All'epoca a cui appartengono tutte queste leggende della magia
virgiliana erasi resa popolare l'idea che la Sibilla avesse profetato
la venuta di Cristo. Questa idea nata dapprima fra gli apologeti,
divulgatasi fra i padri e gli scrittori ecclesiastici, erasi fissata in
un modo stabile nel medio evo: uscita dalla letteratura teologica era
giunta a far parte delle nozioni volgari e comuni che accompagnavano
l'idea religiosa, e dal XII secolo in poi la troviamo molto familiare
così ai laici come ai chierici. Frequente è quindi la menzione della
Sibilla anche nelle lettere volgari e romantiche come frequente è quel
personaggio nelle rappresentanze artistiche fino al XVI secolo[159].
Era una di quelle idee più accessibili a tutti, desunte dalla parte
più trita della dottrina cristiana elaborata dai teologi medievali, con
cui la fede affermava sè stessa e su di cui intendeva essere saldamente
appoggiata; ognuno intendeva bene che cosa volesse dire nel notissimo
canto sacro del poeta francescano «teste David cum Sibylla»[160].
Questa grande notorietà data alla Sibilla o alle Sibille che si voglia
dire, era opera della chiesa e risultava dai suoi modi di comunicare
coi fedeli e di porgere ad essi la dottrina religiosa. Singolarmente
l'ammaestramento religioso, la predicazione ed anche quel prodotto
posto di mezzo fra le cerimonie liturgiche e la poesia popolare che
sono le rappresentazioni sacre o Misteri, erano potenti mezzi per la
diffusione di conoscenze e vedute siffatte. Quel drammatizzare credenze
religiose fatto in modo ingenuo, intieramente popolare e scevro da ogni
pretensione letteraria, era istrumento di popolarità che per la natura
sua speciale, e i rapporti che ha colle origini e la storia del teatro
moderno, contribuiva notevolmente ad introdurre quelle idee nelle nuove
letterature che andavansi svolgendo.
Noi vedemmo già come e quanto il nome di Virgilio andasse unito, in
quest'ordine d'idee, a quello della Sibilla, e quanto familiare fosse
ai chierici del medio evo la quarta ecloga pel vaticinio sibillino
che riferivano a Cristo. Virgilio seguì le sorti di questo personaggio
nel suo farsi popolare, tanto più facilmente che anche, per altra via,
era divenuto popolare egli stesso[161]. Nelle prediche, singolarmente
in quelle del Natale, v'era occasione di rammentarne il nome con
quello della Sibilla; nell'arte cristiana di soggetto sacro spesso
dov'era rappresentata la Sibilla lo era anche Virgilio, o almeno
venivano segnate le note parole della quarta ecloga[162]; ed in più
di un Mistero fra gli altri personaggi aveano luogo anche Virgilio
e la Sibilla[163]. Già nell'XI secolo nel noto Mistero latino della
Natività che rappresentavasi nell'abbazia di S. Marziale a Limoges avea
parte Virgilio fra gli altri profeti di Cristo[164]; e similmente in
quello che recitavasi a Reims[165]. Dopo Mosè, Isaia, Geremia, Daniele,
Habacuc, David, Simeone, Elisabetta, Giovanni Battista, il _Procentor_
chiamava Virgilio dicendogli:
«Vates Maro gentilium
Da Christo testimonium»
e Virgilio facevasi innanzi in aspetto e in abito di giovane uomo, e
diceva:
«Ecce polo, demissa solo, nova progenies est.»
Poi a render ciascuno la sua testimonianza venivan chiamati
Nabuchodonosor e la Sibilla; dopo di che il _Procentor_ rivolgevasi ai
Giudei dicendo:
«Iudaea incredula
Cur manes adhuc, inverecunda?»
Simile ufficio ha Virgilio nel Mistero delle Vergini folli[166], ed in
altri Misteri scritti anche in lingue volgari, in tedesco, in olandese
ecc.[167] In una grande composizione drammatica di Arnoldo Immessen
(XV sec), per una singolare inversione di parti, la Sibilla Cumea cita
Virgilio come sua autorità[168].
Non sempre però nei Misteri ha luogo Virgilio; talvolta la Sibilla è
sola a rappresentare i profeti gentili. In un Mistero latino del Natale
la Sibilla conosce la venuta di Cristo dalla stella che guidò i re
magi[169]. Questa stella secondo un antico poeta spagnuolo fu anche
veduta da Virgilio[170].
