Ed ora possiamo farci a dir qualcosa in succinto dell'ultima fase per
cui passò la leggenda all'estero. Come abbiamo già detto, quest'ultima
fase doveva essere una specie di sintesi delle antecedenti, e come
la risultante di esse; e tale fu realmente. Riunite e sviluppate in
un'ampia biografia, trovansi le leggende virgiliane nella cronica
liegese di Jean d'Outremeuse intitolata _Myreur des histors_[295].
Questa cronica è una compilazione tolta da molti scrittori (di varie
epoche fino al sec. XIV) che l'autore stesso nomina in principio e
da molti altri che non nomina; particolarmente in ciò che concerne
la storia antica, è un enorme guazzabuglio d'ogni sorta di leggende
e di fantasticherie innumerevoli. La biografia di Virgilio trovasi
in essa mescolata con altri racconti che l'interrompono a quando a
quando, poichè l'autore non dimentica che, scrivendo una cronica,
prima sua guida devono essere le date; ed a queste tiene talmente che,
non avendole, le inventa; il che, trattandosi per lo più di leggende,
gli avviene nella massima parte dei casi. Nondimeno lasciando a parte
tutte le date immaginarie che la legano e la mescolano al resto,
quella biografia può benissimo considerarsi come un lavoro staccato che
l'autore ha composto separatamente prima di distribuirne le varie parti
nella cronica secondo le date. E questo lavoro è curiosissimo a più
d'un riguardo.
L'autore ha avuto sott'occhio l'_Image du monde_ principalmente, ed
oltre a questa altri testi francesi e latini nei quali si parlava di
maraviglie virgiliane. Egli ha cercato di riunire più fatti leggendari
che potesse, talvolta anche dando come fatti diversi due o più versioni
di uno stesso fatto[296]. Altri fatti ha aggiunto del suo, altri ha
sviluppati con un lavoro di fantasia che poteva esser meglio impiegato.
In tutto questo però egli ha cercato di tener più lontano che fosse
possibile il personaggio reale, e si è guardato bene dal fare come
l'Aliprando ed altri, che mescolano le notizie tratte da Donato alle
leggende. Il Virgilio ch'egli ci presenta offre tre differenti aspetti,
tutti e tre leggendari, cioè il mago, il profeta di Cristo, il galante.
L'esclusione di ogni fatto storico è tanto più notevole che essa è
fatta di proposito, poichè l'autore era senza alcun dubbio uomo da
conoscere le poesie e le antiche biografie virgiliane, e nel suo lavoro
si vede chiaro ch'egli s'è dato da fare per accumular più notizie che
poteva. Se poi egli ha tenuto ad allontanare ogni idea che rammentasse
in modo troppo preciso il personaggio storico, ha anche rincarato
sul personaggio leggendario, spingendo al massimo grado tutto quanto
potesse caratterizzarlo nei tre aspetti summentovati.
La scena dei fatti di Virgilio riman sempre Roma e Napoli, ma la sua
origine non è italiana: Virgilio era figlio di Gorgilio re di Bugia
in Libia. Partito in cerca d'avventure, arrivò nel regno dei Latini
dove il re, che era zio di Giulio Cesare, tanto gli parlò di Roma,
che s'invaghì d'andarvi e vi andò. Tedioso però ed inutile sarebbe
riferire qui tutta la farragine di bizzarre e balorde fantasticherie
che trovansi ammassate in questa biografia. Noterò solamente quanto
può servire a mostrare il rapporto di essa colle leggende che già
conosciamo, in modo generale. — Tutto quanto abbiamo riferito intorno
a Virgilio mago era più che sufficiente a caratterizzarlo con colori
assai vivi come tale, e quindi Jean d'Outremeuse non avea bisogno per
questo lato di aggiungere gran cosa a quanto aveva raccolto da varie
parti. Nondimeno egli alcune cose ha aggiunto, talune delle quali
non servono che ad aumentare in qualche modo il grandioso del genere
di vita che la magia dovea procurare a Virgilio. Così, fra le altre,
nuova è l'aggiunta di certi desinari che dà il mago, nei quali, per
divertimento degli invitati, egli fa eseguire dai suoi folletti ogni
sorta di giuochi e di beffe ridicole[297].
Molto più notevole è lo sviluppo che Jean d'Outremeuse ha dato all'idea
di Virgilio profeta di Cristo. Abbiamo veduto altrove come e quando
nascesse questa idea, di origine non popolare, ma poi divenuta tale.
Alle leggende relative a Virgilio mago essa veramente non si mescolò
che poco[298], quantunque non mancassero taluni contatti da noi già
notati; ma Jean d'Outremeuse, che in questo genere faceva di ogni erba
fascio, s'incarica di mescolarcela per bene. S'era detto che Virgilio
nel riferire le parole della Sibilla avesse servito di testimonio alla
fede, senza saperlo; ma s'era anche detto da qualcuno ch'egli coi noti
versi della quarta ecloga intendesse realmente profetare il Cristo.
