Che le leggende popolari trasmettendosi di bocca in bocca o anche
passando da scrittore a scrittore vadan soggette a modificazione,
è legge costante e notissima. Piccoli nuclei di leggenda sogliono
crescere a dimensioni considerevoli per due modi diversi, sia, cioè,
per una esagerazione ed amplificazione del dato primitivo creata in
corso di tempo dalla fantasia popolare, sia coll'aggrupparsi attorno
ad esso di altre leggende che già esistevano, vaganti, solette ed
anonime, ovvero appartenenti ad altri cicli leggendari. Generalmente
però la prima, più profonda modificazione è quella che subiscono le
leggende nell'uscire dal suolo in cui sono nate, particolarmente quando
ad esse abbia dato motivo un fatto locale, storico o tradizionale. Nel
cambiar di paese una leggenda di tal genere, non potendo incontrare
quei sentimenti affatto locali ai quali corrispondeva nella patria sua,
deve necessariamente andar soggetta ad essere fraintesa ed a cambiar
di natura. Se quindi nella sua prima forma napoletana, la leggenda
di Virgilio non poteva parlare di arti diaboliche, perchè ripugnava
al sentimento popolare dei Napoletani il credere che la loro città
andasse debitrice ad arti siffatte di tutti quei pretesi benefizi, e
se Virgilio, figurando in essa come protettore di Napoli, non poteva
essere posto in una luce poco onorevole per lui e per la città, tutto
ciò non aveva ragione di essere quando la leggenda uscendo da Napoli si
diffuse in Europa. Ed infatti noi la vediamo, col traslocarsi, entrare
in una seconda fase ben distinta dalla prima.
Dall'_arte matematica_, dalla _scienza astrologica_ all'_arte
diabolica_, com'è noto, non c'era che un passo, e se per le ragioni
che ho dette, il popolo napoletano si trattenne dal farlo, quando
la leggenda uscì di Napoli niente impediva che a Virgilio toccasse
la sorte che toccò a Gerberto e ad altri illustri cultori di studi
astrologici e matematici, divenendo un negromante nel senso più
_negro_[103] di questa parola. Questo passaggio poi si rendeva tanto
più facile trattandosi di un nome pagano. Imperocchè, come già provai
altrove, molti fra i chierici amavano screditare gli scrittori illustri
dell'antichità presentandoli come adoratori del diavolo, e come tali
che dell'esimio sapere e talento principalmente alle potenze infernali
da loro venerate andassero debitori; pregiudizi che, quantunque
non divisi pienamente da tutto il clero, pur vedemmo esser durati
lungamente.
Tenuto conto di tutto ciò, non sarà difficile spiegarsi le mutazioni
e gl'incrementi che subì la leggenda virgiliana, allorchè percorrendo
l'Europa civile con grande rapidità cadde in mano alla sbrigliata
fantasia dei cantastorie e dei poeti da piazza. Posti nella necessità
d'interessare l'uditorio sicchè non volgesse loro le spalle, stimolati
anche dalla concorrenza che si faceano reciprocamente, essi doveano
attendere non solo a narrare in modo da fissar l'attenzione e destar
l'interesse, ma ad avere eziandio un ricco repertorio di racconti, in
modo da poterli scegliere a seconda dei gusti dell'uditorio, e da poter
sostituire un racconto ad un altro, in caso di disapprovazione[104].
Così taluni di essi nei loro cantari sciorinavano la lunga
filastrocca di tutte le storie che dicean di sapere e d'esser pronti
a narrare[105]. Intende ognuno con quanta avidità e con quale zelo
di mestiere costoro s'impadronissero di un soggetto nuovo. Appena
la leggenda virgiliana cominciò ad esser nota fuori di Napoli,
cadde subito nelle loro mani, e sul bel principio del secolo XIII la
troviamo già in loro balìa. In una lunga poesia del trovatore Giraud
de Calançon, che dovette essere scritta fra il 1215 e il 1220[106],
si parla a lungo delle abilità necessarie ad un giullare. Dopo avere
annoverato i vari strumenti ch'ei deve saper suonare, i giuochi di
destrezza e le capriole che deve saper fare, segue una lunga litania di
racconti ch'ei deve sapere, siano romanzi, siano novelle verseggiate.
Fra questi figurano anche le leggende virgiliane[107], fra le quali
quella del giardino maraviglioso, ed altre, d'origine non napoletana,
delle quali parleremo in seguito. Poeti, saltimbanchi e buffoni ad un
tempo, quali erano i più di questi _cantores francigenarum_, unicamente
intenti a divertire il pubblico per cavargli l'obolo di tasca, si può
facilmente immaginare con quale libertà trattassero certi personaggi
leggendari, cercando di renderli più interessanti o più divertenti
che fosse possibile, ed è quindi superfluo il chiedere se in mano loro
Virgilio dovesse o no divenire un negromante con tutti i fiocchi.
