva,
parlando ad amore:
«El Mantuan poeta nel canestro
Pose quest'altra cui tu lusingasti
E non ti vergognasti
Dar di tanta virtù solazzo al volgo.»
Nel _Contrasto delle donne_ di Antonio Pucci[236], fra i numerosi
esempi favorevoli e contrari al bel sesso, si rammenta in due ottave
quello di Virgilio:
«Diss'una che Virgilio avia 'n balìa:
— Vieni stasera, ed entra nella cesta
E collerotti a la camera mia. —
Ed ei v'entrò, ed ella molto presta
Il tirò su; quando fu a mezza via
Il canape attaccò, e quivi resta;
E la mattina quando apparve il giorno
Il pose in terra con suo grande scorno.
_Risp_. Virgilio avea costei tanto costretta
Per molti modi con sua vanitade
Ch'ella pensò di farli una beffetta
A ciò che correggiesse sua retade;
E fe' quel che tu dì non per vendetta
Ma per difender la sua castitade;
Ver'è che poi, con sua grande scienza,
Fece andar sopra lei aspra sentenza.»
In altra poesia assai più antica, forse del XIII sec., nei _Proverbi
sulla natura delle donne_[237] lo stesso fatto è attribuito al filosofo
Antipatro:
«D'Antipatol filosofo udisti una rasone
Con la putana en Roma ne fe derisone
Q'entr'un canestro l'apese ad un balcone
Ogni Roman vardavalo con el fose un briccone.»
Così pure l'arte italiana di quel tempo spesso tolse a soggetto questo
fatto della leggenda. Una stampa d'ignoto autore, ma d'antica scuola
italiana, rappresenta la beffa e la vendetta, colla seguente scritta
che è desunta dalle due ottave del Pucci sopra riferite:
«Essendo la mattina chiaro il giorno
Il pose in terra con suo grande scorno;
Ver'è che poi, con sua gran sapienza
Contr'a costei mandò aspra sentenza.»[238]
Una pittura di Perin del Vaga rappresentante la scena della vendetta fu
riprodotta da E. Vico in una incisione che porta la data di Roma 1542
e la scritta: «Virgilium eludens meritas dat foemina poenas»[239]. In
un manoscritto dei _Trionfi_ del Petrarca, esistente nella biblioteca
Laurenziana, una miniatura che illustra il Trionfo d'Amore rappresenta
quattro fra le più illustri vittime dell'alato Dio: Ercole che fila,
Sansone tosato, Aristotele col basto e Virgilio nella cesta[240].
Esiste tuttora vivente sulla bocca del popolo un racconto simile a
Sulmona, ma in esso la vittima è Ovidio, che veramente per le sue
poesie e avventure galanti lo meritò più di Virgilio[241].
La seconda parte della novella trovasi in uno dei tanti libretti
popolari italiani che si ristampano continuamente e si diffondono fra
la plebe. Essa però non è riferita a Virgilio ma ad altro mago, Pietro
Barliario (scambiato a torto da taluni con Pietro Abelardo)[242], il
quale, come Virgilio, più d'un fatto prodigioso ereditò dall'antico
mago Eliodoro:
«Adirato si parte indi comanda
A' demoni che tosto abbiano spento
Tutto il fuoco che fosse in ogni banda,
Fosse da loro estinto in un momento.
Onde per compir l'opera nefanda
La donna fè pigliar con gran tormento,
E in piazza fu portata di repente,
Nuda, parea che ardesse in fiamme ardente.
Correa il popol tutto in folta schiera
A provveder di fuoco le lor case.
Fra le piante di quella in tal maniera
Sorgea la fiamma, onde ciascun rimase.
E l'uno a l'altro darlo invano spera
Chè presto si smorzava; intanto sparse
La Dea ch'ha cento bocche un gran romore
E l'avviso n'andò al governatore.»
