Dopo avere escluso Neckam dal novero degli autori che impararono a
conoscere le leggende virgiliane nel luogo stesso dov'erano nate, è
tempo che ci occupiamo di esaminarle quali esse sono in questo più
antico loro periodo storico, affine di determinare la vera natura e le
ragioni dell'esser loro. I lettori avranno già notato che Virgilio,
in questa più antica forma della leggenda, apparisce come protettore
della città di Napoli, e che le opere maravigliose a lui attribuite
consistono principalmente in talismani. Oltre alle tradizioni
dell'antichità, oltre alle idee diffuse nel medio evo in Europa da
popoli di stirpe semitica, la credenza nei talismani fu certamente
rinvigorita nell'Italia meridionale dalla dominazione bizantina.
Infatti come molte opere di tal genere furono a Napoli attribuite
a Virgilio, così in Costantinopoli molte ne furono attribuite ad
Apollonio Tianeo. Com'è naturale, certi monumenti della città eran
quelli che dovean farne le spese. Così il famoso tripode di bronzo,
di cui si vede una parte tuttora nell'ippodromo, fu per lunghi secoli
considerato come un talismano. La leggenda[32] diceva che a tempo di
Apollonio Tianeo Bizanzio fosse visitata dal flagello dei serpenti
e che quindi fosse colà chiamato quel savio, onde allontanasse
quella piaga. Costui elevò una colonna sulla quale era un'aquila
che teneva nei suoi artigli un serpente, e d'allora in poi quegli
animali scomparvero. Ai tempi di Niceta Coniate († 1216)[33] questa
colonna coll'aquila esisteva tuttora; fu distrutta però, come tanti
altri monumenti, quando la città cadde in potere dei latini. Ma la
leggenda, che non si distrugge così facilmente, rimase, e fu applicata
al nobile residuo dell'antico tripode, il quale appunto è costituito
dalle spire di tre serpenti avviticchiati assieme. Inoltre le leggende
costantinopolitane raccontavano anch'esse che Apollonio bandisse
le mosche dalla città con una mosca di bronzo, e le zanzare con una
zanzara di bronzo, e così pure gli scorpioni ed altri insetti[34]. La
credenza poi a talismani di questo genere era ben lungi dal limitarsi
a Napoli ed a Costantinopoli. A' tempi di Gregorio di Tours (VI sec.)
la troviamo anche a Parigi. «Si diceva, ei narra, che anticamente la
città fosse stata consecrata per preservarla dagl'incendi, dai serpenti
e dai topi. Nel nettare la chiavica del Ponte-Nuovo, per togliere via
il fango che l'ostruiva, non ha guari vi si trovò un serpe e un topo
di bronzo[35]; furon portati via di là, e d'allora in poi innumerevoli
topi e serpenti si videro, e cominciò la città a soffrire incendi»[36].
Vecchie tradizioni del paganesimo parlavano anche esse di mosche e
d'altri insetti perseguitati da esseri superiori all'uomo. Così,
delle mosche dicevasi ch'esse erano state bandite dal tempio di
Ercole nel foro boario, e da una montagna dell'isola di Creta[37].
«Le cicale presso Reggio son mute, dice Solino[38], ciò che non è in
alcun altro luogo, e questo silenzio è cosa tanto più miracolosa che
quelle dei Locresi vicini si fan sentire anche più delle altre. Granio
ci fa sapere il perchè: un giorno ch'esse facevano strepito mentre
Ercole dormiva in quei luoghi, il Dio ordinò loro di stare zitte,
e così d'allora in poi quel silenzio prese ad essere permanente.»
Il cristianesimo, che tanto dovette concedere alle antiche credenze
pagane, ebbe poi anch'esso non solo santi che scomunicarono mosche ed
altri insetti, come san Bernardo, san Goffredo, san Patrizio ecc., ma
anche formole di anatema ufficialmente stabilite per questi casi[39].
Non è da credere che a Napoli la credenza in questi talismani fosse
semplicemente allo stato di racconto, senza un qualche oggetto a cui si
riferisse[40]. Certamente anzi essa dovette nascere dalla presenza di
opere di arte, sia antiche, sia bizantine, alle quali il popolo, come a
Costantinopoli, attribuisse un'origine telesmatica. Una volta poi così
avviata potè la fantasia popolare, od anche quella degli scrittori,
amplificar la cosa, aumentando il novero dei talismani «che c'erano un
tempo ed ora non esistevan più.»
Principale, e forse uno dei più antichi fra questi talismani, pare
essere stata la mosca di bronzo. Uno scrittore anteriore a Corrado
e Gervasio non solo ne parla, ma ci riferisce anche per intero la
leggenda ad esso relativa. Questi è Giovanni di Salisbury che conosceva
bene Napoli e l'Italia come colui che nel 1160 diceva di aver già
passato le Alpi dieci volte e di aver percorso due volte l'Italia
meridionale[41].
Quest'uomo veramente superiore, pieno d'ingegno e di spirito,
ci racconta l'aneddoto seguente: «Dicesi che il poeta mantovano
interrogasse Marcello mentre era fortemente intento a fare strage
d'uccelli, se gli piacerebbe meglio che fosse fatto un uccello col
quale si acchiappassero tutti gli uccelli, o una mosca che esterminasse
tutte le mosche. Avendo Marcello parlato di ciò con Augusto, per
consiglio di lui prescelse che si facesse una mosca che scacciasse da
Napoli le mosche, e liberasse la città da questa piaga. E il desiderio
fu compiuto; dal che si riduce che al proprio piacere è da preferire
l'utile dei più»[42].
I nomi di Marcello e d'Augusto posti così in rapporto con Virgilio
potrebbero forse a prima giunta destar dubbio circa l'origine popolare
di questa leggenda applicata a quel tal talismano. Notiamo però che
la leggenda popolare napoletana considerava appunto Marcello come
governatore di Napoli, e Virgilio come suo ministro. Nella _Cronica
di Partenope_ della quale parleremo a suo luogo, i fatti di Virgilio
sono riferiti «in nel tempo quando Octaviano ordenao Marcello duca de
li Napoletani.» È questo il lato pel quale la leggenda napoletana si
mostra connessa, come vedremo colla leggenda letteraria sorta sulla
antica biografia del poeta. — L'autore anonimo di una poesia satirica
contro gli ecclesiastici, dell'anno 1180, allude anch'egli alla mosca
di Virgilio col verso:
«Formantem (video) aereas muscas Virgilium»[43].