Jean d'Outremeuse va più oltre, e siccome non pare che ami parlare dei
versi del poeta, come quelli che ricorderebbero il personaggio reale,
egli non rammenta nè quei versi nè la Sibilla, ma introduce Virgilio a
fare ogni sorta di sermoni ai Romani ed anche agli Egiziani, nei quali
non si contenta di predire la venuta di Cristo, ma entra in tutti i
particolari della vita e morte del Salvatore, spiega l'unità di Dio, la
trinità e tutti gli articoli del _Credo_, e così converte molti alla
fede che dovea venire. Tutto ciò non gl'impediva di fare il mago; ma
quando la famosa testa gli predisse la sua morte prossima, allora mandò
in malora tutti i folletti che lo servivano, e s'umiliò dinanzi a Dio
facendo il suo atto di fede, scrisse un libro sulla dottrina cristiana,
diede un ultimo desinare per congedarsi e inculcar nuovamente le
credenze cristiane, si fece anche battezzare in modo provvisorio, e
finalmente si dispose a morire tenendo dinanzi un libro di teologia e
stando seduto su di un seggiolone, sul quale di sua mano avea scolpito
tutti i fatti del nuovo testamento, dall'Annunziazione all'Assunzione.
E così rimase che neppur parea morto, finchè venuto San Paolo in
cerca di lui e tiratolo pel manto, cadde in cenere. L'apostolo pianse
credendolo morto pagano, ma si consolò leggendo il libro ch'ei lasciò
scritto.
Come all'idea del profeta, così Jean d'Outremeuse ha saputo dare grande
sviluppo all'avventura della cesta che, amplificata e modificata,
costituisce il fondo di tutta la parte galante della sua biografia
virgiliana. Poche donne furono così perdutamente innamorate quanto fu
di Virgilio, che pur non avea mai veduto ma di cui molto avea inteso
parlare, la bella Febilla figlia di Giulio Cesare. Tanto cocente ed
irrefrenabile fu questo amore, che posto da banda ogni riguardo,
chiamato a sè Virgilio, l'imperiale donzella gli fece la seguente
troppo disinvolta dichiarazione: «Sire Virgile, dites-moy se vos
aveis amie; car se vos me voleis avoir, je suis vostre por prendre à
femme ou estre vostre amie; s'il vos plaiste.» Virgilio rispose che
veramente, quanto a prendere moglie, non era ne' suoi desiderî, ma che
l'amerebbe volentieri, se così le piaceva. Così incominciò fra loro una
tresca amorosa che durò a lungo. Intanto Virgilio operava prodigi, e
col crescere della sua fama, cresceva in Febilla a dismisura l'amore
e la voglia di chiamarsi sua legittima consorte. Ogni volta però
che Febilla toccasse questo tasto, e ciò accadeva sovente, Virgilio
rispondeva che pel momento aveva altro a pensare, «ilh moy convient
penser à outres chouses», e che i suoi studi non gli permettevano di
ammogliarsi; se però un giorno gli venisse questa voglia, essa sarebbe
la preferita. Ma quel giorno non arrivava mai, e Febilla insisteva;
e Virgilio duro. Finalmente stanca di vedersi rimandare alle calende
greche, un bel giorno inventò una favola del babbo che aveva tutto
scoperto e minacciava terribili punizioni. Non l'avesse mai detto!
Virgilio che la sapeva più lunga di lei, rispose che raccontasse ad
altri quelle fandonie, e che di matrimonio egli non ne voleva sapere;
però se le piacesse, volentieri continuerebbe la loro relazione come
prima. Febilla sdegnata finse accettare, meditando vendetta; disse che
il padre, per impedire ogni rapporto fra loro, voleva rinchiuderla in
una torre; ch'essa però gli proponeva di farlo entrar dalla finestra,
facendolo tirar su in una cesta. E qui ha luogo il fatto che già
conosciamo, ma in modo ben diverso. Jean d'Outremeuse s'è accorto
di ciò che abbiamo notato, che cioè il Virgilio mago della seconda
parte del racconto mal si poteva accordare col Virgilio beffato
della prima; quindi ha introdotto in questa una variante che toglie
la contradizione. Virgilio, secondo il suo racconto, s'accorse della
trappola che gli era tesa, ma per fare che a Febilla succedesse come
ai pifferi di montagna, finse di non accorgersene, e nella cesta fece
entrare uno spirito che animava un fantoccio di sembianza affatto
eguale alla sua. Lo spirito recitò benissimo la sua parte, e quando il
giorno dipoi l'imperatore, chiamato a punire lo scellerato seduttore
di sua figlia, sguainata la spada, diede un gran colpo sul capo al
supposto Virgilio, rimase tutto sconcertato vedendo uscire dalla
ferita, in luogo di sangue, un fumo puzzolente e così denso che i
Romani si trovarono al buio come di notte.
