CAPITOLO V.

Se ben si considerino le condizioni del mondo letterario del medio evo

si troverà facilmente che il Virgilio leggendario, quale era uscito da

Napoli, presentava un'anomalia da non poter sussistere a lungo, come

quella che non permetteva alla leggenda di adattarsi a tutta intera

la cerchia d'idee colla quale il nome del poeta trovavasi congiunto.

Infatti, come i lettori han potuto notare, fin qui la leggenda, nata

com'era a Napoli ed espressione di ricordi e di sentimenti napoletani,

non poneva Virgilio in rapporto con altra città che con Napoli. Ciò

non poteva durare allorchè essa fu uscita da quella città. Dinanzi alla

tradizione letteraria i rapporti del poeta con Napoli non presentavano

che un dettaglio affatto secondario della sua biografia. Virgilio era

uno dei più eminenti personaggi dell'antico mondo latino, e il suo nome

anche nella leggenda non poteva rimanere del tutto segregato dal gran

centro di quello. Roma e Virgilio rappresentavano una grandezza tale e

talmente omogenea, che questi due nomi dovevano per necessità attrarsi

reciprocamente, ogniqualvolta s'incontrassero in uno stesso ambiente

d'idee, e il Virgilio leggendario non poteva esistere indipendentemente

dalla Roma leggendaria. Come pensare che delle arti sue egli tanto

avesse usato in pro di Napoli e non avesse fatto nulla per Roma, Roma

_aurea_, Roma _caput mundi_, egli che con un poema immortale ne avea

immortalato le origini? La lacuna che da questo lato presentavano

le leggende napoletane doveva esser colmata, e lo fu appena quelle

cominciarono a diffondersi in Europa. Infatti in Alessandro Neckam e in

Elinando troviamo già alle leggende napoletane aggiunta una leggenda

romana. Grande lavoro di fantasia non si richiedeva, poichè, come a

Napoli abbiam veduto che la credenza in quelle tali opere maravigliose

ebbe luogo anche indipendentemente dal nome di Virgilio, e che il

popolo napoletano non fece che applicare ad esse questo nome, così

esistevano da lungo tempo racconti di un ordine presso a poco simile,

relativi a Roma, e ci volle poco ad unire a questi il nome di Virgilio

dopo l'esempio napoletano. La differenza sta per noi, in questo, che

le leggende di Napoli divennero virgiliane in Napoli stessa e per

opera del popolo napoletano, mentre quelle relative a Roma divennero

virgiliane fuori di quella città, per opera degli scrittori e dei

poeti, ed in ogni caso, in conseguenza delle napoletane.

Alessandro Neckam racconta che Virgilio costruì a Roma un bel palazzo

nel quale erano statue rappresentanti i varii paesi soggetti al popolo

romano, ciascuna delle quali avea un campanello in mano. Tosto che una

qualche provincia pensasse a tendere insidie alla maestà dell'impero,

la statua che la rappresentava facea suonare il campanello. Allora un

guerriero di bronzo che trovavasi in vetta a quel palazzo, brandita la

lancia, rivolgevasi dalla parte di quella provincia, e così avvertiti,

i Romani inviavano truppe a reprimere i moti sediziosi e a punirne gli

autori. Notiamo che lo stesso Neckam che qui attribuisce a Virgilio

quella maraviglia, non mentova punto il nome di lui parlando di essa

nel suo poema _De laudibus divinae sapientiae_[119], nel quale riassume

il suo libro _De naturis rerum_. Con alcune varianti di poca entità,

ma che mostrano non avere egli tolto questo racconto da Neckam, narra

le stesse cose Elinando. Neppur egli è ancora ben sicuro che Virgilio

sia autore di quell'opera, ma tempera l'asserto aggiungendo «creditur a

quibusdam.»

Che il popolo romano nell'ignoranza in cui il clero e i barbari

l'avean gittato nel medio evo, non sapesse più rendersi ragione dei

monumenti che ancora rimanevano in Roma, e che ad essi applicasse molte

leggende, è cosa tanto più facile a indovinarsi, che non ne mancano

esempi fra le plebi neppure in epoche colte. L'ammasso di memorie che

si era accumulato su Roma era talmente imponente, che il sapere il

vero nome e scopo di ciascun monumento avrebbe richiesto cognizioni

storiche superiori a quelle che possono aspettarsi dal popolo di una

città qualsivoglia. Il sentimento d'essere romani e nobili figli d'un

gran popolo non mancava, e la grandiosità dei monumenti superstiti lo

manteneva, ma la memoria dei fatti speciali non poteva esistere che in

qualche nome o in qualche leggenda. Quella grandezza però piuttostochè

fra i Romani doveva far nascere molte leggende fra gli stranieri, che

arrivando a Roma con quella freschezza d'animo che è propria dei popoli

di recente inciviliti, e ignari affatto delle maraviglie che è capace

di produrre una potenza ed una civiltà come fu la romana, rimanevano

attoniti dinanzi ai residui sempre imponenti e maestosi dell'abbattuto

colosso. Tornati alle loro case descrivevano quel che avean veduto,

esagerando; chi ripeteva esagerava anch'egli, e così la leggenda si

formava.

