CAPITOLO VI.

Nel secolo decimoterzo, essendosi pienamente diffusa in Europa la

leggenda virgiliana, noi la troviamo ben nutrita ed assai accresciuta

in opere volgari in versi, particolarmente in alcuni poemi francesi

che furono molto letti. Tali sono l'_Image du Monde_, specie di

enciclopedia[137], scritta nel 1245, e attribuita, senza buon

fondamento, a Gualtiero di Metz, il _Roman des sept Sages_[138]

scritto in versi e in prosa, tradotto in molte lingue e uno dei libri

più popolari d'Europa, ed il romanzo in versi intitolato _Cleomadès_

scritto da Adénès nell'ultimo scorcio del XIII secolo[139].

Nel 1319 trovasi la leggenda di Virgilio introdotta anche nel _Renart

contrefait_, tuttora inedito[140] e nello stesso secolo XIV alcune

leggende virgiliane, o comunque rese tali, furono introdotte in alcune

raccolte di racconti e d'aneddoti fatte particolarmente per uso degli

asceti, dei moralisti e dei predicatori, perchè se ne servissero,

secondo l'uso che era invalso, interpretandole allegoricamente

per edificazione de' fedeli. Tali sono alcune redazioni del _Gesta

Romanorum_[141], e proveniente da questo il _Violier des histoires

romaines_[142]. Al XIII secolo appartiene la Cronaca universale scritta

in versi tedeschi di Gianni Enenkel cittadino di Vienna (1250) nella

quale trovansi riuniti parecchi racconti virgiliani[143].

In queste versioni, come doveva essere, Roma era il principal campo

dell'attività di Virgilio. Le leggende napoletane rimanevano, talvolta

però trasportate a Roma e variate, e le leggende romane aumentavano.

La leggenda del _Castel dell'Ovo_ avea preso proporzioni formidabili;

non si trattava più di un semplice talismano serbato in quel castello,

ma si trattava, secondo l'_Image du Monde_, nientemeno che di tutta la

città posta in bilico su di un uovo, in modo che se l'uovo si muoveva

la città crollava tutta:

«Que quant aucuns l'uef remuait

Toute la cité en crolait.»

Il _Cleomadès_ invece dice che eran due castelli in mare, fondati

ciascuno su di un uovo, e che una volta vi fu chi si volle provare a

rompere uno di quegli uovi, e tosto un castello andò giù; rimase però

l'altro, che è ancora visibile _sul suo uovo_ a Napoli:

«Encor est là l'autres chastiaus

Qui en mer siet et bons et biaus:

Si est li oes, c'est vérités,

Seur quoi li chastiaus est fondés.»

L'idea della _Salvatio Romae_ fu ravvicinata ad una vecchia idea nota

già anche fra gli orientali, che cioè ci fosse modo di fare degli

specchi nei quali si potesse vedere tutto quello che avveniva a grandi

distanze. Uno di questi specchi si diceva esistesse in cima al faro

d'Alessandria, postovi, secondo Beniamin di Tudela[144], da Alessandro,

e con esso si poteva vedere fino alla distanza di più di 500 parasanghe

tutti i bastimenti da guerra che venissero contro l'Egitto[145]. La

_Salvatio Romae_ si cambiò in uno specchio consimile che a Virgilio

si trova attribuito nel _Roman des sept Sages_, nel _Cleomadés_ e nel

_Renart contrefait_[146]. Ma disgraziatamente, come ogni cosa mortale,

lo specchio maraviglioso doveva finire anch'esso, e il _Roman des sept

Sages_ ci dice come finì. Un re straniero, ungherese, cartaginese,

tedesco, pugliese, secondo le varie versioni, non potendo soffrire

d'essere tenuto così in soggezione dai Romani accettò l'offerta

che tre cavalieri gli fecero di abbattere quello specchio. Venuti

a Roma costoro, sotterrarono oro in più luoghi e si spacciarono per

«trovatori di tesori.» L'imperatore avido di ricchezze, volle provare

il loro sapere, e fecero bella figura trovando l'oro che avean messo

essi stessi sotterra. Quando videro l'imperatore bene invogliato,

dissero che un gran tesoro doveva trovarsi sotto il pilastro dello

specchio, e subito furono incaricati di cercarlo. Dopo aver disfatto il

piedistallo, posero sotto lo specchio puntelli di legno ai quali poi di

notte diedero fuoco e fuggirono. Così lo specchio cadde in mille pezzi.

Il popolo romano indignato per la perdita di una cosa tanto preziosa,

onde punire l'avidità dell'imperatore lo condannò a ingoiare oro fuso.

— Questo racconto, di cui la fine rammenta un aneddoto ben noto della

storia romana, esisteva indipendentemente da Virgilio e dallo specchio

maraviglioso. Lo ritroviamo nel _Pecorone_, nella novella che porta

il titolo seguente: «Chello et Ianni di Velletri si fingono indovini

per vituperare il comune di Roma. Sono ricevuti alla corte di Crasso,

per cui scavano certi danari che avean nascosi in diversi luoghi. Gli

dicono poi che sotto la torre detta del Tribuno v'è un gran tesoro.

Crasso la fa mettere in puntelli ed essi vi appiccano il fuoco. Intanto

si dilungano da Roma, e la mattina cade la torre con grande uccisione

di Romani.»[147] Virgilio e lo specchio maraviglioso non hanno luogo in

questa versione, nella quale trattasi soltanto di un monumento, detto

la _Torre del Tribuno_, in cui «erano intagliati dal lato di fuori,

di metallo, tutti coloro che ebbero mai triumfo o fama, et era tenuta

questa torre la più degna cosa che avesse Roma.» Questa novella è in

rapporto assai stretto con un curioso racconto riferito da Flaminio

Vacca[148], archeologo del XVI secolo, il quale attribuisce la cosa ai

Goti.