Non contento di ciò, Virgilio se ne andò da Roma portando via il fuoco,
ma mosso dalle preghiere dell'imperatore e del popolo romano, si piegò
a far la pace. Non potè tenersi però dal fare un altro brutto scherzo
alla povera Febilla, poichè dispose in modo coi suoi incanti che tutte
le donne che trovavansi in un certo tempio, si mettessero a proclamare
ad alta voce ogni loro segreto; e fra queste era Febilla, che pare ne
raccontasse delle belle. Intanto ha luogo la morte di Giulio Cesare,
a cui succede Ottaviano, a dispetto della vedova che pretendeva il
trono toccasse a lei. D'accordo colla figlia Febilla, essa cerca il
modo di sbarazzarsi di Ottaviano e di Virgilio, grande ausiliare di
lui. Ma Virgilio, che tutto sa e tutto prevede, organizza col mezzo
dei suoi spiriti una nuova burla, che qui per brevità non raccontiamo,
in seguito della quale le due donne, credendo avere ucciso Ottaviano
e Virgilio, s'accorgono d'avere ucciso due mastini. Virgilio che però
alla burla volea far seguire la punizione, va su tutte le furie quando
sa che le due colpevoli si son dileguate per opera del senato, e,
nell'ira, abbandona Roma per sempre, portando via il fuoco e facendo
sapere ai Romani che se ne vogliono avere vadano a procurarsene sulla
persona di Febilla. Costei costretta a sottoporsi a quel supplizio,
muore di vergogna e di rabbia. E qui finiscono i rapporti di Virgilio
col sesso femminile, secondo il _Mireur des histors_. Della _Bocca
della verità_ parla anche Jean d'Outremeuse, ma dell'aneddoto a questa
relativo non fa parola.
Come i lettori avranno già osservato, Jean d'Outremeuse non ha
fatto che amplificare più che ha potuto i vari dati della leggenda,
riducendola ad un assieme più compatto, ritoccandone e rafforzandone
i tratti principali. Ma questa sua versione rimasta confinata in una
cronica voluminosa e di poco grido, mentre come sintesi ci offre il
quadro di tutto uno stadio della leggenda, rimane un'opera individuale
affatto sprovvista di conseguenze nella vita della leggenda stessa
che non ne subì l'influsso. Infatti il libretto popolare relativo a
Virgilio, che troviamo notissimo e diffuso in Europa fin dal secolo
XVI, ha un carattere affatto diverso da questa versione, colla quale
non ha in comune che alcuni racconti attinti alle stesse sorgenti.
Basta un leggero esame per accorgersi che questo libro è nato
certamente in Francia[299]. Non se ne conoscono manoscritti, ma non
pare che la sua composizione sia anteriore all'invenzione della stampa,
e la più antica versione stampata che se ne conosca è la versione
francese, intitolata: _Les faits merveilleux de Virgille_, della quale
esistono più edizioni rarissime del principio del secolo XVI e due
stampe moderne, anch'esse assai rare[300]. La popolarità di questo
libretto fu tale che passò tradotto a varie nazioni. Se ne conoscono
a stampa tre traduzioni, inglese[301], olandese[302] e tedesca[303],
oltre ad una inedita islandese[304]. Come accade nelle traduzioni dei
libri popolari, queste presentano delle varianti, ma di poca entità,
come quelle che se aggiungono un racconto o ne sostituiscono talvolta
uno ad un altro, non alterano punto il carattere generale del romanzo.
L'idea del profeta, che è tanto sviluppata ed ha sì gran parte nella
favola tessuta da Jean d'Outremeuse, manca totalmente nel libretto
popolare. In questo inoltre, quanto ai fatti maravigliosi operati
da Virgilio, non s'incontra quell'opera d'erudito che offre Jean
d'Outremeuse, il quale ne cerca dappertutto, e non vuole ometter nulla
di quanto ha trovato scritto intorno a ciò. Nei _Faits marveilleux_
una quantità di queste opere, particolarmente di quelle che consistono
in talismani, come la mosca, il cavallo e simili, sono omesse. In
compenso, altre parti della leggenda sono trattate con assai maggior
libertà, di quello lo siano presso Jean d'Outremeuse.