In ordine a questa idea divenuta popolare e penetrata nel romantismo
ha luogo una produzione leggendaria che, passando per varie forme,
arriva a combinarsi colla leggenda del Virgilio mago. Già alle presunte
disposizioni di Virgilio pel cristianesimo si riferiscono i versi
latini che cantavansi a Mantova, da noi già citati[171], i quali
parlano della visita di S. Paolo al sepolcro del poeta secondo una
leggenda che non è esclusivamente mantovana, e trovasi più estesamente
narrata nella _Image du monde_[172]. San Paolo (così dice questa
leggenda), ch'era uomo di molta dottrina, allorchè venne a Roma,
trovò che di fresco era morto Virgilio, e ne fu dolente; tanto più se
ne addolorò quando nei libri del poeta trovò quei versi che sì bene
applicavansi alla venuta del Salvatore. Vide ch'era un'anima disposta
a diventar cristiana, e deplorò non essere arrivato a tempo per farla
tale:
«Ah! se ge t'éusse trouvé
Que ge t'éusse à Dieu donné!»
come appunto dicono i versi latini. Prese tanto interesse pel morto
poeta che arrivò a scoprire un luogo sotterraneo in cui trovavasi
riposto. La via per arrivarvi era terribile; soffiava un vento
impetuoso, e si udivano tuoni spaventevoli. L'apostolo potè vedere
Virgilio assiso fra due ceri ardenti, tutto attorniato da libri gittati
in terra alla rinfusa; alla volta era appesa una lampada, e dinanzi a
Virgilio stava ritto in piedi un arciere che coll'arco teso la teneva
di mira. Questo si vedeva dal di fuori, ma entrare era difficile,
chè all'ingresso stavano due uomini di bronzo i quali con martelli
d'acciaio facevano dinanzi alla porta un tal continuo martellare che
guai a chi si attentasse a valicare la soglia. Tanto fece l'apostolo
che riuscì a far cessare l'opera di quei martellatori; ma allora
l'arciere scoccò la saetta contro la lampada e tutto cadde in polvere.
San Paolo che avrebbe voluto prendere i libri del poeta, dovè tornare
colle mani vuote.
Fra le leggende relative ai miracoli che precedettero immediatamente
la venuta di Cristo e la fecero presentire ai pagani, celebre è quella
che concerne la chiesa di S. Maria in _Ara coeli_ di Roma. Augusto,
secondo questa leggenda, fece venire a sè un giorno la Sibilla per
interrogarla sugli onori divini che a lui aveva decretati il senato.
La Sibilla risposegli che dal cielo verrebbe il re il quale regnerebbe
in eterno; e tosto si aprirono i cieli ed Augusto vide una vergine di
maravigliosa bellezza seduta su di un altare con un bambino in braccio,
e udì una voce che disse, «questo è l'altare del figlio di Dio.»
L'imperatore si prostrò pregando, e poscia rivelò la visione al senato.
Là dove la visione ebbe luogo, sul Campidoglio, fu poi edificata quella
chiesa che anche oggi porta il nome di S. Maria in _Ara coeli_. Questa
leggenda trovasi già fino dall'VIII secolo in scrittori bizantini;
poi fu introdotta nella _Leggenda aurea_, nel _Gesta romanorum_, nel
_Mirabilia_ e in altri libri molto letti che la resero notissima[173].
L'arte la rappresentò più volte, e frequentemente se ne trova menzione
negli scrittori dal XII secolo in poi. Petrarca ne parla anch'egli in
una sua lettera[174]. Il _Mirabilia_ che riferisce questa leggenda, ne
riferisce un'altra di simile significato e che trovasi pure in altri
scritti dell'epoca[175]. Nel suo palazzo, ov'erano i tempi della Pietà
e della Concordia, Romolo pose una statua d'oro, dicendo: «non cadrà
finchè una vergine non partorisca»; e Cristo nacque e la statua cadde
a terra[176]. Altri riferisce questo fatto al tempio di Pallade, altri
a quello della Pace, che sarebbero caduti quando nacque Cristo; altri
finalmente riferisce il fatto alla _Salvatio Romae_ e la predizione
di esso a Virgilio. Così Alessandro Neckam, dopo aver parlato della
_Salvatio Romae_, soggiunge: «Allorchè veniva interrogato il glorioso
poeta fino a quando gli Dei conserverebbero quel nobile edificio,
soleva rispondere: rimarrà in piedi finchè una vergine non partorisca.