Non altra mosca Virgiliana trovasi mai menzionata se non quella di
Napoli, alla quale certamente si riferisce questo anonimo come pure
esplicitamente Giovanni di Salisbury; e Giovanni è il solo a narrare
per quale occasione fosse fatta da Virgilio quella mosca; non lo
crederei però autore di quel racconto, il quale, come ognun vede,
è ideato nello spirito delle moralizzazioni del _Gesta Romanorum_ e
simili, e si può attribuire a qualche chierico napoletano che volle
dare un edificante involucro storico alla superstizione popolare
su quella mosca. Questa mosca, della grandezza di una rana, che
secondo Corrado trovavasi su di una porta fortificata, poi passò ad
una finestra nel castel Capuano e poi in castel Cicala (chiamato in
seguito castel Sant'Angelo, e diroccato dai preti di Santa Chiara),
dove perdette la sua efficacia. La _Cronica di Partenope_ cita un
tale Alessandro il quale dice d'averla veduta. Nel testo oggi noto di
Alessandro Neckam della mosca non è parola.
Le due facce di pietra nella porta Nolana, che, come dice un vecchio
scrittore napoletano[44], «chiamavasi di Forcella» esistevano
realmente, e questo scrittore, che è lo Scoppa, dice di averle vedute
nel portico di quella mentre era ancor fanciullo, prima che il re
Alfonso II d'Aragona lo demolisse e le trasferisse in Poggio Reale. Il
cavallo di bronzo esisteva anch'esso; Eustazio da Matera sulla fine del
sec. XIII ne parlava nel suo poema, oggi perduto, Planctus Italiae[45],
e nel 1322 trovavasi ancora nella corte della primaziale di Napoli.
Il tempo e la barbarie l'avean guasto; il popolo però diceva che i
manescalchi, ai quali quel cavallo avea fatto danno, gli sfondarono il
ventre, talchè venne a perdere la sua efficacia e quindi parve giusto
che i preti della primaziale, per farlo servire a qualche cosa, lo
trasformassero in campane nel 1322. Altri dice fosse distrutto per
toglier di mezzo la superstizione popolare ad esso relativo[46]. Rimase
la testa che si conserva tuttora nel museo nazionale di Napoli e che
può darci un'idea delle proporzioni colossali di quella notevole opera
d'arte[47]. Il racconto della statua che Virgilio contrappose al vento
che veniva dalla parte del Vesuvio, par fondato sulla real presenza
di una qualche statua che desse, in qualche modo, motivo a quella
leggenda. Scoppa dice che essa trovavasi nella porta già chiamata
_Ventosa_ poi _Reale_ «dove (soggiunge) rimangon tuttora alcune statue
di marmo»[48]. Quanto al palladio di Napoli, di cui parla Corrado,
esso certamente dovette essere quel ch'ei dice d'aver visto e toccato,
cioè un modello della città posto in un fiasco di cristallo. Sono note
queste curiosità che anche oggi sbalordiscono il volgo, nè v'ha di che
maravigliarsi se nel medio evo producevano l'impressione di cose fatte
con arti soprannaturali, e se vi si annettevano idee telesmatiche.
Forse quel cimelio andò perduto fra le mani degl'imperiali. Fatto è
che in seguito la leggenda ad esso sostituisce un uovo[49] posto in
un fiasco di vetro, questo stesso riposto in un recipiente di ferro.
Questa forma della leggenda, assai posteriore, si sostituì alla prima
dopo che l'antico castello fabbricato nel 1154 da Guglielmo I, ed
ampliato da Federigo II, ebbe mutato il suo nome di Castello marino
o di mare[50] in quello di Castel dell'uovo. Non si conoscono, a mia
notizia, documenti che adoperino quest'ultima denominazione prima del
XIV secolo. Negli statuti dell'Ordine dello Spirito Santo, fondato nel
1352 da Luigi d'Anjou, esso è chiamato «Castellum ovi incantati»[51].
In un MS. napoletano della metà del secolo XIV si parla di questa
leggenda sull'autorità di Alessandro Neckam, il quale però non ne dice
nulla[52]. Alla denominazione e alla leggenda si riferisce pure la
iscrizione enimmatica, anch'essa del secolo XIV, che ci ha conservato
la raccolta Signorili[53]:
«OVO MIRA NOVO SIC OVO NON TUBER OVO,
DORICA CASTRA CLUENS TUTOR TEMERARE TIMETO.»
Quella stessa idea che presentando Virgilio come protettore benefico
di Napoli avea fatto attribuire a lui quei talismani e le mura della
città, e la città stessa, dovea fare a lui attribuire i salutari bagni
di Pozzuoli che godettero di molta celebrità nel medio evo, per le
loro virtù medicinali[54]. L'uso di porre nei bagni di questo genere
delle iscrizioni[55] indicanti le malattie a cui potevano essere utili,
particolarmente quando le sorgenti eran varie, non lo troviamo soltanto
in quei di Pozzuoli, ma anche in altri bagni celebri dell'epoca, come,
p. es., in quelli di Bourbon l'Archambault[56]. Beniamin di Tudela
(morto nel 1173) parla[57] di una sorgente di petrolio che trovavasi
in vicinanza di Pozzuoli, e parla anche dei bagni medicinali ivi
esistenti e visitati da moltissimi malati; non dice nulla però di
Virgilio. Riccardo Eudes[58] nel suo poema, composto nel 1392, mentre
parla anch'egli delle iscrizioni, non dice nulla di Virgilio. Così pure
La Sale in un trattato di morale citato da Le Grand d'Aussi[59], così
Burcardo[60] che visitava quei luoghi nel 1494, ed altri. Che questi
ed altri scrittori non parlino di Virgilio, prova che l'attribuzione di
quei bagni al Mantovano era un fatto tanto esclusivamente popolare che
o non giunse a loro notizia, o, se pure, non ne tenner conto come di
fola puerile. Certamente non potè ignorarla, ma non ne fece caso Pietro
da Eboli[61] che nel suo poemetto su quei bagni non ne dice parola,
mentre il suo protettore ed amico Corrado di Querfurt, più credulo
di lui e prono a fantasticare col popolo, raccoglieva e seriamente
riferiva la leggenda, come fecero altri della stessa tempra quali
Gervasio, Elinando e il napoletano autore della _Cronica di Partenope_.