Non diversi gran fatto dai fati che il Virgilio leggendario incontrava
su per le piazze, erano quelli a cui soggiaceva presso gli scrittori.
È notevole che nel _Dolopathos_, quantunque Virgilio vi figuri come
un personaggio affatto ideale, grossolana conseguenza di quel ch'egli
era divenuto nella tradizione letteraria[108], pur nondimeno nessuna
leggenda relativa a magia venga ad esso applicata. Nella versione
francese in versi che ne faceva Herbers nel XIII secolo, la sola cosa
che alluda alla magia virgiliana è un passo nel quale parlando del
piccolissimo libriccino in cui, per comodo del suo discepolo Luciniano,
Virgilio racchiuse tutte le sette arti liberali, è detto che quando
Virgilio morì, serbò chiuso in mano quel libretto sì fortemente che non
fu possibile trarnelo fuori, e che ciò ei seppe fare
«Par engin et par nigromance
Dont il sot tote la science»[109].
È una negromanzia, come ognun vede, di genere assai innocuo[110]. È
difficile stabilire se Don Gianni, il primo autore del _Dolopathos_,
eliminasse quei racconti per propria volontà, o non ne parlasse perchè
quand'egli scriveva non fossero ancora tanto diffusi da giunger fino a
lui. Certo è però che, già a quell'epoca, cioè anteriormente a Gervasio
e, benchè di poco, anche a Corrado, parla delle maraviglie virgiliane
il Neckam, il quale come abbiam veduto, non pare fosse a Napoli.
Oltre al macello che rendeva la carne incorruttibile, Neckam
racconta[111] che Virgilio, con una sanguisuga d'oro[112], liberò
Napoli da una miriade di sanguisughe che ne infestavano le acque, che
costruì un ponte aereo per mezzo del quale poteva trasportarsi dovunque
volesse, e che circondò il suo maraviglioso giardino d'aria immobile,
impenetrabile come un muro: aggiunge poi un'altra leggenda di cui
parleremo fra poco.
Un altro scrittore che, prima della pubblicazione dell'opera di
Gervasio, già conosceva parecchie leggende virgiliane, è Elinando
monaco, autore ben noto di una cronaca scritta in latino[113], inserita
da Vincenzo di Beauvais nel suo _Speculum historiale_ e molto letta nel
medio evo. Questa cronaca va fino al 1204, ed è notevole perchè offre
già a quell'epoca qualche dettaglio intorno alle maraviglie virgiliane,
non menzionato da quelli che ne scrissero prima. Oltre alla mosca di
bronzo, ai bagni, al macello, al giardino, nel quale, egli aggiunge,
non piove mai, Elinando attribuisce a Virgilio un campanile che, quando
si suonavan le campane, si muoveva a tempo con queste[114] e parla
anch'egli, come Neckam, della _Salvatio Romae_. Le notizie che abbiamo
intorno ad Elinando[115] e la natura stessa di qualcuna delle leggende
da lui riferite non ci autorizzano a credere ch'ei fosse mai a Napoli.
In lui come in Neckam ritroviamo i segni delle alterazioni subite dalla
leggenda fuori del suo paese nativo. Non è poi da lasciar passare
inosservato che Elinando prima d'esser monaco fu trovero illustre
nel gran mondo d'allora, a cui molto piacquero le sue canzoni. Egli
stesso, parlando di quel tempo, dice, deplorandolo[116], che ei menò
allora ben lieta vita, nè v'era luogo di pubblico convegno, non festa o
divertimento in cui non si facesse udire la sua voce. Forse per questo
avviene che in tutta la parte della sua cronaca relativa ai suoi tempi,
invece di raccontar fatti, egli narri ogni sorta di fantasticherie,
come sogni, visioni, apparizioni, prodigi e leggende, le virgiliane fra
le altre, nelle quali ben si riconosce l'antico trovero e che nondimeno
furono diligentemente riferite da Vincenzo di Beauvais e da Alberico di
Trois-Fontaines.
Certamente dai poeti popolari o colti della Francia appresero a
conoscere Virgilio, come mago, i poeti imitatori di essi in Germania.
Wolframo di Eschenbach nel suo _Parzival_, scritto fra il 1203 e il
1215, e tratto appunto da sorgenti francesi[117], fa discendere da
Virgilio il mago Klinschor, nato, dic'egli, in Terra di Lavoro, e
poi altri poeti tedeschi di quella scuola parlano di Virgilio nello
stesso senso durante tutto il XIII secolo. Tali sono Boppo, Frauenlob,
Rumeland, l'autore del _Reinfrit von Braunschweig_ ecc.[118].
Così mentre da un lato giullari, menestrelli e poeti d'ogni sorta
propagavano oralmente e per iscritto le leggende virgiliane, dall'altro
grande notorietà era loro procacciata nel mondo letterario dal
trovarsi consegnate in repertori e opere di erudizione, molto lette e
consultate, come erano quelle di Gervasio, Neckam, Elinando, Vincenzo
di Beauvais ecc.