Incomincia il libretto con una leggenda relativa alla fondazione
di Roma e della città di Reims, leggenda che esisteva già
indipendentemente dal libretto virgiliano e che incontriamo nel _Roman
d'Atis et Profilias_[305]. Virgilio nacque da un cavaliere delle
Ardenne, non molto dopo fondata Roma, e quand'ei venne alla luce tutta
Roma tremò. Mentre studiava a Toledo seppe che alla madre erano stati
usurpati i beni, e chiamato da essa, accorse a Roma. Non avendo potuto
ottenere giustizia dall'imperatore[306], egli perseguita i suoi nemici
con incanti, e assalito dall'imperatore stesso nel suo castello, sa
fare in modo colle arti magiche che questi deve rinunziare a fargli
guerra, e deve reintegrarlo nei suoi beni. In questa aggiunta è facile
riconoscere, come idea fondamentale, una reminiscenza di un fatto
biografico tramandato dall'antichità intorno a Virgilio, e ben noto
a chiunque ha letto la prima ecloga. L'avventura della cesta che in
Jean d'Outremeuse ha subito tutti quei cambiamenti che abbiamo visto,
nel libretto rimane intatta. A questa però ed all'aneddoto relativo
alla _Bocca della verità_ (cambiata in questa versione nella bocca
di un serpente di bronzo), sono venuti ad aggiungersi altri fatti
che danno al libretto tutte le caratteristiche del romanzo. Virgilio
era ammogliato; e fra le tante cose di pubblica utilità avea fatto
una statua che si teneva librata in aria ed era visibile da ogni
punto della città. Questa statua avea la proprietà di scacciare da
qualsivoglia donna la vedesse ogni men casto pensiero[307]. Ciò non
parve bello alle Romane, che istigarono la moglie di Virgilio a toglier
di mezzo quell'impaccio; e costei di fatti, in un momento in cui suo
marito era assente, servendosi di un maraviglioso ponte fatto da lui,
la buttò giù. Virgilio tornò, si crucciò, e ripose la statua al posto;
la moglie di nuovo esortata dalle Romane, volle gittarla giù; ma questa
volta il marito la colse sul fatto, e la mandò a raggiungere la statua.
Scoraggiato allora ei rinunziò a lottare colle male voglie femminili:
«pour bien je l'avoye faite (la statue); mais plus ne m'en meslerai et
facent les dames à leur voulentè»[308].
Se anche questo aneddoto è aggiunto agli altri due nello stesso
spirito persecutore del sesso femminile, non così le altre avventure
galanti che a questo fan seguito. Disgustato della moglie, Virgilio si
rammenta d'aver udito parlare di una bellissima figlia del Soldano di
Babilonia. In un baleno arriva presso di lei, la seduce, e la trasporta
per l'aria fino a Roma. Quando però la damigella volle tornare presso
suo padre, egli immediatamente la riportò là dove l'avea presa e
tornò a Roma. Il Soldano chiese alla figlia dove fosse stata e con
chi, e questa raccontò tutto l'accaduto, tranne il nome del rapitore,
a lei ignoto. — Quando egli ritorni, le disse il Soldano, pregalo di
darti alcune frutta del suo paese. — E così essa fece; e il Soldano
conobbe di qual paese fosse il seduttore di sua figlia. Ma ciò non
bastava. — Quando egli ritorni, ingiunse di nuovo il Soldano alla
figliuola, tu farai in modo che, prima di porsi a giacere, beva di
una pozione soporifera che io ti darò; così sapremo chi egli sia. —
Ma la vera ragione di questo agguato, era ch'egli voleva impadronirsi
del seduttore per punirlo. Ed infatti Virgilio e la sua druda presi e
legati e posti in prigione, furon condannati ad essere arsi vivi. Ma il
giorno dell'esecuzione Virgilio fece un incanto tale che al Soldano e
a tutti quanti lì erano parve che il fiume straripato allagasse. Tutti
credendosi sott'acqua e minacciati d'affogare, facevano atto di nuotar
disperatamente, mentre il mago, dinanzi agli occhi loro sollevatosi in
aria, trasportava a Roma la sua bella. Proponendosi di darle marito e
volendo accrescerle la dote, fondò per lei la città di Napoli, tanto
bella, che l'imperatore di Roma, invogliatosi d'averla, l'assediò;
ma Virgilio coi suoi incanti lo costrinse a ritirarsi, e la damigella
allora fu maritata ad un nobile di Spagna che aveva aiutato Virgilio
nella difesa della sua città[309]. In Napoli egli pose una scuola di
negromanzia, fece un ponte per uso dei trafficanti, e molte altre belle
cose, fissandovi la sua dimora finchè morì.