La leggenda popolare aggiunse alla realtà della cosa il nome di
Virgilio e l'idea che quei bagni fossero utili per ogni malattia.
Il benefico Mantovano avrebbe voluto così principalmente provvedere
ai poveri onde potessero dispensarsi dai medici «li quali (come dice
la _Cronica di Partenope_[62]) senza alcuna charità domandano essere
pagati.» I medici però che, come dice a tal proposito un vecchio poema
francese, «ont fait maint mal et maint bien»[63] non trovavano in
ciò il loro tornaconto, e particolarmente i celeberrimi della scuola
salernitana videro talmente diminuire gli affari, che recatisi di
soppiatto ai bagni virgiliani disfecero le iscrizioni; sicchè i poveri
malati non seppero più da dove rifarsi. Ma Dio punì coloro, soggiunge
la leggenda, poichè nel ritorno furon colti da una così furiosa
tempesta che «annegaro intra Capre et la Minerva escepto uno lo quale
manifestò questa cosa[64]. Questo fatto, anche narrato da Gervasio e
Corrado, lo è pure da Burcardo e da altri che non mescolano al racconto
il nome di Virgilio. La favola dandosi l'aspetto della storia riferiva
anche un preteso istrumento notarile del 1409, nel quale si asseriva
essersi trovata in Pozzuoli presso al luogo detto _Tre Colonne_ la
seguente iscrizione:
«Sir Antonius Sulimela, Sir Philippus Capogrossus, Sir Hector de
Procita, famosissimi medici salernitani supra parvam navim ab ipsa
civitate Salerni Puteolos transfretaverunt, cum ferreis instrumentis
inscriptiones balneorum virtutum deleverunt et cum reverterunt, fuerunt
cum navi miraculose submersi»[65].
Da quanto siamo venuti dicendo fin qui i lettori avran potuto farsi
un concetto di ciò che era la leggenda virgiliana nell'origine sua.
C'è un'idea prima e fondamentale, ed è questa, che Virgilio non solo
abbia vissuto a Napoli, ma abbia avuto in mano il governo di quella
città, o almeno per le alte sue relazioni in corte, abbia avuto parte
a quel governo, ed in ogni caso abbia spiegato il più grande amore pel
pubblico bene dei napolitani. Inoltre, esistevano in Napoli parecchi
monumenti d'arte, antica o medievale, ai quali il popolo napolitano,
come accadeva fra altri popoli altrove, attribuiva qualità maravigliose
e telesmatiche. Abbiamo veduto di quale aureola di sapienza fosse
stato decorato il nome di Virgilio presso i letterati del medio evo. Il
popolo napoletano per la idea che universalmente si aveva di questo suo
protettore, non poteva attribuire quei talismani ad altri che a lui.
Il mago propriamente detto non è ancora sorto. Quantunque Corrado
parli di una _ars magica_ o di _magicae incantationes_ per mezzo delle
quali Virgilio sarebbe riuscito a fare quei talismani, è chiaro che
ciò va inteso in senso benigno di magìa naturale, o di cognizione dei
più riposti segreti della natura[66]. Infatti la credenza d'allora
portava che mediante certe combinazioni meccaniche, astrologiche e
matematiche si potesse riuscire a produr cose maravigliose. Tutto ciò
si considerava come affatto indipendente da arti diaboliche, e non
rendeva necessariamente odioso il personaggio a cui si attribuiva,
tanto meno quando le sue arti tendessero a bene. E realmente, come
abbiamo veduto, Virgilio apparisce nella prima forma della leggenda
non solo come innocuo, ma come grande benefattore, e nessuno degli
scrittori che riferiscono le idee del popolo napoletano intorno a lui
parla di arti diaboliche. Gervasio attribuisce le opere virgiliane ad
una _ars mathematica_ o _vis mathesis_. Boccaccio, il quale visse in
un'epoca in cui, come vedremo, la leggenda avea già cambiato natura,
non teme di offendere la fama del poeta da lui tanto venerato, dicendo
che quelle tali cose furono da lui operate a Napoli «con l'aiuto della
strologia», essendo egli «solennissimo strologo»[67], idea che già
vedemmo anticamente sostenuta fin da Servio e da altri.
Il popolo adunque non faceva altro a Napoli se non trarre conseguenze
materiali dal concetto che i letterati d'allora si formavano
di Virgilio, e questo era tale che i letterati stessi non si
maravigliavano di quei racconti. Siccome però quel concetto era
universale e la leggenda è di origine esclusivamente napoletana, si
può domandare come mai il nome di Virgilio fosse così familiare al
popolo di Napoli, che questi se lo trovasse così alla mano quando
volle dare un autore ai talismani a cui avea preso a credere. E questa
è appunto l'ultima e più semplice formola a cui si riduce il problema
dell'origine di queste leggende. Prima però di farci a dire la nostra
opinione intorno a ciò, è d'uopo far parola di un fatto che non
possiamo qui lasciar passare inosservato.
Gervasio di Tilbury narra quanto segue: «Ai tempi di Ruggero re di
Sicilia un tal uomo dotto, inglese di nazione, si presentò al re
chiedendo gli fosse dato qualcosa dalla generosità di lui. E pensando
il re, chiaro di stirpe e di vita, che a lui questi richiedesse
un qualche beneficio, rispose: — chiedi tu stesso il beneficio che
vuoi ed io volentieri tel farò. — Imperocchè colui il quale chiedeva
era un sommo letterato, forte assai ed acutissimo nel trivio e nel
quadrivio, grandemente operoso negli studi fisici, e grandissimo
astronomo. Disse dunque al re ch'ei non chiedeva efimeri piaceri,
ma bensì ciò che agli uomini sembrerebbe cosa da poco, le ossa di
Virgilio, dovunque potessero trovarsi dentro i confini del suo regno.
Il re annuì, e il dotto, fornito di lettere regie, recossi a Napoli
dove Virgilio in molte cose avea esercitato il suo ingegno. Presentate
ch'egli ebbe le lettere, il popolo si preparò ad obbedire, e ignaro
del luogo della sepoltura, facilmente promise ciò che gli parve dover
credere impossibile. Finalmente però il dotto, guidato dall'arte
sua, ritrovò le ossa nel loro sepolcro, nel bel centro di un monte,
là dove neppur la menoma apertura o fenditura ne dava segno veruno.
