CAPITOLO I.

All'uomo odierno la poesia volgare del medio evo e la poesia classica

appariscono come due cose tanto diverse per qualità di forme, per

sentimenti e tendenze, che la prima pare debba essere figlia di una

rivoluzione, prodotta e governata da una ragione antagonistica rimpetto

all'altra. Ma quella lotta fra classicismo e romanticismo che si è

potuta verificare nei tempi moderni, e sulla quale questa idea si basa,

non ebbe luogo realmente nel medio evo. Le lettere volgari non nacquero

da una ribellione o reazione vera e propria contro le antiche, più di

quello nascessero da una rivoluzione antimonarchica le repubbliche del

medio evo. Perchè la cosa avesse luogo, conveniva ci fosse un giusto

e vivo sentimento della classicità antica, quale noi abbiamo veduto,

nella prima parte del nostro lavoro, non esservi stato. Il concetto

dell'arte antica non era molto più profondo e più vero nel chierico di

quello fosse nel laico. Il latino, che allora aveva un uso assai simile

a quello di una lingua vivente, serviva di veicolo fra la tradizione

antica e la produzione nuova, che aveva una ragione indipendente da

quella. Mentre esso serbava nel pensiero comune elementi antichi, era

anche organo di sentimenti vivi, e per piegarsi a questi aveva anche

assunto forme speciali nella poesia, e in generale aveva subito quel

cambiamento che, rispetto all'ideale classico, chiamasi corruzione.

È difficile trovare una narrazione tanto esclusivamente medievale

quanto quella che serve di tema al _Waltharius_; pure questa vien

trattata in latino, neppure in forma ritmica, ma in esametri, e con sì

frequente ricorrenza di reminiscenze virgiliane, che si vede chiaro

chi la scrisse essere stato un uomo di scuola e, come ogni altro

chierico, lettore assiduo di quel poeta[1]. E questo può dirsi di una

quantità di scritti latini del medio evo, in versi o in prosa, che

hanno tema desunto dalla poesia volgare. La poesia volgare poi non

disprezza l'antichità e la poesia antica, ma ne parla sempre come

di grande cosa, e in certo modo si subordina ad essa, invocandone

l'esempio e l'autorità, talvolta mostrando anche di rammentarne la

parola[2]. Frequentissimo e quasi di moda è fra i narratori romantici

indicare come fonte della loro narrazione qualche libro latino reale o

imaginario[3].

Ben v'ha un più antico periodo della poesia volgare, presso taluni

popoli d'Europa, in cui questa è esclusivamente nazionale e non si

mescola ancora con elementi estranei alla nazione di cui è propria. È

questo il periodo in cui i popoli scandinavi, germanici e celtici, nei

canti epici dei padri loro, serbano ancora la memoria del loro passato

anteriore alla civilizzazione romana e alla loro cristianizzazione.

Ma, in quella parte che è rappresentata nei monumenti scritti oggi

superstiti, questo periodo è d'assai breve durata. Già lo stesso porre

in iscritto quei canti è un fatto che rivela l'influenza di una cultura

non nazionale, tanto per sè stesso quanto per la forma in cui si

compie, essendo latina la lettera di quelle scritture. Ben più numerosa

è la classe di quelle poesie volgari medievali nella quale a quelle

caratteristiche che ne fanno riconoscere la speciale origine nazionale

si uniscono caratteristiche di natura più universale, quelle cioè

che son dovute agli elementi che cementavano in un consorzio comune,

civile, intellettuale e religioso più nazioni diverse. E per ultimo

più ricca di ogni altra è quella in cui gli elementi specialistici

nazionali si perdono di vista, e rimangono soltanto visibili, come

moventi poetici, gli elementi comuni del sentimento, della civiltà e

della religione. Questa categoria, meno propriamente epica delle altre,

si risolve in una moltitudine di narrazioni fantastiche in verso e in

prosa, e nella lirica romantica, organo di una subbiettività che non è

esclusivamente locale in alcun paese. Nella poesia di queste due ultime

categorie, singolarmente nella prima delle due, la grande fucina in

cui è avvenuta la fusione, la permutazione e la trasformazione dei vari

elementi nazionali fra loro e con le idee universali, quelle sopratutto

dovute alla religione e alla cultura, ed in cui ebbe luogo il trapasso

dei testi volgari al latino e nuovamente poi dei latinizzati al

volgare, fu la società monastica, portatrice e dominatrice dell'idea

civile e religiosa, ossia degli elementi assimilatori.

