Dopo tutto quanto abbiamo premesso non parrà strano che le più antiche
notizie che si abbiano intorno a leggende popolari relative a Virgilio
trovinsi in iscritti, non già di provenienza plebea o destinati
comunque alla plebe, ma bensì dettati da persone colte e di posizione
elevata, non in volgare ma in latino, e destinati a gente della classe
la più distinta della società. Fra gli altri autori, i più notevoli
per ubertà di notizie rilevanti per le nostre ricerche, sono un Corrado
di Querfurt cancelliere dell'imperatore Arrigo VI, suo rappresentante
a Napoli ed in Sicilia, e poi vescovo di Hildesheim, un Gervasio di
Tilbury che fu professore dell'università di Bologna e maresciallo del
regno di Arles, un Alessandro Neckam fratello di latte di Riccardo Cuor
di Leone, professore nell'università di Parigi, abate di Cirencester
ed uno dei più sopportabili facitori di versi latini del suo tempo,
un Giovanni di Salisbury ed altri di cui parleremo. Qui però, prima
d'ogni altro, debbono fissare la nostra attenzione Corrado e Gervasio,
come quelli che non solo sono i primi a farci conoscere in modo assai
diffuso le leggende virgiliane, ma ci additano eziandio la loro origine
napoletana, che sarà confermata da quanto poi avremo da aggiungere a
questo primo indizio. Infatti essi riferiscono quelle leggende come
viventi fra il popolo napoletano, dalla bocca del quale le raccolsero.
Corrado ne parla in una lettera[22] scritta di Sicilia nel 1194 ad
un suo vecchio amico, preposto del convento di Hildesheim, nella
quale narra le impressioni del suo viaggio in Italia. Questa lettera,
oltre a quanto contiene di notevole per le nostre ricerche, è un
curioso monumento che ci rivela lo stato dell'animo degli stranieri,
anche colti, che in quel tempo visitavano l'Italia. Il gran nome di
questo nostro paese esaltava talmente la loro immaginazione, e tale
era l'ideale fantastico che se ne formavan da lungi, da non cedere
neppure alla realtà veduta dappresso. Mille racconti strani già uditi
rammentare, mille memorie classiche serbate in mente, non sempre
con egual lucidità, dopo la scuola, si affollavano e si confondevano
bizzarramente nello spirito del visitatore che, come in un paese fatto
d'incanto, credeva vedere altro e più di quello realmente vedesse.
È impossibile spiegare altrimenti certi grossi svarioni del bravo
cancelliere messi giù con una serietà da far disperare. Quante cose non
ha egli viste nell'Italia meridionale! Ivi l'Olimpo, ivi il Parnaso,
ivi l'Ippocrene, ch'egli è beato di trovare dentro i confini del
dominio tedesco. Poi, dopo esser passato con orrore profondo fra Scilla
e Cariddi, trova, non so in qual luogo, Sciro dove Teti tenne Achille
nascosto, e giunto a Taormina è lietissimo di trovarsi sott'occhio
il labirinto del Minotauro, prendendo per tale l'antico teatro, e
d'aver fatto conoscenza coi Saraceni, gente dotata, come già S. Paolo,
dell'invidiabile facoltà di uccidere serpenti con la saliva. Chi si
rammenta di Mandeville che dice d'aver veduto il sasso a cui fu legato
il «gigante Andromeda», e de' tanti strani racconti dei viaggiatori
d'allora non troverà sorprendente la lettera di Corrado. La rende
però assai singolare la qualità dell'autore, il quale non era venuto
in Italia come semplice dilettante d'archeologia, o come _touriste_,
ma bensì come ministro di quell'esecrabile padrone che fu Arrigo VI,
da cui ebbe ordine di smantellare la città di Napoli, cosa da lui
eseguita puntualmente. Ad onta di ciò egli non esita di riferire, con
piena fede, l'idea allora propria del popolo napoletano, che Virgilio
avesse fondato quelle mura, come la città stessa di Napoli, e che di
più egli ponesse in questa, come palladio, un piccolo modello della
città racchiuso in una bottiglia fornita di collo strettissimo. Questo
palladio, che dovea preservare Napoli da ogni attentato nemico,
non impedì certamente che fosse presa dagl'imperiali, e se c'era
qualcuno che potesse legittimamente dubitare della sua efficacia,
tale doveva essere Corrado. Ma come non c'è uomo più sordo di chi non
vuole udire, così non c'è fede più incrollabile di quella di chi vuol
credere. Corrado osserva che se quel palladio virgiliano non fece il
suo effetto, ciò va attribuito ad una screpolatura che gl'imperiali
rinvennero nel cristallo quando l'ebbero in mano. Si crederebbe
volentieri ad una celia, se a ciò non si opponesse il tono generale
del suo scritto e gli altri assurdi che vi si trovano esposti con tutta
serietà.