Si scava in quel luogo, e dopo lunga fatica si discopre un sepolcro
nel quale si trova intero il corpo di Virgilio, e sotto al capo di
questo un libro nel quale era scritta _l'arte notoria_[68] con altre
scritture relative agli studi di lui. Si tolgon via le ossa e la
polvere, e il dotto estrae il volume. Il popolo napoletano ponendo
mente alla speciale affezione che Virgilio avea portato alla città, e
temendo che, sottratte via le sue ossa, la città intiera ne venisse a
soffrire un danno enorme, preferì eludere l'ordine regio piuttostochè,
obbedendo, occasionare la rovina di una sì grande città. Imperocchè
credeva che Virgilio appunto per ciò avesse posta sua sepoltura nel
recesso segreto del monte, affinchè col portar via delle sue ossa non
venisse meno l'efficacia degli artifici suoi. Il duca dei napoletani
con una schiera di cittadini, riunite assieme le ossa e postele in un
sacco, le recarono nel Castel di Mare dove dietro a certe spranghe di
ferro si mostrano a chi voglia vederle. Interrogato il dotto che cosa
avrebbe voluto fare delle ossa, rispose che per mezzo di uno scongiuro
egli avrebbe fatto sì che quelle, dietro sua richiesta, rivelassero
a lui tutta l'arte di Virgilio; diceva anzi ch'ei sarebbe soddisfatto
se avesse potuto averle a sua disposizione per soli quaranta giorni.
Contentandosi però di portar via il libro soltanto, ei se ne andò,
e noi per mezzo del venerabile Giovanni da Napoli[69], cardinale del
tempo di Papa Alessandro, vedemmo alcuni estratti di esso libro e _con
esperienza concludentissima ne facemmo la prova_.»
Questo strano racconto di Gervasio trovasi riprodotto da Andrea
Dandolo[70] verso il 1339 e trovasi pure nella _Cronica di Partenope_
che lo ha anch'essa da Gervasio, e in Andrea Scoppa che lo ha dalla
_Cronica di Partenope_. All'infuori di Gervasio, l'unico scrittore
contemporaneo che alluda ad un fatto di questo genere è Giovanni di
Salisbury, il quale nel suo _Polycraticus_ dice di aver conosciuto
un tal Lodovico «che (dic'egli) io vidi trattenersi a lungo nelle
Puglie, onde dopo molte vigilie, lunghi digiuni, e moltissime fatiche e
sudori, come prodotto di un siffatto inutile e triste esilio, riportare
in Gallia le ossa, piuttostochè il senno, di Virgilio»[71]. È assai
probabile che, come crede Roth, qui trattisi della stessa persona di
cui parla Gervasio, sapendosi che Giovanni di Salisbury fu a Napoli
appunto a' tempi di re Ruggero, e non formando grave difficoltà
l'espressione _in Gallias_, di cui egli si vale parlando di un uomo che
Gervasio qualifica di _Anglus_[72]. Il Roth però vuol vedere in questo
fatto la principal circostanza che mise in moto sul conto di Virgilio
la fantasia dei napoletani, e qui mi duole di non poter approvare
l'opinione di questo dotto uomo.
Il fatto narrato da Gervasio presuppone l'esistenza della leggenda.
Non è punto impossibile che un eccentrico inglese si ponesse in capo di
ottenere le ossa di Virgilio, onde cavarne, per mezzo di una operazione
magica, quel tesoro di scienza riposta che il mondo attribuiva allora
al poeta. L'avere però il popolo napoletano ricusato di dargliele, e
la ragione stessa di questo rifiuto, mostra evidentemente che già il
nome del poeta erasi reso celebre a Napoli per la protezione che le
sue opere telesmatiche, e le sue ossa stesse porgevano alla città.
L'idea che in quella occasione si scoprisse il sepolcro di Virgilio, e
che questa scoperta facesse grande impressione sul popolo napoletano a
me pare non resista alla critica, quantunque Gervasio pretenda che il
popolo napoletano fosse, prima di quel fatto, «ignaro della sepoltura.»
Infatti quando si rifletta alla colossale rinomanza ed autorità di
Virgilio nel medio evo, è chiaro che questo solo fatto della scoperta
del suo sepolcro, avvenuta, per soprappiù, in modo così strano, sarebbe
stato un avvenimento tale da commuovere non solo i napoletani, ma
tutto il mondo letterario d'allora. Invece noi troviamo intorno a
ciò un silenzio generale non interrotto che dal solo Gervasio. Se poi
esaminiamo da vicino il racconto di costui, a me pare possa rilevarsene
che il fatto dell'inglese a cui allude Giovanni di Salisbury, si
complicò con una leggenda intesa a dare spiegazione di un sacco pieno
di ossa che si mostrava dietro una inferriata in Castel di Mare, come
quello che si credeva contenesse le ossa di Virgilio, e nello stesso
tempo questa leggenda servì ad autenticare od accreditare (come soleva
farsi allora e dopo) un qualunque libro d'arti segrete, che Gervasio
dice aver veduto, dando ad intendere che esso provenisse dal sepolcro
di Virgilio. Non dimentichiamo che lo stesso Giovanni di Salisbury
parlando di quel tal Lodovico da lui conosciuto, ce lo presenta nel suo
aspetto reale, e quindi ridicolo, mentre Gervasio, che scriveva qualche
decennio più tardi, ce lo presenta con circostanze evidentemente
leggendarie, e che di più lo stesso Giovanni di Salisbury conosce già
la storia della mosca di bronzo, vale a dire che il nome di Virgilio,
indipendentemente dalle pazze voglie di quel tal messer Lodovico,
trovavasi già in Napoli applicato a talismani. Quindi a me pare debba
del tutto eliminarsi l'idea che nel fatto narrato da Gervasio stia la
principal causa dell'origine o dello sviluppo delle leggende virgiliane
in Napoli[73]. È noto poi nel modo il più positivo che l'idea del
protettorato di Virgilio su Napoli e del governo da lui ivi esercitato
è anteriore al re Ruggero, poichè ne fa esplicita menzione Alessandro
di Telese nel 1136, dicendo che per quel distico «Nocte pluit tota»
ecc. Virgilio ebbe da Augusto in feudo la città di Napoli e la
provincia di Calabria[74].