In tutta quest'opera di fusione e, dicasi pure, di confusione, la

fantasia ebbe una parte enorme, godendo di una libertà smodata che

risultava da una condizione eccezionale dello spirito. Ben si vede che

le menti del medio evo hanno abitudini e procedimenti diversi da quelle

di epoche più normali, e la prevalenza in quell'età dell'allegoria

nelle più serie e profonde funzioni intellettuali già mostra chiaro

come il ravvicinamento di idee disparate dovesse divenir familiare,

come si stesse lontani dall'investigar per diritta via la reale

natura delle cose e dal rappresentarsele giustamente, e come quindi la

fantasia, sempre prona a sconfinare, non potesse trovare nell'azione

del pensiero quelle remore e quei correttivi che trova in epoche

avvezze universalmente alla critica. Fatto è che se per alcune fasi

della produzione fantastica medievale trovasi un movente razionale

che le spiega e le nobilita, ve n'ha una più estrema nella quale essa

apparisce come cosa di ragion patologica e che mal si spiegherebbe se

non si conoscessero le leggi di certi naturali tralignamenti. Chi ben

consideri le diverse nature della poesia antica e della medievale,

troverà facilmente che il fantasticare vuoto e il sentimentalismo

convenzionale con cui finisce questa ha, in ultima analisi, la stessa

ragione che ha la retorica e la declamazione in cui si spegne l'altra.

Con questo prevalere della fantasia identificavasi uno straordinario

amore del maraviglioso, e quell'intenso universale desiderio di

narrazioni d'avventure che conduceva alla personificazione di monna

Avventura[4]. E poichè tutti amavano abbeverarsi a quella fonte,

l'impegno di alimentarla era grande, nè v'era angolo da cui non

si andasse ad attingere per soddisfare l'avido desiderio di nuovi

racconti. L'antichità forniva anch'essa il suo contingente, e la

narrazione antica come ogni altra si romantizzava travestendosi secondo

gl'ideali del tempo. Questo fatto, strano per noi, accadeva allora

senza sforzo, e quindi senza effetto ridicolo, poichè quel che noi

chiamiamo travestimento non appariva allora quale a noi pare e non era

in fatti che una formulazione un poco più recisa della maniera ingenua

in cui quei fatti concepivansi assai generalmente; come si vede pure

nell'opere di pittura che rappresentano gli uomini della società antica

ebrea, cristiana, pagana con vesti, armi, suppellettili, abitazioni,

edifizi del tempo del pittore. Tutti i vari temi, qualunque fosse

la loro origine, venivano ad acquistare un colorito comune, e poichè

minima era la forza che lo spirito adoperava per fare astrazione dai

concetti della vita presente, sui quali ergevasi l'opera fantastica,

tutto si riduceva a tipi, a ideali determinati e sempre identici,

comunque cambiassero i nomi, i luoghi, le cose narrate. La narrazione

chiesastica, la classica, la orientale, la mitologia e la storia, la

leggenda celtica, scandinava o germanica, tutto è capace di servire

alla narrazione romanzesca. La società antica viene imaginata simile

alla società feodale, l'antico eroe è un cavaliere, l'eroina antica una

dama, gli dei del paganesimo sono specie di maghi che hanno ciascuno

una sua specialità; i pagani antichi non si distinguono gran fatto

dagli altri non cristiani, Nerone passa per un adoratore di Maometto,

come i Saracini hanno per dio Apollino; l'amore di cui parla la favola

e la storia antica è l'amore romantico del sentimento contemporaneo; il

poeta, lo scrittore antico diviene un filosofo, un savio, un chierico,

di proporzioni e qualità medievali, colle esagerazioni e i travisamenti

che già trovansi nella tradizione scolastica e dotta d'allora e che

crescono naturalmente in questo libero regno della fantasia.