Nell'udir ciò applaudivano e dicevano: dunque rimarrà in eterno. Quando
però nacque il Salvatore dicesi che quel mirabile palagio rovinasse
immantinente[177]. Così la leggenda, coll'introdurvisi del nome di
Virgilio, perde il suo significato primitivo. La parola di Romolo è
un vanto che poi il fatto fece riescir vano; la parola di Virgilio,
dato il rapporto in cui era questo poeta con la Sibilla nella idea
leggendaria, e il suo posto fra i profeti di Cristo, ha valore di
profezia.
Uno sviluppo di questa leggenda, divenuta virgiliana, trovasi in
un poema francese inedito, di cui esiste un esemplare MS. nella
biblioteca di Torino[178]. È una strana rapsodia di più poemi,
due dei quali già noti, che sono il poema di _Vespasiano_ o della
_Vendetta di Gesù contro gli Ebrei_, e la _Gesta dei Lorenesi_[179].
Per congiungere questi due poemi viene intercalato un terzo poema
che serve d'introduzione all'ultimo e narra i fatti di S. Severino,
congiunto genealogicamente con Vespasiano da un lato, con Hervis
e Garin di Lorena dall'altro. Ma il rapsodo non si è contentato di
questo. Nel romanzo di Vespasiano essendo narrata la vendetta della
morte di Cristo, egli ha voluto premettere anche gli antecedenti di
questo fatto, ed ha quindi aggiunto tutto un lungo poema, che comincia
colla creazione del mondo, narra tutti i fatti dell'antico e del nuovo
testamento e finisce colla morte di Cristo. Non ha creduto però dover
esporre direttamente, come desunta dalla Bibbia, ed in proprio nome, la
storia sacra. Ha inventato invece un racconto fondamentale fantastico,
con cui, prendendo per base la leggenda di cui sopra abbiamo parlato,
fa sì che Virgilio sia appunto il narratore di tutta quella lunga
storia. L'unico manoscritto a me noto manca del principio; però quel
che rimane di questa parte basta a farci capire di che cosa si tratta.
Invece del buon Ottaviano o di Romolo, abbiamo qui un _Noirons li
arabis_, un tristo imperatore, rispondente all'ideale di Nerone che
troviamo nelle leggende medievali, adoratore del diavolo e di Maometto,
personaggio intieramente fantastico, il quale edifica in onore de'
suoi Dei un palagio votivo tutto ricco e splendente d'oro e di gemme;
poi fa venire a sè Virgilio, e gli domanda: «tu che tutto sai, dimmi
quanto durerà il mio palagio!» — Virgilio risponde: «durerà finchè una
vergine non partorisca.» — «Dunque durerà in eterno, chè quel che tu
dici non sarà mai.» — «Eppure un giorno sarà» soggiunge Virgilio. E
infatti trent'anni dopo nasce Cristo e il palazzo di Nerone rovina.
Grande ira di Nerone che fa chiamare Virgilio, e: «dunque, dice, tu
sapevi che questa vergine partorirebbe; perchè non me l'hai detto?»
E Virgilio entra a parlargli della nuova fede e ne nasce un alterco:
chè Nerone di questa non vuol saperne. Infine l'imperatore stabilisce
che abbia luogo una disfida fra di loro; quello dei due che vincerà
taglierà la testa all'altro. Virgilio accetta, ma desidera, prima di
scendere nell'arringo, dare una corsa a casa sua a vedere la sua gente
e Ippocrate e i sapienti amici e parenti suoi. E va, e li riunisce
tutti ed espone loro il suo caso. Ippocrate si dà a cercare ne' suoi
libri e trova tutto quanto concerne la venuta di Gesù; comunica il
tutto a Virgilio, il quale, fornito di questa invincibile armatura,
parte sicuro del fatto suo. Nerone s'accorge che il suo avversario
porta seco armi troppo poderose, prevede la propria fine, e dichiara
a Virgilio l'essere proprio. Gli narra l'antica storia di _Lucibello_
o di _Lucifero_ e degli angeli ribelli cambiati in demoni: dice che
egli è uno di questi; parla della loro missione sulla terra, della
edificazione di Babilonia e di altre simili cose. Virgilio gli risponde
ponendosi di piè fermo a narrare tutta la storia sacra, cominciando
dalla creazione del mondo. Qui il rapsodo arrivato al suo scopo,
sciorina giù un profluvio di versi a migliaia, perdendo affatto di
vista Virgilio, e dimenticando anche alla fine di dirci come terminò la
sfida fra Nerone e Virgilio; v'ha però in fondo una scena finale che
ha luogo in inferno, nella quale parlano Nerone e Maometto, e da cui
si desume che Nerone fu decapitato da Virgilio. — Questo poema, anche
nella forma, è una delle più goffe cose che si possano immaginare.