Se da quel che narra Gervasio noi non deduciamo le conseguenze che ne
deduce Roth, non esitiamo d'altro lato ad affermare che la presenza a
Napoli del sepolcro di Virgilio è uno dei fatti principali che spiegano
la permanenza del nome di lui nelle tradizioni del popolo napoletano.
Sia qualsivoglia l'autenticità di quello che oggi si crede essere il
sepolcro di Virgilio, o di quello che forse nel medio evo passava per
esser tale[75], è un fatto storico, sul quale non è possibile dubbio
di sorta, che Virgilio volle esser seppellito a Napoli, e che ivi fu
seppellito realmente, come dice la sua biografia, «sulla via puteolana
a circa due miglia»[76]. Questa notizia deriva, molto probabilmente,
nella Vita di Virgilio attribuita a Donato, dalla biografia del poeta
scritta da Svetonio (98-138 d. Cr.) nel suo _De viris illustribus_,
ed è confermata da altre notizie che mostrano come il sepolcro di
Virgilio divenisse l'ornamento principale di Napoli, ed attirasse
visitatori quasi come un tempio di una qualche divinità. Silio Italico,
come abbiamo già notato altrove, era solito recarvisi come ad un
tempio, _adire ut templum_, e Stazio chiama senz'altro il sepolcro
di Virgilio _un tempio_. Nel V secolo Sidonio Apollinare considera
ancora il sepolcro di Virgilio come vanto di Napoli[77]. È chiaro che
il popolo napoletano, spettatore di questa specie di culto reso alla
memoria del poeta, dovea, per lo meno, serbarne il nome nella mente.
Le notizie ci mancano pel più fitto medio evo, poichè gli scrittori
che avrebbero potuto darcene avevano allora la mente altrove. Da
quello però che sappiamo intorno alla rinomanza grandissima e sempre
continuata del poeta, possiamo conchiudere che il popolo napoletano
per ben molti secoli dovette essere avvezzo a sentir ripetere il
nome di Virgilio, e chieder della tomba di lui da quanti forestieri
un po' colti visitassero la città. Nel X sec, cioè ne' tempi della
più grande barbarie, l'autore della Vita di S. Atanasio tessendo un
elogio entusiasta di Napoli, da lui ben conosciuta, se pur non era sua
patria, ricorda Virgilio e la nota epigrafe da lui dettata per la sua
tomba[78]. Più tardi, a mezzo il sec. XII, il trovatore provenzale
Guilhem Augier per indicar Virgilio si limita a dire «cel que jatz
en la ribeira — lai a Napols» ben sicuro che ognuno intenderebbe di
chi volesse parlare[79]. Certo, non furono i Normanni che rivelarono
o ricordarono alla piccola repubblica Partenopea, fiera della sua
antica romanità, l'esistenza del sepolcro di Virgilio nel suo classico
suolo[80].
Così non è impossibile che sia d'antica data l'idea popolare che il
sepolcro di Virgilio fosse intimamente connesso col bene della città
e l'altra da questa dipendente, che, come riferisce Corrado, le ossa
di lui quando si ponessero all'aria suscitassero turbini e tempeste.
E veramente abbiamo potuto notare che il sepolcro di Virgilio figura
nelle più antiche leggende virgiliane, fra le quali notevolissima, da
questo punto di vista, è quella dell'inviolabilità quasi sacra della
grotta di Pozzuoli, vicino all'ingresso della quale scorgesi anche oggi
il sepolcro creduto del poeta. Leggende di questo genere erano assai
comuni anche ai tempi pagani. È noto come il possedere le ossa di Edipo
fosse tenuto qual causa di prosperità dagli Ateniesi, e come la stessa
cosa, per altre ossa, si credesse da altri popoli. Un'altra leggenda,
relativa al colle che serviva di sepolcro ad Anteo, diceva che quando
da questo toglievasi un poco di terra pioveva immediatamente, nè
cessava di piovere finchè non si fosse rimessa al posto[81].
Il poeta che nato presso Mantova volle esser seppellito a Napoli
molto dovette amare quella città in vita sua. E veramente da quanto
ci resta di notizie autentiche intorno a lui rileviamo che molto egli
visse colà, godendo in pace le agiatezze procurategli dall'eccelso suo
protettore, e che in quell'incantevole soggiorno gran parte dei suoi
versi immortali fu da lui composta. Come rileviamo da un passo della
principale sua biografia, familiare era al popolo napoletano la sua
figura dolce e modesta, e caratterizzandone il tipo e l'espressione
in una parola, solean chiamarlo per soprannome _Parthenias_[82]. A me
poi pare indubitato che il suo nome dovesse esser conservato anche da
alcune terre da lui possedute in quelle contrade.
In prova di ciò è d'uopo richiami alla mente del lettore quel tal
giardino che Virgilio, secondo la leggenda, ebbe sul Monte Vergine,
del quale parla Gervasio dicendo che vi si trovavano erbe d'ogni
sorta dotate di proprietà mediche. Il nome di questo monte ha subito
vari cangiamenti. Oggi chiamasi Monte Vergine, ma in latino lo trovo
chiamato nei documenti e negli scrittori _Mons Virginis_, _Mons
Virginum_, _Mons Virgilianus_. Giovanni Nusco autore della Vita
di san Guglielmo da Vercelli[83], fondatore della congregazione e
della chiesa del Monte Vergine, dice che il monte chiamossi dapprima
Monte Virgiliano, denominazione della quale egli stesso si serve
esclusivamente. Questa asserzione è negata da Roth[84], il quale nota
che in alcuni documenti contemporanei del Santo il monte è chiamato
«Mons qui Virginis vocatur», e la chiesa «S. Maria Montis Virginis.»