Uno dei nomi dell'antichità che più rimangono in evidenza in questa

peripezia è il nome di Virgilio, il quale nella regione romantica

serba in mezzo ai nomi degli altri antichi scrittori quello stesso

posto più elevato, e quella più larga ed intensa celebrità che serbò

nella regione dotta e scolastica. Qui però non soltanto il nome del

poeta era esposto a nuovi casi, ma anche la stessa sua opera, come

narrazione, doveva subirne; due fatti questi che hanno luogo affatto

separatamente, ma che pure non sono senza rapporto e senza proporzione

fra loro. Ciò che la poesia, la favola e la storia antica offrivano

di più attraente pei compositori di romanzi era l'impresa eroica o

guerresca, l'avventura maravigliosa, gli avvenimenti d'amore. Quanto

la letteratura antica e la letteratura latina medievale basata su

quella, offrivano per questi lati, fu adoperato in quelle composizioni,

sia come tema sia come suppellettile. La storia Troiana desunta da

Virgilio, dalla pseudo-Darete e da altri testi latini, la Tebana da

Stazio, le favole maravigliose su Alessandro, desunte da testi latini

provenienti da greci, la storia di Cesare e dei grandi conflitti romani

tolta da Lucano, tutti i vari avvenimenti mitologici di cui il gran

deposito allora usitatissimo erano le Metamorfosi d'Ovidio[5], tutto

ciò diviene cosa domestica in quella letteratura, e serve anche di

tema a lavori che sono traduzioni libere o rifacimenti nei quali al

concetto antico si sostituisce l'idea e il sentire romantico. Centro e

focolare di questa maniera di composizioni è la Francia dalla seconda

metà del XII secolo in poi; di là esse si diffondono in traduzioni,

imitazioni, rimpasti in tutta Europa; singolarmente allato alla Francia

in ciò distinguesi la Germania. Benoit di Sainte-More, Lambert li Cors,

Enrico di Veldeke, Alberto di Halberstadt, Herborto da Fritzlar ed

altri produssero opere in tal genere che godettero di molto favore e

notorietà[6].

Già il compiacersi della favola e del racconto antico ed anche il

fantasticare su quelli, era cosa anteriore al romantismo propriamente

detto; prima che le lettere volgari si producessero, prima che si

combinassero cogli elementi della cultura e della tradizione, un

lavoro simile erasi fatto nella letteratura dotta del medio evo fra

i chierici, benchè taluni sentimenti ancora non vi avessero luogo

e prevalesse in quello l'idea scolastica dell'antico e la tendenza

chiesastica alla moralizzazione. Fra le altre favole antiche la più

notoria e più spesso narrata in varie forme era la favola troiana[7].

Virgilio, che era la prima autorità per quella tradizione mitica che

congiungeva le origini di Roma con Troia, e che, come vedemmo, avea

reso di moda fra i popoli vari e le famiglie principesche del medio

evo questa maniera di origini come principal titolo di nobiltà, aveva

singolarmente influito a dare gran voga alla favola della guerra

troiana e a tutto quanto con questa si connetteva, e singolarmente a

determinare le simpatie piuttosto pei Troiani che pe' Greci. Questo

vedesi già nel fatto notevole che il testo attribuito a Darete,

supposto quindi scritto da un troiano contemporaneo degli avvenimenti

e scritto realmente in senso troiano, avea più favore e più uso che

quel di Ditti scritto in senso greco, e faceva anche dar del mentitore

ad Omero là dove si sapeva che questi avea narrato taluni fatti

diversamente[8].

Come tutta la parte nota della favola troiana messa e tenuta in

evidenza per la celebrità dell'Eneide, fu romantizzata, a più

forte ragione doveva esserlo l'Eneide stessa. Ed infatti Benoit di

Sainte-More che componeva il _Romanzo di Troia_, fu anche il probabile

autore del _Romanzo di Enea_[9]. Nell'Eneide considerata in questa

regione così diversa dalla regione propriamente scolastica, rimaneva

d'entità secondaria tutto quanto avesse significato storico, o troppo

con idee mitologiche o altre serbasse presente l'indole antica del

poema. V'era nell'Eneide un elemento più attraente d'ogni altro per

l'opera romanzesca da fare su quel tema, e che fissava in modo preciso

quel che in un'opera tale doveva prevalere; era l'elemento amoroso

e sentimentale, la donna innamorata o disputata, Didone e Lavinia.