Divenuto che fu Virgilio mago per bene, non solo si attribuirono a

lui parecchie maraviglie che si raccontavano di Roma, ma gli furono

applicati ancora racconti già riferiti ad uomini a cui toccò la

stessa sorte. Uno di questi, com'è notissimo, era il papa Silvestro

II, o Gerberto, che colla rinomanza di magia pagò il torto che ebbe

di occuparsi di meccanica e di matematica in un tempo in cui ciò in

un ecclesiastico, e più in un papa, pareva uno scandalo. Fu tanto più

facile confondere la leggenda sua colla virgiliana, che molti degli

scrittori notissimi che riferivano questa, riferivano anche l'altra;

tali sono, per esempio, Gervasio di Tilbury, Elinando e quindi Vincenzo

di Beauvais, Alberigo ecc. Un esempio di questa confusione l'abbiamo

nei poemi che ho già citati.

Leggesi nel _Mirabilia_, che dov'è la chiesa di Santa Balbina in

Roma fu il _mutatorium Caesaris_ e che ivi fu un candelabro fatto

della pietra chiamata _asbestos_, il quale una volta acceso e posto

all'aria, non poteva essere spento in alcun modo, secondo dice

etimologicamente quel vocabolo greco. Questa leggenda è applicata a

Virgilio nell'_Image du monde_, colla sola differenza che il candelabro

è cambiato in due ceri ed una lampada inestinguibile. Nel _Cleomadés_

e nei _Sette Savi_[149] però esso è mutato in un fuoco sempre ardente,

dinanzi al quale trovavasi la statua d'un arciere pronto a scoccare

la freccia contro di esso, e questo arciere portava una scritta in

ebraico che diceva: _Se alcun mi tocca, io ferirò_. Uno sfaccendato

che probabilmente non sapeva l'ebraico, toccò un giorno la statua,

la freccia scoccò, il fuoco si estinse, nè mai più d'allora in poi si

riaccese. Questa leggenda che qui è applicata a Virgilio[150] avea già

servito per Gerberto. A proposito di costui dicevasi che nel Campo di

Marte a Roma era una statua la quale teneva teso l'indice della mano

destra e portava scritto in fronte: _hic percute_. Nessuno avea saputo

capire il senso di questa iscrizione, ma Gerberto l'indovinò. Quando il

sole trovavasi allo zenit della testa della statua, egli osservò dove

cadeva l'ombra dell'indice, e, segnato il luogo, di notte andò con un

servo a farvi scongiuri, e la terra spalancandosi diedegli adito ad

un sotterraneo pieno d'ogni sorta di tesori. In questo era una sala

nella quale di sopra a uno scudo raggiava un carbonchio, profondendo

una luce maravigliosa. Una quantità di cavalieri tutti d'oro erano

schierati nei portici all'intorno, e rimpetto al carbonchio era un

fanciullo coll'arco teso. Appena si toccasse qualcosa di questi tesori,

tosto i cavalieri facean risuonare le armi. Il famiglio che avea menato

seco Gerberto, non resistendo alla voglia di portar via qualcuna delle

tante belle cose che vedeva, tolto un piccolo coltellino lo intascò.

Allora subito dall'arco del fanciullo scoccò il dardo, si spense il

carbonchio, e se vollero uscire, convenne riporre il coltellino al

posto[151]. — La prima parte di questo racconto, cioè il fatto della

statua e del tesoro, trovasi anch'essa attribuita a Virgilio, con

qualche variante, da Ians Enenkel[152]. Altri testi però riferiscono

tutto il racconto, senza attribuirlo nè a Gerberto nè a Virgilio, ma ad

un clericus qualsivoglia[153]. Notiamo per ultimo che questa leggenda

non è che una variante del racconto di Zobeide nelle _Mille ed una

notte_[154].

Nella stessa maniera, come si disse che Gerberto fece una testa che

parlava[155] e prediceva l'avvenire, e che la sua morte accadde appunto

per non aver egli bene inteso una predizione di essa[156]; un fatto

simile raccontano intorno a Virgilio l'_Image du monde_ e il _Renart

contrefait_[157]. Un giorno che egli consultava quella testa per un

viaggio che avea da fare, essa gli rispose che se ben custodisse la

_sua testa_ non gliene verrebbe che bene. Egli credette si trattasse

della testa profetica, ma postosi in viaggio, senza troppo guardarsi

dal sole, una infiammazione di cervello il tolse di vita. E qui abbiamo

un fatto da unirsi ai molti altri che provano come l'applicazione di

queste leggende a Virgilio avesse luogo, piuttostochè fra le plebi

illetterate, fra la gente più o meno colta. E veramente che Virgilio

morisse di malattia prodotta in viaggio dal calor del sole[158] è

fatto storico narrato nella principale biografia del poeta. Di esso

non sa nulla la leggenda napoletana, che è tutta d'origine sicuramente

popolare nel senso odierno della parola.

Molti racconti puerili ho dovuto narrare fin qui, tediosi certamente

pel lettore, al quale debbo chiedere scusa se non ho saputo

presentarglieli in modo da diminuirgli la noia. Tanto più poi ho

bisogno della sua indulgenza che, quantunque arrivato assai innanzi,

non posso annunziargli di aver finito. Per quanto possa riuscir gravoso

a lui ed a me l'andare anatomizzando queste fantasticherie, oso sperare

che il frutto che se ne trae per la spiegazione di un fenomeno pur

singolarissimo, conforterà lui, come me, a proseguire.

Virgilio nel Medio Evo, vol. II · 第 14 / 64 题