Pel rapporto leggendario di Virgilio col Cristianesimo si connette
con questa fantasticheria del trovero francese quella di un tedesco
quasi contemporaneo, l'autore del _Reinfrit von Braunschweig_[180],
col quale si accorda in ciò anche chi scrisse la _Tenzone poetica di
Wartburgo_ (Wartburgkrieg)[181]. Ecco la leggenda, quale si desume
da queste due composizioni tedesche. Sulla Montagna della Calamita
(_Magnetberg, Agetstein_, di cui è spesso menzione in queste poesie
germaniche medievali)[182] stavasi un gran negromante, principe
babilonese o greco, di nome Zabulon (Diavolo) il quale già avea letto
nelle stelle la venuta del Salvatore 1200 anni prima che questa avesse
luogo, e adoperava tutte le sue arti per impedirla o allontanarla. Egli
fu l'inventore della negromanzia e dell'astrologia e scrisse su tal
materia più libri, sempre con questi mirando allo scopo sopra detto. I
milledugento anni erano già quasi passati, e fra i viventi trovavasi
Virgilio, uomo pieno di virtù, il quale per beneficare altrui erasi
ridotto in grande miseria. Virgilio seppe di questo Zabulon e delle
sue arti e del suo malvolere; e tosto si mise in mare e navigò verso il
Monte della Calamita. Grazie all'aiuto datogli da uno spirito che era
stato racchiuso in forma di mosca in un rubino che ornava un anello,
Virgilio arrivò ad impadronirsi dei libri e dei tesori del mago; e
intanto i milledugento anni si compivano e la Vergine partoriva Gesù.
Così la primitiva idea del Virgilio profeta di Cristo, modificandosi e
passando per fasi diverse, veniva a combinarsi con una delle leggende
relative alla magia virgiliana, quella che narrava come Virgilio fosse
divenuto mago, ossia come si fosse procurato il libro che gli comunicò
la conoscenza di quelle arti[183]. Riconosciamo qui il libro di _ars
notoria_ che, secondo il racconto di Gervasio, era stato trovato da
quel tale inglese nel sepolcro di Virgilio, e che qui diviene il libro
di Zabulon, come presso altri diviene il libro negromantico scritto da
Salomone, il quale com'è noto ha gran parte nella letteratura della
magia. Nella tenzone poetica di Wartburgo parlasi di questo libro
di Zabulon con grande fatica conquistato da Virgilio[184]. — Ma la
leggenda trovasi in altre versioni spoglia di ogni rapporto colla
venuta di Cristo.
Verso la stessa epoca Enenkel nel suo _Weltbuch_ narra in qual
modo Virgilio, questo «figlio dell'inferno»[185] com'ei dice, si
procacciasse le straordinarie sue cognizioni magiche. Mentre un giorno
lavorava in una vigna, approfondò tanto la zappa nella terra che giunse
a scoprire una bottiglia nella quale trovavansi racchiusi 12 diavoli.
La tolse su e si rallegrò del suo trovato. Allora parlò un di quei
diavoli e disse che s'ei li mettesse in libertà gl'insegnerebbero
ogni sorta di arti segrete. «Insegnatemele prima, rispose Virgilio,
e prometto di liberarvi.» E coloro insegnarongli tutta la magia, ed
ei ruppe la bottiglia e li lasciò andar liberi. Enrico da Müglin,
che visse verso la metà del sec. XIV, pose in versi anch'egli questo
fatto in una forma più prossima alla versione del _Reinfrit_, ma senza
parlare neppure egli della venuta di Cristo[186]. Virgilio parte da
Venezia per far fortuna in compagnia di altri, e si mette in mare
alla volta della Montagna della Calamita[187]. Colà trova uno spirito
chiuso in una bottiglia il quale, per prezzo della libertà, gl'insegna
il luogo dov'è riposto, sotto il capo di un morto, un libro di magia.
