Se ben si considerino le condizioni del mondo letterario del medio evo
si troverà facilmente che il Virgilio leggendario, quale era uscito da
Napoli, presentava un'anomalia da non poter sussistere a lungo, come
quella che non permetteva alla leggenda di adattarsi a tutta intera
la cerchia d'idee colla quale il nome del poeta trovavasi congiunto.
Infatti, come i lettori han potuto notare, fin qui la leggenda, nata
com'era a Napoli ed espressione di ricordi e di sentimenti napoletani,
non poneva Virgilio in rapporto con altra città che con Napoli. Ciò
non poteva durare allorchè essa fu uscita da quella città. Dinanzi alla
tradizione letteraria i rapporti del poeta con Napoli non presentavano
che un dettaglio affatto secondario della sua biografia. Virgilio era
uno dei più eminenti personaggi dell'antico mondo latino, e il suo nome
anche nella leggenda non poteva rimanere del tutto segregato dal gran
centro di quello. Roma e Virgilio rappresentavano una grandezza tale e
talmente omogenea, che questi due nomi dovevano per necessità attrarsi
reciprocamente, ogniqualvolta s'incontrassero in uno stesso ambiente
d'idee, e il Virgilio leggendario non poteva esistere indipendentemente
dalla Roma leggendaria. Come pensare che delle arti sue egli tanto
avesse usato in pro di Napoli e non avesse fatto nulla per Roma, Roma
_aurea_, Roma _caput mundi_, egli che con un poema immortale ne avea
immortalato le origini? La lacuna che da questo lato presentavano
le leggende napoletane doveva esser colmata, e lo fu appena quelle
cominciarono a diffondersi in Europa. Infatti in Alessandro Neckam e in
Elinando troviamo già alle leggende napoletane aggiunta una leggenda
romana. Grande lavoro di fantasia non si richiedeva, poichè, come a
Napoli abbiam veduto che la credenza in quelle tali opere maravigliose
ebbe luogo anche indipendentemente dal nome di Virgilio, e che il
popolo napoletano non fece che applicare ad esse questo nome, così
esistevano da lungo tempo racconti di un ordine presso a poco simile,
relativi a Roma, e ci volle poco ad unire a questi il nome di Virgilio
dopo l'esempio napoletano. La differenza sta per noi, in questo, che
le leggende di Napoli divennero virgiliane in Napoli stessa e per
opera del popolo napoletano, mentre quelle relative a Roma divennero
virgiliane fuori di quella città, per opera degli scrittori e dei
poeti, ed in ogni caso, in conseguenza delle napoletane.
Alessandro Neckam racconta che Virgilio costruì a Roma un bel palazzo
nel quale erano statue rappresentanti i varii paesi soggetti al popolo
romano, ciascuna delle quali avea un campanello in mano. Tosto che una
qualche provincia pensasse a tendere insidie alla maestà dell'impero,
la statua che la rappresentava facea suonare il campanello. Allora un
guerriero di bronzo che trovavasi in vetta a quel palazzo, brandita la
lancia, rivolgevasi dalla parte di quella provincia, e così avvertiti,
i Romani inviavano truppe a reprimere i moti sediziosi e a punirne gli
autori. Notiamo che lo stesso Neckam che qui attribuisce a Virgilio
quella maraviglia, non mentova punto il nome di lui parlando di essa
nel suo poema _De laudibus divinae sapientiae_[119], nel quale riassume
il suo libro _De naturis rerum_. Con alcune varianti di poca entità,
ma che mostrano non avere egli tolto questo racconto da Neckam, narra
le stesse cose Elinando. Neppur egli è ancora ben sicuro che Virgilio
sia autore di quell'opera, ma tempera l'asserto aggiungendo «creditur a
quibusdam.»
Che il popolo romano nell'ignoranza in cui il clero e i barbari
l'avean gittato nel medio evo, non sapesse più rendersi ragione dei
monumenti che ancora rimanevano in Roma, e che ad essi applicasse molte
leggende, è cosa tanto più facile a indovinarsi, che non ne mancano
esempi fra le plebi neppure in epoche colte. L'ammasso di memorie che
si era accumulato su Roma era talmente imponente, che il sapere il
vero nome e scopo di ciascun monumento avrebbe richiesto cognizioni
storiche superiori a quelle che possono aspettarsi dal popolo di una
città qualsivoglia. Il sentimento d'essere romani e nobili figli d'un
gran popolo non mancava, e la grandiosità dei monumenti superstiti lo
manteneva, ma la memoria dei fatti speciali non poteva esistere che in
qualche nome o in qualche leggenda. Quella grandezza però piuttostochè
fra i Romani doveva far nascere molte leggende fra gli stranieri, che
arrivando a Roma con quella freschezza d'animo che è propria dei popoli
di recente inciviliti, e ignari affatto delle maraviglie che è capace
di produrre una potenza ed una civiltà come fu la romana, rimanevano
attoniti dinanzi ai residui sempre imponenti e maestosi dell'abbattuto
colosso. Tornati alle loro case descrivevano quel che avean veduto,
esagerando; chi ripeteva esagerava anch'egli, e così la leggenda si
formava.