Così, col materiale dell'Eneide, altro sopprimendo, altro cambiando,

altro sviluppando, facevasi una composizione romantica in cui i nomi

erano antichi, ma la natura de' fatti, i titoli de' personaggi, gli

usi descritti, il colorito generale come il sentimento erano cose

proprie della vita contemporanea, e rispondenti all'idea cavalleresca

e cortigiana d'allora. E quella composizione ebbe grande successo;

singolarmente più che il testo francese del Romanzo di Enea ebbe

celebrità e influenza letteraria considerevole l'opera su quello

composta dal limburgese Enrico di Veldeke, il quale per la sua _Eneit_

figura come capo di una grande scuola di poeti tedeschi che lo venerano

come maestro[10].

Questa trasformazione romantica di narrazioni antiche non è

propriamente, come parrebbe a prima giunta, opera popolesca che si

effettui fuori della conoscenza delle lettere classiche. È cosa

fatta per una società superiore ed aristocratica, è un prodotto

delle lettere volgari divenute cortigiane; gli autori sono uomini

colti, laici o chierici che fossero di stato, e fanno quel lavoro di

proposito, tenendo dinanzi agli occhi il testo latino, di cui anche

sovente invocano l'autorità nel loro lavoro[11]. Essi non facevano

niente di strano, per cui già tutto non fosse preparato e disposto,

ma solo formulavano e riassumevano con opera più speciale e con certa

intelligenza dello scopo e della cosa, ciò che già trovavasi elaborato

nelle lettere romantiche e nella poesia volgare in generale. I nomi

e i fatti antichi, separati com'erano anche nelle menti dei chierici

da un giusto sentimento dell'antichità, eran passati nel modo il più

naturale, come elementi del pensiero, nelle lettere volgari e nell'arte

nuova; in queste trovaronsi a contatto coll'idea e il sentimento

che le governava, si approssimarono a quello e si connaturarono con

quello. Ogni poeta volgare conosce e rammenta i nomi di Enea, Didone,

Lavinia, come tanti altri nomi antichi[12], servendosene naturalmente

nell'interesse della sua poesia, e fra le varie narrazioni che i

trovatori vantansi di sapere trovasi un numero di soggetti antichi

mescolati a soggetti intieramente romantici[13]. Il fecondo Chrestien

de Troies in un suo poema romanzesco (_Erec_) parla di una ricchissima

sella sulla quale era scolpita tutta la storia d'Enea[14]. Naturalmente

per tutti costoro, come anche per lo stesso chierico quando diveniva

poeta di quella natura, il concetto del fatto antico non poteva essere

antico, chè come tale avrebbe stonato. Ogni forma d'arte per la sua

ragione psicologica impone uno special modo di vedere. D'altro lato

però quella tal forma d'arte per cui questo avea luogo non assorbiva

intieramente tutta l'opera del pensiero, ma coesisteva allato ad una

cultura tradizionale, ad una operosità letteraria e dotta, anch'essa

tradizionale, che passava dai chierici ai laici appunto nell'epoca

in cui più si moltiplicano e diffondono que' romanzi. E così accade,

fatto sorprendente per noi, che il rifacimento romantico gode di grande

notorietà e favore, mentre la stessa notorietà gode il testo classico

da cui tanto si diparte, e mentre anche si fanno in volgare per uso

dei laici, traduzioni propriamente dette di quel testo; tutto ciò senza

che il lavoro romantico appaia come parodia o cosa bizzarra e ridicola.

Nè è questo il solo campo in cui il medio evo potè trovare naturale il

connubio di cose che oggi a noi appariscono inconciliabili.

A questa peripezia dell'opera avremmo anche potuto passar sopra se

un certo rapporto con quella del nome dell'autore essa non avesse.

Ed invero un Virgilio ideale a cui si possa attribuire un'Eneide

così rifatta si trova, e noi già lo abbiamo incontrato, benchè

disgiunto da un'attività che possa dirsi poetica. È il Virgilio del

_Dolopathos._ Quel tipo di grandissimo clerc presentato così in una

società interamente feodale, contornato di duchi, baroni, vescovi,

abati, fra cortigiani, damigelle e tornei, è anche poeta, e l'autore

lo dà per tale[15], benchè per la parte che ha nel poema non abbia

luogo a manifestare questa sua qualità. Se l'autore avesse voluto farlo

agire come poeta, e ideare un poema su Enea da attribuirgli, che fosse

proporzionato a quel tipo e a quell'ambiente, è chiaro che questo

non avrebbe potuto essere l'Eneide reale, ma il _Romanzo d'Enea_.