Questo racconto, nato, come abbiam veduto fuori d'Italia, non era il
solo che ponesse il mago Virgilio in rapporto col sesso femminile. —
Residui di alcune antiche idee del mondo greco-romano e orientale, e
più ancora le usanze nazionali proprie dei barbari invasori, resero nel
medio evo familiare e comune, anche nella parte più nobile dell'Europa,
l'idea fondamentale e l'uso dei giudizi di Dio; secondo i quali la
divinità era chiamata a far trionfare, per mezzo di un miracolo, il
vero ed il giusto. Nello scredito in cui la donna era caduta, queste
forme di giuramento[243] rimanevano sempre fra i mezzi coi quali
era chiamata a giustificare la propria condotta. Se la fantasia dei
gelosi assai feconda si mostrava nel trovare difficili generi di
prove, più feconda era in ciò la fantasia dei novellatori, romanzieri
e moralisti e di quanti da burla o sul serio perseguitassero il sesso
femminile, i quali nello scopo di mostrare che non c'era prova o
terribile giuramento che una donna non sapesse deludere, inventavano
a provar ciò, aneddoti d'ogni sorta. In questo l'Europa avea il torto
di trovarsi d'accordo coll'oriente, e quindi di accettare racconti
beffardi e disonorevoli per la donna, quali di là, dove la sua
condizione era ed è la più bassa possibile, provenivano.
Ad uno di questi, che fu assai in voga in oriente e in Europa, fu
mescolato il nome di Virgilio, sempre assecondando l'idea inerente
all'avventura della cesta, quella cioè della più grande sapienza
umana insufficiente contro le astuzie femminili. Virgilio[244],
secondo questo racconto, fece in Roma una figura di pietra colla
bocca aperta; le persone chiamate a dar prova della loro castità o
fedeltà coniugale ponevano la mano in quella bocca, e se mentivano
eran sicure di lasciarvi dentro le dita. Una donna però che avea una
relazione illecita, chiamata a giustificarsi con questa prova dal
marito venuto in sospetto, trovò modo di renderla vana. Disse al suo
amante che, preso abito e maniere di pazzo, si trovasse là dove il
giuramento doveva aver luogo, e appena la vedesse arrivare, corresse
a lei e folleggiando l'abbracciasse. Così fu; essa finse sdegnarsi di
quell'atto, ma il marito e gli astanti, trattandosi di un povero pazzo,
non ne fecero caso. Allora la donna giurò che mai in vita sua non avea
sofferto abbracciamenti di altr'uomo che di suo marito e di quel pazzo
che tutti aveano visto abbracciarla; e siccome era ciò la pura verità,
la sua mano uscì intatta dalla terribile bocca. Virgilio, a cui nulla
si celava, accortosi dell'inganno, dovette confessare che le donne la
sapevano più lunga di lui.
Questo racconto, cambiati i nomi e le circostanze locali, trovasi
tal quale nel _Çukasaptati_, libro di novelle indiano, e nella
storia di _Ardschi Bordschi Chan_, libro mongolico d'origine indiana
(_Sinhâsanadvâtrinçat_)[245]. In Europa però esso era già noto da tempi
assai antichi; trovo in Macrobio un aneddoto (desunto certamente da
antichi scrittori latini) il quale, ad eccezione dell'elemento amoroso,
è del tutto simile a questo[246]. Come astuzia di donna galante,
circolò poi in Europa indipendentemente dal nome di Virgilio, anche
dopo che questo nome gli era stato da taluni narratori applicato. Ne
abbiamo esempio nel romanzo francese di Tristano[247], nelle novelle
di Straparola, in quelle di Celio Malispini, nel _Mambriano_ del
Cieco da Ferrara[248], nel _Patrañuelo_ di Timoneda ecc. ecc.[249].
Il più antico scritto, a mia conoscenza, in cui si trovi applicato a
Virgilio, è una poesia anonima tedesca, della prima metà del secolo
XIV, intitolata: «di una effigie in Roma che strappava coi denti le
dita alle donne adultere»[250]. Il racconto così attribuito a Virgilio
e localizzato a Roma, riferivasi ad un monumento che ivi esiste tuttora
in Santa Maria in Cosmedin e chiamasi _Bocca della verità_. È un
antico mascherone da fontana, o da sbocco d'acqua piovana, di cui il
_Mirabilia_ dice che era considerato come una bocca che pronunziava
oracoli. Una iscrizione postavi dappresso nel 1632 asserisce che servì
a giurare ponendovi dentro la mano, il che è confermato dal titolo
di _Bocca della verità_ dato anche alla piazza adiacente e che di
certo[251] risale al medio evo. Tutto ciò spiega come si arrivasse a
dire che quel fatto fosse accaduto a Roma appunto alla _Bocca della
verità_, e questa si considerasse quindi come opera di Virgilio.
Infatti nella versione tedesca del _Mirabilia_ fatta nel XV secolo,
è introdotta a proposito di quella pietra la menzione di Virgilio e
dell'aneddoto per cui poi la pietra perdette la sua efficacia[252].