Che però, quando il monte cominciò a cambiar denominazione alcuni
seguitassero a chiamarlo col nome antico, altri col nuovo, è cosa che
non ha nulla di straordinario. L'autore della Vita di san Guglielmo
fu anch'egli contemporaneo del Santo, come colui che fu ricevuto nella
congregazione dei preti del Monte Vergine nel 1132[85] cioè dieci anni
prima che san Guglielmo morisse, e sei anni dopo la consecrazione di
quella chiesa. Quando egli tenendosi alle tradizioni locali seguita
ad adoperare il nome di Monte Virgiliano, il voler porre in dubbio
la sua autorità è un volersene sbarazzare ad ogni costo, tanto più
che nella sua qualità di ecclesiastico e di aderente alla nuova
congregazione, se non avesse trovato una tradizione ed un uso più
forti di lui, certo avrebbe dovuto preferire il titolo di Monte della
Vergine Maria al titolo pagano di Monte di Virgilio. Se poi alcuni
devoti, in certi loro atti di donazione, si affrettarono ad adottare
il titolo di Monte Vergine, la tradizione veniva tuttavia rispettata
anche dalla suprema autorità ecclesiastica nel 1197, nella bolla di
papa Celestino III, relativa a quel monastero, nella quale questo più
d'una volta è chiamato «Monasterium sacrosanctae Virginis Mariae de
Monte Virgilii»[86]. Non essendo punto strano che una località abbia
più nomi ad un tempo, può essere che, oltre al chiamarsi Virgiliano,
questo monte, prima di intitolarsi dalla Vergine Maria, si chiamasse
anche _Mons Virginum_ col qual nome appunto lo designa Gervasio. La
presenza, probabile a' tempi pagani, del culto di Vesta e di Cibele in
quei luoghi spiegherebbe ottimamente questa denominazione[87]. Comunque
sia di ciò, il nome indubitato di Monte Virgiliano, e la leggenda
napoletana e locale[88] che poneva ivi un giardino di Virgilio, non
potrebbe meglio spiegarsi che colla reale esistenza di una possessione
avuta da Virgilio in quei luoghi. Ora, stabilire positivamente che ciò
fosse non si può, ma ben si può provare con tutta evidenza che appena
un secolo e mezzo, e forse neppur tanto, dopo la morte del poeta c'era
chi parlava di possessioni avute da lui in quei dintorni.
Aulo Gellio[89] dice di aver trovato scritto «in quodam
commentario»[90] che quei versi
«Talem dives arat Capua et vicina Vesevo
Ora iugo, etc.»
fossero da Virgilio recitati e pubblicati dapprima colla lezione
«Nola iugo», ma che poscia, avendo egli chiesto ai Nolani di poter
portare l'acqua nella prossima sua campagna, e i Nolani questo favore
non avendogli accordato, il poeta offeso per ciò, quasi a toglier via
dalla memoria degli uomini il nome della loro città, lo espungesse dai
versi suoi sostituendovi _ora_ che poi sempre si lesse in quel luogo.
Qui Gellio soggiunge che egli non si mette punto in pena per sapere
se il racconto sia vero o falso, e noi faremo altrettanto. Notiamo
però che uno scrittore del secondo secolo, basandosi sull'autorità
di scrittori anteriori, accenna nel modo più esplicito a possessioni
che si credette Virgilio avesse nei dintorni di Nola, cosa che niente
distoglie dal creder vera[91] singolarmente trattandosi di un uomo che
tanto soggiornò in quella regione. Ora, la leggenda pone il giardino
maraviglioso di Virgilio a non molta distanza da Nola, cioè presso
Avella[92] alle falde del Monte Vergine, rannodandosi così dopo dieci
secoli alla notizia che desumiamo da Aulo Gellio, nella quale trova
un precedente che le serve di spiegazione[93]. Quanto alle qualità
speciali che a quel giardino attribuisce la leggenda, non è impossibile
che l'idea ne provenga da un orto di piante medicinali che ivi
esistesse realmente, come solevano trovarsene anche nel medio evo[94].
Su questo fatto ho voluto trattenermi alquanto, poichè a me sembra
sia uno di quelli che meglio provano la permanenza continua del nome
di Virgilio nelle tradizioni del popolo di quelle contrade, anche per
quelle epoche nelle quali la storia e i documenti non ci dicono nulla
intorno a ciò. Molte leggende medievali presentano lo stesso fenomeno.
Preparate ed elaborate di lunga mano nell'oscurità, esse si presentano
nella letteratura ad un tratto belle e formate. Questa di Virgilio è
più notevole, poichè la storia ci fa assistere al primo contatto di
quest'uomo col popolo napoletano, e alle prime profonde impressioni da
lui lasciate fra questo, di mezzo al quale il suo nome dopo vicende di
secoli rivien fuori, come dal crogiuolo di un chimico, tutto trasmutato
e coronato dall'aureola della leggenda. In questa leggenda non si
ravvisa più, è vero, il poeta augusteo, la più preziosa gemma della
poesia romana, ma ben vi si ravvisa ciò che più interessava il popolo
napoletano, cioè un ingegno altissimo e d'eterna rinomanza, che avea
in modo invidiabile onorato la città di Napoli, ponendola talmente in
cima ad ogni suo affetto che volle esserle vicino anche nella tomba.
Quindi è che la parte più antica della leggenda debba essere l'idea
di un protettorato che Virgilio esercitò in vita sua sulla città di
Napoli; e realmente questa idea accompagna le più antiche notizie che
noi possediamo di un Virgilio leggendario napoletano, quella cioè
di Giovanni di Salisbury relativa alla mosca di bronzo, e quella
più antica di Alessandro di Telese il quale parla di Napoli e della
Calabria, date da Augusto in feudo a Virgilio. Con questa idea prima
e fondamentale, in cui veramente la leggenda ha le sue radici, si
collega un fatto curioso del tutto degno dell'erudizione medievale.
Seneca nel sesto delle questioni naturali parla, in sul principio,
di un fortissimo tremuoto che desolò la Campania sotto il consolato
di Regolo e di _Virginio_, soggiungendo che mentre altre città della
Campania ne soffrirono grandemente, Napoli non fu che «leniter ingenti
malo perstricta.» Ora, è certo che vi fu chi in questo passo di Seneca
lesse _Virgilio_ in luogo di _Virginio_ e, ignaro di ciò che fosse un
console ai tempi del mantovano, ne dedusse che Virgilio fu «console di
Napoli.» Il padre Giordano, abate di Montevergine, che raccolse nel
1649 le tradizioni e le cronache del suo monastero, seguita ancora a
dire che, essendo Virgilio andato a Napoli, Augusto lo fe' console, e
che ebbe per collega nel consolato Regolo, e parla poi dell'eruzione
del Vesuvio, citando il luogo di Seneca summenzionato[95]. Vedendo che
Alessandro di Telese, cioè un ecclesiastico che viveva nel Sannio a
poca distanza da Napoli, parla di questa città come feudo di Virgilio,
possiam supporre che a questa idea non fosse estraneo quel tal passo di
Seneca, il quale, frainteso da qualche monaco dell'Italia meridionale,
sarebbe venuto ad afforzare l'idea popolare del protettorato di
Virgilio su Napoli.