La leggenda per lo innanzi, come abbiam visto, aveva accettato,
aggiungendovi certe circostanze, la tradizione storica relativa alla
morte di Virgilio. Ma a chi compose i _Faits merveilleux_ non parve
degno di un tanto uomo il morire d'una semplice e volgare infiammazione
cerebrale. Secondo la versione francese di questo libretto popolare,
Virgilio un dì, essendosi posto in mare per diporto, fu sorpreso da
una forte burrasca e non si rivide più, nè se ne seppe più nuova. Più
grandioso e più degno della sua vita è il genere di morte che a lui
fa fare la versione inglese, olandese e tedesca. Virgilio accortosi
d'esser vecchio, volle aver ricorso alle sue arti per ringiovanire.
Dopo aver dato tutte le istruzioni necessarie al suo servo fedele, si
fece tagliare a pezzi e salare da costui. Tutto essendo stato eseguito
con esattezza, la cosa procedeva assai bene e la rigenerazione già
cominciava ad effettuarsi. L'imperatore però che, divenuto amico
grande di Virgilio, molto stava in pena non vedendolo da più giorni,
sopraggiunto inopportunamente, ruppe, senza saperlo, l'incanto. Allora
fu visto un fanciullino tutto nudo fare tre volte il giro della tina
che conteneva le carni di Virgilio, gridando: «maledetta l'ora che qui
venisti»; dopo di che sparì, e il poeta rimase morto. Questo racconto
che rammenta l'antica favola di Medea e Pelia, s'incontra non di rado
negli scrittori del medio evo[310] senza il nome di Virgilio, al quale
lo troviamo applicato assai tardi. Per una singolare combinazione esso
fu applicato anche a Paracelso che nelle sue opere parla di Virgilio
mago!
L'avventura colla figlia del Soldano affatto diversa nell'indole
sua da tutte le altre, nelle quali Virgilio figura alle prese colle
astuzie femminili e in guerra col bel sesso, è in questo libretto
un'aggiunta presa certamente, come le altre aggiunte d'altro genere,
da altri racconti popolari[311] e forse da qualche romanza spagnuola.
Certo, benchè da lontano, non ad altro che a questo dei racconti
virgiliani può ravvicinarsi il _Romance de Virgilio_[312] che troviamo
nel _Romancero_ del 1550. In esso il Virgilio della leggenda è appena
riconoscibile; il mago potente e prepotente s'è dileguato, non però
per cedere il posto al profeta, all'enciclopedico e molto meno al
poeta. L'unica caratteristica che rammenti il Virgilio leggendario in
questa romanza è quella dell'innamorato. Virgilio in essa è un buon
_hidalgo_ che punito per una colpa amorosa, sopporta la pena con santa
pazienza, ed in premio della sua rassegnazione ottiene l'oggetto dei'
suoi desideri, da cui è riamato, e con cui si marita in grazia del re e
di monsignore arcivescovo[313]. Riferirò qui la romanza stessa tradotta
pedestremente:
«Comandò il re che Virgilio fosse arrestato e posto in luogo sicuro
per cagione di un tradimento ch'ei commise nel palazzo reale, poichè
fece violenza ad una giovane chiamata donna Isabella. Sette anni lo
tenne in prigione senza che di lui si rammentasse. E una domenica
stando a tavola[314] di lui si rammentò. — Miei cavalieri, e Virgilio?
che n'è di lui? — Allora parlò un cavaliero che a Virgilio portava
affetto: — «prigione lo tiene tua Altezza, in carcere lo tiene.» —
«Su mangiamo, mangiato che avremo si andrà a veder Virgilio.» — Allora
parlò la regina: — «Senza di lui non mangerò io.» — Alle carceri sen
vanno là dove Virgilio sta. — «Che fate qui Virgilio, Virgilio che
fate?» — «Signore, pettino i miei capelli e pettino la mia barba. Qui
mi crebbero e qui dovranno incanutire, che oggi compiono sette anni
da che mi facesti arrestare.» — «Chetati, chetati Virgilio, che a
dieci ne mancano tre.» — «Signore, se l'ordina tua Altezza, tutta la
vita mia ci rimarrò.» — «Virgilio, in premio di tua pazienza verrai a
mangiar meco.» — «Lacere sono le mie vesti, nè così posso presentarmi.»
— «Io te ne darò, Virgilio, io ordinerò che te ne diano.» Ciò piacque
ai cavalieri e piacque alle donzelle, e molto più piacque a una dama
chiamata donna Isabella. Chiamano un arcivescovo e con Virgilio la
maritano. Ei la prende per mano e seco la mena in un verziere.»
Così si chiude la lunga storia delle varie e bizzarre vicende che subì
la grandiosa nominanza del poeta fino a tutto il medio evo. Dopo il
secolo XVI le leggende virgiliane si dileguano e solo ne rimane la
notizia agli eruditi. Il regno della credulità vacillava e cadeva;
le fole e i fantasmi ch'esso generò, nudrì, e accreditò sparivano
dinanzi alla luce viva della ragione e della critica irresistibilmente
progredienti e trionfanti, dinanzi alla filosofia dell'esperienza che
segnava per sempre la via unicamente sicura alla indagine del vero.