Altre opere maravigliose attribuite dai napoletani a Virgilio,
sono, secondo Corrado, un cavallo di bronzo che, finchè rimase sano,
preservava i cavalli dal fiaccarsi la groppa, una mosca di bronzo posta
su di una porta fortificata che, finchè rimase intatta, allontanava le
mosche dalla città, un macello nel quale la carne poteva conservarsi
fresca per sei settimane. Inoltre, essendo Napoli infestata da una
moltitudine di serpenti che scorrevano in essa per le molte cripte e
costruzioni sotterranee, Virgilio li relegò tutti sotto una porta detta
_Ferrea_ e gl'imperiali, come dice Corrado stesso, nell'abbattere le
mura esitarono dinanzi a quella porta, non volendo dar la via a tutti
quei serpenti con grande molestia degli abitanti.
Temibile ed incomodo vicino è per Napoli il Vesuvio, ma Virgilio pensò
a rimediare ponendogli incontro una statua di bronzo che rappresentava
un uomo coll'arco teso e la freccia pronta a scoccare. Ciò pare
bastasse a tenere per molto tempo in soggezione quel monte ignivomo;
se non che un bel dì un contadino, non potendosi capacitare che colui
stesse così eternamente coll'arco teso, fece in modo che la freccia
scoccò, e questa andò a colpire l'orlo del cratere il quale d'allora in
poi ricominciò a mandare fuori fumo e fuoco.
Premuroso di provvedere in ogni modo al pubblico bene, Virgilio fece
presso Baia e Pozzuoli dei bagni pubblici, utili a tutte le malattie,
ornandoli con immagini di gesso che rappresentavano le varie infermità
e indicavano i bagni appropriati a ciascuna di esse.
A queste opere maravigliose di Virgilio Corrado aggiunge ciò che
a Napoli si credeva intorno alle ossa del poeta. Queste, dic'egli,
trovansi in un castello circondato dal mare, e se vengano esposte
all'aria si fa subito scuro d'ogni dove, si ode lo strepito di una
tempesta, il mare si commove tutto, si solleva, e mettesi a procellare,
«e questo, soggiunge, noi abbiam veduto e provato.»
Gervasio di Tilbury che nei suoi _Otia imperialia_[23], dettati nel
1212 per servir di passatempo all'imperatore Ottone IV, raccoglie in
una specie d'enciclopedia, notizie d'ogni sorta e assurdità d'ogni
calibro, è una sorgente preziosa per chi fa indagini sulle credenze
popolari[24]. Le sue idee intorno al maraviglioso ce le dice egli
stesso in poche parole. «Maravigliose (dic'egli) chiamiamo quelle cose
che sfuggono al nostro intendimento, quantunque siano naturali. Le
rende mirabili l'ignoranza del perchè così siano.» Qui cita gli esempi
della salamandra che vive nel fuoco, della calce che non si accende se
non con acqua ed altri simili, quindi soggiunge: «Niuno creda sien cose
favolose quelle che io scrivo.... Eccedono esse le forze della mente
umana, e quindi è che spesso sieno stimate false, quantunque anche di
quelle cose che vediamo tutti i giorni non possiamo render ragione.»
