CAPITOLO IV.

Che le leggende popolari trasmettendosi di bocca in bocca o anche

passando da scrittore a scrittore vadan soggette a modificazione,

è legge costante e notissima. Piccoli nuclei di leggenda sogliono

crescere a dimensioni considerevoli per due modi diversi, sia, cioè,

per una esagerazione ed amplificazione del dato primitivo creata in

corso di tempo dalla fantasia popolare, sia coll'aggrupparsi attorno

ad esso di altre leggende che già esistevano, vaganti, solette ed

anonime, ovvero appartenenti ad altri cicli leggendari. Generalmente

però la prima, più profonda modificazione è quella che subiscono le

leggende nell'uscire dal suolo in cui sono nate, particolarmente quando

ad esse abbia dato motivo un fatto locale, storico o tradizionale. Nel

cambiar di paese una leggenda di tal genere, non potendo incontrare

quei sentimenti affatto locali ai quali corrispondeva nella patria sua,

deve necessariamente andar soggetta ad essere fraintesa ed a cambiar

di natura. Se quindi nella sua prima forma napoletana, la leggenda

di Virgilio non poteva parlare di arti diaboliche, perchè ripugnava

al sentimento popolare dei Napoletani il credere che la loro città

andasse debitrice ad arti siffatte di tutti quei pretesi benefizi, e

se Virgilio, figurando in essa come protettore di Napoli, non poteva

essere posto in una luce poco onorevole per lui e per la città, tutto

ciò non aveva ragione di essere quando la leggenda uscendo da Napoli si

diffuse in Europa. Ed infatti noi la vediamo, col traslocarsi, entrare

in una seconda fase ben distinta dalla prima.

Dall'_arte matematica_, dalla _scienza astrologica_ all'_arte

diabolica_, com'è noto, non c'era che un passo, e se per le ragioni

che ho dette, il popolo napoletano si trattenne dal farlo, quando

la leggenda uscì di Napoli niente impediva che a Virgilio toccasse

la sorte che toccò a Gerberto e ad altri illustri cultori di studi

astrologici e matematici, divenendo un negromante nel senso più

_negro_[103] di questa parola. Questo passaggio poi si rendeva tanto

più facile trattandosi di un nome pagano. Imperocchè, come già provai

altrove, molti fra i chierici amavano screditare gli scrittori illustri

dell'antichità presentandoli come adoratori del diavolo, e come tali

che dell'esimio sapere e talento principalmente alle potenze infernali

da loro venerate andassero debitori; pregiudizi che, quantunque

non divisi pienamente da tutto il clero, pur vedemmo esser durati

lungamente.

Tenuto conto di tutto ciò, non sarà difficile spiegarsi le mutazioni

e gl'incrementi che subì la leggenda virgiliana, allorchè percorrendo

l'Europa civile con grande rapidità cadde in mano alla sbrigliata

fantasia dei cantastorie e dei poeti da piazza. Posti nella necessità

d'interessare l'uditorio sicchè non volgesse loro le spalle, stimolati

anche dalla concorrenza che si faceano reciprocamente, essi doveano

attendere non solo a narrare in modo da fissar l'attenzione e destar

l'interesse, ma ad avere eziandio un ricco repertorio di racconti, in

modo da poterli scegliere a seconda dei gusti dell'uditorio, e da poter

sostituire un racconto ad un altro, in caso di disapprovazione[104].

Così taluni di essi nei loro cantari sciorinavano la lunga

filastrocca di tutte le storie che dicean di sapere e d'esser pronti

a narrare[105]. Intende ognuno con quanta avidità e con quale zelo

di mestiere costoro s'impadronissero di un soggetto nuovo. Appena

la leggenda virgiliana cominciò ad esser nota fuori di Napoli,

cadde subito nelle loro mani, e sul bel principio del secolo XIII la

troviamo già in loro balìa. In una lunga poesia del trovatore Giraud

de Calançon, che dovette essere scritta fra il 1215 e il 1220[106],

si parla a lungo delle abilità necessarie ad un giullare. Dopo avere

annoverato i vari strumenti ch'ei deve saper suonare, i giuochi di

destrezza e le capriole che deve saper fare, segue una lunga litania di

racconti ch'ei deve sapere, siano romanzi, siano novelle verseggiate.

Fra questi figurano anche le leggende virgiliane[107], fra le quali

quella del giardino maraviglioso, ed altre, d'origine non napoletana,

delle quali parleremo in seguito. Poeti, saltimbanchi e buffoni ad un

tempo, quali erano i più di questi _cantores francigenarum_, unicamente

intenti a divertire il pubblico per cavargli l'obolo di tasca, si può

facilmente immaginare con quale libertà trattassero certi personaggi

leggendari, cercando di renderli più interessanti o più divertenti

che fosse possibile, ed è quindi superfluo il chiedere se in mano loro

Virgilio dovesse o no divenire un negromante con tutti i fiocchi.

Non diversi gran fatto dai fati che il Virgilio leggendario incontrava

su per le piazze, erano quelli a cui soggiaceva presso gli scrittori.