Virgilio trova infatti quel libro e appena apertolo gli si fa dinanzi
una legione di ottantamila diavoli che si pongono ai suoi comandi e
ch'egli incarica di lastricare una lunga strada. Più tardi, nel secolo
XV, Felice Hemmerlin[188] narra anch'egli come uno spirito ponesse
Virgilio in possesso del libro magico di Salomone, nella speranza di
esser liberato. Virgilio però fattolo uscire dalla bottiglia e vedutolo
prendere grandi proporzioni, pensò non esser bene lasciar libero pel
mondo un galantuomo di quella fatta. Con maniera astuta si fece a
dirgli: «di certo tu ora non potresti rientrare in quella bottiglia.»
Il diavolo affermava che sì e Virgilio negava, finchè, messo sul
punto, il diavolo si rimpiccolì e fecegli vedere che avea detto vero;
ma, ridotto che fu nuovamente nella bottiglia, Virgilio ripose su di
questa il suggello di Salomone e lo lasciò chiuso là dentro per sempre.
Così dal secolo XIII al XV vediamo, in questo fatto dello spirito
imprigionato che pone le sue facoltà soprannaturali ai servigi del suo
liberatore, applicata a Virgilio una leggenda ben nota, di provenienza
rabbinica e maomettana, che non può certamente riuscir nuova ai lettori
i quali devono già in essa aver riconosciuto un racconto che figura
nelle _Mille e una notte_ e serve di base al notissimo _Diavolo zoppo_.
Come a Virgilio, così anche a Paracelso trovasi applicato questo stesso
fatto il quale forma pure soggetto di alcuni racconti tuttora viventi
sulla bocca del popolo[189].
Per tal guisa il concetto della magia virgiliana facevasi pieno ed
intero, diveniva ovvio e volgare in tutti i paesi latini e germanici;
non v'era scrittore di qualsivoglia ordine che non ne sapesse; ricca
di fatti vari e di grande notorietà era quella leggenda, e quindi
tanto più disposta ad aumentare, poichè anche per queste rinomanze
leggendarie vale il proverbio «on ne prète qu'aux riches.» Una
espressione più astratta di quel concetto di Virgilio che risultava
da tutte queste favole trovasi in un curioso libro latino il quale,
quantunque non contenga alcuna leggenda virgiliana, si collega con
queste pel nome che si attribuisce l'autore e la natura delle cose in
esso contenute. È intitolato _Virgilii cordubensis philosophia_[190],
e questo Virgilio cordubense sarebbe stato un filosofo arabo e l'opera
sua, scritta in arabo, sarebbe stata tradotta in latino a Toledo nel
1290[191]. Di certo l'autore non era arabo, e neppure sapeva gran
fatto di cose arabiche, poichè non avrebbe mai potuto pensare che un
filosofo arabo si potesse chiamare Virgilio, e molto meno a dare per
suoi contemporanei a Cordova Seneca, Avicenna, Averroe e Algazel. È
un cerretano qualunque il quale ha voluto darsi autorità, assumendo
il nome di Virgilio e la qualità speciosa di sapiente arabo. Con una
sfacciataggine mirabile ei racconta, in principio del suo scritto,
che tutti i grandi dotti e studiosi che accorrevano da varie parti
a Toledo, nei gravi problemi che discutevano sentirono il bisogno di
rivolgersi a lui, poichè sapevano quanto grande fosse la conoscenza
di ogni segreta ed astrusa cosa da lui acquistata mediante quella
scienza «che, dic'egli, altri chiama negromanzia, noi chiamiamo
_Refulgentia_.» Mandarono a pregarlo che si recasse a Toledo; ma
egli non volle muoversi da Cordova, e invitolli a recarsi da lui, e
vennero. Nel libro adunque vengono riferite le gravi discussioni che
ebbero luogo intorno alla causa prima, al mondo, all'anima umana, e
le importanti comunicazioni che l'autore fece a tutti quei filosofi
su tali materie, secondo le rivelazioni avute dagli spiriti da lui
interrogati in proposito. Di questi spiriti parla pure, come anche
della _ars notoria_, che è scienza santa, di cui solo chi è senza
peccato può sapere; autori di questa furono i buoni angeli i quali la