In molti racconti che ci rimangono, per lo più riferiti da scrittori

stranieri, noi possiamo scorgere il prodotto di forti impressioni,

elaborato dalla fantasia di chi era assente dai luoghi a cui le

leggende si riferivano. Molto più semplici e meno fantastiche le

leggende romane si riferivano a qualche monumento realmente esistente,

che nella leggenda rimaneva tale qual'era, solo cambiando di nome

e di scopo. Così la presenza di una nave votiva, accordata colle

favole relative ad Enea, facea vedere in quella la barca con cui

Enea avea approdato in Italia[120]. Il racconto di Traiano e della

vedova, immortalato da Dante, esisteva già prima d'esser riferito a

Traiano[121]. Probabilmente però un bassorilievo d'arco trionfale

rappresentante quell'imperatore trionfante a cavallo, e dinanzi a

lui la provincia sottomessa, in sembianza di donna in ginocchio,

fece attribuir quel racconto a Traiano. Nell'opera che abbiam veduto

attribuita da Neckam ed Elinando a Virgilio, ben nota nel medio

evo sotto il titolo di _Salvatio Romae_[122], in versioni diverse

che non istaremo ad esaminare, noi troviamo uno strano miscuglio di

reminiscenze confuse del Pantheon, del Colosseo, e del Campidoglio, e

delle statue delle varie nazioni che adornavano il teatro di Pompeo,

dalle quali, nei momenti del rimorso, Nerone, credea vedersi aggredito;

il tutto cementato con una idea superstiziosa sul modo come la

vigilanza necessaria, in sì vasto impero, potesse esercitarsi. Questa

leggenda, certamente nata fuori d'Italia, fu comunissima nel medio

evo e narrata senza il nome di Virgilio assai prima che a questi fosse

attribuita. Essa incomincia col riferirsi al Campidoglio e per essa il

Campidoglio figura fra le sette maraviglie del mondo presso il greco

Cosma nell'VIII secolo[123] e presso altri scrittori; il che m'induce a

credere che il primo motivo di questa leggenda stia nel noto racconto

delle oche del tempio di Giove, che dovette accompagnare la celebrità

del Campidoglio e da Bizanzio divulgarsi in Oriente. Mi conferma in

questa idea il trovare una reminiscenza di questo racconto in alcune

leggende arabe, fra le quali per una notevole coincidenza ricorre,

senza troppo essenziali modificazioni, l'idea della _Salvatio Romae_

applicata all'Egitto, e quella altresì dello specchio maraviglioso di

cui or ora dovremo parlare[124]. Più tardi essa è riferita da taluni al

Pantheon[125] e da altri anche al Colosseo. Oltre a Cosma, uno scritto

dell'VIII secolo attribuito al venerabile Beda l'annovera anch'esso

fra le sette maraviglie del mondo[126]; se ne parla pure in un ms. di

Wessobrunn parimente del secolo VIII[127]; nel X ne fa parola l'anonimo

Salernitano[128] e poi un ms. vaticano nell'XI[129]. Ne parla pure

quella guida di pellegrini nota sotto il titolo di _Mirabilia urbis

Romae_[130], che subì varii cambiamenti in varie epoche, ma che certo

era già conosciuta e adoperata nel XII secolo[131], e ne parla pure

Iacopo da Voragine[132] nel XIII secolo, il quale, come molti altri,

l'attribuisce ad arte diabolica[133]. Tutti questi ed anche altri

posteriori parlano di quella maraviglia senza attribuirla a Virgilio,

quantunque altri dopo Neckam ed Elinando a lui l'attribuissero[134].

Nell'applicare però questa leggenda a Virgilio, si volle unirla al

suo nome con una specie di legame che è appunto l'ultima parte del

racconto, nella quale il poeta riprende la sua figura ben nota nella

tradizione letteraria del medio evo, di profeta di Cristo. Ma di ciò

parleremo in altro capitolo. Per ispiegare come una così bella cosa non

si vedesse più, l'anonimo Salernitano scriveva che quelle statue furono

recate a Bizanzio e che ivi Alessandro imperatore († 915) per trattarle

coi riguardi che meritavano, le vestì con abiti di seta; ma in seguito

di ciò San Pietro apparve a lui di notte gridandogli crucciato: «Sono

io il Principe de' Romani!» e il giorno dopo l'imperatore morì.

Tale è il primo rapporto in cui veggasi posto Virgilio con Roma

dalla leggenda. Quantunque sappiamo che Virgilio possedeva una casa

sull'Esquilino[135], pure dalle notizie che ci dà la sua biografia non

pare che ei risiedesse abitualmente in quella città[136], e quand'anche

vi avesse dimorato a lungo, non avrebbe potuto lasciarvi le memorie

che lasciò a Napoli. Il popolo che abitava la capitale del più grande

impero che sia mai esistito, avvezzo com'era a grandezze d'ogni sorta,

non poteva ricevere grandi e durature impressioni dalla personalità di

Virgilio, quantunque sapesse distinguerla ed apprezzarla in mezzo ad

una folla di grandi d'ogni specie. Quindi se in Roma troveremo qualche

monumento a cui si connetta il nome di Virgilio, troveremo ancora

che ciò non avvenne per una tradizione qualsivoglia relativa al poeta

serbata dal popolo romano, ma bensì ebbe luogo in epoca assai recente,

per un riflesso delle leggende virgiliane nate altrove, mescolate colle

leggende relative a quella città, e in questa portate dal di fuori.

Virgilio nel Medio Evo, vol. II · 第 13 / 64 题