È chiaro che con principî di questo genere si può andar lontano, e
veramente l'autore se ne vale senza la menoma parsimonia. I lettori mi
accorderanno il permesso di citar qui per intero un passo di quanto ei
dice a proposito di Virgilio, il quale è sommamente caratteristico,
come quello che ci trasporta a Napoli sul declinare del XII secolo e
ci fa assistere ad una scena nella quale possiamo scorgere la leggenda
vivente appunto nella sede sua prima.
Dopo aver narrato anch'egli il fatto del macello e dei serpenti, «un
terzo fatto, soggiunge, è questo che io stesso sperimentai, benchè
allora non ne fossi consapevole; però un caso fortuito avendomene
dato la notizia e la prova, fui costretto ad esser convinto di una
cosa che, se non l'avessi sperimentata, appena avrei potuto crederla
possibile sulla relazione altrui.... L'anno in cui fu assediata San
Giovanni d'Acri (1190), mentre io mi trovava a Salerno, mi sopraggiunse
all'improvviso un ospite.... Filippo figlio dell'illustre patrizio,
conte di Salisbury.... Dopo alcuni giorni deliberammo di recarci a
Napoli, se per caso ci si offrisse occasione di far la traversata fra
non molto tempo e senza molto dispendio. Arrivati in città ci recammo
alla casa dello spettabile mio uditore in diritto canonico a Bologna,
Giovanni Pinatelli, arcidiacono napoletano, illustre per sapere, per
opere e per nascita; dal quale lietamente accolti gli spieghiamo il
perchè della nostra venuta e saputolo, egli, per favorire il nostro
desiderio, mentre si preparava il desinare, recossi con noi al mare.
Appena in un'ora, con poche parole, si noleggia una nave pel prezzo che
noi volevamo, e a nostra istanza viene accelerato il dì della partenza.
Nel tornare a casa si andava discorrendo come mai e per quali buoni
auspici così speditamente avessimo incontrato tutto quanto per noi si
bramava. Vedendoci ignari, ed attoniti di tanto buon successo: — Dite
su, dice l'arcidiacono, da qual porta siete voi entrati? — Avendogli
io detto qual porta fosse, egli, uomo perspicace, soggiunse: — Sta
bene adunque che così di leggeri v'abbia la fortuna favoriti; ma, di
grazia, ditemi la verità appuntino, da qual parte dell'ingresso siete
voi entrati? — Noi rispondemmo: — Giungendo innanzi alla porta, più
prossimo era per noi entrare a sinistra, quando eccoti all'improvviso
un asino carico di legna ci vien dinanzi per di là, sì che per evitarlo
siamo stati costretti a prendere a dritta: — E l'arcidiacono: — Onde
sappiate quali mirabili cose abbia fatte Virgilio in questa città,
andiamo sul luogo e vi mostrerò come in quella porta egli abbia
lasciato un bel ricordo di sè sulla terra. — Arrivati colà ci mostra
infissa nella parete della porta a destra una testa di marmo pario in
atteggiamento di riso e di grande ilarità; a sinistra stava infissa
un'altra testa dello stesso marmo, ma molto diversa dall'altra, come
quella che con occhi torvi offriva piuttosto l'aspetto di persona che
pianga e si crucci deplorando le iatture di un triste avvenimento. Da
queste così diverse configurazioni asseriva l'arcidiacono sovrastare
a tutti coloro che entravano due contrarie fortune, purchè non si
faccia, per espressa volontà, deviamento alcuno a destra o a sinistra,
ma, trattandosi di destino, si vada a caso, e come viene viene. —
Chiunque, diceva, entra in città da destra sempre riesce in ogni cosa
e tutto gli va a vele gonfie; chi però si volge a sinistra fallisce
in tutto e vien fraudato in ogni suo desiderio. Or dunque vedete come
avendo voi dovuto, per lo scontro dell'asino, piegare a destra, presto
e con successo compieste il vostro viaggio. — » Questo fatto, che
colpì in modo strano la mente di Gervasio, poco manca non lo faccia
diventar fatalista; dalla qual cosa però ei si difende esplicitamente
umiliandosi dinanzi a Dio e ripetendo: «Dal voler tuo, o Signore,
dipende ogni cosa e nulla v'ha che al tuo volere possa resistere.»