comunicarono al re Salomone[192]. Questi rinchiuse li spiriti in una
bottiglia, salvo uno che era zoppo il quale riuscì a rimaner fuori
e liberò poi tutti gli altri. Quando Alessandro venne a Gerusalemme,
Aristotele suo maestro, che era allora uomo dappoco e rozzo, riuscì
a sapere dov'erano riposti i libri che Salomone scrisse su quella
scienza, trovò modo d'impadronirsene e così divenne quel grand'uomo
che tutti sanno. — La latinità di quest'opera è tutta piena delle
più goffe sgrammaticature; l'idea filosofica è una mescolanza strana
in cui si riconoscono idee giudaiche e rabbiniche miste a principî
cristiani, fra i quali quello del Dio trino ed uno. Di Virgilio non c'è
propriamente che il nome attribuitosi dall'autore. Però, come vedesi
dalla natura dell'opera, la causa per cui questi assume quel nome sta
nell'ideale del Virgilio mago, appunto come nella prima parte di questo
lavoro abbiamo veduto l'ideale di Virgilio risultante dal rapporto di
questo poeta collo studio grammaticale, condurre il non meno strano
Virgilio grammatico a prendere questo nome. Questa corrispondenza fra i
risultati di due fasi diversissime del nome virgiliano è veramente uno
dei fatti più considerevoli nella storia di questo nome, il quale nelle
sue peripezie, non solo subisce la influenza di più vicissitudini del
pensiero, ma molte di queste riassume in sè tanto profondamente che ne
diviene il simbolo e il rappresentante.
Nulla di quanto l'idea popolare attribuiva al mago, la leggenda lasciò
mancare a Virgilio. Stabilita una volta e completata saldamente questa
sua qualità, e reso volgarmente noto il nucleo leggendario da cui si
desumeva, il resto veniva facilmente da sè. Siccome non c'era buon
mago che non avesse fatto i suoi studi a Toledo, anche Virgilio, come
Gerberto e tanti altri, doveva avere studiato in quella città. «I
chierici, dice Elinando, vanno a Parigi a studiare le arti liberali,
a Bologna i codici, a Salerno i medicamenti, a Toledo i diavoli e in
nessun posto i buoni costumi»[193]. La rinomanza però di Virgilio mago
e la parte che in quella aveva Napoli fece considerare anche Napoli
come sorella di Toledo nel dare origine alla negromanzia[194]. Inoltre
era inevitabile che nel mondo romantico, in cui s'incontravano tanti
altri nomi di maghi, Virgilio si trovasse in rapporto con qualcuno di
questi. Nel _Parzival_ di Wolframo da Eschembach il mago Klinsor è
nativo di Terra di Lavoro, e Virgilio è un suo antenato[195]. Anche
qualche contatto col mago Merlino non mancò[196]. Per tal guisa la
leggenda non era più un semplice catalogo di opere maravigliose alle
quali si univa il nome di Virgilio, ma veniva a contenere una quantità
di fatti particolari che definivano la personalità di questo mago
e offrivano anche gli elementi di una biografia. Già abbiamo veduto
come nella _Image du monde_ e nel _Renart contrefait_ la narrazione
si chiuda colla morte di Virgilio. La persona del poeta trovasi così
descritta nel primo di questi due poemi:
«Il fu de petite estature
maigres et corbes par nature,
et aloit la teste baissant,
toz jors vers terre resgardant:
Car coustume est de soutil sage
c'à terre esgarde par usage.»
Anche nel _Dolopathos_:
«Virgile de poure estature
et petite personne estoit;
com philosophe se vestoit.»
V'ha poi nelle leggende virgiliane una parte che può dirsi sporadica,
come quella che è costituita da racconti ai quali il nome di Virgilio
non trovasi applicato che di rado, nè entrano mai a far parte di
alcuna raccolta di fatti relativi alla magia di Virgilio. Questo nome
viene arbitrariamente introdotto in essi, per associazione d'idee, da
qualche rifacitore o compilatore, senza che la cosa abbia seguito o
si ripeta con qualche stabilità. Questo si ravvisa singolarmente nel
_Gesta Romanorum_, repertorio che ha subìto le più varie vicissitudini.