Ed infatti v'ha nel Dolopathos un racconto di ragione morale che è

attribuito a Virgilio, e questo è per forma e per natura cosa del tutto

romantica[16].

Noi abbiamo veduto che questo tipo di Virgilio nel Dolopathos

proviene direttamente dalla idea letteraria e scolastica medievale.

Il _clerc_ e la _discipline di clergie_ sono l'uomo di scuola e la

dottrina di scuola quali si concepivano e si vedevano nella società

reale del tempo. Nella poesia romantica affatto libera e indipendente

dalla scuola, tutto quanto proviene da questa acquista un carattere

specioso, come di cosa mirabile veduta da lungi e quasi da un altro

mondo; il maraviglioso, che tanto ha parte in quella poesia, cinge

facilmente della sua aureola i nomi che hanno quella provenienza.

Questo accadeva per Virgilio anche più facilmente che per altri, poichè

anche nell'ordine propriamente letterario e scolastico una buona dose

di maraviglioso, d'imponente e d'incompreso contornava già il suo

nome. S'intende dunque che il Virgilio della scuola nella regione

romantica dovesse divenire il Virgilio del Dolopathos, come l'Eneide

diveniva il Romanzo di Enea. In quel tipo di chierico c'è un'idea

intieramente laica e popolesca del sapere, di cui la natura e i limiti,

per l'effetto, diciam così, ottico del mezzo da cui è veduto, divengono

fantasmagorici e miracolosi, anche quando l'autore sia chierico di

stato o di cultura. Come ogni gran sapiente, Virgilio è astrologo,

o come dicevano, astronomo, e dalla osservazione degli astri può

conoscere fatti e avvenimenti lontani per ispazio o per tempo. Era cosa

questa che allora niuno credeva impossibile, niuno negava intieramente,

tutt'al più, come fa l'autore del Dolopathos, restringendosi i più

scrupolosi a notare che solo per permissione di Dio poteva aver luogo.

Fino a questo punto conduceva e poteva condurre l'idea letteraria

trapassata nel romantismo, fino al concetto di un dotto, di un _savio_

versato in tutte le discipline che allora costituivano la scienza,

compresa l'astrologia più mirabile e più fantastica fra tutte.