Napoli che da Giustiniano fino a metà del sec. XII mantenne quasi
costantemente intatta, quantunque non senza molti e grandi travagli,
la sua indipendenza, fu in condizione di serbare meglio che altre
città italiane le tradizioni antiche. L'abbassamento però della
cultura, nei secoli della barbarie, non fu meno grande là che altrove,
talchè gl'illustri nomi antichi serbati vivi nella memoria del popolo
letterato o illetterato, con una coltura così ridotta, trasformaronsi
allora tutti nelle menti di ogni grado, contornandosi di leggende.
Già invero a metà del IX secolo si osserva qualche progresso sulla
ruvida barbarie dei tempi anteriori; in taluni duchi quali Sergio e
Gregorio III in taluni vescovi quali Atanasio I ed altri ecclesiastici
si riscontrano segni notevoli di studi anche profani; nè senza sorpresa
nelle tenebre del X secolo troviamo in questa Napoli medievale, tanto
oscura per noi, il duca Giovanni III che, pieno di nobili istinti,
come un piccolo Carlomagno, ama e predilige gli studi latini e anche
i greci, si procaccia da ogni parte, anche da Costantinopoli, libri
così sacri come profani nelle due lingue, e Giuseppe Ebreo, e Dionigi
e la storia di Alessandro Magno in greco e nella traduzione latina
e Tito Livio e altri scrittori, storici, cronografi ecc., chiamando
anche alla sua corte, e ben ricompensando, dotti e scrivani che
traducessero e copiassero opere greche[96]. Quanto poi fosse vivace
il sentimento patrio dei Napoletani allora, qual vanto menassero
della loro romanità, del nobile passato della antica città loro
«non ad altra seconda in Italia che a Roma»[97] lo mostra l'enfatico
elogio di Napoli in cui prorompe l'autore della Vita di S. Atanasio
nell'esordio del pio suo scritto. Questo sentimento che traluce pure
in tutta la più antica leggenda virgiliana ed è la più manifesta prova
dell'essere essa essenzialmente napolitana, è il lievito che colà
pone in moto le menti dei rozzamente colti e degli incolti, generando
leggende sull'antica storia di Napoli romana; poichè anche gli uomini
iniziati allora agli studi profani, lo erano poi tanto poco e così
malamente che a fraintendere i nomi e i fatti e i monumenti antichi,
a travisarli secondo le loro imaginazioni, a crear fantasmi su di essi
ed a crederci poi, eran facilmente pronti quanto qualsivoglia dei più
incolti. Un saggio ne dà lo stesso autore della Vita di S. Atanasio
quando scrive: «La qual città quanto egregia sia lo mostra Marone
Mantovano nei chiari versi dell'epitafio che morendo dettava per sè,
quando la chiama Parthenope, cioè vergine, da certa fanciulla nubile
che un tempo vi abitava. Per ultimo Ottaviano Augusto ordinò che fosse
chiamata Napoli, cioè dominatrice di nove città (ἐννεάπολις) o come
alcuni vogliono Città Nuova, il che è tanto assurdo da stentare a
crederlo, poichè come si possa chiamare nuova una città tanto antica
che se ne ignora l'origine, non è facile intendere, tanto più che non
si ritiene fondata da lui»[98]. In questo cumulo di strafalcioni va
notata la favola di Ottaviano che dà il nome a Napoli, la quale mostra
come già la leggenda virgiliana dovesse esistere a Napoli nel X secolo,
almeno in quanto concerne i favolosi rapporti fra Virgilio, Ottaviano,
Marcello quali son presentati più tardi da Alessandro di Telese, da
Giovanni di Salisbury, dalla Cronica di Partenope ecc. Infatti l'abate
del monastero di San Salvatore presso Telese, il quale, quantunque
vivesse in tempi più avanzati, non era men grosso in fatto di cultura
classica dell'anonimo hagiografo napoletano del X secolo, non fa che
_ricordare_ nella dedica a re Ruggero il fatto di Virgilio che ebbe
da Ottaviano per due versi in premio Napoli e la Calabria, come cosa
ben nota; e doveva già esserlo certamente anche all'autore della Vita
di S. Atanasio, poichè l'interesse leggendario di Ottaviano per Napoli
va sempre accompagnato all'interesse suo per Virgilio ch'ei fa signore
di quella, e ne è anzi nello sviluppo della leggenda una conseguenza.
Altrettanto va detto di Giovanni di Salisbury il quale riferisce
con un _fertur_ la leggenda napoletana della mosca maravigliosa, ove
intervengono Ottaviano e Marcello; leggenda pur questa che da tempo
assai più antico deve essere stata messa in corso fra i rozzi chierici
napoletani che, ai tempi certamente del ducato, aveano immaginato
Marcello fatto da Augusto «duca dei napoletani.»
Tutta questa parte della leggenda virgiliana nella quale figurano
insieme Napoli, Augusto, Marcello, Virgilio, mentre è per ispirito
affatto napoletana e quindi popolare a Napoli come le leggende che
la continuano di Virgilio taumaturgo, benefattore di Napoli, mostra
col ricordo, che pur è storico, dei rapporti fra Ottaviano, Marcello
e Virgilio d'esser nata fra il popolo letterato, fra il volgo dei
chiostri e delle scuole monastiche medievali dell'Italia meridionale,
animato da sentimento napoletano. Per questa parte ed in questo
senso limitato, si può riconoscere l'origine prima _letteraria_
della leggenda _popolare_ napoletana su Virgilio. Infatti, come per
ogni leggenda relativa all'antichità, si trova per questa un punto
di partenza ed il movente primo nella tradizione letteraria delle
scuole ed in qualche monumento superstite, cioè nella biografia del
poeta letta e appresa nelle scuole e nel sepolcro del poeta, col
suo epitafio, esistente a Napoli. La notizia che è nella biografia
e nei commenti, del dono da Augusto fatto a Virgilio pei noti versi
_Tu Marcellus eris_ ecc. vien combinata colle parole dell'epitafio
«Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope» intese con popolesca libertà
e napoletanamente, e se ne cava fuori che Augusto diede per quei versi
a Virgilio, oltre a molto danaro, anche la signoria di Napoli e della
Calabria. Virgilio che, secondo la biografia stessa, molto amò vivere
a Napoli e volle esservi sepolto, diviene il protettore di Napoli, che
pure è amata da Marcello, il quale per volere di Augusto ne fu signore
con lui, ed Augusto stesso molto amò Napoli a cui diede il nome ed
anche mura e torri[99].