Certamente ebbe in mente la _Salvatio Romae_ e lo specchio
maraviglioso colui che sostituì il nome di Virgilio a quello di un
magister qualunque in un racconto del _Gesta_ relativo ad una statua
maravigliosa che denunziava tutti i trasgressori della legge[197]. Così
pure allo specchio magico di Virgilio pensò colui che diede questo nome
nel racconto 102 al _clericus_, il quale mostra ad un marito la moglie
e l'adultero che fanno un incantesimo per ucciderlo, e fa in modo che
l'incantesimo uccide invece l'adultero. In simil guisa trovasi il nome
di Virgilio introdotto in altri racconti del _Gesta_, singolarmente
nei testi tedeschi ed inglesi, là dove nelle redazioni più antiche non
c'è[198]; fra gli altri anche in quello del mercante di Venezia. Questa
libertà di fantasia non sorprende, e solo prova quanto familiare fosse
il nome di Virgilio mago ad ogni sorta di narratori. Così gli autori
di narrazioni fantastiche, conoscendo dalla leggenda Virgilio come
fondatore di Napoli facilmente attribuivano a lui edifici e città[199],
singolarmente d'Italia. Nell'Italia meridionale, anche all'infuori
di Napoli, venivano attribuiti a Virgilio taluni edifici, quali, ad
esempio, quelli[200] dell'isola di Ponza non lontana da Gaeta. L'autore
di un poema franco-italiano, tuttora inedito, attribuisce a Virgilio la
fondazione di Brescia[201].
Chiudiamo queste notizie sulla parte sporadica della leggenda
Virgiliana con un racconto poco diffuso, ma pur notevole, che combina
la leggenda di Virgilio con quella di Giulio Cesare.
Il popolo romano credeva nel medio evo che la palla dorata posta
in cima all'obelisco vaticano, racchiudesse le ceneri di Giulio
Cesare[202]. Quindi l'iscrizione medievale che, insieme alla relativa
leggenda, figura nel _Mirabilia_ e che si attribuisce a Marbodo,
vescovo di Rennes:
«Caesar, tantus eras quantus et orbis,
Et nunc in modico clauderis antro»[203].
Questa iscrizione, con due versi d'aggiunta:
«Post hunc quisque sciat se ruiturum
Et iam nulla mori gloria tollat.»
è da Elinando, in un suo sermone, attribuita a Virgilio[204]. Secondo
una leggenda riferita nel _Victorial_ di Gutierre Diaz de Games (XV
sec), quell'obelisco fu fatto da Salomone, il quale volle che nella
palla fossero riposte le sue ossa. Quando Giulio Cesare morì, Virgilio
andò a Gerusalemme e chiese quel monumento agli Ebrei, i quali credendo
burlarsi di lui, gli dissero che glielo darebbero purchè ei sborsasse
loro una certa somma giornalmente, finchè l'obelisco non fosse arrivato
a Roma. Ma Virgilio si burlò invece di loro, poichè fece colle sue arti
in modo che l'obelisco in una notte passò da Gerusalemme a Roma: e così
le ossa di Giulio Cesare presero il posto di quelle di Salomone[205].
Queste leggende che trovansi così isolate e sparpagliate non aggiungono
gran cosa alla fisionomia del Virgilio mago; sono un effetto di quanto
in questo tipo è già fissato da leggende più stabilmente connesse
col nome del Mantovano; effetto di cui potrebbero moltiplicarsi gli
esempi senza aggiungere gran che di essenziale al nostro studio. Però
questo tipo leggendario, quale lo abbiamo descritto fin qui, non può
ancora dirsi completo. Un personaggio così accetto e familiare al mondo
romantico non poteva in tanto varia attività sua e in tanta celebrità
dei suoi fatti rimanere del tutto estraneo al bel sesso. La leggenda
infatti non lasciò per lui una lacuna che sarebbe stata tanto anormale,
ed ora noi dobbiamo rivolgerci a quella parte di essa che mostra
appunto Virgilio alle prese col sesso femminile.