Da queste irradiata, la più alta e nobile regione dell'attività umana
liberavasi dai prodotti degli spiriti incolti, dai sogni di un'epoca
di aberrazione, e li eliminava dall'opera del pensiero scientifico
ed artistico. La cosa però non avveniva senza contrasti, e poichè già
propriamente scientifica era la nuova via sulla quale il pensiero si
spingeva, le tracce delle leggende virgiliane incontransi ancora per
qualche tempo in talune opere dotte che hanno per soggetto le scienze
occulte. Già nei secoli XV e XVI Tritemio, Paracelso, Vigenère, Le
Loyer ed altri in opere di tal natura rammentavano le leggende della
magia virgiliana, e ci credevano, ed anche le aumentavano[315]. Poi
nel secolo XVII agitavasi fervidamente la questione se la magia e
la stregoneria fossero veramente cosa reale[316], questione puerile
adesso, ma paurosamente seria quando essa era sollevata dalle
fiamme dei roghi e dalle grida dei torturati; e quelli che opinavano
affermativamente rammentavano talvolta anche la magia virgiliana come
verità storica. Uomini che per la tempra dell'animo e la forma del loro
pensare aderivano ancora al medio evo, non riuscivano a persuadersi
che un _cancelliere_ quale fu Gervasio di Tilbury, avesse potuto
narrare cose non vere[317]. Ma l'assennato e dotto Gabriele Naudé
distruggeva quelle e tante altre simili favole in un libro che rimase
celebre[318], e che oggi può parere opera facile ed ingenua, ma non era
tale allora, nè infatti le mancarono oppositori. Il progresso ulteriore
e il completarsi del rinnovamento intellettuale fece poi dimenticare
a lungo il medio evo e vederlo come cosa lontana, poco degna di
attenzione e poco intelligibile. Le leggende virgiliane rimasero
allora rammentate talvolta dagli eruditi come una curiosità, e come
curiosità si conservavano in talune raccolte di oggetti antichi alcuni
specchi magici ai quali trovavasi attribuito il nome di Virgilio[319].
Nei tempi più prossimi a noi, quando cominciava quel movimento di
studi sul medio evo che tanto ha arricchito e illuminato la scienza
ai nostri giorni, l'idea che si aveva dell'antico poeta latino era
tanto lontana dall'idea medievale che mal s'intendeva come mai quelle
leggende avessero potuto prodursi, e più d'un dotto ricusò di credere
che in esse si trattasse del grande poeta latino, preferendo riferirle
a Virgilio vescovo di Salisburgo, o ad un altro qualunque Virgilio
medievale[320]. L'idea era erronea certamente ed avea contro di sè ogni
sorta di fatti evidenti che è facile rilevare dal nostro volume, certo
però essa era più sbrigativa di quella via lunga e intralciata che noi
abbiam dovuto seguire per intendere nelle sue cause, nella sua natura e
tutto intiero il Virgilio delle menti del medio evo.
In quanto è tradizione orale popolare, le leggende virgiliane non
rimasero vive dopo il medio evo che a Napoli e nel resto dell'Italia
meridionale, ove nacquero prima[321]. Sul Monte Vergine erano in piena
vita nel secolo XVII. Il P. Giordano, abate di quella congregazione, le
accetta come cosa storica, tessendo una strana biografia del poeta, con
opera di erudito, per la quale, oltre alle fonti storiche e leggendarie
già conosciute, si appoggia anche alla tradizione orale, aggiungendo
però anche molto che è evidentemente di sua invenzione[322]. Secondo il
P. Giordano, Virgilio aveva l'idea fissa di intendere il significato
dei libri sibillini, nei quali alludevasi alla venuta di Cristo. I
versi che segnò nella 4.ª ecloga erano desunti da quelli, ma senza
ch'ei ne intendesse il vero valore. Tanto studiò per intenderli e tanto
si rammaricò di non riescire che ne ammalò; per rimettersi in salute
chiese d'andare a Napoli, e Ottaviano lo fece console di questa città.
Per riposarsi delle gravi cure del consolato andò a passare alcuni
giorni in Avella, ove intese parlare del famoso oracolo di Cibele
che allora trovavasi su quel monte che poi fu chiamato Montevergine.