Queste idee storico-fantastiche procedenti dalla biografia del poeta,
si collegano e si continuano colle idee popolari dei tanti benefizi
fatti a Napoli dal sapiente Virgilio, non più poeta, ma taumaturgo.
C'è di mezzo la superstizione comune ai letterati ed al popolo,
della prodigiosa efficacia del sepolcro di Virgilio per la salute ed
incolumità di Napoli. Che questa città per la sua forte cinta di mura
e più ancora per la sua posizione fosse difficile a prendere ed anche
imprendibile lo vide già Belisario[100] e lo dice poi e lo ripete
più di uno scrittore del medio evo. Ma la superstizione popolare,
certamente assai antica, attribuiva questa imprendibilità di Napoli
alla presenza in essa di un palladio che la preservava, anzi di più
d'uno, poichè ve n'era uno profano ed uno cristiano, v'erano le ossa
di Virgilio, protettore antico e profano della città di Napoli, e
quelle pure dei due suoi protettori sacri S. Agrippino e S. Gennaro.
Gli scrittori medievali, generalmente ecclesiastici, ricordano più
volentieri il protettorato dei santi, ma non ignorano e neppur sempre
passano sotto silenzio la credenza popolare e laica del protettorato
di Virgilio. L'autore della Vita di S. Atanasio per l'indole religiosa
del suo scritto non ricorda che il protettorato dei due santi pei quali
la città è imprendibile[101]; ma Alessandro di Telese che, quantunque
ecclesiastico, narra le gesta di un principe laico, si sente più libero
e laicamente dimenticando S. Gennaro, ricorda invece Virgilio[102].
Una propagine di questa idea è l'ampolla contenente un modello della
città di Napoli che si credeva al tempo di Corrado di Querfurt Virgilio
dicesse per servir di palladio ad essa. Ma anche allora viveva tuttavia
la credenza che il principal palladio fossero le ossa di Virgilio,
come si vede nella storia di quel tal Ludovico che le richiedeva e i
napoletani gliele rifiutarono temendo ne venisse danno alla città.
Tutte queste idee e leggende volgari, germogliate già in antico tempo,
cresciute e propagatesi lungo i secoli del ducato, rimasero lungamente
cosa domestica dei napoletani, poco o punto trasparendo al di fuori.
Colla caduta del ducato col sorgere di un'era affatto nuova sotto
la monarchia normanna, coll'invasione brutale degli imperiali che
smantellano la vecchia città virgiliana, l'_operosum opus Virgilii_
come la chiama il cancelliere stesso di Arrigo VI, l'incanto fu rotto,
violato il penetrale delle credenze patrie, spento il fuoco sacro
di quel sentimento che le vivificava e le nutriva. Gli stranieri ai
quali poco diceva il nome, tutto locale, di S. Gennaro e molto il
nome universale di Virgilio, con avida curiosità e ingenua credulità,
già convinti della illimitata sapienza virgiliana, le raccolsero e le
propalarono, e mentre in Napoli trasformata, non più romana e quindi
non più virgiliana, ne cessava la produzione e se ne affievoliva la
ricordanza, si propagavano e diffondevano crescendo e snaturandosi per
tutta Europa.
Qui avendo esaurito tutti i dati che abbiam potuto trovare per gittar
luce sulle origini di queste leggende napoletane, sarà opportuno
restringerne il risultato in poche parole.
Nella sua più antica forma questa leggenda ci offre due elementi
distinti, cioè 1º il nome di Virgilio accompagnato dall'idea di uno
speciale affetto da lui portato alla città di Napoli, ch'ei vivente
beneficò colla sua sapienza, morto proteggeva dal suo sepolcro, 2º
la credenza in alcuni pubblici talismani attribuiti a lui, che li
avrebbe fatti per bene della città. Il primo di questi due elementi
è esclusivamente napoletano; fondato, come abbiam potuto vederlo,
su fatti reali e su tradizioni locali provenienti da questi, esso è
certamente tanto antico da poter risalire fino all'epoca stessa in cui
il poeta visse a Napoli ed ivi presso si fece seppellire. Il secondo
elemento non è esclusivamente napoletano, ed è in ogni caso posteriore
al primo, dal quale è realmente distinto come quello che fa parte
delle molte leggende che nei secoli della barbarie nacquero intorno
ad antichi monumenti. Il rapporto pel quale questi due elementi si son
fusi assieme, sta in ciò, che l'idea medievale della infinita sapienza
di Virgilio combinata colla antica memoria napoletana dell'affetto
portato da lui alla città di Napoli, fecero che ivi a lui fossero
attribuite opere credute d'utile pubblico, e considerate come prodotti
di profonda e riposta sapienza, quali in altre città ad altri venivano
attribuite. In questa prima forma della leggenda Virgilio non è mai
presentato sotto un aspetto ridicolo, ed è affatto esclusa ogni idea
di maleficio o di arti diaboliche. La leggenda infine è essenzialmente
_napoletana_ di sentimento e di origine, ed è _popolare_ quantunque
per taluna parte si connetta colla biografia del poeta e vi si scorga
l'opera della fantasia di rozzi chierici napoletani.
Nello stabilir così le origini della leggenda, possiamo constatare
come la natura stessa ch'essa presenta in questa prima sua fase, ben
si accordi con queste sue origini e con certe osservazioni generali
da noi già fatte. Virgilio in essa figura come conoscitore profondo
dei segreti della natura e come tale che ne usa in pro del suo popolo
prediletto. Piuttosto che il mago, egli è il dotto per eccellenza
che sa fare cose inaccessibili ai comuni ingegni. Ond'è che nel
trasformarsi della rinomanza di Virgilio noi scorgiamo una legge presso
a poco identica seguìta egualmente e presso il popolo napoletano,
che serbava memoria del suo vecchio amico, e presso i letterati che
avean continuato a leggerne i versi per consuetudine, e ad ammirarli
per tradizione. Dal che proviene che quelle tali leggende napoletane
appena riferite nel mondo letterario, pel concetto che i letterati
allora aveano di Virgilio, trovarono il terreno così ben preparato ad
accoglierle che vi allignarono ed anche, propagandosi, vi tralignarono
con una rapidità veramente sorprendente.