È notevole che nel _Dolopathos_, quantunque Virgilio vi figuri come

un personaggio affatto ideale, grossolana conseguenza di quel ch'egli

era divenuto nella tradizione letteraria[108], pur nondimeno nessuna

leggenda relativa a magia venga ad esso applicata. Nella versione

francese in versi che ne faceva Herbers nel XIII secolo, la sola cosa

che alluda alla magia virgiliana è un passo nel quale parlando del

piccolissimo libriccino in cui, per comodo del suo discepolo Luciniano,

Virgilio racchiuse tutte le sette arti liberali, è detto che quando

Virgilio morì, serbò chiuso in mano quel libretto sì fortemente che non

fu possibile trarnelo fuori, e che ciò ei seppe fare

«Par engin et par nigromance

Dont il sot tote la science»[109].

È una negromanzia, come ognun vede, di genere assai innocuo[110]. È

difficile stabilire se Don Gianni, il primo autore del _Dolopathos_,

eliminasse quei racconti per propria volontà, o non ne parlasse perchè

quand'egli scriveva non fossero ancora tanto diffusi da giunger fino a

lui. Certo è però che, già a quell'epoca, cioè anteriormente a Gervasio

e, benchè di poco, anche a Corrado, parla delle maraviglie virgiliane

il Neckam, il quale come abbiam veduto, non pare fosse a Napoli.

Oltre al macello che rendeva la carne incorruttibile, Neckam

racconta[111] che Virgilio, con una sanguisuga d'oro[112], liberò

Napoli da una miriade di sanguisughe che ne infestavano le acque, che

costruì un ponte aereo per mezzo del quale poteva trasportarsi dovunque

volesse, e che circondò il suo maraviglioso giardino d'aria immobile,

impenetrabile come un muro: aggiunge poi un'altra leggenda di cui

parleremo fra poco.

Un altro scrittore che, prima della pubblicazione dell'opera di

Gervasio, già conosceva parecchie leggende virgiliane, è Elinando

monaco, autore ben noto di una cronaca scritta in latino[113], inserita

da Vincenzo di Beauvais nel suo _Speculum historiale_ e molto letta nel

medio evo. Questa cronaca va fino al 1204, ed è notevole perchè offre

già a quell'epoca qualche dettaglio intorno alle maraviglie virgiliane,

non menzionato da quelli che ne scrissero prima. Oltre alla mosca di

bronzo, ai bagni, al macello, al giardino, nel quale, egli aggiunge,

non piove mai, Elinando attribuisce a Virgilio un campanile che, quando

si suonavan le campane, si muoveva a tempo con queste[114] e parla

anch'egli, come Neckam, della _Salvatio Romae_. Le notizie che abbiamo

intorno ad Elinando[115] e la natura stessa di qualcuna delle leggende

da lui riferite non ci autorizzano a credere ch'ei fosse mai a Napoli.

In lui come in Neckam ritroviamo i segni delle alterazioni subite dalla

leggenda fuori del suo paese nativo. Non è poi da lasciar passare

inosservato che Elinando prima d'esser monaco fu trovero illustre

nel gran mondo d'allora, a cui molto piacquero le sue canzoni. Egli

stesso, parlando di quel tempo, dice, deplorandolo[116], che ei menò

allora ben lieta vita, nè v'era luogo di pubblico convegno, non festa o

divertimento in cui non si facesse udire la sua voce. Forse per questo

avviene che in tutta la parte della sua cronaca relativa ai suoi tempi,

invece di raccontar fatti, egli narri ogni sorta di fantasticherie,

come sogni, visioni, apparizioni, prodigi e leggende, le virgiliane fra

le altre, nelle quali ben si riconosce l'antico trovero e che nondimeno

furono diligentemente riferite da Vincenzo di Beauvais e da Alberico di

Trois-Fontaines.

Certamente dai poeti popolari o colti della Francia appresero a

conoscere Virgilio, come mago, i poeti imitatori di essi in Germania.

Wolframo di Eschenbach nel suo _Parzival_, scritto fra il 1203 e il

1215, e tratto appunto da sorgenti francesi[117], fa discendere da

Virgilio il mago Klinschor, nato, dic'egli, in Terra di Lavoro, e

poi altri poeti tedeschi di quella scuola parlano di Virgilio nello

stesso senso durante tutto il XIII secolo. Tali sono Boppo, Frauenlob,

Rumeland, l'autore del _Reinfrit von Braunschweig_ ecc.[118].

Così mentre da un lato giullari, menestrelli e poeti d'ogni sorta

propagavano oralmente e per iscritto le leggende virgiliane, dall'altro

grande notorietà era loro procacciata nel mondo letterario dal

trovarsi consegnate in repertori e opere di erudizione, molto lette e

consultate, come erano quelle di Gervasio, Neckam, Elinando, Vincenzo

di Beauvais ecc.

Virgilio nel Medio Evo, vol. II · 第 12 / 64 题