Andò ad interrogarlo sul significato delle profezie sibilline, ma non
ottenne risposta; rinnovò la domanda e l'oracolo disse: «Satis est;
discedite»; importunato però sempre più, l'oracolo rispose: «satis est;
nondum tempus.» Credendo ciò promettesse una risposta per l'avvenire,
Virgilio fecesi una villa su quel monte per dimorarvi e posevi il noto
giardino maraviglioso e medicinale. Ma risposta non ebbe mai; di che
venne in tanta malinconia che sempre gemeva e sospirava. Finalmente
perduta ogni speranza, risolvette di abbandonare i libri sibillini
e darsi alla composizione dell'Eneide e intraprese quel viaggio di
Grecia e d'Asia che gli fu fatale. — In questa narrazione, esposta
molto prolissamente dall'autore, troviamo una combinazione di elementi
storici e leggendari con elementi fantastici del tutto nuovi, dovuti
certamente al P. Giordano, che per essi non cita alcuna autorità orale
o scritta, come suol fare quando può.
A Napoli seguitarono quelle leggende, non senza modificarsi, a vivere
a lungo sulla bocca del popolo, ed ancora al principio di questo
secolo ne fanno menzione parecchi visitatori di quella città[323].
Uno di questi parla di una visita ch'ei fece alla _Scuola di
Virgilio_[324] e riferisce, non sappiamo quanto fedelmente, parte
della sua conversazione con un vecchio pescatore da lui trovato colà
e che dimorava ivi presso. Questi gli diceva: «Si sieda colà su quel
muricciuolo; là soleva sedersi Virgilio. Ivi l'hanno spesso veduto
col libro in mano. Era un uomo bello e florido; con arti magiche avea
saputo conservar la sua gioventù. Su tutti questi muri stavan disegnati
circoli e linee. Qui egli stava col principe Marcello e gl'insegnava i
segreti del mondo degli spiriti. Spesso nelle più orribili tempeste,
quando nessun pescatore ci si sarebbe arrischiato, essi si ponevano
in mare su di una barca. Non v'era rematore che temesse quando egli
trovavasi nella barchetta; e quando più orribilmente imperversava la
tempesta, più si compiaceva di trovarsi qui. Spesso si poneva a stare
su in cima al monte e di là contemplava il golfo. Molte cose furono
da lui scritte colà. Potrebbe darsi che fossero profezie, perchè non
era tempesta ch'ei non predicesse. Ei visitava i giardinieri e gli
agricoltori, dava loro molti utili consigli, ed insegnava loro sotto
quali segni meglio convenisse porre in terra la semenza. Spesso con
potenti parole magiche soleva disperdere la tempesta e la bufera appena
mostrasse venir giù dalla parte del Vesuvio, e per notti intiere lo
vedevano rimanere collo sguardo fisso sul monte, quando fin sul suo
capo sfolgoravano i lampi, probabilmente in tranquillo colloquio con
gli spiriti. — Da lungo tempo si aveva l'idea di fare una strada che da
Napoli passasse pel Posilipo. Ei vi provvide a un tratto. In una notte
i suoi spiriti compirono la strada che va per la grotta scavata nel
monte. Un'altra volta egli giovò ai napoletani in un modo maraviglioso.
Le zanzare si erano tanto moltiplicate in questi luoghi quanto in
Egitto ai tempi di Mosè. Ei fece una grossa mosca d'oro, che al suo
comando sollevatasi in aria scacciò tutti quegli ospiti incomodi. Così
pure una volta tutte le sorgenti e le fonti del regno eran divenute
pericolose per le innumerevoli sanguisughe che v'erano nate; con una
sanguisuga d'oro ch'ei fece e che gittò in una fonte tolse di mezzo
anche questo guaio. —
Il vecchio (aggiunge il viaggiatore) avrebbe ancora continuato a lungo,
ma già si era fatto scuro nella grotta. Lo ringraziai pei suoi racconti
e tornai via[325].