Parecchie delle leggende virgiliane raccontate da Gervasio sono
in fondo identiche con quelle raccontate da Corrado, se non che,
avendo ambedue attinto direttamente alla tradizione orale del popolo
napoletano, offrono nei loro racconti tutta quella differenza di
particolari che suol trovarsi appunto nelle versioni orali delle
leggende[25]. Così il macello della carne incorruttibile, secondo
Gervasio, deve la sua qualità ad un pezzo di carne posto da Virgilio
in una delle sue pareti, ed in esso la carne si conserva non per sei
settimane soltanto, ma per un tempo indefinito; i serpenti furono
racchiusi da Virgilio sotto ad una statua (_sigillum_) presso porta
Nolana. In ciò che riguarda i bagni di Pozzuoli van d'accordo ambedue;
così pure quanto alla mosca. Quanto poi alla statua opposta da Virgilio
al Vesuvio la versione di Gervasio offre una differenza assai notevole.
Quella statua trovavasi sul Monte Vergine e non aveva in mano un
arco colla freccia, ma bensì una tromba alla bocca, e questa tromba
avea la virtù di ricacciare indietro il vento che trasportava verso
quelle campagne il fumo e la cenere del Vesuvio. Disgraziatamente
però, soggiunge Gervasio, sia che l'età l'abbia logorata, sia che
gl'invidiosi l'abbiano abbattuta, ora per parte del Vesuvio si
rinnovano sempre i guai di prima.
Gervasio non parla nè del cavallo di bronzo nè del palladio di Napoli,
nè delle mura di questa città fatte da Virgilio, ma oltre alle due
faccie di pietra della porta Nolana, delle quali non parla Corrado,
egli è anche il primo a farci sapere che Virgilio «per arte matematica»
seppe fare in modo che nella grotta di Pozzuoli non potesse mai aver
luogo insidia nè agguato veruno, e che sul Monte Vergine egli pose un
giardino nel quale trovavasi ogni sorta d'erbe dotate di proprietà
medicinali. Fra queste, soggiunge, trovasi l'erba _Lucia_ che tosto
venga toccata da una pecorella cieca, le rende la vista.
Se si volesse stare a quanto asserisce Roth[26] nel suo interessante
articolo intorno a Virgilio mago, anche Alessandro Neckam sarebbe
stato a Napoli, e quindi avrebbe raccolto quanto racconta di
leggende virgiliane dalla bocca del popolo napoletano. Il fatto è
però che Neckam non solo non dice di aver visto egli stesso la mosca
maravigliosa, conforme crede Roth, ma di questa non parla neppure.
Vero è che il trattato _De naturis rerum_ non era ancora stato posto
in luce[27] quando Roth scriveva, e che questi non avea potuto
procurarsi la dissertazione assai rara di Michel, nella quale il
passo di quell'opera relativo a Virgilio mago trovasi riprodotto per
intiero[28].
Le notizie che abbiamo sulla vita di Neckam sono così scarse[29] che è
difficile stabilire in un modo positivo se ei fosse o no a Napoli. Nel
poema _De laudibus divinae sapientiae_, scritto da lui in vecchiaia,
egli parla della sua ripugnanza ai lunghi viaggi, alle nevi del
Moncenisio, ed alle vie percorse da Annibale, e dice che non ha nessuna
voglia di andare a Roma, allegando ragioni punto onorevoli per la
capitale del cristianesimo[30]. Da ciò sembra potersi congetturare che
Neckam non venisse mai in Italia. La data della sua opera _De naturis
rerum_ è incerta. Considerando però che egli nacque nel 1157 e morì
nel 1217, che la sua opera si trova già nota verso la fine del XII
secolo e che egli cita in essa altri suoi lavori di lunga lena[31], si
può asserire con tutta verosimiglianza che quest'opera dovesse essere
scritta nel penultimo decennio di quel secolo. Da ciò si rileverebbe
che le leggende virgiliane aveano a quell'epoca già cominciato a
rendersi note in Europa anche indipendentemente dagli scritti di
Gervasio e di Corrado. Ma, come vedremo, la leggenda era nata a Napoli
già prima della venuta di costoro, ed altri visitatori di questa città
doveano averla diffusa.