Però il maraviglioso, essenziale ed integrante elemento dell'invenzione

romantica, aveva una sua assai ricca suppellettile nella quale un

posto notevole occupava l'idea e il tipo del _mago_, sì ovvio in

que' romanzi, sorgente poco finamente poetica invero[17], ma pure

speciosa ed efficace in tempi di tanta credulità, di avvenimenti

fantastici, sovrumani e sorprendenti. È chiaro che ogni mago è un

sapiente; non però ogni sapiente è mago; i due tipi esistono distinti

e indipendenti uno dall'altro. Il mago è propriamente un accrescitivo

del gran sapiente, in certo senso è anche un peggiorativo, come

caratteristica morale; v'ha però un'idea intermedia secondo la quale

la magia in certi limiti e con certi mezzi appare cosa lecita e di

ragione puramente scientifica. Ma, conviene avvertirlo, l'idea del mago

ha la sua origine fuori della scuola e della disciplina scientifica

propriamente detta. Chi domandasse se di per sè solo il tipo scolastico

di Virgilio, dovesse senz'altra occasione, per trasformazione naturale

e per associazione d'idee, cambiarsi in quel tipo di mago che poi

descriveremo, io non esiterei a rispondere di no. Che l'antico _savio_

si cambi in _mago_ è fatto di cui rari sono gli esempi, e quando accade

ha luogo per puro cambio di nome e in modo momentaneo; non v'ha antico

che arrivi mai a quel largo e completo ciclo di leggenda biografica che

ebbe il Virgilio mago. Accadde bensì assai volte che uomini studiosi

di matematica, meccanica, astronomia, astrologia, fisica che sono le

risorse della così detta _magia bianca_, o _naturale_, passassero

per maghi ed anche per maghi diabolici come accadde per Gerberto,

per Alberto Magno e simili; ma la tradizione ed anche la leggenda

letteraria che fece Virgilio onnisciente non dimenticò mai il suo

primo essere di poeta e come vediamo in Dante non lo ridusse mai ad

un fisico, astrologo, matematico capace di operar prodigi e fabbricar

talismani ed altre simili opere magiche. Perchè ciò si producesse

conveniva che su Virgilio esistesse un'idea speciale già elaborata

presso il popolo indipendentemente dalla letteratura; ed infatti le

indagini sull'origine di quella leggenda rivelano chiaro che l'idea

di Virgilio taumaturgo e mago è di origine del tutto popolare, benchè

accettata poi nella letteratura per gli elementi affini che trovava

già preparati in questa. La paternità di quell'idea spetta ad un volgo

italiano.

Uno dei caratteri pei quali il popolo italiano, anche nel medio evo,

dà segno della sua superiorità storica e civile dinanzi agli altri

popoli d'Europa, è l'essere esso quello che fra tutti gli altri

più scarseggia di produzione fantastica. Il romantismo, in quanto è

invenzione narrativa, poco si ebbe da noi, e in questo, come anche

nella cavalleria che è un suo movente principale, l'Italia mostrasi in

una condizione che può dirsi passiva; subisce per fatto d'infiltrazione

inevitabile, ma dal poco che produce in quell'ordine vedesi chiaro

esser quello cosa poco sua, e poco omogenea alle sue tendenze attive.

Insieme a tanti altri romanzi venuti dal di fuori e allora sparsi

dappertutto, ebbero qualche voga anche qui i testi francesi della

Storia Troiana; ben poca ne ebbe il Romanzo d'Enea[18]. Virgilio,

Ovidio e altri antichi furono presto tradotti in volgare[19] prosa

italiana, senza grandi cambiamenti, salvo la giunta delle solite

moralizzazioni, singolarmente per Ovidio. Guido da Pisa scrivendo i

fatti di Enea mostrava invero talvolta in alcune espressioni l'influsso

di certe idee del suo tempo, ma era lungi dal fare un'opera romantica,

e non deviava dalla narrazione virgiliana che sull'autorità di altri

antichi. La fantasia ebbe più remore qui che altrove, sia pel prevalere

di facoltà più elette e più razionali nella tempra dell'ingegno

italiano, sia perchè la cultura tradizionale, comunque molto abbassata

anche in Italia, avesse qui più salde radici che altrove e più che

altrove fosse cosa domestica. L'Italia nel medio evo, benchè vinta e

dilaniata e anche imbarbarita, moralmente e idealmente figura sempre

come un centro storico e civile, e di questo essere suo non si perde

mai la coscienza fra gli italiani[20]. Perciò mal si cercherebbe qui

ciò che può solo trovarsi in paesi nei quali meno fortemente e meno

immediatamente agiva il peso di grandi ricordanze storiche, tanto

universalmente intese come tali da non potere esse in alcuna guisa

acquistare natura e forma epica. Con questo non s'intende dire che

il popolo italiano fosse sfornito di leggende; ebbe anch'egli le sue

aventi per soggetto l'antichità, e il passato e i primordi delle varie

città italiane. Può credersi che col procedere degli studi storici

fra noi, concepiti in quella più larga maniera che è loro propria

oggidì, molte di queste leggende finora dispregiate, saranno messe

a luce e accresciuta così la conoscenza, troppo insufficiente, che

oggi abbiamo di tal materia. Però rimarrà sempre vero questo fatto,

del resto ben naturale, che l'impressione fantastica prodotta dalle

memorie dell'antico mondo romano, fu assai più vivace e feconda fra i

barbari che fra gli italiani. Si può senza gran fatica provare che il

numero delle leggende relative all'antichità romana nate in Italia è

assai minore di quelle nate in suolo straniero, e che anzi non poche

di quelle che si ritrovano in Italia, singolarmente nella letteratura,

furono qui introdotte dal di fuori.

Le leggende nate in Italia hanno per soggetto talvolta antichi fatti

storici o mitologici, più spesso antichi monumenti, e spesso ancora

d'antico non hanno che i nomi dei personaggi che in esse figurano.