Oggi però anche in Napoli quelle leggende si vanno spegnendo; qualche
giovane dotto napoletano, studioso di cose popolari, mi assicurava
di non averne udito mai nulla; tuttavia qualche traccia ancora se ne
trova, singolarmente presso la grotta di Pozzuoli, ove un popolano
descrivevami la casa che su quel monte ebbe Virgilio, e narravami
come rimanesse forata da quella grotta; un altro diceva, circa uno
de' spiragli che veggonsi in questa, esser quella la finestra da
cui Virgilio era solito parlare colla sua bella. Neppure in altri
luoghi dell'Italia meridionale ed in Sicilia la memoria del grande
mago è ancora estinta. A Borghetto in Sicilia si narrava ancora due
o tre decenni fa una curiosa novella[326] di «Virgillu magu putenti
e putirusu che cummannava l'arti arbolica (diabolica) megghiu
di qualunqui magu,» nella quale vediamo il ricordo vivente della
magia virgiliana mescolato alle reminiscenze dei romanzi popolari
di cavalleria o _Rinaldi_, tanto cari a quegli isolani, e posto in
rapporto Virgilio con Malagigi, il gran mago di quelli. Si narra
che Virgilio era ammogliato per sua sventura con una donna cattiva e
infedele che davagli guai infiniti. Disperato ei si rivolse a Malagigi
che erasi fatto amico ed era «lu chiu forti maestru di cummannari
a spiriti e cavarcari la scupa», e confidategli le sue afflizioni
tanto lo commosse che colui lo iniziò ai segreti dell'arte magica e
al comando dei folletti, come solo mezzo a sottrarsi al dominio di
quella megera, perchè «Senza forza di magarìa, La mugghieri cummanna
e duminia.» Virgilio usò e abusò di questa sua potenza tanto facendo
tormentare la mala donna dai diavoli, che, comunque lo meritasse,
i diavoli stessi, pur costretti ad obbedire, ne erano impietositi;
chè sempre è proprio così «cu' havi virga 'n manu, si jetta allura a
l'abusu di potiri.» Quando però Virgilio venne a morte e l'anima sua
dannata si presentò all'inferno, trovò la porta sbarrata, e i diavoli
tutti d'accordo, temendo la sua prepotenza, ricusarono di riceverlo.
Ciò dispiacque a Malagigi, il quale pensò a provvedere; raccolte le
ossa e l'anima spersa di Virgilio le portò in un'isola vasta e fonda
e le ripose in una sepoltura di pietra grande come una bella casa,
senza coperchio, e dopo fattivi sopra potenti scongiuri, colà le
lasciò. Chi vada a quella sepoltura e guardi le ossa, tosto il cielo si
oscura rannuvolato e lampeggia e tuona e saetta, e il mare si mette in
terribile burrasca ingoiando barche e bastimenti. — In questa novella,
più che il riflesso del Virgilio alle prese col sesso femminile,
d'origine non napoletana, è notevole quello della leggenda, certamente
napoletana e antica, circa le ossa di Virgilio delle quali, come
vedemmo[327] già almeno nel XII secolo, secondo Corrado di Querfurt,
credevasi a Napoli che si trovassero lì presso in un castello tutto
cinto dal mare «e se vengano esposte all'aria si fa subito scuro d'ogni
dove, si ode lo strepito di una tempesta, il mare si commove tutto, si
solleva e mettesi a procellare.»
Quella sapienza maravigliosa e riposta per cui si credette a Napoli
che Virgilio facesse la grotta di Pozzuoli e altre mirabili opere
di utilità pubblica, divenuta stregoneria e già applicata, come
vedemmo[328], in leggende simili a Roma e ad altri luoghi, ritrovasi
ricordata ancora a Taranto nella tradizione popolare che attribuisce a
Virgilio quell'antica opera colossale che è l'acquedotto del Triglio.
Dicesi colà che «lo stregone Virgilio disputava alle streghe il dominio
di Taranto e quindi cercava di affezionarsi i tarantini con opere
ad essi accette. I tarantini in quel tempo erano afflitti da lunga
e penosa siccità, e niente avrebbe potuto essere a loro più gradito
che di avere acqua. Onde Virgilio dalla parte del Triglio cominciò a
costruire un acquedotto e lo condusse a termine in una notte; della
qual cosa furono oltremodo contenti i tarantini. Le streghe dalla parte
loro, non volendo rimanere inferiori al rivale, cominciarono anch'esse
l'acquedotto di Saturo; ma sul far dell'aurora non avevano compiuto
che la metà del condotto quando fu loro annunziato che l'acqua era
già in Taranto per opera di Virgilio a cui la città faceva festa e
plauso»[329].
A quell'estremo lembo d'Italia vedemmo giunta già la rinomanza della
magia virgiliana nel XIII sec., in Ruggieri Pugliese che vi alludeva
dicendo «e saccio tutta l'arte di Virgilio»[330]. Bello è vedere
tuttora vivente colà dopo parecchi secoli la ricordanza di quelle «arti
di Virgilio» a cui alludeva il rozzo benchè aulico poeta della scuola
siculo-provenzale, nel seguente ben più fino, sincero e grazioso canto
d'amore udito sulla bocca di una contadina in un piccol villaggio
presso Lecce, a non molta distanza da Brindisi ove il poeta morì[331]:
«Diu! ci tanissi[332] l'arte da Vargillu!
'Nnanti le porte to' 'nducìa[333] lu mare,
Ca da li pisci me facìa pupillu[334]
'Mmienzu le riti to' enìa[335] 'ncappare;
Ca di l'acelli me facìa cardillu,
'Mmienzu lu piettu to' lu nitu a fare;
E suttu l'umbra de li to' capilli
Enìa de menzugiurnu a rrepusare.»