In molti racconti che ci rimangono, per lo più riferiti da scrittori
stranieri, noi possiamo scorgere il prodotto di forti impressioni,
elaborato dalla fantasia di chi era assente dai luoghi a cui le
leggende si riferivano. Molto più semplici e meno fantastiche le
leggende romane si riferivano a qualche monumento realmente esistente,
che nella leggenda rimaneva tale qual'era, solo cambiando di nome
e di scopo. Così la presenza di una nave votiva, accordata colle
favole relative ad Enea, facea vedere in quella la barca con cui
Enea avea approdato in Italia[120]. Il racconto di Traiano e della
vedova, immortalato da Dante, esisteva già prima d'esser riferito a
Traiano[121]. Probabilmente però un bassorilievo d'arco trionfale
rappresentante quell'imperatore trionfante a cavallo, e dinanzi a
lui la provincia sottomessa, in sembianza di donna in ginocchio,
fece attribuir quel racconto a Traiano. Nell'opera che abbiam veduto
attribuita da Neckam ed Elinando a Virgilio, ben nota nel medio
evo sotto il titolo di _Salvatio Romae_[122], in versioni diverse
che non istaremo ad esaminare, noi troviamo uno strano miscuglio di
reminiscenze confuse del Pantheon, del Colosseo, e del Campidoglio, e
delle statue delle varie nazioni che adornavano il teatro di Pompeo,
dalle quali, nei momenti del rimorso, Nerone, credea vedersi aggredito;
il tutto cementato con una idea superstiziosa sul modo come la
vigilanza necessaria, in sì vasto impero, potesse esercitarsi. Questa
leggenda, certamente nata fuori d'Italia, fu comunissima nel medio
evo e narrata senza il nome di Virgilio assai prima che a questi fosse
attribuita. Essa incomincia col riferirsi al Campidoglio e per essa il
Campidoglio figura fra le sette maraviglie del mondo presso il greco
Cosma nell'VIII secolo[123] e presso altri scrittori; il che m'induce a
credere che il primo motivo di questa leggenda stia nel noto racconto
delle oche del tempio di Giove, che dovette accompagnare la celebrità
del Campidoglio e da Bizanzio divulgarsi in Oriente. Mi conferma in
questa idea il trovare una reminiscenza di questo racconto in alcune
leggende arabe, fra le quali per una notevole coincidenza ricorre,
senza troppo essenziali modificazioni, l'idea della _Salvatio Romae_
applicata all'Egitto, e quella altresì dello specchio maraviglioso di
cui or ora dovremo parlare[124]. Più tardi essa è riferita da taluni al
Pantheon[125] e da altri anche al Colosseo. Oltre a Cosma, uno scritto
dell'VIII secolo attribuito al venerabile Beda l'annovera anch'esso
fra le sette maraviglie del mondo[126]; se ne parla pure in un ms. di
Wessobrunn parimente del secolo VIII[127]; nel X ne fa parola l'anonimo
Salernitano[128] e poi un ms. vaticano nell'XI[129]. Ne parla pure
quella guida di pellegrini nota sotto il titolo di _Mirabilia urbis
Romae_[130], che subì varii cambiamenti in varie epoche, ma che certo
era già conosciuta e adoperata nel XII secolo[131], e ne parla pure
Iacopo da Voragine[132] nel XIII secolo, il quale, come molti altri,
l'attribuisce ad arte diabolica[133]. Tutti questi ed anche altri
posteriori parlano di quella maraviglia senza attribuirla a Virgilio,
quantunque altri dopo Neckam ed Elinando a lui l'attribuissero[134].
Nell'applicare però questa leggenda a Virgilio, si volle unirla al
suo nome con una specie di legame che è appunto l'ultima parte del
racconto, nella quale il poeta riprende la sua figura ben nota nella
tradizione letteraria del medio evo, di profeta di Cristo. Ma di ciò
parleremo in altro capitolo. Per ispiegare come una così bella cosa non
si vedesse più, l'anonimo Salernitano scriveva che quelle statue furono
recate a Bizanzio e che ivi Alessandro imperatore († 915) per trattarle
coi riguardi che meritavano, le vestì con abiti di seta; ma in seguito
di ciò San Pietro apparve a lui di notte gridandogli crucciato: «Sono
io il Principe de' Romani!» e il giorno dopo l'imperatore morì.
Tale è il primo rapporto in cui veggasi posto Virgilio con Roma
dalla leggenda. Quantunque sappiamo che Virgilio possedeva una casa
sull'Esquilino[135], pure dalle notizie che ci dà la sua biografia non
pare che ei risiedesse abitualmente in quella città[136], e quand'anche
vi avesse dimorato a lungo, non avrebbe potuto lasciarvi le memorie
che lasciò a Napoli. Il popolo che abitava la capitale del più grande
impero che sia mai esistito, avvezzo com'era a grandezze d'ogni sorta,
non poteva ricevere grandi e durature impressioni dalla personalità di
Virgilio, quantunque sapesse distinguerla ed apprezzarla in mezzo ad
una folla di grandi d'ogni specie. Quindi se in Roma troveremo qualche
monumento a cui si connetta il nome di Virgilio, troveremo ancora
che ciò non avvenne per una tradizione qualsivoglia relativa al poeta
serbata dal popolo romano, ma bensì ebbe luogo in epoca assai recente,
per un riflesso delle leggende virgiliane nate altrove, mescolate colle
leggende relative a quella città, e in questa portate dal di fuori.