Molti nomi illustri dell'antica Roma rimasero fluttuanti nella memoria

del popolo, segregati dai fatti coi quali la storia li mostrava

uniti, ma pur non del tutto sprovvisti di certe caratteristiche

distintive procedenti dalle loro caratteristiche storiche, concepite

queste com'era capace di farlo la mente limitata del popolano o della

narratrice casalinga, di cui Dante dice che:

«.... traendo alla rocca la chioma,

Favoleggiava colla sua famiglia

De' Troiani, e di Fiesole, e di Roma.»

Attorno a questi nomi la fantasia popolare aggruppava racconti

favolosi, comunque originati, attenendosi però alla special categoria

d'idee popolari a cui ciascun nome per sua natura apparteneva. Quindi

è che anche divenuti personaggi leggendari serbano un carattere

ben distinto fra loro Cesare, Catilina, Nerone, Traiano, e simili.

Nondimeno, siccome il numero dei tipi rappresentati dalle leggende

è limitato ai soli ideali più spiccanti che il popolo è capace di

concepire, da ciò viene che più nomi s'incontrino sotto una data

categoria, come quella del savio, del mago, del tiranno ecc., e siano

quindi compartecipi delle leggende a quella appartenenti, le quali

talvolta all'uno, talvolta all'altro dai narratori vengono riferite.

Uno dei più luminosi esempi di quanto qui si dice è la leggenda

virgiliana, di cui in questa parte del nostro lavoro vedremo come

nascesse a Napoli e come di là poi si divulgasse nelle letterature

d'Europa, assai più e prima fuori d'Italia che in Italia. Essa era

originariamente in Italia un prodotto del tutto plebeo, estraneo

ad ogni moto poetico e letterario, una credenza popolare di natura

superstiziosa, fondata su ricordi locali, sul fatto della lunga dimora

di Virgilio in Napoli, la presenza e la celebrità del suo sepolcro in

quella città. Si riferiva a luoghi di Napoli, ad immagini, a monumenti

che la decoravano, ai quali si credeva che Virgilio avesse dato un

potere telesmatico. Questa credenza era rimasta propria di quel popolo,

ingenuamente ritenuta da esso, senza essere espressa in alcuna forma

che avesse carattere poetico o artistico in alcuna maniera; poco se

ne sapeva nel resto d'Italia e poco ad essa si badava qui, mentre da

forestieri che visitavano Napoli era raccolta e trasportata dalla sfera

plebea alla sfera letteraria e colta, e passava contemporaneamente

in opere volgari e romantiche, ed in opere latine di natura dotta.

Nell'una e nell'altra sfera essa trovava Virgilio già ridotto ad un

tal tipo di savio da poterla facilmente comportare. E dal XII secolo

in poi, ossia dall'origine della poesia e prosa romanzesca di proprio

nome, incontrasi quindi nei monumenti letterari una nuova fase del

nome virgiliano che ha vari momenti e vari accrescimenti, e tutta

una sua storia che deve servire di soggetto alla presente parte del

nostro libro. Questa fase ha la sua natura in questo distinta dalle

altre già da noi studiate, ch'essa procede originariamente da idee su

Virgilio nate e sviluppatesi, non propriamente nella scuola, ma fra il

popolo, benchè per la natura generale del pensiero, che si riconosce

naturalmente in ogni strato della società, potesse esservi e vi fosse

realmente certa proporzionalità ed anche continuità fra il concetto

popolesco e l'ultimo concetto letterario del poeta. Non la diciamo

popolare perchè rimasta estranea alle lettere e ai dotti, chè anzi

ne dovremo desumere la storia da una moltitudine di scritti che in

massima parte non hanno carattere di scritti popolari; ma perchè nata

dal popolo, alimentata con idee popolesche. Senza questo, per quanto

corrotta e imbarbarita, la tradizione letteraria a quella leggenda non

avrebbe potuto condurre, nè difatti trovasi traccia di questa nelle

epoche della più grande barbarie, prima del XII secolo, prima cioè che

ci fosse chi dalla plebe napoletana l'attingesse e le desse adito nella

letteratura.

Le opere dotte dell'ultimo medio evo, repertori, riassunti,

enciclopedie, manuali o altri simili lavori scritti in latino o in

volgare, mescolano ogni cosa con una assenza di critica tanto strana

quanto strano è lo sfrenato moltiplicarsi delle produzioni fantastiche

d'allora. C'è di tutto; tutto il _detritus_ medievale di idee

classiche, cristiane, e romantiche, mito, storia, leggenda, romanzo,

tutto posto alla pari. Il _Novellino_ che diverte le brigate, il

_Gesta romanorum_ che le edifica con racconti moralizzati stranamente,

Vincenzo di Beauvais col caos del suo _Speculum historiale_, e tanti

altri in tante opere di erudizione, parlano egualmente di Cesare, di

Arturo, di Tristano, di Alessandro, di Aristotele, del Saladino, di

Carlomagno, di Merlino senza distinzione di sorta, e con serietà eguale

per tutti. Gualtiero Burley in un'opera che non vuol punto essere un

romanzo, nelle _Vite de' filosofi_, scrive gravemente anche la vita

di Virgilio che è filosofo perchè mago, perchè conoscitore di riposti

segreti della natura. Così non v'ha libro di que' tempi in cui non

possiamo aspettarci di trovare leggende virgiliane. In una epoca di

credulità universale, il popolo non è soltanto quello che non ha parte

alla cultura e al moto letterario; quantunque nel medio evo il numero

della gente colta fosse assai minore di quello fu ed è dal risorgimento

in poi, la distanza che allora separava l'animo dei colti e degli

incolti era assai meno grande di quella che separa queste due classi

nei tempi moderni.

Se difficile sempre riesce cogliere l'esatto punto di separazione fra

le creazioni poetico-fantastiche popolari e le letterarie, ciò, più

che in ogni altra età, si sente nel medio evo, e sopratutto in quelle

peripezie che allora subiscono gli antichi nomi storici nel passare

che fanno, già assai fantasticamente tramutati, dai letterati e dai

semicolti al popolo, e nel tornar poi anche più tramutati da questo

a quelli. Fra la tradizione letteraria tralignata e creatrice essa

pure di leggende e i fantasmi popolari v'è continuità senza dubbio,

poichè non altrimenti che pel tramite letterario, direttamente o

indirettamente, i grandi nomi storici possono giungere e rimaner

presenti all'animo delle plebi. Ma pur deve avvenire che entrando quei

nomi in un ambiente intellettuale diverso, sian diversamente ideati ed

acquistino un nuovo carattere per tratti fantastici novelli di indole

affatto popolesca, comunque motivati od occasionati da quanto già

imaginarono menti più colte ma non tanto nè così finamente da riuscir

per certi lati molto superiori all'animo popolare. Chiaro esempio

di tal fatto è il carattere diverso con cui si presenta il nome di

Virgilio in queste due parti dell'opera nostra, le quali quantunque

diversamente intitolate, pure sono tanto connesse fra loro che nei

fatti esposti nella seconda ognuno che ci abbia ben seguiti potrà

riconoscere gli effetti e l'ulteriore sviluppo di quelli riferiti

e studiati nella prima, e vedere in qual rapporto sia col Virgilio

delle scuole e della tradizione letteraria del medio evo inoltrato

questo Virgilio, non più poeta, ma operatore di magici prodigi, questo

Virgilio di quella che noi crediamo dover chiamare _leggenda popolare_,

che ora ci facciamo ad esporre narrandone la storia, investigandone

le origini e le fasi diverse. A scansar equivoci e malintesi che con

nostra sorpresa abbiamo veduto prodursi fra taluni cultori di questi

studi[21] ricordiamo che il _popolare_ si distingue dal _letterario_

anzitutto per la natura e l'indole sua e de' vari elementi suoi, sia

qualsivoglia la condizione di chi lo riferisce e vi crede od anche lo

idea; tale leggenda, pur sublimata dal sommo dei poeti, come quella

p. es. di Traiano e della vedova in Dante, sarà e rimarrà una leggenda

_popolare_, quand'anche si riesca a provare che scaturì dalla fantasia

di un chierico che la scrisse in latino, come _popolari_ sono le

leggende relative ai monumenti di Roma nel _Mirabilia_ e tante altre,

quantunque, riferite e credute da chierici, possano anche essere state

originate in menti di quella classe.

Virgilio nel Medio Evo, vol. II · 第 9 / 64 题